Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso

«Non ho mai condiviso l’osservazione che, in fondo, va bene così perché molte democrazie sono caratterizzate da basse affluenze al voto», dice Mattarella in un’intervista a Famiglia Cristiana di questa settimana. E spiega: «L’Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia». Poco più avanti, il presidente aggiunge: «Anche i cittadini devono essere disponibili a un dialogo, a sollecitazioni costruttive, al desiderio-dovere di comprendere, ed eventualmente criticare scelte politiche prima di giudicarle sommariamente. Allo stesso modo la responsabilità verso la nostra comunità nazionale – la Repubblica – ricade anzitutto, e in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma essa si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune. Chi avverte autenticamente il proprio status di cittadino non si sente un creditore che esige soltanto ma avverte che siamo tutti, contemporaneamente, creditori e debitori nei nostri comportamenti».

E il capo dello Stato conclude la sua riflessione sull’astensionismo con un invito chiaro: «Nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare». Ineccepibile, dal suo punto di vista, intendo. Però, leggendo quelle parole, me ne sono tornate altre alla mente. E come Ingrao ai delegati dell’XI congresso del Pci (uno che mai, in democrazia, avrebbe concepito l’astensione, va detto), devo dire che non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso, dalla tesi dell’inquilino del Quirinale. Per un motivo, principalmente: oggi, l’astensionismo è il risultato, non so quanto voluto, di anni di lavoro fatto proprio in quel senso. Dalla sottovalutazione all’invito diretto a disertare le urne in occasione delle consultazioni referendarie, il principio che ha guidato il pensiero e l’azione di chi è stato chiamato a ricoprire ruoli anche di vertice nelle istituzioni non è stato affatto teso, non dico a favorire, ma almeno a tollerare quelle «sollecitazioni costruttive» di cui parla Mattarella. Al contrario, da quei palazzi e da quelle aule, il messaggio che è giunto è stato: «state al vostro posto, non v’intromettete, lasciateci lavorare». E quello gli elettori stanno facendo rispetto a quanti, ora e dopo esserlo già stati per anni, si candidano a essere i loro rappresentanti; li lasciano, appunto.

Se volete, è una reazione a uno stato di fatto. Io direi, più semplicemente, che è la presa d’atto d’una situazione. Se la malintesa traduzione pratica dell’assenza di vincolo di mandato è stata quella di una sorta di «dammi il voto, e poi non disturbarmi mentre mi vesto da manovratore», la lettura che di questa non poteva non essere fatta è che, in fin dei conti, il consenso e la voce del singolo sono superflui. A quel punto, però, per quale motivo cercare di esprimerli e provare a farli sentire. Se le istituzioni faranno cose di mio gradimento, ne sarò contento; se dovessero farne in senso opposto, non avrei comunque strumenti (all’interno dei canoni del sistema, ovviamente) per impedirlo.

In questa discesa verso l’abbandono, l’ultimo scorcio di storia repubblicana è stato il più denso di motivazioni. Dalle unioni fra chi si diceva politicamente incompatibile alle sortite derisorie per i quorum non raggiunti, dall’infastidita reazione ai tentativi di confronto e dialogo fino alla derubricazione della scarsa partecipazione al voto a «problema secondario», i più importanti vertici istituzionali del Paese hanno spesso palesato il loro gradimento la una minore interferenza possibile da parte dei cittadini elettori.

Ottenendola.

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Una risposta a Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso

  1. Italiote scrive:

    Qualcuno non convincerebbe per via di quello che hanno fatto “altri”? ???

    In ogni caso partendo dal presupposto che quella massa indistinta che fa tanto comodo usare in stereotipi (chiamiamola “politici”) non sia percepita con fiducia non se ne deduce che non bisogni affidarsi alla stessa per avere una alternativa (della quale, per costruzione argomentativa, non si avrebbe comunque fiducia).

    Ironia vuole che per ragionamento circolare _nuove_ alternative _appena_candidate_ diventino “politici” ed in quanto tali oggetti di sfiducia (a prescindere).

    La “democrazia diretta”, che per alcuni non fa riferimento ai referendum abrogativi, è un vago escamotage che consente di concepire la politica senza “politici” (dunque evitando di attivare lo stereotipo e la logica circolare).

    Quanto si sente in giro è tanto differente da un ragionamento circolare?

    L’_ipotesi_ che personalmente attribuisco all’astensione è la “learned helplessness” che mi appare compatibile con l’osservazione di maggiore astensionismo nei soggetti con livello di istruzione basso (non biasimerò chi riterrà l’ipotesi di un nesso frutto di pregiudizio in assenza di dimostrazione)

    Caratteristica della “learned helplessness” (e la conseguente perdita di autoefficacia) è che tale convinzione induce ad ignorare anche azioni che sarebbero efficaci.

    L’omissione è personale e non può essere imputata come responsabiltà ad altro soggetto (quale l’entità “la politica”; a maggior ragione se si ritiene che tale entità se ne freghi ed abbia una condotta “irresponsabile”).

    Due sono le soluzioni in paradigma rappresentativo: o ci si candida o si sceglie qualcuno diverso da sé.

    L’astensione non è una soluzione: se lo fosse farebbe “cose politiche di gradimento” e non ci sarebbe di che lamentarsi. L’astensionista non percepisce il nesso tra la sua condotta ed il risultato di cui si lamenta.

    Talvolta qualche persona segnala di non votare alcuni candidati “perché non vincerebbero” (immediatamente). Potrebbe avere ragione ma i sondaggi non puntualizzano mica se basse percentuali in tali casi si generino o meno proprio a causa del fatto che tale attitudine sia diffusa.

    Esistono meccanismi che ostacolano il ricambio politico ma non sono tali da renderlo impossibile con quelle percentuali abnormi che ha raggiunto l’astensione.

    Il comportamento aggregato è quello che conta a nulla varrebbe che votasse una sola persona in più. (o, a seconda del sistema elettorale, che si candidasse una sola persona)

    Non è dato sapere se gli astensionisti convergano su punti comuni e se ciò fosse ci sarebbe un elemento per spezzare questa perniciosa autosuggestione. Per adesso possiamo convenire che la totalità degli astensionisti non si _organizzi_ certo per saperlo.

    Quando si tratta di stabilire un giudizio politico i “politici” non possono essere rappresentati come una entità unica ed indistinta addirittura che si autoperpetua a prescindere dal comportamento dell’elettorato

    Alle prossime elezioni si candideranno anche soggetti politici nuovi dunque non è ragionevole assimilarli a quelli esistenti per giustificare l’astensione.

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