C’è del fanatismo nella tensione a conformarsi

Nel secondo dei piccoli saggi che compongono Cari fanatici, intitolato Tante luci e non una luce, Amos Oz scrive: «ci ripetono giorno e notte che “la nostra forza sta nell’essere uniti”. La nostra forza sta in effetti nell’essere tutti uniti intorno al nostro diritto di essere diversi gli uni dagli altri. La diversità non è un male passeggero bensì una fonte di benedizione. Il fatto di non pensarla tutti nello stesso modo non è una fastidiosa debolezza ma il clima giusto per il fiorire della vita creativa. […] Quando siamo bambini, qui ci raccontano che i precedenti stati ebraici sono caduti per colpa di divisioni interne, sono andati distrutti a causa “dell’odio gratuito”. Ultimamente ci propinano anche la manfrina che se solo accantonassimo una volta per tutte le divergenze d’opinione fra di noi e fossimo uniti come un sol uomo, vinceremmo di sicuro sul mondo intero. […] No. La distruzione del Tempio non è stata causata dall’“odio gratuito”. Le precedenti distruzioni sono accadute per colpa dei fanatici, degli oltranzisti che, perso ogni senso della misura e della realtà, trascinarono il popolo d’Israele verso uno scontro fatale contro potenze immensamente più grandi di lui» (Op. cit., Milano, 2017, pp. 51-52).

In effetti, lo scrittore israeliano ha molte ragioni. Quelli che ci raccontano come basterebbe mettere da parte le divisioni e votarsi tutti al bene della patria, quasi sempre mentono. Non di rado, lo fanno per interesse. Ma ancor più del loro tentativo di spiegare agli altri quale sia il pensiero giusto da pensare, pericoloso è il fanatismo che spesso la tensione a conformarsi per rispondere a quell’appello all’unità nell’identità porta con sé. È quello stesso fanatismo per cui se metti in dubbio la verità degli assunti dei più passi per disfattista, peggio, per traditore, mentre stai solo esercitando il diritto a dire la tua. Più pericolosa, questa pulsione lo è nelle democrazie, che formalmente tutelano la libertà dell’opinione diversa e della parola differente, ma nei fatti vedono le relative maggioranze lavorare per divenire totalità.

Tendenza che nei regimi autoritari si fa atto, ma che, allo stato latente, è presente anche in quelli più libertari che sovente questi precedono. Lo spiegava già Piero Gobetti, nel suo Elogio della ghigliottina, l’articolo su La Rivoluzione Liberale che molti ricordano per la definizione di «autobiografia della nazione» applicata all’allora nascente regime mussoliniano, e che, per certi versi, è ancora la migliore sintesi di quel Ventennio che finì nel dileggio del corpo e delle effigi del sedicente duce da quella stessa folla e in quelle medesime piazze che più e più volte l’avevano acclamato dal giorno del trionfo e fino a pochi mesi dalla caduta.

Scriveva Gobetti: «I l fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure».

In fondo, per crescere davvero bisogna fare delle esperienze. Non solo quelle belle.

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Una risposta a C’è del fanatismo nella tensione a conformarsi

  1. Italiote scrive:

    Nel consociativismo si mette al bando l’incapacità di cooperare pur nella “diversità” per formare “maggioranze” senza egemonie.

    Tale termine si riferiva originariamente a forme di governo che garantissero una rappresentanza ai diversi gruppi (minoritari) profondamente divisi consentendo la gestione dei “conflitti” tramite la mediazione e la cooperazione istituzionale dei rispettivi rappresentanti.

    Molto prima che tale termine fosse coniato (da uno studioso di democrazie quale Lijphart), la Costituzione fu già scritta con simile intento e non bisogna andare oltre il secondo articolo per leggere che tra i doveri inderogabili dei cittadini ci sia quello della solidarietà politica.

    La Costituzione fu anche scritta prima che uno psicologo (cfr groupthink, Irving Janis) si occupasse dei modi disfunzionali con cui talvolta i gruppi (o assemblee politiche) mirano al raggiungere il consenso senza pervenire ad una adeguata valutazione critica delle proposte…

    …ma non si può credere certo che, diversamente dalle “democrazie deliberative”, non fosse auspicato come fine del _metodo_democratico_ un “consenso razionalmente motivato” (cfr “Deliberation and Democratic Legitimacy. Joshua Cohen”): i verbali dell’assemblea Costituente dimostrano altro (oltre ad essere utili per individuare quali interpretazioni non sia possibile dare -perché furono esplicitamente dibattute e scartate- agli enunciati della Costituzione)

    In effetti l’interpretazione di espressioni e principi cruciali risulta riadattato in vario modo dalle persone e dunque c’è il rischio che la resa di una costituzione possa variare (“La costituzione di Bokassa è molto simile alla costituzione americana, ma la resa è molto diversa… ” disse Zagrebelski per sintetizzare simile concetto).

    Sarebbe certo interessante prendere nota delle varie accezioni aggiunte per sovraccarico semantico al termine maggioranza (ma anche altri) per poi riconoscere quali accezioni corrano incidentalmente anche il rischio di essere egemonicamente censurate (nell’evoluzione “democratica” del’linguaggio).

    In ogni caso la realtà di leggi incostituzionali approvate “a maggioranza” per essere corrette dalla Corte Costituzionale (solo grazie a di ricorsi di privati cittadini intenzionati a tutelare propri diritti costituzionali) dovrebbe indurre più sollecitudine ad interrogarsi sulla qualità di deliberazioni a cui si pervenga mediante “governabilità” e “fiducia” piuttosto che mettere in discussione i fondamenti cooperativi (o solidali) delle forme _sociali_ più evolute.

    L’uso del termine prosociale testimonia che sia ancora avvertita la necessità di designare affidabilmente tali tratti invece che cancellarne il ricordo o renderli inesprimibili come nella neolingua orwelliana.

    Un’esigenza che risulta utile anche per prendere atto del trattamento riservato a certi principi della costituzione “antifascista”.

    PS: Prima ancora di Irving Janis ed la teoria del groupthink ci fu la satira di Corradino Guareschi ed i suoi trinariciuti circa il “conformismo” obbligato: «la terza narice ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello. […] Naturalmente la terza narice non è una strettissima prerogativa delle sinistre: io credo che ce ne siano molte altre, distribuite un po’ in ogni dove.»

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