Han scelto il cambiamento che lì c’era. Che poi era quello che volevano

«L’Italia ha votato per ciò che nella scheda elettorale rappresentava il cambiamento, esattamente come alle Europee scorse. Non vuole né andare a destra, né a sinistra, cerca solo disperatamente di cambiare. Di cambiare il sistema e gli attori che lo governano. Ora sarebbe bello che i conservatori lasciassero libera la sinistra, che gli imperituri e imprescindibili si cercassero altre attività ricreative, o se proprio non riescono ad allontanarsi, scendessero dal carro e cominciassero a spingere». Quella del mio amico Alberto Spadafora è una delle migliori analisi del voto che in queste prime ore io abbia letto.

Ho ascoltato troppe letture irrispettose degli elettori; gli stessi che votano bene quando scelgono noi, di colpo diventano incapaci se preferiscono altri. Vedete, in queste elezioni, la mia parte – o quella che avrebbe potuto esserlo – ha perso. E gli elettori, evidentemente, hanno avuto ragione. Per quello che diceva il mio amico poco sopra: cercavano il cambiamento, e sulla scheda elettorale, un altro non l’hanno trovato. E forse, nemmeno lo cercavano, ma su questo punto ci torno alla fine. Il Pd ha poco da recriminare da altre parti che non siano casa sua: ha governato per cinque anni, aveva preso 11 milioni di voti appena quattro anni fa, oggi, cinque milioni di quegli elettori l’hanno lasciato. E non gli avevano chiesto nulla, anche perché molti di loro erano arrivati quando niente c’era che si potesse avere. Alla sua sinistra, gli errori sono gli stessi. Faccio un paio di esempi: come pensava Leu di potersi vestire di “cambiamento”, se nei posti di possibile elezione presentava gli stessi che già avevano avuto la fiducia altre volte, con i risultati che abbiamo avuto? I ragazzi di Potere al popolo ce l’hanno messa tutta, e sono stati bravi; però, carissimi, se da dieci anni non si riesce a passare per quella strada, qualcosa vorrà pur dire, non credete? Perché, a sinistra, non siamo riusciti a provare a cambiare con un po’ più di coraggio?

Di tempo per analizzare i dati ne avremo tutti tanto, e in luoghi sicuramente migliori e meglio deputati a farlo di quanto non lo sia questo spazio. Il tema sul tavolo della discussione, però, rimane: perché con quel voto, che per oltre la metà è andato a quelli che una facile narrativa iscrive complessivamente sotto la categoria dei «partiti populisti», gli elettori hanno voluto dire che delle forze politiche tradizionali e variamente di sinistra che in questi anni si sono rese protagoniste di differenti, e spesso contrastanti fra loro, stagioni di governo ne hanno abbastanza, che vogliono qualcosa di diverso, persino radicalmente nuovo. E che non vogliono vedere ancora le stesse facce negli stessi posti, ovvio.

Ma c’è altro, secondo me, ed è quello a cui accennavo poco sopra. Per carità, questo è solo un abbozzo di riflessione, certamente non esaustivo, eppure, a mio avviso, non troppo distante dai fatti che sono accaduti. Domenica, a votare, sono andati in tanti. Per rispettare il verdetto delle urne, come si dice in questi casi, va tenuta in debito conto l’ipotesi che il loro non sia stato un voto “per sottrazione”, dato per protesta o all’unico cambiamento che hanno trovato perché altri non gli erano stati proposti, perché un conto è non votare qualcosa per i suoi limiti e i suoi errori, le sue mancanze e ciò che ha dimenticato, dai poveri alle periferie, passando per il ceto medio, un altro è votare per il suoi contrario, per idee opposte, per chi propone soluzioni che vanno in tutt’altra direzione.

E in quella ipotesi, al contrario, c’è da supporre che essi abbiano, volutamente e democraticamente, scelto chi parlava di escludere gli ultimi chiudendo i confini a quanti arrivano spinti dalla disperazione, chi vomitava odio contro diritti civili appena accennati, chi tutto prometteva fuorché equità e progressività fiscale, ipotizzando pari tasse per i ricchi e per i poveri, chi, in sintesi, disegnava un mondo diseguale da garantire nel suo ordine con la forza della sicurezza e la durezza di parole d’ordine urlate in faccia ai più deboli.

Non sono sicuro che avrebbero votato altro. Anzi, sono propenso a pensare che abbiano scelto precisamente quello che volevano. Io vorrei una maggiore eguaglianza, uno Stato più inclusivo e accogliente, una società in cui nessuno debba subire torti per quello che è; ma io sono minoranza, da ieri con la consapevolezza di esserlo ancora di più, nello scenario che le elezioni hanno tracciato.

Quello in cui la sinistra non è divisa; non è ciò che vogliono quelli a cui vorrebbe parlare.

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Una risposta a Han scelto il cambiamento che lì c’era. Che poi era quello che volevano

  1. Italiote scrive:

    Proprio non lo capisco il gusto di abbandonarsi alla sensazione di essere in minoranza pur avendo contribuito a deformare il risultato elettorale partecipando ad un’astensione vicina al 30%.

    La vaghezza esasperante con cui sostituisce l’analisi con la narrazione richiede la condivisione di premesse non dichiarate che potrebbero non essere intuitive chiunque altro.

    Ad esempio “chiudere i confini” tecnicamente implicherebbe un revisione costituzionale e la rescissione unilaterale di trattati internazionali (per es. Convenzione di Ginevra del 1951 ) che nessun soggetto politico ha preannunciato nella recente tornata elettorale.

    Il riferimento alla flat tax, invece, individuerebbe al massimo una coalizione che non supera il 27% (calcolato sul numero degli aventi diritto di voto).

    Potrebbe risultare chiarificatore un approccio più analitico che si muova al di fuori dei soliti percorsi narrativi e che consenta di posizionare precisamente l’orientamento individuale nello spettro politico che si intenderebbe misurare quantitativamente.

    Riguardo la questione dell’accoglienza le opinioni sono varie e chi ritiene accettabile il principio della deliberazione consensuale dovrebbe orientarsi ad individuare possibilità di convergenza invece che scivolare nel massimalismo tipico del maggioritario.

    Che ci sia una maggioranza che non accetti flussi migratori indiscriminati sembra plausibile dunque sarebbe ragionevole identificarne le motivazioni (con particolare riguardo a quelle tecniche) , gli errori e le possibilità di compromesso.

    PS: Quale è la quota di migranti economici che il nostro mercato del lavoro può assorbire senza esacerbare squilibri esistenti? per es
    https://en.wikipedia.org/wiki/Wage_curve
    http://bruegel.org/2017/11/german-wages-the-phillips-curve-and-migration-in-the-euro-area/

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