Le parole che non ho sentito

Si è chiusa la campagna elettorale. Finalmente. In queste ore stanno ancora finendo di capire come sia andata davvero, poi verranno assegnati tutti i seggi, si definiranno al meglio le squadre, ci sarà da capire quale sarà il governo, come sarà composto e chi lo sosterrà, ma per fortuna è finita. Un rumore assordante, questo è stata. Si è parlato di tutto, ha parlato chiunque; ho ascoltato mille campane e cento opinioni. Eppure, quello che avrei voluto, non l’ho sentito.

Povertà, guerra, carestie: noi, che facciamo? Ancora prima, noi cosa diciamo? Perché ho sentito riversarsi torrenti di inutili parole in piena di sé stesse sui (e in molti, troppi, casi contro) chi queste cose è costretto a subirle, ma non una fra sulle cause, suoi responsabili. E su cosa fare per eliminare le une e nei confronti degli altri. Perché se c’è la guerra da cui scappano a milioni non è per disgrazia; è perché qualcuno la vuole fare. Se c’è la povertà e se le carestie colpiscono di più chi già ha di meno non è in virtù della cecità del destino; è perché qualcuno non vuole distribuire la ricchezza che esiste e viene prodotta, e qualcun altro, speculando, su queste stesse disuguaglianze si arricchisce. E allora, e di nuovo, noi che facciamo, cosa diciamo?

No, non sono «pensieri buonisti», come una certa retorica sempre attenta a non stancarsi troppo nel capire le cose che accadono facilmente archivierebbe. Sono le questioni con cui ogni giorno abbiamo a che fare. Solo che viverle e doversi confrontare con le loro conseguenze è la dimensione del quotidiano di tutti; individuarle e definirle per poterle, se non risolvere, almeno affrontare dovrebbe essere il compito della politica.

Quello da cui in questi mesi ho visto i politici abdicare.

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