Bel libro, Cuperlo. E ora?

Nello scorso fine settimana, ho letto il libro di Gianni Cuperlo, Sinistra, e poi, edito da Donzelli. Un bel saggio, scritto bene e completo. Davvero, senza ironia; è un testo con un respiro ampio, capace di concedersi suggestioni letterarie o teatrali – delicato e perfetto, in questo, l’attacco con il Riccardo III shakespeariano – senza mai perdere il punto dell’analisi e l’andamento del discorso e finendo con una dedica opportuna e giusta: ad Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino. Insomma, qualcosa di alto, come di rado, e sono gentile, si vede e si sente, non dico si legge, ché poco avvezze esse paiono alla parola scritta, dalle parti delle classi dirigenti attuali.

Siccome, però, è comunque il lavoro d’uno che fa politica, Cuperlo non evita una certa qual tensione a cercare di convincere, portando diversi ottimi argomenti e con una non secondaria capacità di ragionamento. Quello che a me non convince, ed è probabilmente in virtù di un pregiudizio, è proprio la tesi da cui muove, quella che punta, e invita, a superare la stagione delle amarezze e degli scontenti, rimanendo nella stessa casa in cui le une e gli altri si sono vissuti. E non mi persuade per un semplice motivo: figurativamente, da quella casa, e proprio d’inverno, sono stato cacciato. Al di là dell’immagine, da lì, e nella temperie peggiore, sono state espunte e lasciate per strada le idee e i valori in cui credo e dicevano di credere quelli che, con me, quelle mura hanno abitato. E non per un incidente della storia, no; per una libera, convinta e rivendicata decisione di chi lì decideva e ancora decide, senza che quanti sono rimasti dicessero, o facessero, nulla in contrario.

L’elenco delle cose messe alla porta sarebbe lungo, e poco senso avrebbe enumerarle qui. Ma ci sono, e pesano. E capisco il suo invito nelle pagine finali a «distinguere in quel bacino di voti un patrimonio decisivo a migliorare il paese, [evitando di] ridurre il giudizio alla sola classe dirigente» (Op.cit., pag. 135), ma non posso, né riesco a coglierlo. A poco valgono i moniti sul «se no, cresce la destra», pure perché, nel frattempo del governo più democratico, nel senso del Pd, degli ultimi anni, questa è cresciuta, e della peggior specie, senza che l’avere quella sinistra alla guida dei processi politici costituisse argine o rimedio.

Anche volendo evitarlo, resistendo, o almeno provandoci, alle tensioni personalistiche sempre latenti nelle cose degli uomini (ché in fondo, con la dimensione dell’esser persone solo hanno a che fare), non posso non guardare alle biografie che incarnerebbero la nuova narrazione che tutti insieme si dovrebbe raccontare. Le stesse che del partito che ho votato e a cui avevo aderito hanno fatto «riparo per una mobilità sociale negata altrove», per usare le parole di Cupero (Op. cit., pag. 92). E di quelle, non so più fidarmi e non credo di essere l’unico a non riuscire più a farlo.

Per questo, all’autore chiederei: e ora, come convincere gli esclusi da quel buon giro?

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Una risposta a Bel libro, Cuperlo. E ora?

  1. Italiote scrive:

    La Costituzione, che non sembra fosse stata formulata per piegarsi alle esigenze dei maggioritari, avrebbe consigliato a “libere associazioni di persone” di darsi da fare per concorrere a determinare la politica nazionale

    Vale la pena chiarire che l’accezione intesa di “concorrere” si dimostra nel partecipare alla deliberazione parlamentare affinché prenda forma un risultato che non sia stato predeterminato unilateralmente da alcuna delle parti chiamate a rappresentare la Nazione.

    Non sempre tuttavia si utilizzano gli stessi termini con le medesime accezioni: Quante accezioni diverse sono ancora possibili per il termine “partito”?

    Perché “libere associazioni di persone” non sarebbero certo costrette a stringersi tra il bue e l’asinello nel freddo inverno in attesa della stella cometa…

    In ogni caso grazie all’autocensura di chi si astiene non è più necessario il maggioritario per ridurre il pluralismo proprio dove i Costituenti intendevano legittimamente dargli espressione affinché si _lavorasse_ costruttivamente per trovare un ACCORDO per regolare la coesistenza in questa “casa comune” che è la Nazione.

    PS: “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.” (22 Cost); I partiti non sono nazioni ma sembra che con una artificiosa riduzione del pluralismo parlamentare si corra il rischio di privare taluni di “cittadinanza politica” o magari a crederlo riuscendolo poi a farlo diventare vero.

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