No, non è solo un problema di comunicazione

Alla fine, uno potrebbe anche soprassedere rispetto alle parole di un’oscura e anonima dirigente di partito o lasciar perdere le frasi dette da un ignorabile senatore. Oppure no, visto che se in quei ruoli guidano una forza politica importante e grande come il Pd e la rappresentano nelle istituzioni, e da lì l’intera nazione, e dato che lo stesso segretario che li ha scelti e che, quando serve e capita, li difende, in fin dei conti, non è alieno da concetti grosso modo simili.

La sintesi migliore dell’evoluzione (o involuzione, fate voi) di quella parte l’ha fatta Marco Meloni, deputato Pd, non certo un sovversivo esponente delle opposizioni: «Sta accadendo troppo di frequente che io, e certamente insieme a me tantissimi democratici, proviamo una enorme vergogna per le posizioni espresse da dirigenti del nostro partito, il Partito Democratico. Prima “aiutiamoli a casa loro” (Matteo Renzi, segretario nazionale). Poi la “difesa della razza (italiana)” (Patrizia Prestipino, esecutivo nazionale). Ora Stefano Esposito, senatore, che oltrepassa decisamente la soglia dei valori minimi, non negoziabili, di umanità. Immagino che, dopo le parole farneticanti pronunciate alla TV questa mattina, cercherà di spiegare, precisare, chiarire che, per carità, “è stato frainteso”, che intendeva dire altre cose. Invece è tutto chiaro, e vorrei che fosse chiaro anche a lui, quanto lo è a me, un concetto semplice: non salvare una persona la cui vita è in pericolo significa essere complici della sua morte».

Ecco, archiviarli come scivoloni comunicativi non basta più. Non basta più perché sono molto altro e molto peggio. Sono la plastica dimostrazione del dove può condurre la voglia di inseguire le pulsioni credute utili elettoralmente, sono l’incarnazione della logica “la gente chiede risposte comprensibili”, sono, non so quanto consapevolmente o meno e non so quale delle due ipotesi sia peggiore, la resa definitiva alla pancia del Paese, ai suoi sentimenti più triviali, ai suoi risentimenti beceri quanto ingiustificati.

E mi pento sinceramente e ancora una volta d’aver votato per loro.

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Una risposta a No, non è solo un problema di comunicazione

  1. Italiote scrive:

    Sebbene i migranti “potrebbero” essere ignari del rischio non si può ragionevolmente supporre lo stesso per i trafficanti (e spesso torturatori).

    I flussi illeciti generati da trafficanti di migranti costituiscono un grave problema conseguenza dell’abuso del diritto internazionale (quello del “porto sicuro più vicino”): a quanto è dato capire spesso i migranti pagano un costo di dieci volte superiore ad un viaggio aereo per diventare “naufraghi”.

    Non possono accedere a viaggi sicuri perché in virtù della direttiva del Consiglio dell’Unione Europea 2001/51/EC e l’articolo Article 26a dell’Accordo di Schengen l’onere di rimpatrio di migranti non in possesso di requisiti per l’ingresso (tra cui quelli concessi dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiati) graverebbe sulle compagnie di trasporto che operano legalmente nel territorio europeo e che dunque sono “incentivate” a impedire tali flussi.

    Cosa ci facciano i trafficanti con quei soldi possiamo solo _paventarlo_.

    Se fosse lo stato italiano a farsi pagare per il trasporto a prezzi più convenienti dei trafficanti (costo fisso della traversata + parte variabile “rimborsabile” dipendente dai costi di rimpatrio) si potrebbero almeno recuperare le spese di rimpatrio qualora i migranti non fossero in possesso dei requisiti necessari e si garantirebbe un trasporto non “autolesionistico”.

    Il 68% dei migranti giunti via mare in Italia hanno richiesto asilo nel 2016 ed in tale anno solo il 38,7% rispettava i requisiti necessari ad ottenerlo (“Migranti giunti via mare e richiedenti asilo in Italia Anni 1997-2016” Elaborazioni ISMU su dati del Ministero dell’Interno e UNHCR).

    Se solo tale “autolesionismo” fosse stato sufficiente ad influenzare i requisiti necessari ad ottenere i permessi verrebbe da fare il parallelismo col “ricatto morale” o “violenza privata” a prescindere da quanto meschino possa apparire.

    Ci sono persone che rischiano la vita ed è naturale pensare ad aiutarle ove si tratti di problemi cronici servono soluzioni equilibrate di lungo periodo per non fare come nel racconto del principe felice di oscar wilde.

    Quattro miliardi in un anno sono di entità paragonabile ai 12 miliardi in sette anni per l’Aquila: Forse è il caso si parlare di “calamità naturale” perché i costi che incombono primariamente sul nostro paese, già in crisi per svariati motivi, sono severi mentre il resto dei samaritani dell’eurozona tira “solidamente” solo sospiri di sollievo.

    Apparentemente nessun paese è realmente intenzionato a consentire “legalmente” viaggi aerei sicuri ai migranti.

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