E noi, quanto siamo complici?

Ha destato scandalo il brevetto d’un braccialetto elettronico pensato dalla Amazon  per, dicono, aiutare i dipendenti a trovare con più rapidità la merce sugli scaffali e, è lecito pensare, controllare ancor meglio i lavori già continuamente sotto lo sguardo vigile e attento di qualche capo reparto in un ambiente fatto apposta per essere sotto stretta e ininterrotta sorveglianza.

La possibilità di sapere cosa stiano facendo e dove si trovino i propri dipendenti in ogni momento della loro giornata lavorativa è il sogno d’ogni «MegaPresidente Galattico, Duca Conte, Lup. Man., Gran Ladr., Farabut., Multinaz., Figl. di Putt.» che si rispetti. E volendo qualcosa di meno impegnativo delle pellicole di Neri Parente, si potrebbero sfogliare le pagine che Michel Foucault dedica al processo di creazione dei «corpi docili» attraverso la continua osservazione, a cui è funzionale un’istituzione perennemente osservante, come il Panopticon ideato da Jeremy Bentham. E qui, infatti, non è tanto il controllo a destare stupore, che già, come dicevo, lì c’è ed è invasivo. Così come poco tempo lasciano le osservazioni degli stessi governanti che all’uso della tecnologia per il controllo a distanza hanno aperto, seppur sui soli strumenti di lavoro (come un braccialetto elettronico pensato, a parole, per aiutare nei normali compiti il dipendente), mentre nulla si ricorda da loro detto quando un’azienda partecipata dallo Stato che rappresentano pensò all’inserimento dei un chip direttamente nelle scarpe dei lavoratori (per la sicurezza, è ovvio). No, qui c’è altro: la società di uno degli uomini più ricchi al mondo cerca un modo per risparmiare ancora sul costo del lavoro. E dopo aver impiegato i robot nel processo produttivo, robotizza direttamente gli umani che vi sono rimasti all’interno. Per questo, la mia domanda: quando compriamo qualcosa su Amazon, i soldi che risparmiamo, a chi li togliamo, chi stiamo arricchendo e chi impoverendo in quella transazione? Quale voce viene compressa, e in che modi, per consentirci di comprare quel che vogliamo a quanto possiamo? Come viene garantito il nostro risparmio di tempo?

In una frase, quanto siamo complici noi di quello che accade? Al tribunale della storia e alla voce della coscienza, cosa risponderemo? «Io cercavo solo di spendere meno»? Non credo basti più, non credo potremo – possiamo – dirci assolti, se di tutto quello che accade abbiamo piena contezza. No, il problema è più complicato. E per quanto potrebbe essere vero, non è sufficiente dire «se anche io smettessi di comprare in internet, non migliorerei la condizione generale», perché qui non sto parlando di quella, non sto chiedendo cosa possiamo fare tutti insieme per correggere queste storture. Mi sto interrogando su cosa possa fare io, «quel singolo» in senso kierkegaardiano, per non essere connivente e per non contribuire a un sistema di sfruttamento ai limiti (quando non direttamente oltre) del tollerabile.

Pure mettendo in conto che non sappia trovare la risposta adeguata, ovviamente.

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, filosofia - articoli, libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *