Fate con comodo, non vi aspetteremo

«Marozzi capì dove buttava il vento e per ammorbidire i toni della discussione usò l’espediente che gli aveva suggerito Sisti. Parla della “fase”, gli aveva detto. A dei comunisti, se gli parli della fase e gli dici con convinzione che questa è una fase che richiede prudenza vedrai che si calmano». Lodovico Festa, Provvidenza rossa. Mi sono imbattuto quasi per caso in questo brano, ma mi sembrava ideale per spiegare la fase, appunto, che sta vivendo il partito di governo, con i comunisti, quelli della “Ditta”, che vorrebbero chiedere di più, ma che si acconceranno in buon ordine quando verrà loro spiegato, con convinzione, che, data la situazione generale del Paese, della politica e della società, non è possibile mettere in crisi il governo.

Nonostante ciò, le parole che hanno scosso il Pd in questi giorni, quelle di D’Alema, hanno un fondamento. Un “malessere”, come dice nella sua intervista al Corriere, c’è davvero; e molti già se ne sono andati. Altri stanno arrivando, e infatti, credo, sia proprio quello il fine dell’azione di chi guida il partito. Gli stessi che fanno sapere che “D’Alema è finito, bollito, per questo nutre rancore”, e non si capisce perché lui sarebbe fuori tempo, rappresenterebbe il passato, mentre uno come Fassino incarnerebbe il futuro. Il primo è appena sei mesi più vecchio del secondo, e mentre l’uno ha lasciato la “poltrona”, per dirla come volgarmente va di moda nelle élite odierne, già tre anni fa, l’altro si candida a rimanere sulla sua per altri cinque. Discorso non dissimile si potrebbe fare per Bassolino e De Luca, o Chiamparino, o Bianco.

Certo, in giro ho letto tanti commenti del tipo: “ero dalemiano, ma ora sta sbagliando”. Non affrettatevi a spiegare, né a giustificarvi, lo sappiamo: non avete smesso voi di essere suoi fedeli, è lui che ha cessato di essere potente. Sorte che capiterà anche a Renzi, quando quelli che oggi sono i più fedeli alla sua parola in forma di tweet, e che ieri erano i maggiori avversari, domani saranno i primi a dirsi “mai stati renziani”. E poi è vero, la colpa è pure sua se la politica a sinistra negli ultimi vent’anni (processo invero iniziato già prima, se pensiamo al “fenomeno Berlinguer” e a come lo cantava Rino Gaetano nella sua Capo fortuna: «Dimentica i tuoi problemi/ imbarca i tuoi remi/ lui pensa per te») s’è schiacciata nella dimensione leaderistica, con la generazione dei lothar e degli emuli; e il fatto che alcuni di quelli passati dal “baffino” di Gallipoli al “guascone” toscano siano proprio gli stessi aggiunge solo ironia da teatro classico alla vicenda.

Per ritornare al tema da cui ho iniziato, chi immagina la scissione di quella parte di partito, a mio giudizio, sbaglia. C’è “la fase”, ovvio, ma ci sono una serie di problemi, come cinicamente notava sabato Monica Guerzoni, sempre sul Corriere della Sera: «La minoranza insomma resta divisa e poi, concordano i bersaniani sottovoce, per rompere ci vogliono i soldi». Perché un conto è parlare di Sanders, altro è fare come lui. O come i tanti naïf e dilettanti della politica, nel senso di non professionisti, che sanno e immaginavano quanto fosse difficile costruire qualcosa di nuovo al di fuori dell’abbraccio di “mamma partito”, però pensavano e pensano che per le proprie idee valga la pena rischiare, soprattutto quando nulla si ha da perdere se non le catene.

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