Cerchiamo di non fare le cose che diciamo di non volere

«Fa’ quello che dico, non quello che faccio», fa dire al prete un proverbio dell’Italia meridionale. E può avere un senso e delle ragioni, se ciò a cui si riferisce attiene alla sfera delle verità rivelate e quello a cui si applica parla in vece di un’autorità indiscutibile seppur con voce emessa da carni cedevoli e, per questo, potenzialmente peccanti. Ne ha meno, d’entrambe, se quella frase viene mutuata in contesti differenti, più mondani e umani, potremmo dire. Tra questi, ovviamente, quello politico.

E siccome noi, della politica, avremmo un’idea ispirata a criteri di laicità maggiore rispetto alle materie trattate dai preti (effettivi o ipotetici che siano interessa qui poco o punto), se diciamo di non volere una cosa, poi dobbiamo cercare di non farla. Così, ad esempio, se a sinistra abbiamo criticato il meccanismo della pluricandidature nella quota proporzionale previste dal cosiddetto Rosatellum, poi non dobbiamo praticarle attraverso la, si spera, nascente lista unitaria. Cioè, e per chiarirmi, non è che, temendo penuria di seggi conquistati, qualche leader (o sedicente tale) ceda alla tentazione di candidarsi in più collegi dopo che, proprio sulla legge che ne dà la facoltà, l’ultima parte di quello stesso gruppo che sosteneva il Governo ha rotto con la maggioranza?

Ne andrebbe della credibilità e della coerenza, ma anche della serietà e dell’affidabilità. Perché il prete nel proverbio di prima, tutto sommato e nella considerazione popolare che quell’adagio ha pensato,  non era certo una figura ammirevole e ammirabile in sé. Al massimo, era riverito per l’abito che vestiva. Ma in altri contesti, abiti stimati in quanto tali non ce ne sono.

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