Non brilla tutto come ci raccontano

«Il Mezzogiorno sembra dunque assomigliare a quelli che l’economista della London School of Economics Andres Rodriguez Pose ha definito in un brillante saggio “i luoghi che non contano”. “In questi luoghi, in diversi Paesi del mondo – ci racconta lo studioso – sono però maturati fenomeni di ‘vendetta sociale’”. Il disagio ha trovato un collettore nelle urne. […] Può accedere lo stesso al Sud? Difficile dire. Sembra mancare a casa nostra, almeno sinora, il possibile beneficiario. […] Questo potrebbe determinare alla fine, come recentemente in Sicilia, un altissimo astensionismo; e una ripartizione dei seggi relativamente equilibrata. Una protesta che non trova un collettore ma si rifugia nell’assenza dai seggi; e, in diversi casi, nell’abbandono dei luoghi. Ma, vediamo: in due mesi può succedere di tutto. Certo che, anche se non si dovesse produrre alcuna particolare vendetta elettorale in questa tornata, il problema è lì per restare. E andrebbe affrontato».

Già, come dice il professor Viesti nel suo editoriale per Il Messaggero di lunedì scorso, il problema delle aree sempre più marginalizzate e dimenticate dalla politica nazionale «andrebbe affrontato». E immagino che andrebbe affrontato soprattutto da quella parte politica alla quale io guardo. Perché la sinistra ha sempre teso (o almeno avrebbe dovuto tendere) a portare avanti quelli nati indietro, uomini e territori, e perché, una volta, proprio persone come Gianfranco Viesti in quegli ambienti erano molto ascoltati, pur se allora parlavano di fenomeni di punta, come i distretti industriali, e oggi di problemi delle masse, elettorali e non solo. Però, non mi stupisce nemmeno il contrario: se per anni il racconto che una certa parte di sinistra ha fatto è stato incentrato sul «quanto siam stati bravi a render tutto bello e splendente», ammettere che possa esserci in larghi strati di popolazioni e parti del Paese un sentimento di non proprio entusiasmo e così forte da far covare pulsioni di rivalsa, sarebbe un controsenso.

Dopotutto, è proprio quella parte che nel suo massimo splendore realizzatosi nella pratica di governo, del Mezzogiorno e delle sue classi dirigenti ebbe un concetto così alto che per trovare l’unico ministro meridionale ci si doveva rifare all’imprescindibile alleato Alfano. Quisquiglie, si dirà. Ma è a volte anche nei dettagli che si nasconde il senso delle cose che si pensa e si sostengono; se il segretario del Pd, infatti, non volle esponenti del suo partito nati al di sotto del Volturno nell’esecutivo che guidava, qualcosa vorrà pur dire.

Un qualcosa che, credo, sia chiaro pure a Viesti, se è vero che, parlando dei problemi del meridione d’Italia, chiude il suo articolo scrivendo: «La strada è solo una, assai impervia: provare a non considerare più, almeno un po’, il Mezzogiorno come un luogo che non conta. E a discutere dei diritti e dei doveri dei suoi cittadini, delle loro vite, delle loro prospettive, delle loro speranze, sul serio. Guardando avanti nel tempo. In teoria una campagna elettorale sarebbe anche il momento adatto, per farlo».

In teoria, appunto.

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