L’invidia è esecrabile. Per chi può permettersi di non provarla

Non di rado, mi capita di ascoltare o leggere argomentazioni contro quelli che criticano i potenti e i ricchi improntate alla stigmatizzazione del (presunto) sentimento che li anima: l’invidia. Al di là de i toni da macchietta di cui certi personaggi hanno a volte abusato, contrapponendo l’amore per il mondo vantato senza prove all’altrui odio per loro, anche in stagioni più recenti mi sono imbattuto in spiegazioni simili.

Quante volte sarà capitato pure a voi: «lo criticano perché vorrebbero essere come lui»; oppure, «è tanto contestata quanto è invidiata»; e ancora, «sì, come la volpe con l’uva, dicono di disprezzare quel che non sanno come prendere». Non dico che così non sia, però mi permetto di far notare che l’invidia è sempre esecrata, da quelli che possono permettersi di non cedervi. Perché, vedete, io ho avuto la fortuna materiale (il merito no, perché potevo nascere in un campo profughi del Darfur, e la mia storia sarebbe stata decisamente un’altra) di aver avuto tutto quello di cui avevo bisogno, e quella culturale di non aver mai desiderato più di quanto potessi avere. Ma non per tutti è o è stato così. Per questo, prima di condannare l’espressione del risentimento cercherei, e cerco, di capire l’origine del sentimento.

E sì, lo so che da sempre le società degli uomini hanno tentato di mettere al bando quel sentire, attraverso le morali e le religioni, come nei comandamenti dell’antico decalogo. Ma sappiamo anche che morali e religioni servono a conservare l’ordine costituito, che è quello che va bene a chi in quello sta bene. Per dirla con il Tito di De André: «“Non desiderare la roba degli altri,/ non desiderarne la sposa”. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi/ che hanno una donna e qualcosa».

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