Bisogna esser comunità per far pratica d’antifascismo. E oggi, proprio quella manca

«Ancora più del pastiche ideologico di Casa Pound, attrae l’offerta di una militanza che si trasforma in comunità politica. Se movimenti come questo, e altri che ruotano nella galassia nera dell’estrema destra, si radicano in fasce giovanili è perché tutti i partiti hanno abbandonato il rapporto con la società civile, o lo attivano solo in maniera strumentale, senza quel coinvolgimento ideale e progettuale che rilancerebbe la loro immagine». Due periodi di un ragionamento più ampio e ugualmente interessante con cui Pietro Ignazi, su La Repubblica di ieri, tenta di spiegare la rinascita di pulsioni fasciste che quotidianamente si vedono moltiplicarsi nel nostro Paese.

Che sia uno stabilimento balneare veneto o una lista comunale del mantovano, i fenomeni sono sempre di più e sempre più minacciosi. Per questo, ben vengano iniziative come quella del Pd sull’inasprimento della lotta all’apologia del fascismo, mentre le posizioni assunte dalla maggiore delle opposizioni, il M5S, servono solo a far chiarezza su cosa intendano col trito e vuoto «né di destra, né di sinistra». (Nota per i fanatici della libertà di espressione: è quantomeno curioso che chi non sarebbe disposto a concederla ad altri ne possa rivendicare per sé il diritto, mentre è proprio per difenderla che nascono le norme per limitare la propaganda di ideologie che mirano a cancellarla. Insomma, «se pure i fascisti mò devono parlare…». Nota per i patiti del «eh, ma voi volevate allearvi con loro»: io non sono un noi, e sono talmente lontano da quel loro che non ho nemmeno finto il commiato ipocrita alla scomparsa del relativo ideologo e mentore). Ma il punto che segnala Ignazi è in ogni caso inevitabile; in nelle formazioni di estrema destra, molti vedono un senso di comunità che da altre parti non hanno mai trovano o non trovano più. E solamente una «comunità» può darsi davvero come baluardo antifascista. Comunità, è il dramma che viviamo, che proprio oggi non è data negli altri soggetti dell’agire pubblico, sostituita da consessi di professionismo applicato alla politica che hanno come unico messaggio rivolto all’esterno un separatorio e distanziante «lasciate fare a noi, che soli siamo i capaci e i meritevoli, con i mezzi giusti per provvedere agli affari dello Stato e delle istituzioni».

Però così, temo, l’effetto che si potrebbe ottenere sul versante di quella lotta è tutt’altro che positivo per quanti credono nell’antifascismo. Perché se quelli son fascisti, con chi dovremmo correre all’armi? Meglio, per chi? Per partiti pieni di gente tronfia dell’arrogante propria presunta ineluttabilità e pronta a spender una vacua consistenza nel tentativo continuo, e urticante almeno quanto noioso, di spiegare un esser migliore giustificato solo dalla coincidenza del posto ricoperto?

Ecco, da qui il dubbio nei tanti che quell’appello all’intangibile valore sia interessato.

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