Se i governanti temono l’applicazione della legge

Il caso Ilva è un ginepraio di problemi di difficile soluzione. Stiamo parlando della più grande acciaieria d’Europa in cui una società promette di investire due miliardi e mezzo di euro e stima diecimila nuovi posti di lavoro, quando il nuovo assetto andrà a regime. Ma stiamo parlando anche di un progetto con quattromila esuberi rispetto agli impiegati attuali nello stabilimento e soprattutto di un mostro che ha più volte ucciso quelli che ci lavoravano e quanti ci vivevano intorno, che continuerà comunque, per quanto meno, a inquinare, e magari a costringere la gente a casa e le scuole a chiudere ancora, appena il vento soffierà più forte.

Accanto a tutto questo, sullo stabilimento tarantino si profila un inedito scontro istituzionale tra governanti di vari livello, nazionale, regionale e cittadino, con gli ultimi due che presentano un ricorso al Tar e il primo che stigmatizza quella scelta e chiede di retrocedere dai propositi giudiziari, sostenendo che mettano a repentaglio tutta l’operazione imprenditoriale. Ecco, qui la questione diventa pericolosa, per le domande che potrebbe far nascere. Mi chiedo, infatti, come possa il Governo nazionale, che è espressione del legislatore, almeno nella sua maggioranza, temere l’applicazione della legge, dato che alla fine un ricorso a un giudice questo chiede. Come ciò, poi, non rischi di condurre inevitabilmente a un cortocircuito, fra la paura di chi ispira o direttamente fa le norme e la loro pratica applicazione. E come, infine, debba sentirsi l’ultimo dei cittadini, se è il potere stesso a temere i risvolti e gli sviluppi dell’amministrazione della giustizia rispetto alle leggi da esso stesso, direttamente o indirettamente, pensate e definite.

Per questo ultimo aspetto, io mi trarrei fuori da quel novero degli ultimi. No, non perché sia o pensi di essere fra i primi, ma semplicemente perché «a noi cafoni ci hanno sempre chiamati», e forse è per quello che della legge, della sua applicazione e dell’amministrazione della giustizia degli Stati, in fondo, non ci siamo mai del tutto fidati.

Anzi, ben prima dei governanti di tal fatta, e quasi sempre con più ragioni, ne abbiamo avuto paura.

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Una risposta a Se i governanti temono l’applicazione della legge

  1. Italiote scrive:

    «Il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo d’agire, poiché qualsiasi modo d’agire può essere messo d’accordo con la regola. La risposta è stata: Se può essere messo d’accordo con la regola potrà essere messo in contraddizione con essa. […] Vale a dire: con ciò facciamo vedere che esiste un modo di concepire una regola che non è un’interpretazione, ma che si manifesta, per ogni singolo caso d’applicazione, in ciò che chiamiamo “seguire la regola” e contravvenire ad essa”. Per questa ragione esiste una tendenza a dire che ogni agire secondo una regola è un’interpretazione. Invece si dovrebbe chiamare “interpretazione” soltanto la sostituzione di un’espressione della regola a un’altra. Per questo “seguire la regola” è una prassi . E “credere di seguire la regola” non è seguire la regola.» — Wittgenstein

    PS: «Scagli la prima pietra chi non ha mai fatto circolare come verità autentica quello che aveva sentito dire da qualcuno che non ne sapeva affatto più di lui. In tutti questi casi c’è un fattore comune che è particolarmente degno di nota: l’inserimento di uno pseudo-ambiente tra l’individuo e il suo ambiente. Il comportamento dell’individuo è appunto una reazione a questo pseudo-ambiente. Ma dato che è un comportamento, le sue conseguenze, se si tratta di atti, non operano nello pseudo-ambiente nel quale è stato stimolato, ma nell’ambiente reale nel quale l’azione accade.» — Walter Lippman (L’opinione pubblica)

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