La rivoluzione tecnologica e gli orari di lavoro

«Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire». Lo slogan è della metà del diciannovesimo secolo, coniato dai lavoratori australiani. E se la diffusione della giornata lavorativa a otto ore è innegabilmente una conquista degli inizi del Novecento, la prima legge che la prevedeva, introducendola a far data dal primo maggio del 1867, fu emanata dallo Stato dell’Illinois nell’anno precedente, il 1866.

Milleottocentosessantasei. L’Italia era ancora in via d’unificazione, la breccia di Porta Pia era ancora di là da venire, i treni sferragliavano mossi dal vapore, l’aviazione era più un mito che una possibilità e le macchine erano appena poco più che arnesi complessi. Eppure, già si pensava di fissare la giornata lavorativa a sole otto ore. Pensate a come e quanto sia cambiato il mondo; la giornata lavorativa, invece, è ancora, per la maggior parte e non di rado nei casi migliori, di quella durata. Ma se alle innovazioni tecnologiche nei processi industriali non si risponde, anche, con la riduzione del tempo di lavoro dei singoli, come altro le si vuole affrontare, per garantire al contempo l’occupazione necessaria a determinare un reddito e la progressiva tensione alla liberazione dell’uomo dalle necessità della produzione?

Di certo non sono idee nuove, e si potrebbe risalire molto nella storia del pensiero per trovare suggestioni e pensieri migliori dei miei. Ma rimane inevaso il tema di fondo da cui muove la mia domanda: perché, se oggi si può fare in molto meno tempo quello che si faceva cento, cinquanta o solo dieci anni fa, perché non si può ridurre, di pari passo, pure il tempo che chiediamo a un lavoratore per garantirsi il necessario a vivere?

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