Fake news. Ovvero, dei problemi nascosti dal racconto

La cretinata della Boschi e della Boldrini ai funerali di Riina che nemmeno ci sono stati non dimostra tanto quanto le cosiddette bufale influenzino il modo di sentire dell’opinione pubblica, quanto piuttosto il fatto che quell’opinione pubblica sia così facilmente influenzabile. Certamente ci sarà chi potrà avvantaggiarsi da una situazione simile, ed è una situazione che per certi versi può avere aspetti preoccupanti. Ma ancora più preoccupante, a mio avviso, è il contesto nel quale tutto ciò s’inserisce.

Il medesimo contesto, per dire, nel quale l’annuncio di una norma contro le fake news può essere ripresa da tutti i media senza che nessuno di questi si fermi un momento a capire come la stessa legge potrebbe rivelarsi una bufala, concentrandosi su un piccolo spicchio dell’universo comunicativo (non di rado quello con meno probabilità d’essere preso per vero) e ignorando tutto il resto. Però, dicevo, la mia preoccupazione è un’altra. Se diamo per assodato che basti far vedere un video in cui l’ex presidente del Consiglio in palese visita istituzionale, con tanto di abito scuro e passeggero al pari vestito, possa bastare a farlo credere in vacanza su un’isola del Mediterraneo a bordo d’una costosa fuoriserie, e tutto questo può servire a spostare una mole di voti sufficiente a cambiare gli equilibri elettorali, allora abbiamo già in mente che ci sia un elettorato potenziale talmente suggestionabile e con così poca capacità di capire il vero delle cose da fare della democrazia poco più che una sorta – e per fini nobili o meno a seconda dei casi – di circonvenzione d’incapaci. Gli stessi, evidentemente, a cui poi tutti si rivolgono per ottenerne il consenso.

Io, al contrario, non credo che ci sia una quota di cittadini significativa almeno quanto basti per cambiare l’esito di un’elezione da poter facilmente manipolare con due foto e una notizia palesemente inventate. Se solamente per un attimo lo pensassi, dovrei rinunciare a occuparmi di politica, anche solo a partecipare a quello che, a quel punto, sarebbe un semplice gioco per gente chiaramente non in grado di capire che mai un rappresentante delle istituzioni potrebbe andare a seguire le esequie di un capo mafia.

Come dite, io stesso più volte ho pensato di rinunciare al rito elettorale? Beh, in effetti…

268 Visite totali, 3 visite odierne

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Fake news. Ovvero, dei problemi nascosti dal racconto

  1. Italiote scrive:

    Non cedo alla tentazione di sviluppare i parallelismi con la fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore” ma ne approfitto per sottolineare come l’intento di tale narrazione fosse di trarre un insegnamento da un singolo errore.

    Nella democrazia la sovranità appartiene al popolo e la questione di merito sulle fake news non può essere in alcun modo risolta da una contro-argomentazione “per assurdo” che riduca erroneamente la questione ad una dicotomia tra chi crederebbe di far parte di una cittadinanza “civilmente incapace” e chi sia capace di lodarne la magnificenza. 😛

    «Dimmi, Eutidemo, sei mai stato a Delfi? Sì, due volte. Hai notato l’iscrizione incisa sul tempio: conosci te stesso?» — Memorabilia Socratìs (Senofonte)

    Il modello della “bounded rationality può essere utile a chiarire come la razionalità di una decisione non possa dirsi soggetta a soli “limiti cognitivi” ma anche da altri fattori come la quantità finita di tempo e di informazioni di cui si dispone in ciascun singolo caso.

    Tale modello è applicabile anche alla valutazione (individuale) se una dichiarazione (o una notizia) risponda o meno alla realtà: Un lavoro cognitivo andrà fatto prima di scoprire quali siano vere e quali false ma un risultato negativo non può essere spiegato solo sulla base di “limiti cognitivi” (peraltro -giusto per divagare- l’intelligenza media delle popolazioni aumenta col tempo)

    Quasi fosse una forma di inquinamento atmosferico la capacità fisiologica di reagire dell’essere umano alla disinformazione non è indipendente dai livelli di esposizione.

    Non si può stabilire a prescindere che il livello di disinformazione rimanga costante:
    Si può forse dare per certo che si possa sempre ridurre la quantità totale di informazione alla quale siamo esposti in modo che per essere adeguatamente informati non si debbano intralciare spropositatamente le altre attività quotidiane?

    Vale la pena sottolineare che per non intralciare spropositatamente le altre attività quotidiane è necessario che le informazioni pervenute in vario modo siano costantemente sottodimensionate rispetto alle performance giornaliere sulle quali andrebbero ad incidere.

    Dalla proporzione di disinformazione alla fine appurata dipenderà effettivamente la possibilità di rimanere adeguatamente informati (e dunque penalizzare decisioni pertinenti) o meno.

    Anche la sola possibilità di venire disinformati aumenta il lavoro necessario ad informarsi adeguatamente ma chiunque consideri il rischio di venire disinformato come trascurabile è plausibile che eviti uno sforzo cognitivo che sarebbe pienamente in grado di compiere ma che “suppone” non necessario.

    La psicologia umana cerca istintivamente di evitare sforzi cognitivi ritenuti non necessari:
    https://en.wikipedia.org/wiki/Cognitive_miser

    Verificare ogni notizia è una strategia dai costi cognitivi elevatissimi (cioè estenuante).

    PS: Ai fini delle dinamiche ivi considerate per brevità è indifferente se la disinformazione sia diffusa intenzionalmente o meno.
    http://www.pensierocritico.eu/manipolazione-mediatica.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *