E noi, perché dovremmo starci?

Confesso, ho letto il blog di Claudio Velardi. E il fatto che l’articolo in questione mi fosse stato segnalato da un amico non attenua minimamente le mie colpe. Detto ciò, il già dalemiano osservante ora fervente renziano, a proposito della rottamazione come approccio culturale, nel suo articolo Il nuovo partito vecchio sulla mobilitazione lanciata sabato scorso dal Pd capitolino, fra mille spocchiose affermazioni tristemente elitarie, un punto lo coglie con precisione.

“Salvo i pensionati che tengono le chiavi dei circoli, coloro che decidono – oggi, concretamente, in Italia –  di dedicare una parte cospicua del proprio tempo all’attività politica, non lo fanno per ‘militare’ ma perché – in massima parte – aspirano a cariche pubbliche”, scrive infatti il giornalista partenopeo. In massima parte, credo che abbia ragione. E aggiungo subito che ritengo tale aspetto, di per sé, non un male e nemmeno un bene.

Quello che non capisco, però, è perché dovrei starci io, il singolo, l’elettore, il cittadino. Mi spiego meglio. Se, in massima parte, quelli che si approcciano ai partiti e alla politica lo fanno non per “militanza” ma per aspirazione personale a “cariche pubbliche”, perché io dovrei sostenere un partito, qualunque esso sia? Se quello è il motivo, e se la politica è, come s’arrischia a sostenere lo stesso Velardi citando Weber, una sorta di misto fra professionismo e vocazione di leader più o meno affermati e riconosciuti, a me che importa? Devo forse impegnarmi per favorire percorsi di carriera individuali che portino al raggiungimento di quelle cariche? E perché? Per poter gioire dell’affermazione professionale di un funzionariato politico che ritiene di poter ignorare le mie istanze che probabilmente ritiene, per dirla ancora col nostro fulminato sulla via di Rignano sull’Arno, “rozze, indistinte, radicali”?

L’ex capo dello staff del Baffino, in quel sentire non è solo, ma esprime in modo diretto il senso del “lasciateci lavorare” che più volte giunge da quei politici che vorrebbero gli elettori spettatori di una partita che solo loro sono titolati a giocare, senza invasioni di campo e con un tifo conformato e composto. E proprio per questo, in massima parte, quei cittadini si allontanano da quanti che in quel modo intendono la politica.

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