Non è mia, ma un po’ capisco la tentazione di rivalsa

Personalmente, ho votato “no” perché preferisco il bicameralismo paritario a quello confusionario, perché credo che i problemi del rapporto fra Stato ed Enti locali sarebbero stati complicati e non risolti dalla riforma della riforma del Titolo V proposta e perché penso che per approvare le leggi, tutte o alcune che siano, bisogna essere stati eletti direttamente per farlo. Ma sarei ipocrita se negassi che l’annuncio di dimissioni del Governo in caso di sconfitta dei “sì” abbia fallito su di me l’effetto deterrente per il quale era stato pensato, diciamo.

Ciò detto, il broncio di queste ore sui volti dei renziani proprio non lo capisco. Insomma, questa storia è iniziata con l’immagine del loro leader impettito e la mano in tasca mentre ridicolizzava il Senato a cui chiedeva la fiducia (dimentico, o all’oscuro, del fatto che quel “rappresenta la nazione” valesse altresì in forma passiva, e cioè che è similmente la nazione a essere rappresentata da quelle Aule a cui parlava con quasi sprezzo e boria) e poi sono seguiti mille giorni di, in ordine sparso, caccia al gufo, dagli al rosicone, ce ne faremo una ragione, chi?, un abbraccio agli sconfitti, saluti dai vincenti, siete inadeguati come gettoni per un iPhone, loro perdono lettori mentre noi guadagniamo consensi, vota il titolo peggiore della stampa italiana, se non vi allineate siete fuori dalle commissioni parlamentari, perdono tempo per non perdere le poltrone, noi facciamo le cose mentre altri s’atteggiano a professionisti della tartina, sconfiggeremo i tifosi della palude, rottamiamoli!, nelle urne vi asfalteremo, e continuate voi nella lettura del catalogo noto alle cronache per le perle di stile oratorio. Adesso che la stagione volge a più miti consigli e meglio misurate decisioni, si stupiscono che qualcuno non pianga la loro sconfitta. Se aveste voluto empatia, non avreste sparso alterigia né distribuito arroganza.

Non è stato nelle mie corde il servo encomio quando ogni fiato gonfiava le vele dei giovani al potere, non lo sarà ora il codardo oltraggio. Così come non ho alcuna rivalsa da trarre dalla loro caduta, ché nulla aspiro a diventare o prendere più di quel che già sono e ho. Però, un po’ la capisco la tentazione di rivincita in quelli che, sconfitti come Ettore, han visto le spoglie delle loro idee portate in giro per dileggio dal novello Achille vincitore, mentre i sodali d’un tempo s’affrettavano a salire a bordo del cocchio trionfante, a rischio di miserrime figure e con alto sprezzo del ridicolo.

Se per qualche tempo dovrò fare a meno dell’altezzosità proterva di ministri indisponibili a rispondere alle domande perché chi gliele poneva, secondo il personale giudizio, non faceva «un giornalismo di rinnovamento», della sussiegosa approssimazione di riformatori superficiali e impreparati, a giudicare dai risultati, che accusavano «i professoroni» di voler «bloccare le riforme», o della tronfia vacuità di politici il cui massimo dell’articolazione logica d’un ragionamento è contenibile in un #ciaone, immagino che sopravviverò.

Sebbene debba ammettere che m’ha divertito osservarne le trascurabili avventure.

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