Dalle bottigliette allo stadio ai palazzi del potere: non era questo il senso della democrazia?

«La società meridionale ha risposto con un messaggio forte. Logorata da un tasso di mobilità intergenerazionale estremamente basso, si è ribellata alle dinastie nelle posizioni chiave nelle istituzioni (università, professioni, sanità, politica). Quelle dinastie che hanno mal speso o non speso i fondi europei della coesione territoriale e che difendono da sempre privilegi acquisiti. In questo contesto il M5S è l’unico partito che ha fatto uno sforzo di inclusione e selezionato i suoi rappresentanti (con metodi certamente discutibili) pescando in tutta la società. Questo ha trovato ascolto proprio perché l’ascensore sociale in questa parte del Paese funziona male con la conseguenza che la competenza dei candidati o la incoerenza delle politiche proposte dal M5S con i vincoli di bilancio diventano fattori secondari rispetto al valore simbolico che ha l’aprire le liste a chi è estraneo alle élite».

Col taglio inconfondibile dell’allure accademico, il fondo di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin sul Corriere di martedì scorso coglie un punto che il sentire di pancia e di emozione dell’elettorato medio aveva avvertito in pieno, pur senza saper farne coscienza. Per quanto disarticolate e sgrammaticate, le pratiche dei cinquestelle hanno avuto questo quale tratto distintivo: il far leggere quel movimento come il luogo dove anche un venditore di bottigliette allo stadio potesse ambire a diventare presidente del Consiglio. E non è cosa da poco, guardate. Anzi, arrischierei a dire che fosse il senso implicito della promessa democratica. E prendendo in giro Di Maio proprio per il suo non aver un cursus honorum di prestigio, non ha fatto che rafforzarne quei tratti di immediata empatia proprio negli ambienti dove quel tipo di curriculum raramente è facile farselo.

Ma non doveva essere precisamente il «portare avanti quelli che sono nati indietro», con le parole di Nenni, la missione della sinistra? Sì, doveva. E però s’è smarrita. Non da oggi, però, e non è tutta e solamente colpa dell’attuale classe al comando di quella parte. È un vizio antico di quel lato del panorama politico, almeno quanto la democrazia in questo Paese, e di cui scriveva Miriam Mafai già vent’anni fa, ricordando i primi tempi dopo la guerra, e che nel suo Botteghe Oscure, addio fissò nell’immagine di «due diversi ascensori: il primo, al quale si accedeva direttamente, oltre la vetrata dell’ingresso, era riservato ai membri della direzione e portava ai loro uffici; il secondo, in fondo a sinistra, era per tutti gli altri, compagni dell’apparato, tecnici, e dirigenti».

Adesso, a ciò si aggiunge il tema della qualità di quelli che salgono sull’ascensore migliore.

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