Se non per cambiare le politiche fatte, perché uscirne?

Dire «siete la sinistra dei rancorosi», può forse far fine in un dibattito televisivo e di sicuramente impegna poco le meningi di chi lo afferma, ma non coglie i termini reali della questione. Io non ho pregiudizi o risentimenti nei confronti di Renzi, e non è per tanto in virtù di quelli che me ne sono andato dal Pd e che difficilmente lo voterò ancora. Anzi, Renzi mi è molto simpatico, perché almeno ha il dono della chiarezza.

Al contrario, a tanta parte delle politiche fatte dal Pd in questi anni sul piano sociale e su quello economico sono profondamente e radicalmente contrario. E queste due cose, la contrarietà alle scelte messe in atto e la chiarezza di Renzi nel rivendicarle, mi fa dire che il Pd (e una coalizione in cui, giocoforza, esso sarebbe centrale) non lo voterò. Perché quel partito è le politiche che ha fatto, e che tutti hanno confermato nel sostegno poco meno che plebiscitario tributato a chi tutte queste s’intestava. Non ci sono, oggi, due Pd, se pensiamo che la maggioranza, ben il 70%, alle primarie è stata dalla parte di Renzi, e le minoranze sono state rappresentate da un ministro del governo renziano e un renzista della prima ora. Non penso che quel gruppo dirigente, che sarà, molto probabilmente, pure il gruppo portante della prossima compagine parlamentare dem, possa oggi rinnegare tutto quello che ha fatto. Pertanto, non vedo su cosa io, che quelle decisioni ho sempre criticato, dovrei basare il mio consenso a loro o a chi con loro si dovesse alleare.

Perché, per come la vedo io, è molto semplice la faccenda: se non fosse stato per contribuire a cambiare quelle politiche che sempre ho avversato (dai tempi in cui le pensava e provava Berlusconi, per dire), per quale motivo me ne sarei andato dal Pd? Non capisco di cosa si stia parlando, quindi, quando si dice «nuova coalizione di centro sinistra». Cosa si vuole fare, cancellare il Jobs act, la Buona scuola, lo Sblocca – trivelle e grandi opere in – Italia, il decreto Minniti-Orlando? No? E allora non m’interessa.

Per lasciare tutte quelle cose così come sono, basta il Pd, con Renzi e quanti con lui un accordo l’han già trovato (se non sulle politiche, almeno sulle poltrone, direbbe un cinico commentatore ipoteticamente di passaggio), senza il concorso in distinguo di nessun sostenitore dalle pose critiche «ma anche» d’approvazione.

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Una risposta a Se non per cambiare le politiche fatte, perché uscirne?

  1. Italiote scrive:

    Nell’affermare che il PD abbia dato corso a riforme riconducibili al berlusconismo se ne dovrebbe derivare l’implicazione che le tali riforme siano presumibilmente accettate da una parte rilevante dell’elettorato (somma delle fazioni gemelle) e pertanto risulterebbe irragionevole negare la possibilità della formazione di alleanze col PD su _altri_ temi che la destra non appoggerebbe quando persino il M5S (noto per aver introdotto il _tormentone_ niente alleanze) ha offerto una sponda su temi comuni.

    A dispetto di coloro che non hanno mai cessato di spingere per forzare il Paese al bipartitismo inglese (che tra l’altro sta scomparendo) il parlamentarismo repubblicano si sarebbe dovuto fondare sulla mediazione:

    Essendoci più gruppi inferiori al 50%+1 con orientamenti in vario grado differenti non potrebbe mai concretizzarsi il caso in cui tutti i gruppi minoritari possano varare contemporaneamente scelte differenti. Il fatto che progressivamente si sia brigato per sovrarappresentare qualche coalizione in modo che consegua artificiosamente la maggioranza assoluta nelle assemblee deliberative è una _forzatura_ che intende ridurre la necessità di mediazione (ed agevolare il goupthink)

    Il numero di punti in comune tra vari gruppi è variabile (ad esempio nel 2013 persino MS5 e SCELTA CIVICA avevano presumibilmente 12 punti in comune).

    Pertanto la formazione di alleanze parlamentari non ha solitamente come presupposto la completa uguaglianza di orientamento politico bensì la cooperazione verso punti comuni in modo da convergere in una maggioranza su tali questioni.

    Un alleato che partecipi per il 10% ad una coalizione potrebbe comunque cooperare alla realizzazione di alcuni punti programmatici o mediare per emendare alcune proposte invece che lasciare che siano peggiorate in seguito a sostegno da altri gruppi più politicamente distanti (come le cronache politiche riportano)

    Giacché la mediazione (col suo divieto di mandato imperativo) paradossalmente scontenta un po’ tutti c’è invece chi ha pensato nell’ultimo ventennio di creare la suggestione di una influenza diretta mirando in realtà ad una riduzione (sempre a furor di popolo) del pluralismo.

    (Eppure una assemblea _realmente_ plurale consentirebbe potenzialmente di introdurre maggiori informazioni nell’atto deliberativo necessario a convergere su un consenso; una caratteristica che viene invece attivamente osteggiata da elettori quanto da “whip” di partito

    Quello che deve maggiormente contare in una democrazia dovrebbe invece essere un pluralismo _rappresentativo_ e ciò lo si può ottener sia supportando alleati minoritari, per puntare a rafforzare alcuni temi, sia nuovi schieramenti “non alleati”, per introdurre nuove informazioni nella deliberazione (anche senza eguagliare l’efficacia sulla maggioranza che il M5S vanta talvolta di avere con la propria “moral suasion”).

    Nonostante le frizioni introdotte nelle dinamiche elettorali in modo da alterare la corrispondenza tra consensi e seggi, ridurre l’astensione è cruciale anche per diminuire la suscettibilità ad interessi particolari (meno rappresentativi ma più partecipativi).

    Quando si parla di primarie si deve sempre pensare quanto queste siano solitamente ancora meno partecipate delle elezioni legittimanti e andrebbe ricordato che siano state rese ancora più cruciali per via delle pesanti distorsioni forzate sulle leggi elettorali (e da riforme costituzionali) che hanno avuto l’unico risultato di incrementare l’astensione ed ostacolare il ricambio politico.

    Non c’era tanta necessità di primarie ai tempi in cui 80.000 cittadini potevano eleggere anche solo un candidato e l’eventuale frammentazione non avrebbe comportato il mancato superamento di sbarramenti (mediatici o elettorali che fossero).

    PS: In ogni caso la strada referendaria già seguita per le trivelle (ad opera di politici di vari partiti) può essere ripetuta per il jobs act (per il quale uno dei quesiti non è stato ammesso) e gli altri temi. Nuovi gruppi politici che si dichiarino contro dovrebbero perseguire attivamente tale strada senza porsi come se fosse necessario “chiedere il premesso” alla maggioranza in Parlamento…

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