The De Lucas. Ovvero, della visione ereditaria della democrazia

Quante ne avrete letti di resoconti sulla vicenda che vede al centro Roberto De Luca? Tanti, credo. E questo a quelli non si aggiungerà. Perché delle ingerenze reali o presunte del dimissionario assessore salernitano in questioni di appalti e rifiuti qui non ne parlerò. L’unica cosa che della storia portata all’onore della cronaca dal sito di informazione Fanpage che dirò è che mai pensavo che in un’assemblea del partito a cui per un tempo ho aderito, una giornalista potesse essere aggredita per aver scritto o detto delle cose non gradite. In questo, e senza mezzi termini, tutta la mia solidarietà a Gaia Bozza.

Del resto, sinceramente, non m’interessa. Non m’interessa discutere i mezzi (che non condivido) usati da Fanpage. Non m’interessa cercare di capire se De Luca s’interessava alla questione rifiuti come rappresentante delle istituzioni o, come sostiene la tesi della sua difesa, quale libero professionista (quadro non meno grave). Non m’interessa capire chi e quanti altri siano coinvolti nella gestione dei rifiuti campani (che non è ancora risolta, visto che le ecoballe sono sparite solo dai tg della prima serata). Quello che m’interessa è il contesto in tutto questo è incasellato; un contesto ereditario. Sì, perché di tutta questa storia, quello che rimane è che, in Campania, per la carica di presidente della Regione, di assessore al Comune di Salerno e di candidato alla Camera nel collegio uninominale della stessa città, nel Pd non c’è spazio per chi non si chiami De Luca.

Non ci sono altri capaci e competenti in quel partito per quei ruoli, né, con tutta evidenza, è pensabile che ci siano. De Luca Vincenzo e figli; più che un partito, è una società. Fatta con capitali pubblici, che sono in sostanza i voti dei cittadini che in un progetto politico condiviso probabilmente ci credono davvero, ma con dividendi appannaggio di pochi privati.

Sempre gli stessi, al Comune, alla Regione, alla Camera. Sempre con lo stesso cognome.

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