Un filo di memoria per uscire dal labirinto della banalità

Giuliano Pisapia (sì, lo so: ma ve l’ho detto che sono costretto a casa dalla convalescenza e che i giornali, in questo periodo, non paiono voler parlare d’altro) nel dirsi ancora convinto del suo progetto (avesse almeno spiegato quale sia) e nell’augurare a Roberto Speranza buon viaggio (con quel cognome, le battute sugli auguri vengono in gran copia), ha precisato di non credere «nella necessità di un partitino del 3%». Già, quelli come lui, un partito così al massimo lo prendono per andare a Montecitorio o a Palazzo Marino, si sa.

Ma al netto di questo e del fatto che non mi sembra, ad occhio, che l’ex sindaco di Milano sia a capo di un’irresistibile movimento di massa, sulle colonne del benpiensiero, da giorni c’è un continuo fiorire di articolesse infarcite di rimandi storici, che spiegano come D’Alema stia pensando a una sorta di nuova Rifondazione, mentre Pisapia abbia in testa una prospettiva di governo. Ora, cari amici, io però ricordo una storia diversa. E in quella, Pisapia era il rifondarolo all’opposizione, mentre a governare c’era D’Alema. Così come, ai tanti pisapiani che vorrebbero spiegarci che non ci si può opporre a un governo guidato da un partito di centrosinistra, perché altrimenti si rischia di far vincere le destre, vorrei ricordare che, anni addietro, il loro leader (e giustamente, aggiungo) andò fin sotto le bombe del Kosovo per spiegarci che, casomai, è quando la sinistra fa la destra che quest’ultima ha già vinto. Anzi, e meglio, è proprio allora che la prima, più che perdere, rischia di perdersi.

Perché, insomma, va bene tutto, ma dopo aver militato, onorevolmente, in Democrazia Proletaria, essere stato eletto per due volte alla Camera con Rifondazione Comunista e aver fatto, se con tutte le ragioni, di sicuro con pochi torti, opposizione ai governi sostenuti e retti da un partito di sinistra come i Ds, ed esser stato vicino a Sel per la sua, entusiasmante, avventura nelle primarie meneghine del 2010, dover ascoltare proprio da Pisapia, nemmeno fosse D’Alema, lezioni di realpolitik votate alla pratica di governo con la tesi, trita, del «se no, vincono i populismi», rischia di essere troppo pure per stomaci usi alle mille giravolte e incongruenze della politica italiana.

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