«Con Renzi si vince». O almeno ci riescono gli altri

Scriveva ieri Antonio Polito, a proposito del segretario del Pd: «L’assunto stesso sul quale aveva basato prima la sua scalata al potere e poi il suo potere, e cioè che solo lui avrebbe potuto domare e vincere il populismo a cinque stelle, è stato smentito definitivamente dalla Sicilia. Oggi il centrodestra, vincente a Palermo e in testa in tutti i sondaggi nazionali, può ragionevolmente sostenere, anche in Europa, di avere le chance migliori per impedire che a Palazzo Chigi vada un grillino».

L’editorialista del Corriere non ha tutti i torti, almeno a voler leggere il dato di domenica scorsa in chiave generale. Se l’immagine che di sé e del suo partito Renzi veicolava era quella di costituire «l’ultimo argine al populismo», per dirla con le sue stesse parole, oggi appare invece al margine della contesa politica. Se nella precedente fase riuscì a imporsi come accentratore dell’interesse di tutti quelli che volevano fermare l’assalto dei grillini al palazzo (e obiettivo da abbattere dagli oppositori di ogni estrazione, come capitato nelle amministrative e ancor più al referendum, ma ci tornerò fra un attimo), nella presente quel ruolo, se c’è ancora, è appannaggio di Berlusconi, che infatti lo rivendica. Insomma, la narrazione costruita dal Pd intorno alla paura dei barbari alle porte che determinò il voto delle europee e quello delle successive regionali, sebbene lì già più malferma, si ritorce contro loro stessi, accendendo i riflettori della sfida elettorale solamente su centrodestra e M5S.

E non fa un favore solo a Forza Italia, prima e più che a Salvini e Meloni; anche Grillo e i suoi ci guadagnano. Chiusa per inconsistenza la fase della rottamazione alla rignanese, riprende vigore la restaurazione, persino plastica, nel senso della chirurgia, della restaurazione di Arcore. In questo, il M5S può far tesoro dell’oscuramente dei dem, e tentare di giocare il ruolo di unica alternativa a una nuova stagione berlusconiana con qualche concreta possibilità di riuscita, provando a concentrare su di loro, e qui l’altra similitudine con il fenomeno renziano e con il momento d’inizio del suo tramonto, la notte del 4 dicembre del 2016, tutte o gran parte delle attenzioni di quanti, di rivedere l’ex Cavaliere di nuovo centrale nella vita della nazione, non hanno molta voglia.

Di più. Pure quelle esperienze di sinistra che una certa stampa conformista non si stanca mai di archiviare per comodità e pigrizia alla voce “identitarie” possono trarre vantaggio dalla situazione che si va delineando, a patto di non aver paura del vuoto e non acconciarsi a un’alleanza rassicurante, nel senso dei seggi “sicuri”, con quelli che, sondaggi alla mano, paiono garantire qualche opportunità in più, e rischiare in proprio, con la forza di idee realmente differenti e il vigore di parole nuove e volti pari a queste, perché potrebbero sfruttare il vuoto di analisi e proposta su temi sentiti da tanta parte della popolazione e che saranno dimenticati o affrontati con grossolanità e puerile banalizzazione da parte dei competitors maggiori sulla scena elettorale.

Insomma, forse avevano ragione quelli che spiegavano come e quanto con Renzi si vincesse. Al massimo, dimenticavano di specificare chi fossero i vincitori e quali, e perché, erano invece da annoverare fra gli sconfitti, per quanto, da dopo quel fuorviante maggio del 2014, i segnali ci fossero già tutti e fossero tutti già ben visibili, se solo li si fosse guardati e si fosse cercato di comprenderli, al di là degli hashtag.

Ma si sa, quem Iuppiter vult perdere dementat prius.

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