Bene, grazie (e con la consapevolezza che non fa per me stargli più d’appresso)

«Poi ci farai sapere com’è stata la tua “prima volta”… lontana», mi chiedeva Enrica in un commento a un mio articolo di qualche giorno fa. E in effetti, da quando ho preso la mia prima tessera di un partito, ormai un quarto di secolo fa, non ho mai seguito una campagna elettorale da tanta distanza come mi è capito di fare in questa che si è chiusa domenica scorsa.

E com’è stato? Non saprei dire. Diverso, certamente, nuovo, ovvio. Irrimediabilmente triste. No, non io, che ho argomenti fondati per non sentirmi tale; parlo della situazione, almeno da come l’ho osservata io. In particolare per la mia parte politica, o meglio, per quella che sarebbe potuto esserla, visto che, in fondo, una non l’ho presa. Perché è lì che ho visto tanta gente che c’era stata negli anni delle sconfitte andare via progressivamente proprio nel momento della vittoria. Un abbandono che oggi ha consegnato una disfatta ancora peggiore. Quelli che generosamente e in silenzio erano arrivati al Pd e al centro sinistra quando tutto pareva perduto, che non chiedevano nulla e che nulla avrebbero potuto pensare di avere, che hanno contribuito a far classe dirigente persone che spesso erano state messe ai margini, ora non ci sono più. Anche perché quelle stesse rinnovate élites nulla hanno fatto per tenerle vicine. Anzi: «lasciateci lavorare», è stato il loro motto. E sono stati lasciati, appunto, da chi se n’è andato nello stesso silenzio in cui era arrivato. Ma c’è un di più in questa tristezza di scenario, se mi permettete l’abbrivio d’un passaggio sul personale, ed è la considerazione della mia inutilità sul piano della politica, almeno di quella delle istituzioni e dei partiti.

Vedete, ho sempre pensato che dovessi in qualche modo “impegnarmi” nelle vicende politiche, e che ciò non potesse che avvenire attraverso una partecipazione al loro svolgersi nei canoni e con gli strumenti precisamente istituzionali e di partito. Ecco, non ne sono più convinto. Non che quelle vie non esistano tuttora e siano funzionanti e piene di significato oggi. Al contrario, ci sono e quotidianamente spiegano la loro portata. È che non credo più siano la mia strada, quella che io possa o debba percorrere.

Se in venticinque anni non sono riuscito a contribuire realmente a qualcosa che sentissi anche mio, allora vorrà dire che quel modo non fa per me. Ce ne sono altri, altri ancora ce ne saranno. E guardate che non sto affatto sminuendo la mia persona o, peggio, fingendo modestia. Tutt’altro; sono così presuntuoso da citare un mio conterraneo per nascita fattomi amare da un mio concittadino per residenza, quando scriveva che «è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile».

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Una risposta a Bene, grazie (e con la consapevolezza che non fa per me stargli più d’appresso)

  1. Enrica Padovan scrive:

    Mi ha stupito vedermi citata in un tuo articolo (è stato piacevole pero). Condivido le tue osservazioni e questa volta non ho dovuto rileggere due volte.
    Per me la “nuttata” è stata lunga da passare. Ora mi sono ripresa e ricomincio a ragionare con quel pò di lucidità che spero ancora di avere.
    Mi farebbe piacere lasciare qualche commento sulla tua pagina FB, ma la richiesta di amicizia non è stata accolta e naturalmente non posso lasciare messaggi. Altro non so fare a causa della mia inabilità a gestire il computer. Vedi se puoi fare qualcosa tu: su FB mi trovi come Luigia Enrica (immagine un gufetto con gli occhiali). Grazie.

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