E se le avessero dette altri?

Se le avessero dette altri le cose abbiamo sentito dagli esponenti del Partito Democratico e dai suoi giornali di riferimento, cosa avremmo fatto noi?

Sì, sto parlando della polemica sulle parole di Piero Pelù dette il primo maggio dal palco del Concertone. Il rocker, come osserva bene Francesco Merlo su La Repubblica di oggi, è probabilmente in crisi artistica e tenta di recuperare visibilità usando la politica, ma è costretto a rifugiarsi nei temi soliti dei cahiers de doléances nostrani per trovare l’applauso. Una tesi, quella di Merlo, che spiegherebbe anche come l’ex voce dei Litfiba sia potuto passare da Gira nel mio cerchio (a proposito: a quando un’intervista a Ghigo Renzulli per conoscerne l’opinione sui fatti?) alla cerchia dei guru da talent show.

Pelù lancia accuse gratuite, ingenerose e anche un po’ infantili e banali; per questo fa bene Renzi a non rispondere. Ma quello che è veramente insopportabile è la levata di scudi da parte del Pd. Perché se il suo segretario non risponde, campioni e amazzoni di largo del Nazareno si scagliano lancia in resta contro l’artista fiorentino.

Ma signori miei, da quel palco s’è sempre criticato il governo e il suo capo, perché stupirsi ora? E quando cantanti o artisti, comici o attori attaccavano gli altri, noi abbiamo sempre difeso il diritto di critica. Che cosa succede adesso? Ci spaventiamo del dissenso o non accettiamo la diversità delle opinioni? Vogliamo tacitare chi non la pensa come noi? Ci comportiamo, come spiega Michele Serra nella sua Amaca odierna, come un Brunetta o un Gasparri qualunque, invocando sanzioni e censure? O, come un Sallusti fuori tempo, mettiamo mano alla delegittimazione dell’avversario, come ha fatto l’Unità dal suo sito ieri, prima relegando la disputa fra Pelù e Renzi a una ripicca del cantante per la fine del suo incarico di direttore artistico della rassegna estiva fiorentina (in più, inserendoci la questione della roba, i 72 mila euro annui di compenso; operazione secondo me sbagliata, perché tenta di spiegare le ragioni del dissenso, o del consenso, solo sotto il profilo dei soldi in una polemica in cui proprio di soldi elargiti in campagna elettorale si sta parlando), poi ricordando un incontro (noto e presente nella stessa filmografia ufficiale dei Litfiba) fra il cantante e Licio Gelli? Cose che nulla tolgono o aggiungono a quanto detto sul palco, come nulla aggiungevano o toglievano alle loro idee le questioni giudiziarie di Boffo o i calzini di Mesiano.

Perché criticavamo le urla a difesa del capo fatte dai berlusconiani, se oggi i nostri, compattamente, si scagliano contro Pelù, da Pina Picierno passando per Maria Elena Boschi? E inoltre, tutti, sostenendo la tesi secondo cui la ricchezza di Pelù gli impedirebbe di capire l’importanza dei provvedimenti del governo, quasi a voler dire, come faceva Brunetta con Fazio, che chi guadagna troppo non ha diritto di parlare (argomento che, se valido e applicato, ad esempio, a partire dalla soglia di chi percepirà quegli 80 euro divenuti casus belli in questa diatriba, imporrebbe a tutti quelli citati in questo post una sorta di silenzio a prescindere). Perché critichiamo Grillo quando se la prende con le voci non allineate al suo modo di vedere le cose, in ultimo anche con Santoro, mentre i nostri dicono, come Alessandra Moretti, che “sarebbe bene che comici e cantanti facessero il loro mestiere”? Cos’è, l’editto bulgaro è sbagliato e quello alla vicentina può andar bene?

Ripeto, se quelle cose dette dai parlamentari del Pd a Pelù e scritte sul giornale di casa le avessero dette Grillo o Berlusconi o le avesse scritte Il Giornale, noi riempiremmo i nostri profili sui social network di post it contro le limitazioni alla libertà di espressione e per il diritto di critica; perché oggi che proprio i nostri dicono quelle cose e a noi sembra normale? A ragione chi dice, come ricorda Serra, che il potere ha dato alla testa ai giovani e nuovi dirigenti del Pd? O forse l’ingenuità era solo di quelli come me che credevano a un cambiamento nella politica inteso come condivisione delle decisioni e distribuzione dei meccanismi di governo dei processi, e non come semplice presa del potere o sostituzione dei governanti?

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