Provincia: chi c’è, e può farlo, batta un colpo

Accade, a volte, che le cose capitino. Così, semplicemente, senza che nessuno ne determini l’esito o ne preveda le conseguenze. Altre volte, le cose si fanno, ma chi le ha fatte, ne parla come se a farle fosse stato qualcun altro, o quel fato che in altri casi le fa capitare.

La riforma delle Province si pone nella seconda tipologia di eventi. Andiamo con ordine. In questa legislatura, con un provvedimento che porta il nome di un politico che è tuttora ministro, Graziano Delrio, si è deciso di abolire le amministrazioni provinciali. Abolire, oddio: diciamo sensibilmente ridurne le capacità operative e la rappresentanza democratica. Fatto sta, che oggi questi sono istituzioni di secondo livello, in cui non viene meno la presenza politica (seppure senza riconoscimento di emolumenti, prezzo necessario a saziare la demagogia imperante), ma solamente la sua elezione diretta da parte dei cittadini.

Quel che manca e mancherà sempre più in futuro, invece, è tutta una serie di possibilità per attuare quei servizi che, fra alti e bassi, ciascuna Provincia dall’Alpi a Sicilia comunque erogava. E non stiamo parlando di “varie ed eventuali”,  ma di controllo e tutela del territorio e dell’ambiente, trasporto pubblico, edilizia scolastica, viabilità, e tante altre cose. Un po’ ovunque, amministratori comunali divenuti pure provinciali si lamentano dello stato dell’arte di una “riforma” (ormai si chiama così qualsiasi provvedimento) che non si capisce bene dove voglia andare. Soprattutto, che pare non andare proprio da nessuna parte.

Prendiamo la nostra Provincia. Qui la situazione è così complicata che gli amministratori di Corso Nizza e i sindaci del territorio si sono convocati giovedì scorso a Cuneo, a Parco della Resistenza (scelta evocativa?), per rendere note e far conoscere a tutti le difficoltà ormai insormontabili dovute ai tagli di bilancio e risorse imposti dal Governo. Una manifestazione “non di protesta”, l’ha definita il presidente Federico Borgna, anche se non si capisce come si possa non protestare mentre si elencano una serie di difficoltà indotte da scelte governative che, parola di diversi fra gli intervenuti, rischiano di mettere addirittura a repentaglio la qualità della presenza dello Stato nei territori.

Tornando a noi, quella di Cuneo è una condizione simile ad altre, troppe, in tutta Italia. E, in tutt’Italia, a denunciare la situazione di insostenibilità dovuta alle decisioni del Governo sono gli stessi che quel medesimo Governo decidono di sostenerlo, direttamente o indirettamente a seconda dei ruoli, o di cui sono addirittura parte.

Insomma, per farla breve: quei tagli e quelle disposizioni che tante difficoltà creano, saranno pur stati decisi da qualcuno? E siccome quel qualcuno è ancora là dove si può decidere pure diversamente, perché non lo fa? Perché, anzi, molto spesso si confonde, come parte politica prim’ancora che come decisore, fra coloro che quelle decisioni subiscono?

Qui, drammaticamente, la questione da tempo è venduta come una “riduzione dei costi a favore dei cittadini”. Ma se è così, chi la contesta vuole l’incremento di quella spesa o, almeno, è contro quei risparmi? Ovviamente, la faccenda è di tutt’altro tenore, e stiamo parlando di un ente di governo intermedio importante, di personale qualificato che viene quasi completamente dimenticato, di un ruolo e di compiti che non si è ancora capito chi dovrà svolgere, come e con quali risorse. E siccome è seria, non la si può giocare sull’aria della farsa, come spesso pare che avvenga.

Una farsa che, quale ritorno della storia, toglie anche la patina della doppia ragione del tragico, da un lato quella del diritto del territorio alla propria autodeterminazione gestionale, dall’altro quella del legislatore e del Governo alla loro facoltà di ridisegno degli assetti organizzativi. In ultima istanza, dinanzi alla situazione che è stata determinata, chi ha contribuito a renderla tale e deve, dagli ambiti nazionali a quelli regionali, definire il come se ne esce, che cos’ha intenzione di fare?

A parte, ovviamente, presenziare alle forme di “non protesta”, ai presìdi e ai convegni organizzati per “fare il punto” sui limiti e le problematiche di quelle decisioni che, in opere e omissioni, ormai sono state assunte, e che da sole difficilmente cambieranno.

(Questo articolo è stato pubblicato sulla testata online CuneoCronaca)

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