Per quanto minore, sempre male è

I fatti degli ultimi giorni e le posizioni assunte dai diversi Paesi europei sulla questione dei migranti han portato molti a riflettere sullo stato dell’arte dei rapporti fra Stati all’interno dell’Unione. Noi tutti, me compreso, abbiamo festeggiato il ridimensionamento elettorale delle proposte di destra uscito dalle urne in Olanda, Austria, Francia. In quest’ultima, soprattutto, in tanti hanno non solo tirato un sospiro di sollievo per la sconfitta della Le Pen, ma proprio tifato perché vincesse Macron, baluardo dell’europeismo si diceva. Molti altri, più sobriamente, hanno spiegato il loro sostegno a lui in quanto «male minore» rispetto alla sua rivale. Posizione che apre uno scenario differente, soprattutto alla luce delle sue scelte e decisioni.

Perché, sì, rispetto alla Le Pen, Macron è indubbiamente e largamente migliore, e anche per quanti, come me, possono criticare le sue idee politiche, appare ancora come, appunto, il «male minore». Qui però non possono non tornare alla mente le parole di Hannah Arendt (La responsabilità personale sotto la dittatura, testo di una conferenza tenuta in diverse università americane fra il 1964 e il 1965, tradotto da Enzo Grillo per MicroMega, n. 4, 1991, pp. 185-206, in Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, a cura di Roberto Esposito, Milano, 1996): «Dal punto di vista politico, la debolezza dell’argomento qui dibattuto consisteva nel fatto che chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male». Ovviamente, il riferimento del discorso arendtiano è incomparabile con l’attualità, ma la tesi rimane valida. Minore, certo, ma pur sempre di un male si tratta.

Nella trasposizione della tesi all’interno delle miserie del presente, in effetti, di vero e proprio male forse non se ne dovrebbe nemmeno parlare. Diciamo, allora, che il ragionamento potrebbe vertere sul peggio, e quindi sul «meno peggio» che solitamente ti chiedono di preferire quelli che ormai hanno rinunciato a sognare il meglio vero e proprio. Perché le utopie sono sogni infantili, le ideologie sono finite, il pragmatismo è l’unica cosa che rimane e poi, insomma, bisogna muoversi nell’ottica del governo, della gestione dell’esistente, della compatibilità con l’organizzazione delle cose per quelle che sono… «ed è una morte un po’ peggiore».

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