Quella luce al posto del tunnel

D’improvviso è come se attraverso un buco in una montagna passasse il discrimine tra due modi di intendere il futuro dei rapporti fra gli uomini. Non c’entra più il treno, la ferrovia o il sistema integrato dei trasporti europei. Anche perché, ad essere seri, per il Tav in val di Susa si dovrebbe usare il medesimo buonsenso che per le olimpiadi a Roma: non ci sono soldi, il mondo sta cambiando, non si fa.

Ed invece la difesa quasi fideistica che alcuni fanno di quell’opera è a tratti sconvolgente. È  gente che sarebbe anche capace di articolare ragionamenti più elaborati, ma se ne esce fuori con banalità del tipo: “il Tav è irrinunciabile per lo sviluppo del Paese”, “l’opera rappresenta il progresso, opporsi è mettersi contro lo sviluppo”, “senza di essa ci si condanna alla mancanza di crescita”, ed altre amenità di questo genere.

Cominciamo da un ragionamento. Quella ferrovia è stata progettata agli inizi degli anni novanta. A quell’epoca si presupponeva una crescita infinita dei livelli di produzione e consumo europei, e quindi degli scambi. La ferrovia esistente, già allora sotto utilizzata rispetto alle sue reali potenzialità, agli ideatori della linea ad alta velocità parve insufficiente a reggere il carico futuro di lavoro. Si pensò a questa nuova opera. Da allora sono passati vent’anni. Il traffico su quella linea è crollato, così come è crollato lo scambio di merci lungo tutte le tratte transalpine, tanto che le attuali infrastrutture di collegamento sono utilizzate per appena il 30 per cento. Questo in vent’anni dalla previsione. La ferrovia, però, stando a quelle che sono le indicazioni sui tempi di realizzazione, dovrebbe essere ultimata fra 20 anni, cioè a quaranta, almeno e salvo slittamenti nel cronoprogramma dei lavori, dalla sua progettazione.

Mi chiedo ora: chi mai potrebbe progettare un’opera mezzo secolo prima della sua realizzazione e “prenderci” circa le sue reali potenzialità di utilizzo? Pochi. Se poi le linee e gli algoritmi su cui si è fatta quella previsione, giustificandola con quelle dell’andamento economico, sono le stesse di chi per nulla aveva previsto il muro verso cui andava a schiantarsi l’economia europea, siamo in una botte di ferro. Non mi avventuro in un discorso che potrebbe apparire cinicamente ironico. Basta dire che tali previsioni indicavano una crescita continua e duratura degli scambi commerciali su quella linea. Da allora ad oggi, quel trend è di discesa netta è solo la teoria economica slegata dal buon senso può farne prevedere un’inversione di tendenza significativa.

Ma i dati tecnici ed economici nel discorso collettivo su quell’opera passano in secondo piano. E non perché non si voglia approfondire scientificamente la questione o, meglio, non solo per quello. Ma perché il come si sta svolgendo il racconto dei fatti narra una storia diversa, che fa di quell’opera lo scenario su cui i campioni dell’epica moderna scendono in lizza per difendere i reciproci colori.

Attraverso quel tunnel, da farsi o meno sotto la montagna, passa una diversa e discriminante visione dell’equilibrio e dell’organizzazione dei rapporti fra politica e territorio, fra maggioranze e minoranze, fra interessi generali e aspettative locali; passa, cioè, il crinale fra due modi di intendere la democrazia. In quel buco sottoterra, se si fa, finisce anche la tutela delle minoranze e l’autogoverno del territorio, seppellite insieme al ferro dei binari dalla dittatura della maggioranza e dalla pervicacia dell’interesse più ampio. Sulle creste di quelle montagne, se resistono all’assalto delle trivelle, si disegna una diversa idea dei rapporti fra generale e particolare, in cui anche il singolo interesse è tenuto in considerazione e su cui è calibrata la gestione delle controversie e delle soluzioni da ricercare.

Ecco, allora, che sarebbe necessario discutere a più ampio raggio di tutta la faccenda, ricercando quella chiarezza illuminata che difficilmente troveremo spingendo il ragionamento in fondo ad un tunnel ancora da scavare, ma che fuori da quel buco potremmo facilmente trovare. Se solo lo si volesse.

In conclusione, però, non voglio sfuggire alla questione: io sono dalla parte di quelli che si oppongono, per almeno tre ragioni. La prima era intuibile dal richiamo alle errate previsioni di sviluppo economico. L’Europa è sempre più un’economia “matura”, nella quale si produce sempre meno e quei sempre minori consumi sono di merci che arrivano da altre parti del mondo, su rotte e con mezzi totalmente indifferenti alla ferrovia ad alta velocità attraverso le Alpi. Nulla mi fa pensare, realisticamente parlando, che questo andamento muti drasticamente di segno nei prossimi anni.

La seconda ragione è di natura ambientale ed economica. Abbiamo un territorio che fa acqua da tutte le parti, e non è un modo di dire. Una rete infrastrutturale a dir poco inefficiente, specialmente per quanto concerne il sistema dei trasporti. Edifici di pubblica utilità fatiscenti ed instabili. Un patrimonio edilizio che crolla al solo soffiare del vento, ed anche questo non è un modo di dire. Accanto a tutto ciò, qualcuno ci spiega che la situazione delle nostre economie non è florida, giusto per evitare i toni allarmisti. Ora, se ci sono due soldi, invece di bucare una montagna per farla velocemente penetrare da un treno (che poi possa essere letta come metafora sessuale del possesso maschilista della Terra non è del tutto campato in aria), perché non mettiamo a posto il nostro Paese con tanti più modesti ma più importanti e necessari interventi di manutenzione e recupero? Credo che useremmo meglio quei soldi, faremmo lavorare più gente ed eviteremmo di veder piangere ipocritamente le nostre classi dirigenti alla prossima sciagura “naturale”.

La terza ragione è di natura squisitamente politica, e c’entra con il concetto che si vuole avere di democrazia. Il Tav in Val di Susa è un deposito di scorie nucleari nel nostro giardino. Non intendo dire che inquina e danneggia l’ambiente allo stesso modo. Intendo invece andare all’analisi del processo decisionale che ha portato all’identificazione di quel tracciato. Si è deciso al di fuori del consenso locale, si è arrivati lì con proposte che tutto ammettevano tranne la loro archiviazione, e si è tentato di dimostrare il teorema che l’interesse generale non poteva fermarsi solo perché l’aspettativa locale andava in altra direzione. Vale a dire che siccome l’Europa di 300 milioni di abitanti voleva quel tunnel (ma si era chiesto davvero a tutti gli europei che cosa ne pensassero?), non potevano 100 mila valligiani impedirne la realizzazione. Allora, secondo questa logica, se la Cina decidesse di fare a Roma il suo deposito di scorie nucleari esauste cosa diremmo? Se uno Stato decidesse di fare a casa nostra una discarica noi che faremmo? Accetteremmo il tutto come cosa buona e giusta solo perché decisa da un numero maggiore di persone rispetto a quelle che vi si oppongono?

Nel 2003 ero a Scanzano Jonico a protestare contro la realizzazione del deposito unico nazionale di scorie radioattive. Anche in quell’occasione la logica che aveva portato all’individuazione del sito era fortemente viziata dalla considerazione e dall’analisi della “bassa antropizzazione del luogo”. Come dire: siete pochi, siamo tanti, noi abbiamo ragione, voi torto. E’ chiaramente una logica che grida vendetta al cielo, ma, estremizzandola, fa della democrazia la cattiva e pericolosa versione della dittatura maggioritaria. L’interesse generale non viene prima del diritto individuale. Lo pensavo per Scanzano, lo penso per la Val di Susa, lo credo per tutte le opere e le azioni eccessivamente invasive che vengono realizzate in luoghi dove si è in pochi o semplicemente troppo lontani per far sentire la propria voce, le proprie proteste.

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