Perché i vincenti e felici son noiosi

Pelé è stato il calciatore più forte di sempre? Forse. Merckx  il miglior ciciclista? Probabilmente. Schumacher (sempre auguri) il pilota più completo? Quasi sicuramente. E però, non so come dire, un po’ di noia nel sentire le loro storie la si avverte. Per carità, Pelé ha superato il dramma delle periferie, ma, insomma, poi non ha fatto più nulla di emozionante. Sul piano umano, dico. Ha vinto, certo. Ma nient’altro. Come Merckx , appunto, come Schumacher, ingiustizie del fato a parte, come Platini, Prost e tanti altri.

Senna, invece, no. O Villeneuve. O Pantani, sempre triste nello sguardo, anche quando vinceva. Anzi, soprattutto allora, quasi davvero volesse correre non tanto per arrivare primo, quanto per porre prima fine al suo dolore, in un’eterna salita verso Val Thorens col ginocchio ferito dalla caduta nella discesa, come in quell’interminabile e stupendo 20 luglio del ‘94. O Coppi, mai al traguardo alzando le braccia. O Maradona, per nulla perfetto. Tutt’altro; sregolato e dannato, al limite fra la perdizione assoluta e il trionfo eterno. In una parola geniale. Meglio: interessante.

Perché le armonie del jazz sono sempre ben educate e in linea con quello che ci aspetteremmo dalla musica. Eppure, ad alcuni piace il blues, piacciono le note che paiono dubitare del loro stare insieme, quella tristezza dolce e infinita che solo danno i momenti più veri e pieni. E che soli san trasmettere i geni e i miti.

Compresi i campioni, quelli veri, a cui, qualche volta, capita pure di vincere.

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