Anche per il Governo, il Jobs act è peggiorativo

Quando la cordata Am Investco Italy, composta dalla multinazionale Indo-francese Arcelor Mittal e dal gruppo Marcegaglia, rilevò gli stabilimenti dell’Ilva dalla famiglia Riva, sul piatto mise un piano industriale che, tra l’altro, prevedeva l’impiego di 1,8 miliardi per l’acquisto degli impianti e 1,2 di investimenti tecnologici e ambientali, con l’impegno di concordare ogni possibile riduzione di personale con le parti sociali. Oggi, la stessa proprietà comunica unilateralmente la riduzione, per esuberi, di 4.000 posti di lavoro, il licenziamento con successiva riassunzione a Jobs act vigente per gli altri 10.000 e tagli ai salari per circa 500/600 euro a lavoratore, da ottenersi attraverso l’eliminazione degli scatti maturati e l’azzeramento di tutti gli accordi integrativi aziendali. Una vera e propria “carognata”.

L’epifania di questa razza padrona (predona?) ha costretto un moderato di idee liberali in economia come il ministro Carlo Calenda a definire «irricevibile» la proposta sul futuro dell’Ilva. Ovviamente, il ministro ha ragione, soprattutto nello specificare che quell’idea della proprietà è inaccettabile «in particolare per gli impegni sugli stipendi e l’inquadramento». Ma forse al ministro sfugge il particolare che, con le sue parole, sta dicendo che il Jobs act è uno strumento normativo utile alle aziende per peggiorare la qualità dei rapporti di lavoro e ridurre salari e diritti. Perché l’azienda, in fondo, chiede di utilizzare per i suoi dipendenti le stesse norme che i governanti elogiano a ogni tweet sospinto, e che oggi, e giustamente, un importante esponente dell’Esecutivo giudica un «irricevibile» scadimento delle condizioni economiche e per quanto concerne i diritti dei lavoratori. In pratica, quello che qui fuori, noi critici del Jobs act, diciamo da sempre.

Perché è proprio temendo casi come quello dell’Ilva che ci si opponeva allo smantellamento progressivo dei diritti garantiti sul lavoro e, di conseguenza, delle ancore di appiglio nelle trattative e nelle rivendicazioni contrattuali. Se quelle saltano o vengono meno, perché una malintesa idea di modernità le ritiene freni al dispiegarsi delle magnifiche sorti e progressive del mondo liberato dai residui di un immaginario Novecento oscuramente sindacalizzato, allora si indeboliscono le possibilità di trattare, non dico alla pari, ma almeno essendo sicuri che non si possano proprio subire tutte le pressioni e non si debba accettare qualsiasi condizione lavorativa, magari dovendo pure ringraziare la magnanimità del padrone che, facendo milioni sulla pelle e sui polmoni di chi lavora nella sua fabbrica e sulle loro famiglie (ché questo l’Ilva, almeno a Taranto, è stata), un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua, dopotutto, ancora lo concede.

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Una risposta a Anche per il Governo, il Jobs act è peggiorativo

  1. Italiote scrive:

    «Ma forse al ministro sfugge il particolare che, con le sue parole, sta dicendo che il Jobs act è[…].»

    Una simile percezione potrebbe invece apparire ingiustificata specie senza una spiegazione che illustri come si spossa mai pervenire a tale interpretazione.

    Se sono stati specificti “stipendi e l’inquadramento”o “retribuzioni e scatti di anzianità” senza nominare il “jobs act” dovrebbe essere possibile desumere che l’inaccettabilità verta proprio su tali aspetti.

    Quanto alle implicazioni del jobs act ci sono pubblicazioni di economisti a riguardo: per es. “Così il Jobs act cambia la struttura dei salari” su lavoce.info (proprio sugli scatti di anzianità)

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