La partecipazione insostenibile; una via individuale

Per carità, potremmo discutere fino alla fine dei tempi sul quanto sia necessario che ognuno dia il proprio contributo in un sistema che si vuole democratico, su come sia dalla partecipazione di tutti che quello stesso sistema tragga ragion d’essere e sul fatto che, in fin dei conti, è solo dando ciascuno l’aiuto che può e sa esso diventi migliore, o se non altro più inclusivo e plurale. Ma la discussione sarebbe dal mio punto di vista inutile, in quanto la risposta che darei è quella che do già ora: è così, ne sono perfettamente convinto. E sono nel vero e nel giusto quelli che lo dicono. Però la domanda che pongo a me stesso è un’altra: perché?

Voglio chiarire un punto, prima di dover ascoltare citazioni di un Platone da incarto dei cioccolatini: qui, l’impegno dei migliori per evitare il governo dei peggiori non c’entra affatto. Perché sto parlando del mio, perché non ho l’arroganza di ritenermi fra i primi, perché dei secondi non ho mai fatto parte, almeno nella parte che attiene al governo, e perché, alla fine, io ho sempre cercato di impegnarmi, da quando ho avuto l’età per farlo. Eppure, oggi, qui, mi chiedo se ancora abbia senso farlo. In questo tempo e in questo luogo, ogni osservazione è letta come critica distruttiva, ogni opinione differente dalla norma di quelli che dicono di sì intesa come posizione pregiudiziale, ogni forma di dissenso vista come tentativo di rottura del sottinteso patto sociale fondato sull’assenso, nella migliore delle ipotesi forgiato nel consenso. Ma se non c’è possibilità di contraddizione, allora diventa superfluo, se non inutile, ogni esercizio di parola libera e pensiero individuale. E non m’interessa prender parte a qualcosa se non posso dire la mia, tutto qui.

Quelli che sono capaci fanno bene, parafrasando il Maestrone, a darsi da fare e stare nel flusso dei processi e dei percorsi che contano e in cui si decidono le cose importanti. Io, è di tutta evidenza, non lo sono. Ecco perché continuo a scrivere e commentare i fatti che vedo per quello che li intendo, ma non ho più voglia di esserci e cercare di partecipare.

Seguirò, con Rino, i miei sogni d’anarchia.

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2 risposte a La partecipazione insostenibile; una via individuale

  1. Italiote scrive:

    Sarebbe il caso di chiedere se qualcuno abbia in dubbio che il fine di una democrazia possa essere la coesistenza pacifica ed eventualmente a quali forme di coesistenza si possa mai pervenire in assenza di mediazione.

    Nelle “refutazioni sofistiche” sembra che Aristotele sottolineasse che fosse importante argomentare sulla base di asserzioni accettabili anche dall’interlocutore in modo da evitare “petizioni di principio”: il fine del “dialogo” si manifestava dunque nel grado di considerazione riservato alla mente altrui nel “tradurre” la propria in parole “trasmissibili”.

    Un approccio affine è recuperato da Joshua Cohen nel sottolineare come nelle deliberazioni pluralistiche le argomentazioni debbano essere offerte al fine che altri (per preferenze, convinzioni ed ideali concernerti la condotta personale) sian messi in condizione di decidere se specifiche proposte possano essere “condivise” o meno.

    PS: Da cosa si potrebbe dedurre razionalmente la certezza che pratichi l’indisponibilità alla mediazione riesca a narrare affidabilmente il proprio contributo alle conseguenze?

    Sarebbe autoevidente se in una vasta “assemblea” ciascuno affermasse genericamente che siano gli “altri” a rendere tale aspirazione impraticabile?

    PS: Come gli scarti dei cioccolatini anche le domande retoriche non pongono unicamente questioni di stile.

  2. Italiote scrive:

    errata:
    Da cosa si potrebbe dedurre razionalmente la certezza che [chi] pratichi l’indisponibilità alla mediazione riesca a narrare affidabilmente il proprio contributo alle conseguenze?

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