Ragionando di taglio

Ci sarà il congresso del Pd (forse). Spero che in quel momento si potranno confrontare diverse idee, diverse opinioni, diverse visioni. E spero anche che, prima e durante quel momento, ci sia anche il tempo per discutere di quelle visioni.
Però, al di là dei momenti, che appunto sono tali, c’è un percorso ed un discorso lungo che andrebbe fatto sempre. Cioè: qual è il modello politico che vogliamo, per realizzare quale idea di società, di economia, di Paese, qual è il partito a cui pensiamo. Ecco, domande così, tutt’altro che semplici, lo ammetto. Però, se anche uno come me può provare a rispondervi, non vedo perché queste non possano essere riportate all’interno della discussione di un partito.
E allora, per dar senso a quello che dico, mi sono fatto alcune di quelle domande, provando ovviamente a dare anche delle risposte. Ora, lo so che può apparire presuntuoso, però io un’ipotesi di discussione provo ad offrirla, poi, se volete e se potete, discutiamola insieme. Questo spazio è a disposizione, ed un po’, è nato anche per quello. E visto che non me l’ha chiesto nessuno, anzi, proprio per quello, io dico come vorrei che fosse il Pd domani.
 
 
I) Vorrei un partito in cui si discutesse, prima. Per esempio:  non si fa un’alleanza politica con l’avversario di vent’anni senza, prima, coinvolgere il partito nel suo complesso. Perché se no, non ha senso distinguere fra ruolo degli iscritti e ruolo degli elettori, se su di una scelta così non si coinvolgono né i primi né, tantomeno, i secondi. Ed ora, non si può andare avanti come si sta facendo senza che tutti coloro che si propongono a guidare il Pd sentano il dovere di avviare una discussione che coinvolga tutti, gli iscritti e gli elettori, sul come si esca e quando da questa innaturale eccezione in cui si è finiti, senza che ancora si sia capito bene come. O meglio, lo abbiamo capito tutti, ma non ce lo siamo mai detti. In sintesi, a me piacerebbe un candidato segretario che dicesse, più o meno: “ok ragazzi, siamo in una stagione non eccezionale, di più. L’esito delle urne, le elezioni per il Quirinale, gli strali e gli streaming, eccetera, eccetera, eccetera. Ora, facciamo così: questa cosa qui, speriamo, servirà a varare la legge di stabilità, fare la riforma elettorale e tornare al voto. Ma prima del semestre europeo, e proprio per mandare a guidare il semestre europeo un Presidente del Consiglio che non debba temere di partire per Bruxelles papa e atterrare cardinale perché nel tempo del volo noi o loro ci siamo stancati”. Ecco, io immagino un candidato alla segreteria che dicesse una cosa più o meno così, e che, comunque, come si accennava, la discutesse con il corpo intero del partito.
Perché altrimenti, se non si discute prima, si rischia poi, ma dopo, di scoprire che molti se ne sono andati e che hanno votato da un’altra parte o sono andati da un’altra parte invece che andare a votare. E non va bene. Anche perché, se si è stati capaci di organizzare le primarie per i parlamentari in una settimana, fra Natale e Capodanno, non si capisce perché, fra Carnevale e Pasqua si è dovuta fare la Quaresima delle consultazioni; davvero non si riusciva a chiedere agli iscritti cosa ne pensassero del governo politico col Pdl e delle sue ambizioni costituenti?
 
II) E vorrei un partito in cui si discutesse, sempre.  Ad esempio: ora che in alleanza con quelli ci siamo, per il dopo, si può discutere sul come si ricostruisce la speranza dell’alternativa, la prospettiva del cambiamento che avevamo promesso e sul quale si erano presi i voti che ci hanno permesso di prendere il premio di maggioranza alla Camera e al Senato nelle regioni dove s’è vinto? A quei 3 milioni che alle primarie hanno sottoscritto il manifesto “Italia. Bene comune”, che cosa diciamo? Ci siamo sbagliati, e ci teniamo pure i 2 euro? E dell’alleanza con Sel? Volevamo farci un partito insieme, ora nemmeno possiamo più parlarci? E a quelli che ne scandivano il nome fuori da Montecitorio e che ancora si chiedono “perché non Rodotà” diciamo qualcosa? E a quelli che ci sono rimasti male, ma tanto, del trattamento riservato a Prodi, diciamo qualcosa? Quindi, domani e per il domani, con chi ci mettiamo d’accordo? E per fare che cosa? O ci siamo trovati talmente bene, fra un patto e un ricatto, che ci abbiamo preso gusto?
Perché, anche qui, rischiamo di non discutere di quello che ci interessa, e che la discussione sul “non si discute di nomi, ma di proposte”, possa poi farci dimenticare che quelli che oggi ci propongono di discutere di proposte alternative alla destra ieri proponevano il loro nome per disegnare scenari in alleanza con quelli di cui sopra. E se, facciamo un esempio, hai tolto l’Imu per tutti, poi come lo spieghi che devi alleggerire le tasse sul lavoro, spostando il peso fiscale sulla proprietà di quelli che ne hanno di più? Rischi di non essere capito, di diventare dissidente rispetto a quello che hai fatto il giorno prima, e magari chi deve votarti non ti crede.
 
III) Perché penso che bisogna essere fedeli, sì, ma fedeli alle cose che diciamo ed agli impegni che prendiamo in campagna elettorale. Perché quella dell’Imu, ad esempio, è una chiave di lettura della coerenza. E non solo rispetto a quello che si diceva in campagna elettorale, ma anche a quello che si diceva quando le cose che dicevamo in campagna elettorale avevamo da tempo smesso di dirle. Se fino a qualche ora prima della seduta del Consiglio dei ministri dicevamo che l’Imu non si poteva togliere a tutti e se poi, invece, la togli a tutti, è un problema. E se diventa anche la nostra minaccia, da usare per scongiurare la caduta del Governo, il problema si aggrava.
E se poi, ancora come esempio, sei viceministro all’Economia e ti lamenti che l’Imu sia tolta a tutti, ma rimani viceministro all’Economia, se possibile è anche peggio. Così come, non è tanto carino che se fino al giovedì escludevi in modo categorico un accordo di governo col Pdl, poi, la domenica, giuri da ministro in un Governo col Pdl. E se ti lamenti, dopo avergli votato la fiducia, che il Presidente del Consiglio abbia scelto un altro per il ministero dell’Economia, perché si è scelta la via della continuità col passato, poi non puoi andargli a fare il vice. Ne va dello stile, e anche di altro.
 
IV) Ora che il Governo c’è, e che l’alleanza col Pdl qualcuno, evidentemente, l’ha voluta, alcuni l’han cercata e quasi tutti sostenuta, ma giustificata col “non ci sono alternative”, se poi il Governo col Pdl cade e si dà vita ad un accordo con altri per due riforme due e si torna alle urne, chi scrive non pretende di veder riconosciute le proprie ragioni, ma se chi sosteneva la bontà innovativa della larga intesa, la natura costituente del patto di legislatura dicesse di essersi sbagliato e di molto, sarebbe un gesto apprezzabile.
Detto ciò, sia che dovesse nascere una nuova formula di governo, sia che dovesse reggere questa, credo che andrebbero riviste priorità e possibilità, per non aggiungere offesa al danno. E quindi, come già dicevo, sarebbe il caso, se non altro per non continuare a ricevere ogni giorno il ricatto di qualcuno, che il Governo diventasse “a progetto”, con un tempo determinato e un lavoro specifico: approvare la legge di stabilità, affrontare le questioni più importanti, cambiare la legge elettorale e ridare la parola ai cittadini. Perché se anche stavolta non cambiamo la legge elettorale, chiuderemo il più triste decennio della politica italiana nel peggiore dei modi, e ci dimostreremmo non migliori di altri, dopo averlo già fatto non riuscendo a fare di un meccanismo orrido, come il Porcellum, la migliore occasione per dare prova della nostra diversità dalle altre forze politiche.
PS: la scusa della presidenza del semestre europeo, come già ricordavo al punto I, non vale; proprio per ricoprire con autorevolezza quel ruolo, bisognerebbe che a guidare il Paese fosse un Governo con una maggioranza politica coesa e votata, nella sua composizione, dai cittadini. Altrimenti, ci prendiamo in giro e facciamo ridere gli altri, che già di noi e dei nostri attuali alleati (parlando con rispetto) hanno riso e non poco.
 
V) Chiusa, in queste riflessioni estemporanee, la parentesi delle larghe intese, e nell’attesa che anche nella parentesi parlamentare quella diventi una stagione estemporanea archiviata, penso che per il futuro del Pd sarà necessario aprire alla partecipazione, e che la prossima intesa larga vada costruita col Paese, che fra l’altro, le larghe intese, proprio non le aveva votate, anzi. In questi mesi si è discusso di regole e di congresso chiuso o aperto. Ora, già che un partito possa prendere seriamente in considerazione l’idea di chiudersi piuttosto che aprirsi è significativo. Poi, per carità, lo so anch’io che la scelta del segretario, la scelta dei quadri, il come funziona un’associazione è giusto che lo decidano gli iscritti. Ma questo, sinceramente, a qualcuno pare un buon momento per una scelta che non sia di massima apertura? Se poi, chiudendosi, qualcuno ha la volontà di contarsi, beh, la conta ve la faccio io, e senza mettere su tutta l’organizzazione di un congresso: siamo meno della volta precedente.
Magari ci fossero orde di invasori pronte ad entrare e prendersi il partito; qui nemmeno a votarci vengono più, e quando vinciamo, vedi le amministrative, dobbiamo ringraziare se non vanno più a votare nemmeno per gli altri.
Aprire il partito, dicevo. Ma aprirlo sul serio, metterlo in gioco, anche correndo il rischio che quel gioco lo vinca qualcun altro (che poi è il vero motivo di tutta la retorica sul “primato degli iscritti”). Perché aprendosi bisogna necessariamente confrontarsi, mettersi in discussione, rinunciare alle comodità del presente, del già stato, del “si è sempre fatto così”, per provare a vedere come si potrebbe fare diversamente. Certo che pensare a come cambiare le cose è più difficile che lasciarle come stanno; ma oggi, purtroppo o per fortuna, non possiamo che provare la strada più difficile, e se necessario, anche seguendo l’esempio di Frost e prendendo quella meno battuta.
 
VI) Immaginate di essere iscritti e votare per un partito che non avesse paura. Pensate che bello. Un partito che dicesse quello che pensa, senza pensare di poter spaventare i moderati (che poi, i moderati, alla prova dei fatti, dimostrano di aver fegato abbastanza per non spaventarsi nemmeno di Berlusconi). Un partito che se qualcosa non gli piace e non la condivide, non dicesse “lo chiede Napolitano”, ma dicesse a Napolitano “su quella cosa non siamo d’accordo, non la si può fare”. Perché ne va dell’immagine e della verticalità della schiena del partito, ma anche della formazione dei processi decisionali e democratici.
Provate ad immaginare quanto potrebbe essere bello un partito che dicesse, se ci crede, che davvero chi nasce in Italia è italiano. E che provasse a far sì che questa cosa si avverasse.
Perché siamo tutti dalla parte della Kyenge quando l’attaccano, però se poi non stiamo al suo fianco quando lei attacca tutto l’armamentario ideologico che sottintende quegli attacchi, allora siamo ipocriti. Perché se anche per noi alcuni bambini nati in qui, cresciuti qui, andati a scuola come e con gli altri, che hanno condiviso con i loro coetanei tutte le esperienze, non sono italiani solo perché non lo sono i genitori, allora in cosa si sostanzia la nostra diversità? Se pensiamo che l’integrazione passi attraverso gesti concreti, cosa aspettiamo a cancellare quell’obbrobrio della Bossi-Fini, del reato di immigrazione clandestina e riparare, con in fatti, all’onta dei Cie? Perché se continuiamo ad essere alleati a chi teorizzava i respingimenti in mare e non ci impegniamo per cambiare le brutture che la legislazione mossa da quelle pulsioni ha creato, mi spiegate perché abbiamo applaudito la Boldrini quando ricordava le migliaia di donne, uomini e bambini che dormono sotto le acque del Canale di Sicilia?
E poi, sempre parlando di diritti, la legge sull’omofobia è il minimo sindacale della decenza in un Paese civile. Si possono riconoscere i diritti di tutti a vivere come vogliono e con chi, senza passare al vaglio di una morale à la carte le diverse abitudini sessuali? Si può dire che si è per il matrimonio gay e aprire un serio ragionamento sulle adozioni per coppie omosessuali, senza paura di irritare i suscettibili, che non si irritano affatto quando devono darsi di gomito con chi fa le battute più squallide sugli omosessuali e sulle donne? Perché, anche lì, la violenza sulle donne inizia quando si comincia a pensare che un corpo femminile sia un oggetto utile a veicolare merci suscitando desideri, non la presenza fisica di un essere umano, e su questo, prima o poi, in un partito decente, si dovrà iniziare una discussione seria: ne va della cifra civile della società a cui pensiamo
Si potrà discutere dei diritti dei carcerati? Si potrà discutere della condizione delle carceri in Italia? Si potrà sostenere che, fra le libertà individuali, rientra anche quella di consumare stupefacenti? Si potrà dire una buona volta che la Fini-Giovanardi è una follia? Che prevedere l’arresto per quantità irrisorie di possesso di droghe, senza distinzioni significative fra pesanti e leggere, è fuori dal mondo? Che considerare il possesso di una piantina di marijuana al pari della produzione per spaccio, o considerare, per i reati legati al consumo di droghe, un’aggravante la recidiva, che ha poco senso parlando di dipendenze, è roba da medioevo? E che queste follie e quelle delle leggi sull’immigrazione sono una delle cause della situazione penosa dovuta al sovraffollamento del sistema carcerario italiano?
E quando la smettiamo di dire che questi diritti non sono la priorità? Perché chi con queste cose e con queste difficoltà ci deve convivere, è tutta la vita che aspetta che vengano affrontate  questioni così. Non si può rispondere che, siccome c’è la crisi, ora le priorità sono altre. Perché se è così, allora i diritti non sono più tali, ma diventano delle concessioni, erogate in tempi di vacche grasse e che possono essere ridiscusse in tempi di ristrettezze economiche. E un po’, visto quello che succede anche in altri ambiti, l’impressione è che sia proprio così.
 
VII) Mi chiedo poi: qualcuno pensa davvero che questa sia una crisi passeggera? Che alla fine ne usciremo come ne siamo entrati? Che riprenderemo a spendere e consumare, a comprare automobili come e più di prima, a costruire più case di quanti vivono il territorio, a impiegare più energia di quella che serve per fare tante cose che poi non servono a nessuno? Perché io non credo che domani tutto sarà come era ieri. Allora, quand’è che discutiamo come può essere per noi un nuovo modello economico, un nuovo progetto? Quand’è che prendiamo in considerazione l’ipotesi che si possa organizzare l’economia su nuovi parametri? Che il progresso venga prima dello sviluppo? Che consumare suolo come se fosse infinito, risorse ambientali come se non avessero limite, produrre beni in numero maggiore ai bisogni è stato proprio ciò che ci ha portati al punto in cui siamo oggi? Un diverso modello, che non è la vulgata banalizzante degli “sviluppisti” che sorridono ironici all’idea che si possa decrescere felicemente: è la rinuncia razionale a quello che non serve, come dice giustamente Maurizio Pallante. Ed è fare i conti con questo nuova idea di progresso.
Un modello compatibile con l’ambiente, un’agricoltura sana, una nuova educazione alimentare, che sia anche capace di dire che lo spreco farà anche salire il Pil ma che se si tratta di cibo è un’offesa immane a chi muore di fame. E che dire cose così, non è roba da radical chic; è questo modello che consuma risorse, quest’agricoltura che non ha mai terra ed acqua a sufficienza, questa cultura del cibo che fa a pugni con la sopravvivenza, che ci precipita sempre di più nell’abisso da cui vorremmo uscire.
Anche qui, la vicenda dell’Imu è emblematica in un aspetto. Si è detto che essa bloccava il mercato immobiliare. E perché? Proviamo a contare i vani vuoti in Italia? Proviamo a dare un significato al fatto che un’intera area di questo Paese è una teoria senza soluzione di continuità di case, capannoni, villette, e non tutti sono utilizzati? Allora, qual è il modello che abbiamo in mente?
Perché io credo che l’edilizia la rilanci se pensi a rendere efficiente dal punto di vista energetico il patrimonio immobiliare esistente, mentre i costruttori hanno pressato il Governo perché togliesse l’Imu anche sull’invenduto, senza chiedersi perché lo fosse, invenduto intendo. Se ci sono più case che persone, non può riprendere il mercato del nuovo. E non lo dico io o qualche vecchio arnese bolscevico; lo dice il mercato e le sue leggi sulla domanda e l’offerta.
 
VIII) Riallacciandomi al punto precedente, prima o poi, dovremmo avere il coraggio di abbandonare la rassicurante cultura del Pil. Le stime ottimistiche ci danno alla fine della sua caduta e prevedono un rialzo di quell’indice dal prossimo anno. Tutti felici e contenti? Nient’affatto. Perché il timore più accreditato è quello di una jobless growth, di una crescita senza lavoro. Che fa il paio con gli strani fenomeni che abbiamo vissuto in questi anni di austerity, dove mentre si impoverivano i ceti più bassi, crescevano le disponibilità di quelli più abbienti (PS: io abolirei l’uso insano di termini nobili. L’austerità aveva un senso inserita in quei pensieri lunghi e in quell’obiettivo strategico a cui guardava Berlinguer, questa sembra la riedizioni dei “sacrifici senza chiedere nulla in cambio” a cui, secondo Amendola, i lavoratori dovevano andare incontro. E chissà a quale tradizione appartiene chi più di altri parla oggi della necessità di condividere comuni obiettivi e percorsi?).
E quindi, proviamo a rigirare il paradigma. Proviamo a pensare a come sostenere interventi economici job intensive, evitando di immobilizzarci su grandi opere, ma lanciando un grande piano di opere cantierabili subito. Abbiamo l’intero territorio nazionale da rimettere in sesto, un patrimonio edilizio pubblico da rendere efficiente e sicuro (anche per evitare di dover sopportare l’uso del termine “disgrazia” rispetto a colpe per mancata pianificazione), un’infinita serie di interventi piccoli e medi che potrebbero essere fatti a partire da ieri. E che migliorerebbero anche la qualità e l’aspetto del nostro territorio, delle nostre città, dando senso a quella valorizzazione di un patrimonio paesaggistico che, da solo, vale davvero parecchi punti di Pil, che potrebbe valerne altri e che, promosso e curato al meglio, sarebbe in grado di fornire tante occasioni di lavoro e di reddito.
E allora serve allentare i vincoli di stabilità, spiegando all’Europa che è folle mantenerli e spiegando a noi stessi che il fiscal compact in Costituzione è stato il peggiore frutto di una stagione orba e disperata. Ma serve anche spostare le ingenti risorse immobilizzate in cantieri oscuri, non solo concettualmente, o nell’acquisto di arei da guerra per fare la pace, e dare avvio ai cantieri della speranza e del ritorno alla luce.
E ancora, a proposito di paradigma da ribaltare: siamo sinceramente convinti che il modello sia quello delle 8 ore lavorative al giorno per l’intera settimana lavorativa? Quello della detassazione degli straordinari? Quello della produttività calcolata sul numero delle ore lavorate pro capite? Ricordate André Gorz? Ricordate Pierre Carniti? Ricordate quegli slogan “lavorare meno, lavorare tutti”? Bene, io penso che sia il momento di rimettere mano a quel modo di intendere la produzione e il lavoro. E penso anche che continuare a distinguere in mille rivoli il lavoro, differenziandolo per non doverlo affrontare come questione unica, sia solo un modo per frammentare un fronte che potrebbe essere compatto e per sconfiggerlo meglio e prima (su questo punto, mi permetto di rimandare al mio “Lavoro o lavori? L’importanza d’un termine singolare“).
Quel soggetto sociale che è il lavoro attende qualcuno che sia in grado e abbia voglia di rappresentarlo; se interessa, da lì si potrebbe ricominciare, che ne dite?
Così come, si potrebbe dare avvio alla revisione del modello di stato sociale, ma per migliorarlo, non per smantellarlo.  Agli inizi degli anni novanta, si stigmatizzavano e si ridicolizzavano quei movimenti a sinistra che chiedevano l’introduzione di strumenti quali il salario minimo garantito. Oggi scopriamo che anche gli economisti liberali ne considerano positivi gli effetti. Un partito di sinistra può dire qualcosa in merito, o anche in questo caso potrebbero spaventarsi i moderati?
Tutto questo costa? Già, non ci avevo pensato. E dove prendiamo i soldi che servono? Beh, se cerchi i pesci, vai nel mare. Abbiamo una quota di evasione fiscale fuori da ogni razionalità, abbiamo la tassazione su chi produce vicina al 50% e quella su chi campa di rendita che si aggira fra il 10 e il 20, abbiamo una spesa per progetti e consulenza inutili che gira sulle nove cifre, abbiamo un costo straordinario per una macchina pubblica elefantiaca e sprecona: scommettiamo che qualche idea ci viene fuori?
Anche perché, poi, nel modello di società che vogliamo, bisogna tenere conto pure di un tema troppo spesso dimenticato: l’eguaglianza. Perché non è sopportabile una società così, non ancora a lungo almeno. Una società dove c’è chi vive con una pensione al di sotto della soglia minima per vivere (a proposito, l’art. 36 della Costituzione non si applica all’Inps?) e chi di pensione prende una cifra che mi vergogno anche solo a scriverla. Una società dove intere generazioni sono legalmente costrette a vivere in una povera precarietà mentre chi fa le leggi guadagna 20 volte di più (chissà di cosa si nutre l’antipolitica? Vogliamo fare una proposta seria: prendiamo la pensione minima, moltiplichiamola per dieci ed in quel cifra ci stanno tutti quelli che campano di soldi pubblici, dal quel pensionato al Presidente della Repubblica. Sono pochi? Aumentate quella pensione e saliranno anche gli altri, oppure, andate a cercare quel pensionato, magari in un mercato, ma andateci sul tardi, quando lui può spuntare un prezzo che può permettersi o puntare a qualcosa che gli altri hanno già rifiutato, e, guardandolo negli occhi, spiegategli che è populista e demagogico sostenere che si possa vivere con il decuplo del suo reddito). Una società in cui un’azienda può proporre un accordo a ribasso ai lavoratori perché c’è la crisi e poi dividere gli utili fra gli azionisti proprio perché si è risparmiato sul costo del lavoro. Una società in cui un padre deve sperare che suo figlio non abbia tanta voglia di studiare, altrimenti non sa con quali soldi mandarlo a scuola. Una società in cui una madre debba guardare suo figlio disabile tremando nel pensare a cosa succederà dopo, quando lei non ci sarà più.
Perché, se non si rimuovono “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, di grazia, di quale stramaledetto merito andiamo cianciando? Di quale pacificazione blateriamo inutilmente? Di quale condivisione degli obiettivi andiamo ciarlando?
Senza eguaglianza di condizioni, il merito è un’illusione buona perché qualche ministro o dirigente possa dire qualcosa sulla poltrona di un talk show (senza premurarsi di spiegare per quale merito lui sia ministro o dirigente) e la libertà, come diceva Pertini, è libertà di bestemmiare per la mala sorte.
 
IX) C’è un dato che mi fa stare male ogni volta che lo vedo pubblicato nelle statistiche: in Italia, più di una persona su due legge meno di un libro all’anno. Io credo che sia un’emergenza sociale, che sia questa la vera crisi da affrontare, usando tutte le armi che si hanno a disposizione.
C’è stata, negli anni, una dittatura del pragmatismo che ha reso la cultura un fastidio insopportabile. D’altronde, quando a guidare un Paese c’è una classe dirigente che non ha idea della rotta o degli approdi in cui vuol portare il bastimento che conduce, non può che vedere come sabbia negli occhi chi prova a capirne di più.
Negli scorsi anni, Tullio De Mauro pubblicò un agile libretto, “La cultura degli italiani”, per spiegare in quale buco oscuro di conoscenza stavamo finendo. Pensavo che quello potesse diventare l’agenda di tutti coloro che si candidavano a battere il modello del berlusconismo trionfante, per di più scritta da uno che contro quel modello era stato chiamato a fare il ministro dell’Istruzione. Pensavo che si potesse ripartire da quell’analisi, ripensando la scuola, rimettendoci dei soldi, formando e assumendo insegnanti con un’unica missione: “mai più quei dati”.
Ovviamente, sbagliavo. Si sono scimmiottati i comportamenti della stagione berlusconiana, usando la parola “concretezza” come una clava per distruggere tutto ciò che puzzava di riflessione. E l’orizzonte verso cui conduceva quella navigazione è proprio quello a cui siamo giunti. Oggi la cultura è al massimo un orpello con cui vendere altri prodotti e quando si parla della sua promozione, la si intende sempre legata all’applicazione economica sul breve periodo. Come se l’incarico a Michelangelo per la volta della Cappella Sistina fosse stato dato pensando a quanti panini si sarebbero potuti vendere ai turisti in attesa di ammirarla. Come se gli studi di Einstein sulla relatività fossero soppesati sulle possibili app da vendere per trasformare in navigatori satellitari gli smartphone.
Per carità, non sto dicendo che il turismo non sia importante, che la promozione culturale così intesa non sia utile, che l’applicazione industriale delle scoperte scientifiche non sia fondamentale. Sto dicendo, però, che senza un sostegno serio a chi fa cultura, senza metterci in mente che, come diceva Gramsci, “anche lo studio è un mestiere”, senza una seria incentivazione e valorizzazione, fra poco finiremo la cultura da promuovere perché non saremo più capaci di produrne.
E poi, la liberazione dal tondino di ferro e dall’eguaglianza misurata sul modello di cellulare posseduto, è un ritornare a quote più umane. Recuperando anche vecchie idee, tipo quelle di Riccardo Lombardi, che in un discorso a Torino per le celebrazioni del primo maggio nel 1967 disse: “la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita”.
Ecco, io proverei a ripartire anche da cose come questa. E lo so, il lavoro è immane; ma, come pensava il maestro Manzi, so che “non è mai troppo tardi”.
 
X) Inoltre, immagino un partito che sappia parlare anche di cose che vanno oltre le Alpi e Capo Passero. Perché non so a voi, ma a me “ce lo chiede l’Europa” ha un po’ stancato. Soprattutto, se non so cosa noi chiediamo all’Europa. E non si possono più sentire formule vuote tipo “vogliamo gli Stati Uniti d’Europa”, se poi non si spiega su quali basi e valori si vogliono costruire. Se non si ridiscute il modello di organizzazione dell’Europa, ma avendo il coraggio di dire che l’Europa sono i cittadini che la abitano, non le banche che la governano. Che gli scambi economici non bastano se non si mettono in comune gli istituti e le istituzioni. Che la Commissione Europea ha senso se è davvero un Governo, se chi la sostiene si presenta con una proposta definita ai cittadini, che dal Circolo Polare all’Egeo sia votata per fare le cose che ha detto e sulle quali ha ricevuto un mandato politico chiaro. Perché se no Altiero Spinelli non lo scimmiottiamo solamente, lo rigiriamo nella tomba.
E perché sull’Europa dei tecnici non ci costruisci un sentimento di comunità, e non ci fai crescere un’aggregazione. Ecco perché bisogna provare ad andare oltre, passando attraverso un processo democratico di coinvolgimento reale. E chiarendo che visione di Europa si ha. Altrimenti è inutile anche solo provarci.
E poi, davvero questo Mediterraneo in cui siamo immersi, e non solo per essere penisola, ci interessa solo come meta delle vacanze? A due passi da casa nostra si stanno decidendo e formando gli equilibri di un nuovo mondo, e l’unica nostra paura e come evitare gli sbarchi a Lampedusa? Ma che cos’è? Un riflesso pavloviano? La paura che se eleviamo il nostro sentire e comunicare al di sopra del rumore dei grugniti non ci capiscano gli elettori? L’altra sponda di questo nostro mare è piena di donne e uomini che stanno lottando per cambiare il loro ed il nostro mondo. Sono i nostri ragazzi anche quelli che arrivano sui barconi, ed io vedo nei loro occhi anche il nostro futuro. Se ne abbiamo paura, se ci spaventiamo così tanto anche solo a discuterne, se ci siamo così rintanati nella contemplazione del nostro ombelico da non riuscire più nemmeno a valutare una proposta di discussione sul tema, allora perché stiamo facendo tutto questo?
 
XI) E siccome, sebbene non ci sia in essi nessuna pretesa, questi punti sono undici come le tesi del Moro di Treviri, per quest’ultima parto parafrasando la sua undicesima, quella famosa della filosofia delle prassi. E quindi, se finora si è discusso di come interpretare il partito, ora si tratta di cambiarlo. E non per una bizza modernista di chi scrive (che poi, tanto, chi lo legge?), ma perché, o il modello di partito coglie il senso ed il verso dei cambiamenti sociali e produttivi, non per inseguirli adeguandosi, ma per andar loro incontro, oppure farà sempre più difficoltà a cogliere ed avere momenti di discussione con l’esterno, ma anche a diventare luogo di riflessione e progettazione. Il mondo intorno è cambiato, non ci basterà cambiare la montatura, dobbiamo proprio sostituire le lenti, quelle di cui parlava Kant, con cui ci guardiamo dentro. Almeno per non scoprire dopo, ma solo dopo, che chi dovrebbe stare dalla nostra parte non percepisce noi dalla sua (umilmente, avevo già provato a scrivere sull’argomento – “La politica ai temi della precarietà” – e molto meglio di me lo fa Marco Revelli, nel suo “Finale di Partito”).
Aprire il partito, quindi, come dicevo prima, e non solo il congresso. Aprire, che significa responsabilizzare eletti ed elettori su un percorso comune. Che significa porre le basi per costruire non un raggruppamento di interessi, ma una comunità. E che non la crei rimandando alle capacità taumaturgiche del singolo, ma nemmeno pensando che possa ancora sopravvivere quella cultura che vedeva come condizione unificante la stima e il rispetto delle decisioni dei capi, dei dirigenti, degli eletti, solo perché chiamati ad una funzione di rappresentanza. Non è così, non è più così e per fortuna.
Il modello che il partito al suo interno dovrebbe invece seguire è quello della democrazia partecipata, deliberativa ed anche avversativa, quello “sperimentalismo democratico” contenuto nel documento di Barca (tanto citato quanto, temo, poco letto), quell’idea che non c’è nessuna volontà di mettere in discussione la legittimità di quei ruoli di rappresentanza e di chi li ricopre se gli iscritti e gli elettori chiedono un confronto continuo e relazionale; tutt’altro e tutto il contrario. È quello un aspetto del riconoscimento di legittimità; è una delegittimazione di fatto, invece, l’abbandono delle nostre sedi, l’abbandono degli iscritti, l’abbandono degli elettori. C’è più delegittimazione nell’astensione della maggioranza dei cittadini alle elezioni che nell’occupazione delle sedi da parte dei militanti in disaccordo forte e feroce contro le scelte dei deputati alla rappresentanza del partito, nell’azione di chi, in relazione a quelle scelte, esercita il proprio diritto al dissenso, come sosteneva Ingrao. E se chi è chiamato a quei ruoli stigmatizza più la seconda che la prima, forse salverà la durata del proprio mandato rappresentativo, ma non rappresenterà la realtà dei fatti per tutta quella durata.
Ecco, allora, che anche l’uso degli strumenti di comunicazione, delle nuove tecnologie può servire. Banalizzarne l’uso, come si è fatto spesso in campagna elettorale (e non ha portato bene, direi), o colpevolizzarli, come se fosse a causa dei social network se ci ritroviamo abbracciati al Pdl, non solo non serve, ma è stupido. I mezzi sono tali, e se ci sono li si usa. Oggi, pensare di poter far a meno delle tecnologie di comunicazione non solo per veicolare le idee o per raccogliere intorno a quelle il consenso, ma anche per la stessa produzione delle idee, è lontano dalla realtà. Se pensare la politica al di fuori del partito e del suo radicamento sul territorio e affidata alla forza del leader o delegata interamente alla Rete è pericoloso, nel primo caso, e aleatorio, nel secondo, pensare che un partito organizzato oggi possa generare quelle buone pratiche di definizione e condivisione delle scelte, quella “mobilitazione cognitiva” che nel documento di cui sopra è centrale ma che quasi sempre è ignorata, facendo a meno di quelle importanti piattaforme, è altrettanto vano e fuori dalla realtà dell’oggi. Internet, le sue forme e le sue funzioni possono servire a realizzare quel modello gramsciano dell’intellettuale collettivo a cui, noi più di altri, dovremmo essere legati.
Così come, pure i continui richiami alla relazione diretta nelle sedi e nelle forme tradizionali del partito rischiano di non essere sinceri se non sono commisurati ad un’attenta valutazione dei modi e dei tempi del vivere quotidiano odierni. Perché alcune liturgie che mantengono intatto il loro fascino storico, potrebbero non essere sufficienti in un sistema di relazioni improntato ad una interconnessione continua, né l’approccio, necessariamente rigido sui ruoli e i tempi degli interventi in un dibattito in sezione, ad esempio, può essere oggi il miglior modo per la produzione di pensiero politico.
L’accusa di disertare i luoghi del confronto che molti politici rivolgono ai militanti che, al massimo “fanno politica da tastiera” facendo del web il loro canale privilegiato di confronto e dibattito, potrebbe essere letta, invece, come inesperienza da parte di quei politici nella pratica del confronto. Perché Internet ha tanti difetti, ma anche il pregio di farci scoprire che nel confronto orizzontale e non mediato dal rispetto dei ruoli, ci può essere chi, al nostro fianco, ne sa più di noi su molti argomenti. La sfida è accettare quel confronto per farne un momento di crescita comune, non rifiutarlo, richiamandosi ad un rispetto quasi ortodosso delle regole e dell’interpretazione del far politica.
E poi, non si può evitare con superficialità o per timore, il confronto con tutto quello che accade fuori dalle porte delle sezioni di partito. Non è vero che i cittadini non si interessino più di politica. Questa è una spiegazione comoda per non dover affrontare la realtà, per non dover fare i conti sul serio con fenomeni quali l’astensione o il voto di protesta.
In Italia la voglia di politica è alta, forse oggi più di ieri. E se le forme sono diverse, non è perché i cittadini non capiscano l’importanza dei corpi organizzati e delle funzioni della democrazia rappresentativa. Magari si fidano di meno (e chissà perché), magari vogliono provare ad organizzarsi in modo autonomo (e perché dovremmo averne paura), magari è perché chiedono risposte che altri non sanno o non possono più dare (e allora il problema difficilmente è nelle domande). Fatto sta che, oggi più di ieri, i cittadini si associano e si organizzano per chiedere e cercare risposte ai problemi che sentono più urgenti. E se i partiti fanno fatica a chiudere le campagne di tesseramento o a farsi ascoltare dai cittadini, mentre in tanti affollano i convegni, gli incontri e i comizi in cui parlano non le rock star, ma i costituzionalisti, i professori di archeologia, gli esperti di problematiche ambientali, io qualche domanda me la farei.
Nascono in ogni luogo di Italia movimenti a difesa del territorio, di un particolare sito archeologico o per scongiurare una particolare opera di grande impatto ambientale; ma noi, più realisti del re, non siamo quasi mai dalla parte di quei movimenti. Quando non siamo offesi da un sentimento di quasi lesa maestà. Ci ricordiamo tutti e ancora il movimento per l’acqua pubblica, ci ricordiamo l’atteggiamento di superficialità e stigmatizzazione dei nostri dirigenti e dei quadri locali del partito, ci ricordiamo tutti come venivano guardati quei “fighetti” (gergo senatoriale, credo), quelle “anime belle” (anche qui, consiglio una lettura più approfondita di Hegel a quanti usano quella definizione contro chi agisce in difesa di un principio; nella Fenomenologia, le anime belle si ritraevano per non dover fare i conti con quel “banco da macellaio” della Storia, tutto il contrario di chi si spende come sa e può in difesa di un’idea, che, invece, su quel banco vuol provare a mettere ordine), quei “personaggi in cerca di visibilità” (anche questo, detto da quanti giudicano fondamentale la comunicazione per il loro fare politica, è un azzardo logico) che montavano i banchetti, cercavano le firme, sostenevano le ragioni dei comitati? (Personalmente, penso oggi quello che pensavo allora e che scrivevo nel mio “L’accesso all’acqua pubblica: servizio o diritto?“).
E questi movimenti di cittadini, queste organizzazioni autonome, questo associarsi spontaneo non riguarda solo territori specifici o beni particolari. Assistiamo in questi giorni alla nascita di movimenti a difesa della Costituzione. Che ne dite? Proviamo ad ascoltare le ragioni di chi sta da quella parte? Ci basta la definizione di “conservatorismo costituzionale” per liquidare le centinaia di migliaia di cittadini che stanno firmando quelle petizioni, affollando quei banchetti, partecipando a quegli incontri? E siamo proprio sicuri che tutto il nostro elettorato, tutti i nostri militanti, tutti i nostri iscritti la pensino così? Dopo l’esperienza dell’acqua pubblica, non so voi, ma io verificherei prima simili certezze.
Perché, quando quella Costituzione si scrisse, Parri (esponente di una tradizione politica, quella “azionista”, troppo spesso e colpevolmente dimenticata), che in quel periodo guidava il Governo, volle l’istituzione del ministero per la Costituente, e, sotto la guida di Nenni (perché esiste anche una tradizione socialista diversa da quella conosciuta nell’ultima fase del Psi), quel ministero divenne uno strumento per “divulgare la democrazia”, pubblicando studi e riviste, traducendo le costituzioni degli altri Paesi, usando la radio per raggiungere tutti i cittadini, stimolando un dibattito culturale che non si opponeva alle voci in dissenso, ma che coinvolgeva tutte le intellettualità del tempo per rendere più ricco, nel confronto e dal conflitto fra le idee, il testo che si stava scrivendo (lo racconta bene un libro uscito alcuni anni fa, “Costituenti Ombra. Altri luoghi e altre figure della cultura politica italiana”) . Si era allora in un’Italia distrutta e stremata dalla guerra, ma non si ebbe fretta per fare le cose, perché si voleva farle bene. Guardate all’oggi, e cercate le differenze.
Infine, bisogna che il partito smetta di rinchiudersi nelle sue stanze, per dirla con Majakovskij, e che si faccia promotore, ma davvero, di una stagione di partecipazione democratica. Perché accusare di pulsione minoritaria quelli che decidono di non partecipare perché non si sentono adeguatamente coinvolti o giustamente riconosciuti, può bastare come auto giustificazione, ma non risolve il problema. E poi, dopo le ultime tornate elettorali, dove tra quelli che non sono andati a votare, quelli che hanno votato per chi metteva apertamente in discussione il sistema della rappresentanza, e quelli che hanno votato per quelle formazioni che sapevano non essere capaci di raggiungere i diversi quorum, i minoritari rischiamo di essere noi.
Perché il coinvolgimento non è una questione che appassiona solo quelli che non hanno nulla di meglio da fare. È un punto centrale per misurare la compiutezza della nostra democrazia, per comprendere come sono pensati e come funzionano i processi decisionali nel nostro sistema.
Perché se non coinvolgi prima, e dopo aver preso delle decisioni pensi di ricercare su quelle il consenso, rischi di non farcela. E rischi, poi, che quelle scelte diventino l’immagine del sopruso, della dittatura della maggioranza, e che intorno e contro di quelle si condensi il dissenso, che diventino simbolo e segno di contrapposizioni dure, di tensioni latenti, di conflitti colpevolmente non affrontati.
E può succedere, allora, che dal diritto alla resistenza, che riconoscevano i costituenti illuministi e che lo stesso Dossetti voleva inserire nella Carta del ’48 (peraltro, con una formulazione nient’affatto blanda: “La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”), scaturiscano contrapposizioni forti. E può accadere, ancora, che ignorando coinvolgimento, integrazione e partecipazione, ci si scopra a dover considerare la tenuta sociale come una questione d’ordine pubblico. Ed a quel punto, a poco potrebbe servire la consolatoria identificazione dei violenti istigatori in tutti quelli che si oppongono e dei pacifici e pragmatici interpreti dello stato di diritto in quelli che incitano all’uso della forza per la repressione del dissenso. Pensiamoci prima, perché poi, quando i casi di tensioni diventano tanti, i rischi aumentano. E di molto. E pensiamoci anche perché il ruolo di un partito è pure quello di misurare la qualità della democrazia nel Paese che si candida a rappresentare, non scambiando la realizzazione democratica per pacificazione imposta sotto uno spesso strato di unanimismo.
 
 
Per me, il congresso dovrebbe servire a chiarire un po’ tutte queste cose, e a provare a dare le risposte a tutte le domande e i dubbi che un po’ tutti abbiamo. Senza l’ambizione delle soluzioni esaustive, ché un partito, come la democrazia, non potrà mai essere perfetto e finito, ma sempre imperfetto ed in divenire.
Vorrei che si affrontassero questioni come queste e come altre, senza nascondersi la necessità di affrontare i problemi che ci sono e ci sono stati. Perché l’affidarsi ad un uomo solo al comando o l’avversare quella tendenza in nome di una non meglio specificata logica di gruppo, rischiano di essere due facce della stessa medaglia, quella che non si premura di spiegare la strada che si intende seguire né la meta che si vuole raggiungere, celando la mappa fra le doti del condottiero, e quella che vuole far dimenticare la via che si è seguita fin qui, senza spiegare come dalla promessa di cambiamento si è arrivati alla terra delle larghe intese.
Ritengo, invece, che serva discutere del taglio di quella medaglia, del taglio che si vuole dare al percorso e del taglio che si vuole dare ad un certo modo di fare le cose.
Perché di formule semplici fatte di uomini soli al comando ne abbiamo già avute troppe, ma anche di persone che parlano dell’importanza del gruppo, e son trent’anni che ne parlano e sono sempre loro a parlarne. Ne abbiamo avuto abbastanza di uomini che si sono fatti da soli, come di uomini sui quali c’era un progetto fin dall’inizio della loro carriera. Ne abbiamo avuto abbastanza di chi si sente prestato alla politica o ad una sua idea di politica, e di chi, al contrario, fa politica per mestiere da una vita, e non si capisce che mestiere fa.
Perché è vero che non ci servono profeti, ma nemmeno profezie. Perché anche le seconde sono i primi a farle, e spesso sono quei primi che ne avevano fatto delle altre e molto diverse. E poi, gli uni e le altre, appartengono agli ambiti della fede, e qui ci serve il terreno della ragione, e quello della fiducia. E sì, anche l’apporto del coraggio, quello necessario a dire e fare le cose che si vogliono davvero.
E ci serve una visione, che si poggi sull’analisi di quella che è la società oggi, come storicamente si poggiò sullo studio dell’economia politica il progetto per il cambiamento proprio della nostra tradizione. Una visione che si costruisce insieme, ma sul serio; ognuno per il suo pezzo, ognuno portando le sue parole per un racconto condiviso.
Non si tratta di spostare il partito più a sinistra (o meglio, non solo, visto che più a destra di dove è stato portato è pure difficile spostarlo). Si tratta di capire dove e come si è di sinistra oggi, se tra le paure dei finanzieri o fra le speranze dei precari, se tra i moniti del Colle o fra le richieste dei pensionati, se tra l’attenzione ai conti della Borsa o fra le difficoltà di chi tutti i giorni non sa se domani potrà garantirsi ancora quel poco che gli serve per arrivare a dopodomani.
E la sinistra, infine, è speranza in un mondo migliore, non paura dello spread, dei mercanti e dei mercanti o dell’invasione delle rane e delle cavallette. La stabilità, lo status quo, va bene a chi in quello status ci sta bene, ai ricchi, ai potenti (non a caso, TINA, there is no alternative, era uno slogan di destra, della Thatcher), a chi nella conservazione dell’esistente trova il proprio tornaconto. Ma per chi non c’è la fa, per chi soffre e non sa come arrivare alla sera, la stabilità è una condanna. Chi è povero nutre la speranza che tutto cambi, se gli offriamo la stabilità come concetto politico e di orizzonte, gli tracciamo i contorni foschi della disperazione. E sulla disperazione e sulla paura non ci costruisci nulla, ma rischi di distruggere tutto.
Dobbiamo ricominciare a parlare di domani, del sogno di un avvenire migliore e più giusto, e sì, anche dell’utopie, perché sono le utopie che hanno cambiato il mondo. C’è bisogno di un racconto della speranza.
Ed un racconto così, lo costruisci dialogando e facendo domande per trovare le risposte, non credendo in un profeta o in una profezia. E come Socrate, a volte dai fastidio, e a volte ti tocca anche pagare il tuo spirito democratico proprio per aver dato fastidio a quelli che democratici si definivano. Ma è così, ed è per questo che serve quel coraggio di cui si diceva. Per fare le domande, e per non scambiare ancora “colui che pesca nel torbido con colui che attinge dal profondo” (e non potevo chiudere il tutto senza un ritorno alla dolce e terribile ombra annunciatrice di quel un sentimento “Umano, troppo umano”).
Ecco, così vorrei che fosse il Pd domani. Tutto qui.

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3 risposte a Ragionando di taglio

  1. Pingback: Quei centouno militi ignoti | FILOPOLITICA

  2. Fabrizio scrive:

    Legge Bossi-Fini , in primis mai proposto dai radicali raccolte firme per referendum abrogativo….!?

    Job act per diciotto mesi a tempo determinato con reinserimento art.18!?
    Buona Scuola , scuola pubblica a partire da 0 anni a 16 anni !?

  3. Fabrizio scrive:

    si parla solo di vita allunagata , in primis occorre parlare di anticipo del cosidetto periodo materno-infantile ….!?

    il diploma di scuola superiore non ha piu’ valore, giusto!?
    allungare a cinque anni la scuola media e poi tre anni di specializzazione laurea college
    0-3anni scuola materna!? 3-6anni scuola elementare primaria !? 6-8anni biennio secondario indirizzo scuole medie!?

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