Io li capiscono quelli che rinunciano

Narrano le cronache dei tempi passati che, parlando della sua biblioteca, un per nulla ironico Raffaele Mattioli, «il banchiere umanista», ebbe a dire al Migliore, Palmiro Togliatti, che avrebbe potuto pensare di intavolare discussioni profonde e complicate con lui solo qualora il leader comunista avesse studiato e approfondito tutti i testi che questa conteneva, come egli aveva fatto per anni. Probabilmente, miti di giorni andati, ma come tali, appunto, rivelatori del modo in cui allora le cose venivano intese e sentite.

Sfogliamo oggi i giornali, o accendiamo quella tv che all’epoca era ancora di là da venire, o apriamo l’internet che mai avrebbero immaginato: plaghe popolate di sussiegosi esponenti di una classe dirigente politica (le altre non sono di stoffa diversa, però almeno non mi chiedono il voto), formatasi per sottrazione, col piglio di quelli che han capito tutto e l’alterigia di quanti si ritengono arrivati, spiegare al mondo la propria vanità tronfia del vacuo essere che la sostiene. E qualcuno ti chiede anche perché sei stanco di doverne commentare le gesta e per quale motivo mai, o meglio mai più, muoverai un dito, figuriamoci una matita copiativa, per dimostrare in essi la tua fiducia, o semplicemente il tuo consenso. Lungi da me paragonarmi a Mattioli, ma di Togliatti non ne vedo: io sono l’ultimo degli elettori, eppure, dal basso dove ho ben piantati i piedi, guardando ai primi fra gli eletti nell’alto dei luoghi in cui siedono, lo sconforto mi vince nel compassarne le qualità.

«Perché, tu saresti più capace di quelli che ci sono?», potrebbe obiettarmi il lettore distratto. Quando mai; io faccio per quel che valgo, e se così lungi è da me il luogo della rappresentanza a qualsiasi livello è perché non ne merito il compito. Nondimeno, vorrei veder lì assisi donne e uomini molto migliori di me, mentre mi ritrovo gente che confonde il Cile col Venezuela, che prende il re dei Franchi per un formaggio della Val Grana o che scambia i colpi che una fortuna eccezionalmente generosa gli ha tributato con l’esito meritato delle proprie competenze.

E così capisco quelli che si arrendono e rinunciano a esser parte attiva nella πόλις.

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Una risposta a Io li capiscono quelli che rinunciano

  1. Italiote scrive:

    Gli archivi del Ministero dell’interno consentono di confermare che Piero Calamandrei prese parte all’assemblea costituente candidandosi in un partito che ebbe il consenso dell’1,45% dei votanti (Partito d’azione; Circoscrizione Firenze-Pistoia).

    Oggi non sarebbe più possibile perché con molta retorica si minimizza l’importanza della rappresentatività.

    C’è un argomentazione circa il pericolo delle disuguaglianze che rileva come queste si accompagnino a barriere epistemiche (nell’acquisizione della conoscenza) idonee ad indebolire le democrazie.

    Aggiungervi il requisito che ogni elettore scelga un rappresentante ritenendo che abbia una preparazione superiore alla propria non influirebbe sul risultato (ancor più ove il 40% dell’elettorato non abbia istruzione superiore alla licenza media).

    Una proposta molto antica per ovviare al “problema” sembra fosse stata la timocrazia (dove l’onore non è inteso come censo) al fine di isolare la gestione della polis dalle opinioni di larga parte della popolazione.

    Erano tempi in cui non si poteva certo considerare un campione casuale della popolazione residente come “rappresentativo” della polis giacché le polis funzionavano grazie ad un numero di schiavi di dieci volte superiore agli aventi diritti politici.

    Giacché gli schiavi erano plausibilmente considerati “oggetti animati” non sorprende che taluni abbiano denominato democrazia una forma di governo da cui erano escluse persino le donne.

    La disuguaglianza probabilmente era percepita come risultato del volere degli dei.

    Tornando ai giorni nostri in cui il pantheon delle divinità greche si è estinto per volere della popolazione, sarebbe opportuno chiarire quale “sfumatura” debba avere una democrazia.

    Qualora sia la “rappresentatività”, l’ineguaglianza può comportare una selezione sub-ottimale di rappresentanti che hanno il compito di individuare una mediazione tra le priorità vagliate da un elettorato pluralistico (cioè frammentato). Ne conseguirebbe la necessità di ridurre le diseguaglianze per consolidare l’esercizio dei diritti democratici (finalità che può ritornare alla mente rileggendo il secondo comma dell’art 3 Cost).

    Qualora non sia la “rappresentatività”, le priorità non dovrebbero necessariamente coincidere con quelle rilevanti per la popolazione.

    Certamente i migliori hanno -per definizione- una comprensione delle cose che supera quella comune ma è anche vero che chi finisce col credere che le sue scelte siano ininfluenti (learned helplessness) non è motivato a votare.

    Putacaso sono generalmente gli strati sociali più svantaggiati; cfr “Why the voting gap matters” by Sean McElwee

    L’ipotesi che le opzioni elettorali potrebbero essere percepite come ininfluenti perché gli unici a proporre certe priorità non abbiano (neanche tramite consulenze) le competenze per concretizzarle dovrebbe indurre almeno a chiedersi perché certe priorità non trovino il favore dei più “competenti”.

    La correlazione ipotizzata non implicherebbe necessariamente che certe priorità siano causate -strictu senso- “dall’incompetenza”.

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