Tristi doppi

11Un brano musicale e un capitolo di un libro d’un musicista. È strano, ma sembrano due trattati di sociologia. Meglio, di antropologia. E parlano di doppi, tristi doppi, che si son conosciuti perché li si è vissuti, o perché è come loro che si sarebbe potuto vivere, diventare. E si sente il mondo che si chiude, perché il mondo è così che fa: o si apre, spalancandosi e offrendosi nelle possibilità che ha e che si possono cogliere, poche o tante che siano non importa; o si richiude sopra le teste, e allora non c’è nulla, se non disperazione, gelo e cattiveria nata dall’inedia.

Di Caparezza il primo, Una chiave, dall’album Prisoner 709. Di Capossela il secondo, Il doppio, nel libro Il paese dei coppoloni. Col rapper molfettese condivido la generazione, al cantante irpino nato ad Hannover sento una vicinanza per temi e sensibilità. Rispetto a entrambi i lavori sui doppi, invece, avverto un sarebbe-potuto-essere che mi coinvolge e interroga. Davvero c’è un modo di uscire? Davvero fuggire o andarsene dipende da chi vive una situazione come quella che lì è disegnata? Davvero quel giovane che si costruisce un suo mondo per restare in questo mondo rimanendo zitto – nella canzone – o l’altro non più tale che quello stesso mondo lo disprezza invidiandolo – nel racconto – vivono quel che vivono perché non han scelto diversamente come hanno fatto i due – e forse anch’io – o semplicemente, se non dannatamente, loro siamo noi quando non riusciamo a trovar il modo, e la fortuna, di poter scegliere?

Non saprei. Di certo, ho sentito nel brano e avevo letto nel testo un non so che di conosciuto. Un sentimento noto, un non saper spiegare perché si potrebbe essere in grado di saper cosa significa vivere una vita diversa da quella che si vive. Magari perché non fummo fatti per viver quali gentili, e in un abbruttimento ipotetico e potenziale sapremmo sempre come ci si sente. E probabilmente, non saprò mai perché mi prenda «questa assurda nostalgia» di un qualcosa che, nei fatti, non c’è e forse non c’è mai stato.

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