La frattura immaginaria

La narrazione contemporanea della società racconta dell’esistenza di una frattura che corre lungo demarcazioni sulle quali insiste anche il discorso politico: quella fra innovatori e nemici del cambiamento, pragmatici uomini e donne d’azione e inconcludenti pensatori innamorati delle ideologie, vecchi e giovani.

Ogni racconto ideologizzato della realtà, e anche quello dei pratici cantori della fine delle ideologie lo è, sebbene spesso a loro insaputa, si muove su categorie prestabilite, cercando di dimostrare, con la potenza della parola, la validità dei propri assunti.

Così come tutte le costruzioni dei racconti del potere hanno bisogno di una necessaria dose di creazione di un contro-potere a esso oppositivo, dell’individuazione dei nemici, in un certo senso, di una certa dose di manicheismo. Nemmeno in questo il nuovo ceto dominante fa eccezione.

Il limite, semmai, è nella qualità del racconto e della costruzione ideale che gli sta dietro e lo sostiene. O, meglio, dovrebbe sostenerlo, dato che le debolezze logiche non aiutano nel compito. Dividere lungo quelle fratture che si dicevano prima, in sostanza, fra i giovani che vogliono cambiare e i vecchi che lottano in difesa, non ha infatti una grande forza logica. Quello generazionale, poi, è il più debole dei confini che corre nella società umana, come lo era, per stare a altri miti di plastica di una politica appena un po’ più datata, quello delle patrie inventate e delle identità improbabili.

Per un semplice motivo: essere nato in un certo tempo (o in un certo luogo, nel caso dell’approccio identitario), non dice nulla sulla mia reale condizione sociale, morale ed esistenziale. Né si può costruire una sorta di coscienza di classe (troppo vecchio come concetto?) su dati anagrafici (o di residenza, nell’altro caso).

Sono forse vicino al capo del Governo solamente perché ne condivido la generazione (anzi, sono pure di due anni più giovane)? No, come non sono vicino a manager che guadagna all’ora ciò che a me danno all’anno, magari solo per essere nato nello stessa sua città.

La frattura generazione ha in comune questo con quella identitaria: è totalmente immaginaria. Perché io condivido i destini del lavoratore dipendente con un salario non dissimile dal mio, indipendentemente dalla mia e sua età, dalla sua e mia origine. Detta con termini antichi: là dove il potere di oggi inventa divisioni lungo l’ordinata delle date di nascita (e dei luoghi quello di ieri), io scorgo divisioni lungo l’ascissa dei ceti d’origine, dei gruppi di appartenenza, delle classi.

In sintesi, la nuova élite di potere si presenta con il forte connotato del rinnovamento e punta le sue carte sul dato generazionale, buono a cercare “simpatia”, ovverosia un superficiale comune sentire, con quelli della stessa età e, dato che questa è quella della giovinezza che rimanda da sé al concetto di speranza, a raccogliere l’apprezzamento fiducioso da parte di quelle precedenti. Però, su su tale fondamento non si può costruire un sentimento di comunità, perché è arduo ritrovarci i segnali della compagnia, di quel con-dividere il pane, data la sproporzione delle aspettative e delle possibilità contenute all’interno. E se a questo si sostituisce anche il tema della competizione come valore, è chiaro che sia la solidarietà il primo elemento a sfilarsi, e quel concetto di coscienza di classe diventa inafferrabile, semplicemente perché in quel contenitore per età, gli interessi di ognuno per sé considerati, dato che sono solamente del singolo, diventano confliggenti con quelli di tutti gli altri lì contenuti.

Il rischio, semmai, è che si determino le condizioni per il contrario, vale a dire che quelli ascritti nella medesima collettività desiderante solo per le ragioni dell’anagrafe, al cospetto delle sproporzioni in termini di potenzialità e disponibilità, anziché sentire partecipazione per l’obiettivo comune, comincino a nutrire rancore per i risultati individuali.

In una situazione come quella contingente, con sempre meno risorse e opportunità per i più e la concentrazione delle ricchezze e delle occasioni in una sempre più ristretta cerchia, si possono verificare condizioni pericolose, potenzialmente esplosive. Col rischio che qualcuno possa dar corso radicalmente agli inviti al “cambiamento violento”, cercando vie autonome al suo raggiungimento.

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