Per cosa, e per chi, impegnarsi ancora?

Peppino Caldarola è spesso fra le mie letture quotidiane, e non di rado ne condivido le parole. Ieri mattina, addirittura mi è sembrato che stessimo pensando lo stesso pensiero. Ha scritto su Lettera 43 l’ex direttore de l’Unità a proposito della ricerca del voto degli astenuti da parte delle formazioni della nascente sinistra unitaria: «Chi si è astenuto, soprattutto se elettore di sinistra, non ha fatto una scelta di impeto, l’ha lungamente meditata, molti ci avranno addirittura sofferto». Già, lo penso anch’io. E come Caldarola penso che qui si stia «parlando di gente seria, spesso del vero zoccolo duro dei partiti di sinistra e soprattutto di quelli che vengono dal Pci-Pds-Ds-Pd. La delusione ha riguardato molti aspetti. È stata una delusione sulla prospettiva. Alcun ideale ha sostituto la prospettiva di cambiamento radicale».

Inoltre, lo dice lui meglio di me, «questa sinistra non votabile non stava più tra le persone, non la incontravi ai mercati, non la vedevi davanti ai luoghi di lavoro, non c’era punto e basta. Aggiungo infine che la classe dirigente più giovane è sembrata peggiorare la specie con quella sequenza di trasformismi e di vizio del tradimento da far scandalo». Ecco, ora qui siamo: perché io che ci ho creduto per anni, con tutto quello che ho visto poi succedere del mio voto, dovrei ancora fidarmi e dare fiducia? Io credo, banalmente, che solamente questa sia la domanda che spinge tanti ex elettori di sinistra a preferire attività varie a quel rito civile e democratico che si officia con una scheda e una matita, ma presuppone una serie di condivisioni ideali e ideologiche che non si trovano come prodotti confezionati in uno scaffale del supermercato.

Due settimane fa, su L’Espresso, più o meno la stessa cosa osservavano, parlando dell’abbandono di popolo e intellettuali che a quella parte politica da sempre avevano guardato. Mettetevi nei loro panni. Se popolo, per anni hanno votato per quelli che gli spiegavano l’alterità a un certo modo di fare politica, per poi ritrovarseli accanto a chi di quella faceva professione, mutuandone, al contempo, le stesse pratiche. Non eccezionalmente, poi, agli eletti si aprivano strade di comodità e agi, agli elettori, e ai loro figli, percorsi di precarietà nell’oggi lavorativo e pensioni per il domani sempre minori e sempre rimandate; perché pure questo conta, quando si fanno i conti con la sabbia che rimane fra le dita dopo la perdita delle speranze.

Se intellettuali, invece, nella migliore delle ipotesi sono stati ignorati; in tutte le altre, presi in giro e messi alla berlina. E a meno di non voler considerare fra questi i tanti che per un quarto d’ora d’applausi son disposti a fingere che gli stiano bene le cose che contestavano, o quanti vengon detti tali solo perché, in un Paese che legge sempre troppo poco, riescono a vender due libri parlando del nulla che sanno dire.

Che siano tra gli uni o fra gli altri, perché impegnarsi ancora? O meglio, per chi?

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Una risposta a Per cosa, e per chi, impegnarsi ancora?

  1. Italiote scrive:

    Ad occhio il “popolo dei seri” non regge al confronto con il “popolo degli onesti” che pure non gode di universale stima.

    C’è da chiedersi quale livello di disagio possa indurre taluni a considerare seriamente gli strumenti che la Costituzione _garantisce_ per cambiare le cose:

    La “serietà” non può essere appesa al filo della petizione di principio che non ci siano state scelte praticabili per “istinto a fidarsi” e semmai ci fossero state non avrebbero “vinto” su chi la pensasse diversamente dalle _legioni_di _astenuti_ 🙄

    PS: Se l’assenza di alternative elettorali fosse una “fake news” una parte rilevante della popolazione non ha alcun interesse a cambiare le cose di cui hanno da lamentarsi:

    se non si candidano loro quando mai esisterà qualcun altro degno di fiducia? 😀

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