Se non mentivano prima, mentono adesso

Ci ho messo un po’ a scriverne, perché sinceramente m’ha stupito non poco. L’intervista che Fassino ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera all’inizio può sembrare eccezionale. Non perché sia raro che il sindaco di Torino parli a un giornale, ma per la straordinarietà delle cose che uno con la sua lunga carriera politica e parlamentare afferma.

In sintesi, Fassino ci spiega che “dobbiamo ripensare le forme della democrazia politica. Noi siamo cresciuti in una Repubblica parlamentare, con un governo subordinato al Parlamento, e i partiti a organizzare la rappresentanza. Tutto questo si sta consumando rapidamente. Oggi partiti, sindacati, associazioni di categoria sono tutti in crisi. Lo dico con dolore: ma se il Parlamento restasse chiuso sei mesi, potrebbe perfino capitare che nessuno se ne accorga”.

E da quando questo Parlamento è così inutile? Evidentemente da dopo il 2010, dato che fino ad allora lui ne è stato componente per oltre quindici anni senza accorgersene. Sarà successo che, divenuto lui sindaco, il Parlamento ha smesso di essere utile, oppure anche lui prima era totalmente superfluo, e se non fosse stato in quella Camera per sei mesi, nessuno se ne sarebbe accorto. E forse è stato proprio così.

Inoltre, oggi Fassino ci dice anche che un parlamentare “deve avere il diritto di dire la propria opinione e di farla valere in tutte le sedi. Poi, una volta presa una decisione comune, si applica il principio democratico di maggioranza. Un parlamentare che dissenta può dire con chiarezza: ‘Io voto per rispetto della maggioranza, pur non essendo d’accordo’. Questa è la forma più pulita”.

Sì, “la forma più pulita” per sancire la totale inutilità del parlamentare e dell’organo che rappresenta, avverando la sua teoria. Perché se non può esprimere con un voto il proprio dissenso, a che serve esprimerlo a parole? E che fine fa la libertà di mandato? Tanto varrebbe, come proponeva qualcun altro, eliminare i deputati e i senatori e far votare solo i capigruppo, ponderando il peso del loro voto a quello del consenso ricevuto.

Solamente che quando quel qualcuno diceva simili empietà, Fassino e Co. saltavano sui seggi, urlando all’attentato alla democrazia, alla libertà, all’ordinamento repubblicano. Cambiare opinione, per carità, è sempre legittimo, ma se avviene in modo così radicale e in così breve tempo, possono sorgere dubbi. Può capitare che uno, vedendo tali repentini cambiamenti di verso, possa farsi l’idea che, se quelli che ne sono protagonisti non mentivano prima, è probabile che lo facciano adesso (anche in maiuscolo e col punto esclamativo).

Infine, scusate, ma pure tutta questa retorica per cui un deputato o un senatore, col proprio voto, non possono mettere a rischio la tenuta del Governo la trovo un’idiozia. In un sistema parlamentare come quello attuale, sono loro i titolari della rappresentanza dell’elettorato, di conseguenza sono loro ad accordare e togliere la fiducia all’Esecutivo. Se no, è un altro sistema.

Perché se è la direzione del partito nominata dal segretario che diventa il capo del governo a dettare la linea a cui i parlamentari devono e possono solo adeguarsi, allora io comincio a preoccuparmi per le sorti e la qualità del regime democratico. E se qualche renziano della prima ora o renzista dell’ultimo minuto pensa che sia un’esagerazione dubitare della democraticità di Renzi e del Pd, e prima che da questi parta la contraerea, chiedo loro di fermarsi a riflettere su cosa succederebbe se un siffatto sistema divenisse metodo principe nel nostro ordinamento, e se a esprimere la maggioranza nel Parlamento e per il Governo fosse il partito di Grillo o di Salvini.

Perché la democrazia la si difende anche quando si è in maggioranza a garanzia delle minoranze, proprio per evitare che un sistema troppo forte possa portare a derive problematiche e di difficile gestione, appunto per non creare condizioni e precedenti di cui poi ci si potrebbe trovare a pentirsi.

A meno che, come mi suggeriva qualche amico, il mio fraintendimento circa le posizioni di Fassino e di altri, nasca semplicemente dall’attribuire troppo significato alle loro affermazioni. In sostanza, secondo quegli amici, tali parole sono dettate solamente da considerazioni materiali, e non si tratta di cambi di visione, ma di riposizionamenti a favore del vincente di turno.

Come dire, se il partito e la politica diventano sempre di più e solo “lavoro da eletti”, l’unica preoccupazione di questi sarà quella di farsi rieleggere. A quel punto, come se fosse un mestiere come un altro, essi saranno sempre pronti a sacrificare la loro autonomia decisionale all’esecuzione dei compiti assegnati da chi conduce il gioco, e ne garantisce la rielezione.

Però, se fosse così, che tristezza.

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