Cerchiamo di non fare le cose che diciamo di non volere

«Fa’ quello che dico, non quello che faccio», fa dire al prete un proverbio dell’Italia meridionale. E può avere un senso e delle ragioni, se ciò a cui si riferisce attiene alla sfera delle verità rivelate e quello a cui si applica parla in vece di un’autorità indiscutibile seppur con voce emessa da carni cedevoli e, per questo, potenzialmente peccanti. Ne ha meno, d’entrambe, se quella frase viene mutuata in contesti differenti, più mondani e umani, potremmo dire. Tra questi, ovviamente, quello politico.

E siccome noi, della politica, avremmo un’idea ispirata a criteri di laicità maggiore rispetto alle materie trattate dai preti (effettivi o ipotetici che siano interessa qui poco o punto), se diciamo di non volere una cosa, poi dobbiamo cercare di non farla. Così, ad esempio, se a sinistra abbiamo criticato il meccanismo della pluricandidature nella quota proporzionale previste dal cosiddetto Rosatellum, poi non dobbiamo praticarle attraverso la, si spera, nascente lista unitaria. Cioè, e per chiarirmi, non è che, temendo penuria di seggi conquistati, qualche leader (o sedicente tale) ceda alla tentazione di candidarsi in più collegi dopo che, proprio sulla legge che ne dà la facoltà, l’ultima parte di quello stesso gruppo che sosteneva il Governo ha rotto con la maggioranza?

Ne andrebbe della credibilità e della coerenza, ma anche della serietà e dell’affidabilità. Perché il prete nel proverbio di prima, tutto sommato e nella considerazione popolare che quell’adagio ha pensato,  non era certo una figura ammirevole e ammirabile in sé. Al massimo, era riverito per l’abito che vestiva. Ma in altri contesti, abiti stimati in quanto tali non ce ne sono.

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Sempre più appare stanca ritualità, inutile giaculatoria

Quel nome promettente, quelle tante volte in cui ci hanno ripetuto che, pur con tutti i suoi limiti, è la migliore delle altre, quegli spazi di partecipazione e rappresentanza che, anche nella peggiore delle sue interpretazioni possibili, in ogni caso lascia; insomma, non c’è dubbio che la democrazia abbia capacità di generazione delle aspettative che non di rado scontano una realtà, per forza di cose, differente e più modesta.

Però – e so quanto sia pericoloso il sentiero su mi sto arrischiando – oggi quella grande promessa sembra sempre più un insieme di riti a cui ci si avvicina con stanchezza e noia, nonostante le altisonanti invocazioni di rispetto della volontà popolare e le rassicurazioni sul necessario coinvolgimento dei cittadini ai processi decisionali. Gli stessi cittadini che, se interrogati, in tutti i modi rispondono fuorché confermando di sentirsi parte o semplicemente rispecchiati dalle istituzioni e nei processi che, col loro voto, contribuiscono a legittimare. Ed è in quello, io credo, il limite e il peccato maggiore del sistema che ancora con il nome che i greci antichi gli diedero continuiamo a chiamare.

Come se ne esce? Non ne ho idea. Di certo, credo che sia, fra le tante ideologie che hanno guidato l’associarsi fra gli uomini e il loro darsi governo, quello che, tutto sommato, presenta i rischi minori. Eppure, secoli di applicazione pratica non hanno saputo smentire quel sapore amaro di fondo che ogni singolo individuo prova quando, avvicinandosi all’urna, spera di contribuire a decidere qualcosa ma teme d’esser smentito dal misero valore che ha il suo voto nella marea dei suoi pari conteggiati come elettori.

Quanto sarebbe bello in un qualsiasi sistema statuale potersi sentire, realmente partecipe fra gli altri, «quel singolo», e non quale epitaffio ultimo, per quanto incredibilmente illuminante e esaustivo, come sulla sua pietra lo volle l’ancor troppo giovane spentosi autore de La malattia mortale.

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E se fosse semplicemente in forza di idee differenti?

Quando in un articolo si viene citati, può essere scortese fingere di ignorarlo. Soprattutto se in quello stesso pezzo si leggono cose che spesso si trovano da altre parti. È il caso, ad esempio, di un commento di Giampaolo Testa sul quotidiano online TargatoCn, testata cuneese, come facilmente s’intuisce dal nome, molto seguita, in cui vengo identificato come «esponente di punta» di Possibile. Nel ringraziare Testa, però, non posso non sottolineare l’imprecisione: perché non sono esponente, nel senso che ho lasciato anche il semplice ruolo di portavoce locale che ricoprivo, oggi meglio di quanto potessi fare io svolto dall’amico Alberto Spadafora, e perché non sono mai stato di punta, al massimo di lato, al fianco, quasi a far da mediano, diciamo, per disposizione personale e capacità individuali.

Ma, accennavo prima, il commento dell’ottimo Testa ragiona intorno a un elemento spesso dibattuto quando si discute a proposito della nascente lista a sinistra, non di rado dai suoi detrattori, e che il peraltro interessante fondo riassume in poche parole nel suo sommario, dove si legge: «Si cercano candidature forti in Piemonte e nei collegi della Granda per mettere in difficoltà i cugini Democratici». Ecco, sarà una mia impressione, però, posta così, non potendola ridurre ad un invito a proporre candidature “deboli”, né inquadrare nell’ipotesi che, al contrario, i Democratici stiano cercando di non creare difficoltà a congiunti di vario grado, appare come una lettura viziata da un pregiudizio; quello, cioè, che a sinistra del Pd stia prendendo forma un soggetto politico contro, non per. Se proprio vogliamo, quelli che chiamano all’unità avverso qualcosa o qualcuno sono i tanti che invocano un centrosinistra già dato più volte da loro stessi per finito, da  organizzarsi, appunto, contro i populismi, le destre, Grillo, Berlusconi, Salvini, i “sovranisti”, eccetera, eccetera, eccetera, senza spiegare mai bene per fare che cosa. Perché magari, e invece, la sinistra a sinistra del Pd, azzardo, sta solamente cercando le candidature migliori, o comunque tali ritenute, per portare avanti le proprie idee, al di là di quello che faranno cugini, amici o semplici conoscenti.

Idee, tra l’altro, sempre di più allontanatesi in questi anni da quelle che venivano messe in atto da chi era al governo del Paese e alla guida del Pd. Perché un conto è dire, come sempre a Cuneo ha fatto l’altro ieri Fassino, che «bisogna avere il coraggio di cambiare», altro è scambiare per segno d’audacia la rinuncia a tutte quelle che si dicevano essere le proprie battaglie, dal contrasto a quanti volevano fermare gli sbarchi dei migranti con l’ipocrisia di un inefficace «aiutiamoli a casa loro» alla difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dal taglio delle tasse sulla casa per tutti, ricchi compresi, alle politiche dei bonus in luogo dei diritti, dei poveri per primi, fino alle risposte securitarie ai problemi sociali e a una visione della difesa dell’ambiente e del territorio tutta retorica, trivelle e grandi opere.

A meno di non voler credere che sia dimostrazione di temerarietà il sostenere una tesi «ma anche» il suo contrario, ovviamente.

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Cuperlo, l’astensione e una peculiare “statolatria”

Domenica, per eleggere il presidente del X Municipio capitolino, quello di Ostia, ci sono andati solo tre elettori su dieci. Un dato che fino a qualche tempo fa avremmo definito «preoccupante», ma che oggi appare normale, dopo che per risultati non tanto diversi (ricordo, ad esempio, che nella patria dell’impegno politico quale dover civico, l’Emilia Romagna, alle scorse regionali votò una percentuale simile di aventi diritto) i massimi vertici politici del Paese hanno fatto “spallucce”, parlando di «problema secondario». Ovviamente, la disattenzione e la superficialità dei rappresentanti istituzionali nel rapportarsi a questa tendenza ha delle eccezioni, alcune lodevoli. È il caso di Cuperlo, che pur di non darla vinta a quelli che rinunciano, a Ostia sarebbe andato a votare, e avrebbe votato per il candidato dei Cinquestelle.

Nemmeno a dirlo, il solo pronunciare quell’ipotesi ha attirato sul buon Gianni le ire dei suoi colleghi di partito. E però, fra lui e loro, una differenza c’è. Perché Cuperlo «ha fatto le scuole», e sa che in politica ogni cosa ha più d’un risvolto. Al netto della scelta di campo in questo caso, per lui non votare è il problema. Sinceramente, tra l’una e l’altra candidata, fossi stato ostiense, domenica avrei fatto un giro sul litorale a ricordare Pasolini. Ma se mi astengo io, cafone inguaribilmente sedotto dai propri sogni d’anarchia, è un conto, se un partito o dei rappresentanti delle istituzioni elettive lo fanno, o addirittura chiedono di farlo, è un altro. Astenersi è legittimo, lo penso anche quando sostengo referendum abrogativi con l’incognita del quorum, dove l’astensione danneggia la parte che ho scelto, come quello sulle trivellazioni, per capirci. A essere rischioso, invece, e lì Cuperlo cerca di dire qualcosa (secondo me inutilmente) ai suoi compagni, è l’appello all’astensione fatto da quanti parlano da un posto a cui con un voto sono stati eletti. Se chi fonda la propria legittimità rappresentativa sul consenso popolare ha di questo una così bassa stima da scoraggiarlo quando in esso la sua ipotesi politica o il suo partito non sono contemplati, allora come si possono poi biasimare quanti dubitano di quello stesso percorso di legittimazione o che, in definitiva, nell’intero sistema non nutrono alcuna fiducia?

Questo è il ragionamento implicito che si fanno quelli che, come Cuperlo, dello Stato e dei meccanismi della democrazia rappresentativa hanno fatto religione. E in quella religione, in quella peculiare forma di “statolatria”, l’astensione è blasfemia, peccato mortale, percorso che porta alla scomunica, che nei fatti è la delegittimazione indiretta perpetuata attraverso la poca legittimità e, esagero, “sacralità” che si riconosce ai percorsi che sostengono il sistema. Come dicevo, Cuperlo coglie un aspetto che vale anche per i suoi colleghi, ma difficilmente, i più fra questi, avranno la sensibilità necessaria a capirlo.

La sua, in fondo, è una fede incrollabile nel voto come via prevalente e ineludibile della partecipazione dei singoli alla vita politica e democratica della società. Un comportamento e una convinzione ammirevoli, lo dico senza alcuna ironia. Ma pure vani, considerato oramai «lo stato presente dei costumi», e non solo degli italiani.

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Rispettare la maggioranza non vuol dire doverne per forza far parte

«Pur tenendo conto delle posizioni delle minoranza, bisogna rispettare il parere e il volere della maggioranza; la democrazia funziona così». Su un concetto simile, per quanto banale, credo che difficilmente non potremmo non concordare. E personalmente, a quanti quasi me lo tirano dietro ogni qualvolta provo a eccepire rispetto alle idee dei più, non ho mai replicato dicendo che non sia vero (e ciò potrebbe aprire un discorso approfondito sul che cosa sia, qui e ora, la democrazia, ma soprassiedo). E però c’è un «ma» ineludibile rispetto a quanto in quell’asserzione si definisce.

Rispettare il volere della maggioranza, infatti, è un conto, farne parte un altro. Io non dico che un governo non abbia il diritto (nei limiti del possibile, s’intende) di provare a fare quello che crede giusto, oppure, per stare all’esempio che viene puntualmente usato come clava nei confronti di quelli che, da sinistra, dissentono sulle politiche del Pd, che il partito di Renzi non possa o non debba fare le cose che ha fatto fin qui. Non capisco perché, però, io dovrei dare una mano a farle. Qui non stiamo parlando di un processo obbligatorio, tipo quello che ci costringe a pagare una tassa pure se la riteniamo ingiusta, ma di una libera partecipazione spontaneamente data attraverso il voto. Per farla breve (e per stare al caso tutt’interno a una sola parte che ricordavo prima), Renzi vuole fare il Jobs Act con Sacconi, le grandi opere con Lupi e fermare i migranti con la mano di Minniti e l’ausilio delle milizie libiche? Ci provi; non avrà il mio voto, tutto qui.

Quando me ne sono andato dal Pd, in molti mi spiegarono, non di rado con intenti polemici, il rispetto, appunto, del volere delle maggioranze definitesi in quel partito. Dal mio punto di vista, avevano ragione: proprio in rispetto a quelle volontà io lasciavo il partito, dando alla maggioranza che lo componeva e, ancora, lo compone tutto l’aggio di farsi totalità togliendole anche l’assillo di dover mediare col mio dissenso.

Il quale, radicalmente, rimane intatto ed espresso in luoghi, tempi e modi diversi.

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Eppure, a me sembra una stampa e una figura con quello della «vocazione maggioritaria»

«In questo momento sento che è in gioco qualcosa di molto importante, la possibilità per la sinistra di svolgere un ruolo rilevante. Credo non ci sia bisogno di tatticismi, bisogna andare alla sostanza delle cose. È possibile non ritrovarsi tra persone che hanno valore e idee comuni? Questa è la semplice domanda che si pongono i milioni di elettori di centrosinistra». Così Walter Veltroni, durante la trasmissione Circo Massimo, condotta da Giannini su Radio Capital.

Come non condividere, in linea generale, le parole del primo segretario del Pd. Ma appunto, solamente in linea generale. Nello specifico, invece, siamo proprio sicuri della condivisione di quei valori? Perché, ad esempio, il non cedere alla retorica muscolare del fermare i migranti prima del bagnasciuga, per me è un valore. Il non piegare i diritti dei lavoratori alle volontà del mercato, per me è un valore. Il non cercare risposte securitarie e ipocrite ai problemi sociali e di disuguaglianza, per me è un valore. Però, in questi anni mi sono accorto che per chi governava o sosteneva il Governo non era altrettanto, che questi miei valori essi non li condividevano. E di contro, ho dovuto prendere atto, giorno dopo giorno leggendo i provvedimenti e le norme approvati, che io non condividevo i loro, incentrati com’erano su logiche esclusivamente competitive e, passatemi il termine, “vinciste”.

D’altronde, pure la fanfaronata della “meritocrazia” a questo serviva, a mettere a nanna le coscienze dei più: quelle dei vincitori, con la rassicurazione morale di non aver tolto nulla a nessuno perché loro erano i migliori nella concorrenza; e quelle dei vinti, con la spiegazione rassegnata che se han perso, non è colpa d’altri che non siano i propri limiti.

Infine, non posso non farmi una domanda. Ma quel Veltroni che oggi chiama all’union sacrée nel motto del «se no, vince la destra», è lo stesso che teorizzava la «vocazione maggioritaria»? Bene, Walter, l’occasione che volevi e volevate è lì, davanti a voi: prendetevela. Se, come dici, «i milioni di elettori di centrosinistra» spingono per quell’unità di cui tu parli, altro non potranno fare che punire chi non la vuole e festeggiare nelle urne quelli che, a parer tuo, ora la chiedono.

Come accadde quando eri tu a guidare il Pd, no?

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Allo stesso modo in cui lo siete stati voi, diciamo

«Le hanno già detto: il tempo è scaduto», ricorda Alessandro De Angelis ad Andrea Orlando, in un’intervista per l’Huffington Post. E il ministro risponde al vicedirettore: «Ma, mi domando: come può Bersani restare insensibile alle parole di chi come Romano Prodi ha fatto vincere l’Ulivo, il centrosinistra? L’argomento del tempo scaduto è di grandezza incommensurabilmente più piccola rispetto al rischio di involuzione della democrazia che abbiamo di fronte. Le parole di Prodi, con il quale domani ci confronteremo a Bologna sull’immigrazione, confermano un fatto, sia pur con la severità del suo giudizio: e cioè che non si può fare un centrosinistra senza il Pd».

Lo stupore di Orlando non è del tutto fuori luogo. Si chiede, infatti, il leader della minoranza dem come possa Bersani rimanere distaccato rispetto all’appello all’unità di personalità alle quali è stato, negli anni, molto vicino, come il Prodi che cita, ma si potrebbero aggiungere anche i Fassino o i Veltroni. Ed è giusto chiederselo. Anzi, sarebbe. E sì, perché Bersani è «insensibile» oggi allo stesso modo in cui lo sono stati loro, Orlando e tutti gli altri del Pd, dai vertici ai più anonimi rappresentanti, quando quelli a cui dicevano d’essere vicini, che li avevano sostenuti (e votati) durante anni di percorsi comuni non sempre agevoli, spiegavano le proprie ragioni e idee, segnalavano le sempre crescenti difficoltà a seguire la strada presa, e poi ancora, nel silenzio quando non per la gioia dei piani alti del Nazareno, lasciavano il partito per manifesta sopravvenuta differenza di obiettivi.

Ecco, mio caro Orlando e miei cari dirigenti e militanti Pd, è accaduto tutto questo, e la posizione di Bersani è simbolo e fenomeno di quella rottura, non la rottura in sé. Per questo potete pure provare a recuperare alcuni di loro, e magari anche riuscirci, ma è ciò che si è rotto collettivamente mentre vi godevate i vostri successi individuali o di piccola parte che difficilmente, io credo, riuscirete a riparare.

Ma non è un problema: avete fatto tutto così bene, vincerete di sicuro e senza problemi.

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Giusto. Ma allora perché un’eventuale sconfitta sarebbe colpa loro?

«C’è un solo problema che la forza nascente alla sinistra del Pd non ha: la mancanza di leader. Le truppe scarseggiano; i generali abbondano. E non uno la pensa come l’altro. A fronte di infinite difficoltà, l’esercito della nuova sinistra ha due certezze: un’ampia pluralità di posizioni; e una vasta schiera di condottieri. Ognuno si considera il comandante in capo, nonché l’ideologo. Peccato che nessuno abbia le stesse idee degli altri».

Iniziava così Aldo Cazzullo, in un suo commento di qualche giorno fa sul Corriere della Sera di ieri. Per poi concludere, dopo la disamina, a tratti godibilmente ironica, delle diverse posizioni, con un fatale: «Sarebbe anche uno spettacolo bello e variopinto. Il problema è che i mille coriandoli in cui si è frammentata la sinistra rischiano di essere dispersi dal vento. Che in tutto il mondo, Europa e Italia comprese, tira verso destra». Bello, e scritto pure in modo piacevole. Però la chiusura stride con l’apertura: se le formazioni a sinistra del Pd sono così irrilevanti da poter essere prese in giro con quel «le truppe scarseggiano; i generali abbondano», come possono essere proprio loro a determinare, per rinuncia ad allearsi col grande e responsabile Partito Democratico,  la vittoria delle destre?

Dico, delle due, l’una. O il panorama di tutto quel che si oppone, da sinistra, al renzismo realizzatosi nella pratica di governo è inconsistente al punto di essere minore della somma dei leader che lo rappresentano, e a quel punto, che ci siano o meno, non determineranno per questo alcunché, oppure, al contrario, contano qualcosa. Ma nel caso, mi permetto di azzardare, non sarebbe opportuno ascoltarle nel merito delle cose che dicono, e provare a fare un accordo sulle cose da fare, che molto spesso, per queste, sono il contrario di quelle che sono state fatte?

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Questa che c’è ora è la nuova classe dirigente

Ci voleva il pallone. Da sempre sfera in cui leggere i costumi e i destini di questo Paese, la palla che fu di cuoio cucito (e ora ignoro davvero come sia fatta, a vederla volare così lontano e con traiettorie tanto complicate), anche questa volta, nella sconfitta, sembra divenuta unica chiave di lettura dello stato delle cose nei tempi presenti.

E così, quegli stessi ragazzotti in calzoncini e scarpette che se avessero vinto sarebbero stati portati in trionfo come la «meglio gioventù», diventano l’emblema del declino dei processi di formazione e selezione. E di pari passo, i loro responsabili e allenatori il simbolo dell’inadeguatezza delle italiche classi dirigenti, di cui, partendo da dal mondo pallonaro, se ne chiede completamente la sostituzione e il rinnovamento in tutti gli ambiti, politica compresa. Ecco, però, in quest’ultimo caso, farei un’eccezione; non perché quelle élites siano di qualità differente dalle altre, ma semplicemente perché lì quel rinnovamento c’è già stato, e quella che vediamo oggi esprimersi e agire è già la nuova classe dirigente, entrata in campo, per continuare a parafrasar versi migliori delle mie parole, con i congiuntivi, le nozioni di storia e geografia e la finezza dell’eloquio che aveva.

Dal Di Maio e il suo Venezuela grande quanto l’Argentina alla ladylike Moretti, passando per le ruspe di Salvini, i condizionatori della Lezzi e i #ciaone di Carbone, questi sono il nuovo che ci aspetta, e un altro, almeno io, non lo vedo all’orizzonte, o quantomeno, non vedo per esso alcuna possibilità di farcela davvero. Sto dicendo che dobbiamo rassegnarci al crepuscolo di questa nazione, almeno per quanto riguarda la sua politica istituzionalizzata? Non saprei.

Fossimo poeti come quelli che citiamo, potremmo almeno saper dire, dovendoli poi votare, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

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La barbarie sta nel cinismo di certa concretezza

Diciamoci la verità, quante volte abbiamo riso delle eccezioni di Bertinotti? Quante volte ne abbiamo criticato le scelte? Quante volte la sua rinuncia a sostenere i governi di centrosinistra è divenuta archetipo della sinistra-sinistra intenta a farsi del male? Tante, e non in tutte senza motivo. Però ricordo un’intervista in cui proprio questo gli veniva rinfacciato, il suo mancato appoggio, nel caso, al governo D’Alema (chissà, forse se ne ricorda pure Pisapia). Bene, in quell’occasione, l’allora segretario di Rifondazione rispose con l’elenco delle cose che proprio non andavano giù al suo partito, fra queste, e soprattutto, la guerra, quella in Kosovo, nello specifico.

Plausibili o infondate, sincere o meno che fossero quelle parole, lì diceva sostanzialmente qualcosa di preciso: c’erano valori su cui, facendo politica, lui e i suoi compagni non potevano soprassedere. Nemmeno sotto la minaccia di far perdere la propria parte, o quella che avrebbe potuto esser tale. Per me è ancora così, per me quei valori ci sono ancora. E quindi, quando leggo l’Alto commissario Onu per i diritti umani scrivere in una nota ufficiale che «la politica dell’Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel mediterraneo è disumana» e «la sofferenza dei migranti detenuti in Libia», quella stessa Libia dove, oggi, si fanno le aste aste di esseri umani, come all’epoca della tratta degli schiavi, «è un oltraggio alla coscienza dell’umanità» non posso non dimenticare come si sia arrivati a quella politica o ignorare che  si facciano le aste di esseri umani, e chi se n’è fatto interprete, oltre a quali reazioni entusiaste qui abbia prodotto nei risultati sbandierati da quella stessa parte che ora chiama all’unità, cercando di sollevare in tutti i suoi potenziali elettori, e quindi anche in me, lo scrupolo del «se no, arrivano i barbari». Io però la barbarie la vedo già, e son già molto pentito di avervi contribuito col mio voto, al tempo in cui tutt’altra storia si raccontava.

Ed è una barbarie che vedo emergere da molti comportamenti cinici ammantati di quell’assioma che sempre più sta divenendo ideologia, quella concretezza che spesso piega a un “concretismo”, mito e modello dell’agire politico sul genere dell’uscita epifanica di quel senatore che spiegava come le istituzioni, a suo dire, non potessero permettersi di pensare «solo a salvare vite umane».

Forse non sarò in grado di fermarla, di certo non so come a questa possa essere, qui e ora, posto un rimedio efficace e definitivo. Sicuramente, però, so che ad essa non presterò le mie mani, nemmeno attraverso una matita copiativa. Sarà poco, anzi, probabilmente lo è; ma è tutto ciò che posso fare, e non intendo rinunciare a farlo. Con le parole di Thoreau (da La disobbedienza civile): «un uomo non ha il dovere di consacrarsi a raddrizzar torti, fossero anche i più grandi; può aver l’assillo di altri problemi. In tal caso è suo dovere almeno lavarsi le mani di tutto ciò e, se non ci pensa più, negare il proprio appoggio a ciò che è ingiusto».

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