Quel “concretismo dei professionisti” che alimenta il populismo

“Ridurre le tasse non è di destra o di sinistra, è giusto”, dice oggi Renzi, con le stesse parole con cui lo diceva ieri Reagan. “Non ci sono alternative”, ci hanno spiegato ai tempi di Letta ricordando quello che diceva la Thatcher. E alzare l’età pensionabile è necessario, rendere sempre più precario il lavoro ineluttabile, tagliare il welfare inevitabile; che ci siano questi o quelli a governare, in politica bisogna fare “le cose concrete”, che sono sempre le stesse e le devono fare quelli che sono capaci di fare la politica. Chi non è d’accordo e vorrebbe altro? Beh, o rinuncia o vota contro gli uni e gli altri, la destra e la sinistra, che in quel “concretismo dei professionisti” appaiono uguali.

Il continuo scivolamento verso la parità delle politiche praticate e discusse dai sedicenti “riformisti” di sinistra e di destra, che si traduce nella placida convivenza all’interno degli stessi governi, ormai non più scandalosa e sempre meno eccezionale, spinge quanti sono alla ricerca di un’alternativa allo stato dei fatti a rifugiarsi nell’astensione attiva (che non è il semplice rinunciare a praticare il diritto di voto, ma il rifiuto del meccanismo istituzionale quale veicolo della rappresentanza delle proprie idee), quando non nel sostegno a quelle forza definite “populiste” che mettono in discussione la placida convivenza di quelle visioni che fra loro dovrebbero essere inconciliabili.

No, non sono tutti convinti da Grillo coloro che votano il suo movimento o si dicono disposti a farlo. Né sono tutti fan di Salvini quelli che non sarebbero disposti ad alzare la matita copiativa nell’urna per cercare di fermarne l’affermazione. È che sono stanchi d’essere presi in giro attraverso il racconto dell’ineluttabilità e imprescindibilità dell’organizzazione attuale dello Stato e della politica, contro cui opporre altri assetti e visioni radicalmente differenti, per dirla con le parole di Napolitano, sarebbe “irresponsabile e velleitario”.

Se tutto e già definito e non si può fare diversamente da come viene fatto, e se a farlo non possono che essere coloro che già lo fanno, allora non serve decidere attraverso il voto. Allora sono davvero “tutti uguali”. Allora gli unici che possono determinare un cambiamento sono quelli irriducibilmente contro. E pure se questa contrarietà è puramente ed esclusivamente formale, la tentazione di “usarla” per far saltare il tutto e provare a ricostruire qualcosa di nuovo e diverso è presente in molti, soprattutto in chi è capace di capire che quell’alterità dichiarata non è sostanziale.

L’eterogenesi dei fini si fa nemesi. Veicolando il messaggio della fatalità delle politiche adottate e degli schemi assunti, i professionisti dello status quo pensavano di garantirsi l’accettazione fra le masse con la spiegazione delle “cose concrete”, tali perché prestabilite. Invece, accade che proprio quel senso di immutabilità della situazione data che essi interpretano con il continuo presenziare a dispetto dei cambiamenti e con il cambiare delle opinioni pur di garantirsi la presenza, soffia sulla possibile rivolta al mondo che vorrebbero eternare così com’è.

L’assenza di una visione, di un racconto, di un pensiero radicalmente alternativo rispetto alle cose che ci sono allontana dai riformisti tutti quelli che in esse non si ritrovano. Perché se vuoi il cambiamento, non ti basta un hashtag. E se chi dice di perseguirlo non fa nulla che vada incontro alla tua concezione del mondo e alla tua condizione materiale, allora favorire l’avvento di chicchessia pur di far saltare lo schema, non è un’idea poi tanto peregrina.

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