Perché non mi fido dei bravi e buoni borghesi

Alla vigilia della pubblicazione, in programma per oggi, del diciottesimo Rapporto Giorgio Rota su Torino, il bollettino che annualmente, su iniziativa del Centro studi Luigi Einaudi, fotografa lo stato della città e che quest’anno, emblematicamente, è titolato Recuperare la rotta, un editoriale di Luigi La Spina ieri su La Stampa disegnava per il capoluogo piemontese una situazione di mesto decadimento, fra l’assenza di visioni della politica e il sentimento di abbandono della società civile, parlando, senza mezzi termini e fin dal titolo, di «declino» e senso di tradimento.

Ora, può essere che l’editorialista del quotidiano subalpino abbia ragione. D’altronde, non ho mai capito dove risiedesse l’alterità della giunta torinese rispetto a quella capitolina e in cosa e come i destini delle due città potessero essere differenti. Al contempo, devo supporre che un po’ tradita la cittadinanza avrà dovuto sentirsi anche prima, se è vero che ha scelto quelli che sapeva essere incompetenti, o almeno inesperti, pur di mandare a casa chi, in varie forme, amministrava da un quarto di secolo. Ovvio, si potrebbe ricordare l’atteggiamento di curiosità conciliante avuto dal mondo che quello stesso giornale adesso critico rappresenta rispetto agli inquilini di Palazzo Civico, ma non si può non tener presente che lo stesso Chiamparino, in questi giorni rapido a incalzare e riprendere la sindaca sul bilancio del Comune, si fosse mostrato più che possibilista rispetto alle virtù amministrative della giunta pentastellata, tanto che circolavano battute su di un «governo Chiappendino». Una cosa non stupisce: la brava e buona borghesia, a Torino come altrove, sta sempre col più forte. Ecco perché di essa non mi fido, mai, nemmeno quando avversa quelli che io stesso critico.

Il caso torinese, in questo, può essere preso a paradigma. Di certo, a giudicare dalla geografia urbana del voto, con un Fassino vincente al ballottaggio proprio in quei quartieri dove questa vive, la borghesia della Mole non ha cercato l’Appendino. Anzi, si potrebbe dire che l’abbia addirittura subita, visto che è stata eletta principalmente dalle periferie. Ma fin da subito se l’è fatta andar bene, dato che potere e comando erano dalla sua, e ha contribuito a creare quel mito della diversità dei cinquestelle torinesi che è valso a lei, probabilmente, il raggiungimento delle posizioni di vertice nelle classifiche di gradimento degli amministratori. Appena quel sentimento è mutato, per mille ragioni, non ultime quelle legate alla gestione pratica della città, gli stessi disposti a collaborare si sono accorti della possibilità di opporsi.

In pratica, hanno valutato cosa convenisse loro fare nel momento in cui lo facevano. Perché quello fa la buona e brava borghesia: non sceglie una parte, segue il suo interesse e sta sempre, e solamente, con chi vince e per la durata di quella vittoria. Lo scrivono, epifanicamente, gli editorialisti dei loro giornali; dovrebbero coglierlo, e mandarlo a memoria quasi come lezione di vita, quanti ci giocano a carte, ne frequentano i locali e le case, li nominano al vertice degli enti…

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