Più che una biblioteca, servirebbe un’etica diversa nell’uso della lingua

«Negli anni della Prima Repubblica — con i partiti più che granitici e con le preferenze conquistate sul territorio — i “cambi di casacca” dei parlamentari erano una rarità. Clamoroso, nel 1975, fu il voltafaccia del super ministro dc Fiorentino Sullo che, sotto il pressing interessato del conterraneo irpino Ciriaco De Mitra, se ne andò con i socialdemocratici per poi tornare indietro nel 1983. Oggi invece — con i partiti deboli e con gli eletti che non riescono a scrollarsi di dosso l’etichetta di “nominati” — serve il pallottoliere, se non una calcolatrice, per tenere il conto dei deputati e dei senatori che cambiano squadra».

Così Dino Martirano sulle pagine de Il Corriere della Sera in edicola lo scorso mercoledì 26 settembre, per un articolo d’attacco fin dal titolo, con quel «voltagabbana», rivolto a deputati e senatori rei (data la condanna emessa, non può che essere una colpa il fatto, almeno per il giornalista resosi in quello giudice) d’aver cambiato partito, sparato in alto, a chiarire subito e senza possibilità di fraintendimenti le distribuzione delle parti fra i buoni e i cattivi. In questi stessi giorni (e proprio di mercoledì, con coincidenze da teatro classico), il quotidiano milanese sta portando in edicola la Biblioteca della lingua italiana, 25 volumi a cura di Giuseppe Antonelli e dedicati alla cura del nostro patrimonio linguistico; ecco, e se invece, o meglio, accanto a importanti e meritorie iniziative editoriali, lo stesso giornale chiedesse e provasse a definire una diversa e meno urlata etica dell’uso della lingua?

Perché, vedete, io non metto in dubbio che ci sia, fra quei parlamentari che han cambiato partito, qualcuno che lo ha fatto per interesse. Così come, ed è anche nelle parole di Martirano, pure io penso che un’elezione con le preferenze, e magari su base proporzionale, sia espressione di un maggior radicamento, e quindi dia più forza, al singolo eletto. Nondimeno, quella dell’indipendenza di mandato rimane una pregiudiziale importante nelle democrazie evolute, e la forza che danno le preferenze non è sempre e solamente positiva, soprattutto se non è chiaro il come siano state conquistate.

Invece, con la semplificazione non nuova alle colonne della maggiore testata della borghesia del Belpaese, i comportamenti della classe politica vengono additati a esempi di miseria morale e umana, con l’uso di parole fuori posto e contesto («voltagabbana» oggi, «casta» ieri), quasi che l’intento fosse quello di colpire, delegittimandola, in toto la rappresentanza del Paese, in tutti i casi, democraticamente eletta.

E in fin dei conti, la democrazia stessa, come piace fare ai populisti quando servono i padroni.

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