Nell’atto terroristico, un’eterna rivelazione

«“E cché, se spara così? Poteva piglia’ qualcuno!”. Uomini e no, l’allucinato nazista Luca Traini ha tracciato un solco nelle anime di Macerata. Dunque Stefano, il salumiere storico di corso Cairoli, sospira severo ma in fondo sollevato nella bottega davanti alla quale sono fischiate le pallottole sabato mattina. Così, come pallottole involontarie, fischiano adesso gli spropositi, in quest’Italia che ha perso misericordia e misura, e dove in fondo Gideon e Mahmadou, Kofi e Festus, Omar e Jennifer sono nessuno: invisibili e senza identità perfino nelle corsie d’ospedale dove il raid suprematista di Traini li ha ridotti a vittime innocenti. L’idea surreale che, non essendoci bianchi feriti, sia andata pure bene sgorga naturale, persino senza cattiveria, dalle crepe di questa città spaccata nel profondo, stravolta da un’immigrazione inattesa e d’un tratto ostile quando le giostre dei bambini di piazza Diaz sono diventate sedili per spacciatori nigeriani come Innocent Oseghale, accusato di avere fatto scempio della giovane Pamela Mastropietro».

Raccontando quanto ha sentito parlando con i cittadini di Macerata, Goffredo Buccini, su Il Corriere della Sera di ieri, disegna un quadro preciso di quello che è lo scivolamento graduale verso l’accettazione del male fatta all’altro. Si divide, si separa, si allontana da sé quello che accade per sentirsi al sicuro. Come nella poesia di Niemöller, si ignora che quell’alterità progressivamente si riduce, e alla fine scompare, per consegnarci tutti nelle mani della barbarie. Ma nel momento in cui appare, la si vive quasi fosse la normalità, addirittura un’àncora di salvataggio nel mare della possibile disperazione. «Sono cose che accadono a quelli lì», sembra di leggere nelle parole del pizzicagnolo, «però, ti puoi trovare in mezzo, pure se non c’entri nulla». E allora, se anche quello che avviene non lo si giustifica, un po’ alla volta lo si accetta. In fondo, «questi qui che vogliono? Restassero a casa loro, sarebbe meglio per tutti!»; è il sentimento più o meno celato che gira nelle menti di tanti che han visto e sentito quanto successo. E in questo modo, piano si rassicura e s’addormenta la coscienza d’una nazione sempre pronta a farsi raccontare da quell’eterna sua «autobiografia», secondo la parola di Piero Gobetti.

O come scriveva Giustino Fortunato, non casualmente di Gobetti amico, in una lettera a Giovanni Ansaldo nel febbraio del ’30 (in Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185): «Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro. Oggi come ieri, non sarà affatto rivoluzione; al massimo, rivelazione».

Poi, sono tutti giusti e opportuni i ragionamenti sugli speculatori e i mestatori nell’odio sociale, però presuppongono che questo già ci sia, che non lo si crei dal nulla con un manifesto, una dichiarazione, un tweet o un post. Il gesto assurdo – ma lucido, ponderato e organizzato, come tutti gli atti di terrorismo; non si tenti la carta della follia – di Traini ha il portato rivelatorio di sentimenti pessimi che ancora vivono fra di noi. E che forse con troppa fretta e superficialità abbiamo dato per scomparsi, come si può pensare spenta una brace solamente perché la cenere ce ne preclude la vista.

Precisazione inutile, quanto preventiva. «E della giovane fatta a pezzi da quel negro non dici nulla?». Quanto successo mi addolora. Il crimine di cui è stata vittima Pamela Mastropietro è assoluto; chi l’ha commesso deve essere assicurato alla giustizia e punito come questa prescriverà. Le indagini e gli accertamenti ci diranno se è stato Oseghale, peraltro già in carcere, e a fare cosa, e quanto dovrà pagare per quel che si accerterà abbia fatto. Ma in tutti casi, lui o altri che siano stati, a commettere quel delitto è stato un uomo, non una «razza», un colore di pelle, una nazionalità; le persone colpite in strada a Macerata non c’entrano nulla con quel delitto, che ha una dimensione esclusivamente criminale, e non sono in nessun modo corresponsabili. Al contrario, se non riusciamo a elaborare un concetto migliore di quello sintetizzabile in uno squallido «se non ci fossero stati, non sarebbero stati colpiti», allora noi abbiamo delle responsabilità per quanto ha fatto Traini, per le sue implicazioni di carattere ideologico e culturale.

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