Quei cieli azzurri che in pochi vedono

Le elezioni siciliane, come tutte le elezioni, lasciano al giorno dopo la conta dei vincenti: quasi tutti, ovviamente. Quello reale, ça va sans dire. E gli altri, che, chi più, chi meno, trovano il modo di dire che, in fondo, non hanno così perso e che, insomma, i loro rivali hanno perso di più. E poi ci sono quelli che «sì, abbiamo perso, ma per colpa di quanti se ne sono andati, di chi non è arrivato, di quell’altro che non ha avuto il coraggio di candidarsi», ed è una giustificazione tristemente patetica. Il tutto, però, per il partito di governo non torna. O quantomeno, stride con la narrazione che lo stesso fa della situazione. Mi spiego meglio.

Il Pd in Sicilia ha preso i voti del 13% di quelli che a votare ci sono andati, e che sono la metà di quanti avrebbero potuto andarci. Nel X Municipio di Roma, nell’era del disastro Raggi, ugualmente, ma qui, a votare, si sono recati appena un terzo degli aventi diritto. E prima ci sono state le amministrative non andate proprio benissimo e ancora il referendum costituzionale, con tutto quanto ne è seguito. Ogni volta, il racconto dei governanti ha cercato di vedere in quel voto la coalizione («accozzaglia», dicono loro) di quelli che ce l’hanno col Governo, sebbene, ed è qui il tema, gli stessi ripetano con squilli di tromba come sul destino dell’Italia, da quando ci son loro e proprio perché ci son loro, splenda un sole chiaro in cielo azzurro. Ma se è così, perché le folle festanti non corrono ad applaudirvi?

Perché se io fossi al posto vostro, prima di sbandierare numeri probabilmente malintesi, questo avrei cercato di capire: perché la lettura che si dà dal Palazzo non è la stessa che ne danno le piazze, perché quei dati che l’Inps certifica sull’aumento degli occupati non si traducono in soddisfazione diffusa, perché quella felicità che si disegna sui volti delle élites corrisponda sempre più spesso a un odio di classe, che voi chiamate «rancore» perché siete convinti d’essere post-ideologici, che quando non spinge all’astensione si trasforma in un voto vergato forte, e non di rado in nero, per segnare protesta.

Ecco, tutto questo mi sarei chiesto io al vostro posto, invece di inseguire il primo che lancia sfide televisive, cercare improbabili colpevoli per gli errori della mia parte, consolarmi con la solita arroganza che dimentica come sia in virtù delle scelte fatte che alcune cose, anche le semplici dinamiche delle alleanze politiche, si sono determinate, e che se rivendico quelle, non posso poi meravigliarmi di queste.

Ripeto, «se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare».

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Una risposta a Quei cieli azzurri che in pochi vedono

  1. Italiote scrive:

    Avrebbero avuto risultati peggiori ma grazie alla “benevolenza” degli astensionisti possono consolarsi con risultati più che raddoppiati: le folle festanti non applaudono ma di sicuro sappiamo quello che hanno voluto.

    «L’astensionismo non è solo quantità, ma anche qualità. Favorisce la corruzione di quel che resta della politica, poiché inaridisce il voto d’ opinione, mentre gli scambisti di voti e favori non si astengono di certo. Dunque cresce l’ incidenza percentuale del consenso ottenuto con metodi collusivi. Mi stupisco che non ci sia allarme. Il silenzio della classe politica è forse un segno di accondiscendenza?». (Gustavo Zagrebelsky)

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