Domenica? No, non posso

Allo statunitense Mr Lewis che aveva appena finito di spiegare, nel suo brindisi, come fosse tempo che anche la vecchia Europa si arrendesse al principio del “professionismo” pure nelle questioni della politica, non tralasciando di stigmatizzare quanto fatto da quelli che a essa si dedicavano con passione senza farne mai “mestiere”, da lui apostrofati come «dilettanti», Lord Darlington rispose: «Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore”. […] Inoltre, (proseguendo) credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla».

Quelle pagine della splendida opera di Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno, parlavano di un tempo che stava inesorabilmente finendo, con la tragedia incombente del secondo conflitto mondiale, e non sarò io a difenderne le vestigia. Nondimeno, le parole che l’autore fa pronunciare all’aristocratico inglese paiono riacquistare senso oggi, a molti anni dall’alba di quel mondo nuovo e più democratico che dopo quella lunga notte s’intravide. Cos’è oggi la politica se non quel “professionismo” di cui diceva Mr Lewis con le accezioni che a esso dava Lord Darlington? Cosa se non questo è l’insistere sui temi dell’efficienza della “governabilità”, termine incautamente fattosi attivo, contrapposti alle lentezze della “rappresentanza”? Ma se è così, quanto interessa a me, e perché dovrei perder tempo per informarmi, capire, partecipare?

Se non son considerato quale “rappresentato”, dato che quella non è più funzione principale delle istituzioni, ma come “governato”, visto che lì è il primato della politica, allora io, per antico vezzo di schiatta, rinuncio e mi sottraggo a un meccanismo che mai sarà mio e comunque non mi appartiene perché ha scelto di non comprendermi. La partecipazione ha senso se si devono eleggere i “rappresentanti”; scegliere i “governanti” significa prendere atto che, in ogni caso, le posizioni sono gerarchicamente bloccate, e questo lo so già d’arcaica memoria. Rimane il tifo, ma non è nelle mie corde.

No, signori, avete vinto e forse avete ragione: per far politica la “partecipazione” è superflua, ci vogliono delle competenze (e gli antonirazzi e le pinepicierne, i gianluchibonanni e le paoletaverne spiegano bene quali e quante), ed è inimmaginabile che a essa si dedichino quelli che non vogliono o non possono farla per “mestiere”. Rimangono le elezioni e il prender posto come sugli spalti per una partita, per quelli a cui piace il genere.

«Quand’è che si vota, domenica? Peccato, non posso. Leggerò i risultati sul giornale».

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