Se volete eleggere i senatori, dovete riformare la riforma

Il rumore, ché ormai è sempre solo più tale, intorno al referendum confermativo sulla revisione della Costituzioni voluta, sostenuta e approvata dalla maggioranza di governo (lo so, sembra strano parlare di regole comuni fatte da una sola parte, ma tant’è) è giunto al punto in cui nemmeno ci si accorge più delle stonature. E lo stridore delle cose dette rispetto a quelle fatte sta aumentando verso vette inimmaginabili e inconcepibili, almeno a voler rimanere all’interno dei canoni del principio di non contraddizione, s’intende.

Prendiamo l’ultima intervista di Graziano Delrio e la parte in cui dice: «siamo pronti a lavorare, come ha detto il premier, sulla proposta della minoranza Chiti-Fornaro. Che prevede due schede: una per l’elezione dei consiglieri regionali, una per i senatori». Bello, no? Certo, solo che, in quello che il suo governo ha voluto fosse scritto nel testo, si legge che i senatori li eleggono non i cittadini, ma i «Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano». Sì dirà che ciò deve avvenire «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri», ma, appunto, per «i consiglieri», non per i senatori e in conformità, che può raggiungersi semplicemente mantenendone le proporzioni, come pure già indicato nello stesso articolo (e chissà come si farà nei casi in cui i senatori saranno solo due: ne sceglieranno uno per parte, sovrastimando le minoranze, o saranno appannaggio entrambi delle maggioranze in quei consigli, premiandole ulteriormente?). Quindi, l’elezione dei senatori da parte dei cittadini, diretta, è esclusa dalla riforma che vogliono far passare; se al contrario intendono prevederla, dovranno riformare la riforma.

Situazione paradossale, insomma, un po’ come quella che sta vivendo l’altra gamba dell’impianto delle istituzioni renzizzate e del loro assetto, quell’Italicum che mezz’Europa avrebbe dovuto copiarci e che nel giro di qualche settimana dalla sua entrata in vigore, e prim’ancora che se ne potesse testare la validità in una tornata elettorale, era diventato orfano e rinnegato.

Ora, con l’elettività dei senatori ci si appresta a rivivere la stessa insensatezza dell’assertività governativa. Ricordate la ministra Boschi? Sì, quella che un tempo era sempre in tv (a proposito, è da tanto che non si vede più quanto e come prima; tutto bene, vero?) e che dà il nome a tutta la riscrittura della Carta. Ecco, poco più di un anno fa, affermava stentorea che il Senato non elettivo era «un punto chiave della riforma, anche perché a questo sono collegate le funzioni del Senato, gli organi di garanzia. Quindi è difficile poi non rimettere in discussione tutta la riforma». Netto, chiaro, preciso; in quella visione, chi vestirà il laticlavio a palazzo Madama (altro che chiuderlo) non sarà eletto, ma nominato da (e fra) altri rappresentanti istituzionali. Discutere quel punto sarebbe come ridiscutere tutto il collegato impianto riformatore.

Di più, nell’ipotesi in cui si volesse immaginare una legge nazionale che spiegasse il contrario, e cioè che i senatori debbano eleggerli direttamente gli elettori, oltre che essere potenzialmente in contraddizione con la facoltà data alle Regioni di farsi il proprio sistema elettorale, mantenendo allo Stato solo una funzione di indirizzo nei princìpi generali, potrebbe profilarsi pure come scelta “incostituzionale”, dato che sarebbe in contrasto con quel precetto del novellato art. 57 della Costituzione di matrice renziana che, si diceva, vuole che a scegliere il Senato siano i «Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano».

Per stare nel merito, chiaritevi le idee.

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