La forma e i fatti

«Per la commissione elettorale della Corte d’Appello di Milano un conto è infatti l’allegazione, cioè che la lista “Noi con l’Italia” abbia indicato nel modulo di essere in coalizione con il centrodestra; altro conto è la documentazione di quella allegazione, e cioè la dichiarazione (dai giudici ritenuta mancante) di apparentamento della lista alla coalizione, da cui discendeva l’importante beneficio per la lista apparentata di poter fare a meno della sempre ardua raccolta di firme. I rappresentanti delle liste ribattono che in realtà quella dichiarazione esiste e la Corte avrebbe potuto ritrovarla in cancelleria in un altro fascicolo, perché in effetti a depositarla per tutte le componenti è stata (come intesa tra i partiti) la “capofila” lista di Forza Italia. Ma dai giudici non è esigibile un autonomo potere di integrazione. Controreplica dei partiti: sarebbe bastato avvisarci e farci integrare le carte. E poi — insistono — perché (a parità di modalità di deposito) in tutta Italia le candidature sono state accettate, e la medesima Corte milanese ha dato l’ok alle circoscrizioni Lombardia 2 e 3?». Così il riassunto, senza fronzoli e chiaro, che della vicenda, poi risoltasi al meglio per gli interessati, delle candidature alla Camera del centrodestra a rischio di esclusione nella circoscrizione Lombardia 1 ne fa l’ottimo Luigi Ferrarioli, per Il Corriere della Sera in edicola ieri.

Chiariamoci, se tutti i candidati di centrodestra e le liste che li contengono, non solo il Lombardia, dovessero sparire, non me ne dorrei affatto. Detto questo, è curioso che, per un allegato mancante in una pratica, ma della cui sostanza c’era già esplicita traccia in un altro fascicolo riguardante la medesima procedura, si possa, direttamente, cassare l’intero procedimento, annullando una lista di candidati e, in concreto, rendendo impossibile l’espressione di un diritto all’elettorato passivo e attivo per un certo numero di cittadini. Per fortuna degli interessati, il pericolo è poi rientrato presto, ma rimane, tutto e intatto, il tema. E guardate che non la pensavo diversamente quando alcune giunte di centrosinistra sono state a rischio per errori formali legati alla raccolta delle firme o alla presentazione dei fascicoli, né lo penserei se riguardasse un’amministrazione grillina. Perché un conto è evitare il dolo, e se lo si riscontra, punirlo; altro è legare l’esercizio effettivo della democrazia a dettagli formali perfettamente sanabili. Davvero non era possibile chiedere subito, all’atto della consegna delle liste, un’integrazione di documenti? O approvare comunque le candidature, dato che la dichiarazione di apparentamento era già riscontrabile in altri documenti e che, in ogni caso, da altre parti è stato fatto? Realmente la mancanza nella forma, cioè il rigoroso e spesso ridondante rispetto di un iter, può, pur solo in ipotesi, negare il compiersi del fatto, vale a dire l’espressione del consenso attraverso il voto?

Perché di questo stiamo parlando, di democrazia e del suo funzionamento. Tra quanti hanno rischiato l’esclusione, ho letto i nomi, per non parlare dell’intera lista di Noi per l’Italia e solo per fare due esempi noti, di Valentina Aprea e di Michela Vittoria Brambilla. Ora, se entrambe non facessero mai più parte della vita pubblica e politica di questo Paese, non sarei certo io a darmi cruccio. Ma è possibile, così, in astratto, che qualcuno, al contrario, si riconosca nella visione e nelle proposte della prima sul sistema educativo o nelle idee della seconda su (su cos’era? Ah, sì, che sbadato) animali da compagnia e altri dettagli; negando a queste di partecipare alle urne per, ripeto, questioni banali e rimediabili, non si sarebbe precluso a quelli, se mai ci fossero, la possibilità di votarle e di essere, in quel voto, rappresentati?

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