Nessun errore di comunicazione, il messaggio è proprio quello

Una slide del Partito democratico in cui si leggevano cose come «noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli», i migranti, e «aiutiamoli a casa loro» ha fatto scattare così velocemente la polemica che dal Nazareno si sono affrettati a spiegare che era stata solo una semplificazione imprecisa delle pagine del libro di Renzi e che il senso era ed è tutt’altro. Il libro non l’ho letto per intero, anche perché uscirà solo il 12 luglio, ma mi sono capitate sotto gli occhi le pagine da cui quella slide era stata tratta, selezionate dallo stesso sito del Pd, quindi non certamente da censori sospettabili di antirenzismo. Vi si legge: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». E poi: «vanno aiutati a casa loro. Perché l’immigrazione indiscriminata è un rischio che non possiamo correre. Sostenere la necessità di controllare le frontiere non è un atto razzista, ma un dovere politico». E inoltre: «è evidente che occorre stabilire un tetto massimo di migranti, un “numero chiuso”, che, in relazione alle capacità del sistema paese di valorizzare e integrare in maniera diffusa, nel rispetto della sicurezza e della legalità, consenta un’accoglienza positiva e sostenibile». E ancora: «Chi viene qui deve fare i conti con la nostra identità. Che è innanzitutto identità, culturale, civile, spirituale, sociale».

No, non credo fosse un errore di comunicazione quella semplificazione a uso diapositiva; il messaggio era ed è proprio quello. Certo, un segretario di partito può adottare la linea politica che vuole, soprattutto quando è fortemente legittimato a farlo dalla comunità che dirige. Inoltre, io non sono affatto convinto che quelle parole non rappresentino il pensiero dei militanti del Pd, almeno della loro maggioranza: da alcuni scambi di opinione via social, anzi, direi che in non pochi casi ne costituiscano pure un tentativo di moderazione. Quella forza politica, tutta e, come sempre, con le lodevoli eccezioni che mai si distinguono nei fatti, ha mutato i suoi orizzonti e la propria rotta, non posso far altro che prenderne atto. Nondimeno, mi è difficile non ricordare di quando tutti lì dentro dicevamo che «non possiamo accoglierli tutti» era il modo cinico e spietato per liquidare la questione da parte di quanti avversavano la pratica dell’accoglienza tout court, che «difendiamo frontiere e identità» era roba di destra e che «aiutiamoli a casa loro» era solo un ipocrita slogan leghista. Oggi, tutti quei concetti sono nelle pagine del libro del segretario del Pd. E c’è ancora qualcuno che ti chiede perché te ne sei andato.

D’altronde, su altri piani lo scivolamento a destra è da tempo iniziato: dall’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori al verticismo nelle scuole, con tanto di preside con facoltà di scelta degli insegnanti, dalle trivelle libere per mare e per terra alla politica delle grandi opere in lungo e in largo, dalla possibilità di tagliare le utenze di base e negare la residenza agli occupanti senza titolo di immobili altrimenti vuoti alle norme per allontanare i poveri dal centro per tutelare, dicono, il “decoro” delle città, dal decreto Minniti-Orlando che ha fatto parlare due senatori dem di “diritto etnico” a, ora, quel già dal Carroccio sentito «aiutiamoli a casa loro».

Come dicevo, ne prendo atto; però, che tristezza.

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