Se per paura che vincano fate le loro politiche, non stupitevi che qualcuno ignori le differenze

«La differenza che non fa differenza non è una differenza». La frase, in apparenza banale, viene solitamente attribuita a William James, fra i primi esponenti della filosofia pragmatista, che pare l’abbia mutuata in parafrasi da una precedente affermazione dal fondatore di quella corrente di pensiero, Charles Sanders Peirce, riportata dallo stesso James (Conferenza II. Che cosa significa pragmatismo, in W. James, Pragmatismo, 1907, edizione italiana a cura di S. Franzese, Milano, 2007, pag. 33): «Non ci può essere una differenza da qualche parte che non si traduca in una differenza altrove».

Tutta questa introduzione, diciamo così, filosofica – pur senza averne io le opportune competenze accademiche – per dire ai teorici di un altro tipo di pragmatismo, quello che si vuole immaginare quale modus operandi in politica, che può essere data differenza solo se delle differenze si producono. Così, fare le cose che farebbe la destra se vincesse solo per paura che la destra vinca, non ha molto senso e, appunto, non pone in campo delle differenze apprezzabili fra le due ipotesi. Quella sullo ius soli, con Alfano che si lancia in sottigliezze dialettiche per spiegar la distanza fra il possibile e il giusto, è un caso di scuola in questo senso. Scrive bene Mario Calabresi: «hanno vinto la propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni. Hanno perso ottocentomila ragazzi, la politica che ha il coraggio di scegliere e uno scampolo di idea che si poteva ritenere di sinistra, ma perfino di centro». Solo che il direttore de La Repubblica dimentica qualcuno, nel suo elenco dei vincitori e vinti in questa storia: i parlamentari e i politici delle forze di maggioranza. Sì, perché loro, in quella peculiare accezione pragmatica della politica di cui si diceva, sono da considerare fra i vincenti. Se, infatti, vincere è stare al governo, lì sono; ergo, hanno vinto.

A nulla valgono le idee, i princìpi, le visioni complessive. Contano le cose concrete che fanno le donne e gli uomini pratici; si fa solamente quello che si può fare, senza inseguire per forza quel che è giusto, come giustamente, dal suo punto di vista, ovvio, spiega il ministro degli Esteri: l’importante è che siano quelli giusti a farlo.

È la fine delle ideologie, che festeggiavamo cavalcando un muro che cadeva. E questo era.

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2 risposte a Se per paura che vincano fate le loro politiche, non stupitevi che qualcuno ignori le differenze

  1. Fabrizio scrive:

    Negli anni ’80-’90 Pininfarina e auto-aerei-treni;nel nuovo millennio Pininfarina acquistata da una societa’ indiana.
    Ieri FS e Pininfarina , domani Pininfarina e Indian Railways !?
    Indian Railways , Alstom e Bombardier (non Siemens)!?

  2. Italiote scrive:

    E la popolazione votante avrà la facoltà di determinare alle prossime elezioni quelli che saranno legittimati a fare “la differenza” anche attraverso veti a modifiche normative.

    Ma vero è che sempre più spesso chi “vinca” lo faccia all’insaputa di parti consistenti di una popolazione che pullula di miriadi di concezioni differenti del “giusto”).

    Si spera che questioni come lo “ius soli” risultino in una normativa sufficientemente stabile e non che faccia ping pong da un polo all’altro dello spettro politico ad ogni legislatura (magari con maggioranze non realmente rappresentative e pronte per essere smentite con referendum dai risultati “costituzionalmente vincolanti”)

    In una democrazia il miglior risultato non può prescindere dal consenso della popolazione: misera sarebbe la condizione di una popolazione che risulti ostile alle soluzioni da cui trarrebbe beneficio anche qualora queste venissero pragmaticamente attuate.

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