Non è il «rancore» il motivo dell’astensione

Da un po’ di anni a questa parte, potrei dire dalla comparsa sulla scena istituzionale di una nuova generazione di politici che sempre meno narrazioni complessive hanno per raccontare il Paese a cui pensano e la società che immaginano, alcune categorie sentimentali sono entrate a pieno diritto e totalmente nel dibattito pubblico. Fattispecie che dovrebbero riguardare la sfera interpersonale vengono invece assurte a generi buoni per descrivere eventi squisitamente politici. Dall’amore e l’odio di berlusconiana memoria ai rancorosi di oggi, è tutto un cercare nelle disposizioni individuali spiegazioni per comportamenti sociali e collettivi.

In questo, il concetto del «rancore» è forse il più tipico degli esempi; usato per tutti i casi, non di rado è impiegato quale spiegazione onnicomprensiva di ogni ragione che si opponga alle proprie o a quelle del proprio leader di riferimento. Anche se queste, semplicemente, non conducono a un’opposizione tout court, ma portino verso un progressivo allontanamento dalle vicende che sulle scene, e dai palchi, della politica si vedono prender forma. Insomma, non è infrequente imbattermi in chi, apertis verbis, mi accusa d’esser mosso da astio nei confronti di quelli per cui un tempo votavo pure io se dico che, tutto sommato, quanti non intendono andare a votare li capisco, e non è detto che non mi unisca a loro. Critici di tal sostanza, però, commettono un errore di valutazione causato da un presupposto confuso: se ad animare i miei propositi fosse il livore come dicono, a votare ci andrei. Eccome.

Qualora fosse il risentimento a guidare le mie scelte, più che star lontano dalle urne, con convinzione voterei per danneggiare nel migliore dei modi quelli verso cui lo stesso provassi, magari cercando di convincere altri a far ugualmente. E non varrebbe, in quel caso, la riduzione al “tafazzismo”, né, ancor meno, la banalizzazione ad uso della nota barzelletta del marito intento a farsi del male per danneggiar la consorte. Anche perché, se quell’ipotetica moglie avesse a lui fatto sempre e solo del bene, non avrebbe quel partner nessun motivo per tentare di darle un dispiacere, figuriamoci arrecando danno a sé.

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