Perché pensare fa paura

Il centro sociale Làbas di Bologna era un’esperienza di autonomia veramente singolare. Nato in una ex caserma abbandonata che il collettivo omonimo negli anni era riuscito a recuperare attraverso campagne di autofinanziamento, costituiva ormai un punto di aggregazione riconosciuto per l’intero quartiere. Per questo, mentre veniva sgomberato con la forza, e pure la violenza, a giudicare dalle immagini che abbiamo potuto vedere, i residenti sono scesi in strada al fianco degli attivisti.

Fra questi, una signora, per stile e parole visibilmente lontana dall’ambiente autonomista, chiedeva ai poliziotti come opliti schierati dietro i loro scudi, perché, tra tutte le situazioni di emergenza e degrado presenti in città, fossero lì a sgomberare un luogo dove, in fin dei conti, ci andavano i bambini a giocare e a imparare. Perché il Làbas quello era, un luogo dove si tenevano i laboratori per i bambini, Labimbi, e un dormitorio sociale, Accoglienza Degna, con 15 posti letto. E una scuola di italiano per stranieri. E una pizzeria biologica. E il mercato bio Campi Aperti, tutti i mercoledì. Allora, con quella signora, perché chiuderlo? Perché dar corso a un ordine o a una legge palesemente fuori contesto? Perché non riflettere prima di disporre un provvedimento, i magistrati, o di eseguirlo, i poliziotti? Perché il pensiero fa paura. Al magistrato, quello degli altri, al poliziotto, il suo.

I giudici devono applicare le leggi, e non possono permettere la facoltà a qualcuno di pensare che oltre queste ci possa essere un mondo diverso e forse persino migliore. Le guardie devono rispettare gli ordini, e non possono permettersi il lusso di pensare che forse, dalla parte che stanno per colpire, ci siano più ragioni di quante da quella dalla quale muovono. E allora, via con i manganelli su ragazze troppo esili per difendersi, giù le visiere sui caschi per non incrociare gli sguardi di quelli che cacciano, alte le difese, nel caso di là qualcuno trovasse la forza di respinger l’assalto.

La legge è legge. Ma quanto è triste la città se non è anche altro.

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