Io sto con Tornasol

Non so quanti di voi abbiamo visto il Palio di Siena domenica scorsa. Solitamente non lo seguo, ma m’è capitato su RaiDue prima del tg e così l’ho guardato. Di cavalli capisco ben poco, di corse ancora meno, di contrade e altre questioni senesi nemmeno a parlarle. Però, ieri l’altro, stavo con Tornasol, la cavalla che avrebbe dovuto correre per la Tartuca, montata dal fantino Luigi Bruschelli, da tutti in quel contesto chiamato Trecciolino.

Avrebbe, dicevo, perché l’elegante quadrupede, a un certo punto, si è rifiutata di correre il Palio. «Gareggiate voi», pareva voler dire con quel suo fare ostinato e ribelle, «la corsa è vostra, vostra la vittoria: ve la lascio subito e mi ritiro». Alla fine, l’ha spuntata: la gara è partita, e lei non c’era. Ecco, Tornasol, in quel momento, è come se ci avesse detto a gran voce: correre non è necessario. Partecipare, gareggiare, cercare il successo non è obbligatorio. Si può decidere di farsi da parte, di tornare per dove si è scesi in carriera e scegliere di farsi di lato. Quella cavalla, domenica, ha involontariamente messo a nudo il senso effimero di quanto questa società ha reso valore assoluto: la competizione. La stessa che lei ha dimostrato non essere ineluttabile.

Certo, è il frutto della lettura ideologica di un fatto semplice, una cavalla che, magari perché spaventata dalla memoria d’un trauma, era riottosa ad avvicinarsi alle funi di canapa per la partenza. Ma è ugualmente un’immagine piena, rivelatrice, mitica, oserei dire. D’altronde, da sempre, per spiegare morali diverse o usuali, si ricorre all’uso favolistico di figure animali. Perché non potremmo farlo oggi per contraddire il pensiero dominante?

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