Dategli voi un nome, se razzismo non vi piace

Il sobborgo di Frayser, nella zona nord di Memphis, in Tennessee, la notte scorsa è stato scosso da una rivolta della popolazione seguita all’uccisione di un giovane del posto da parte di alcuni agenti. Poteva essere Milwaukee, Baltimora, St. Luis; la storia, purtroppo, ha una collezione infinita di eventi simili, in cui la costante è dannatamente sempre la stessa, sempre tremenda.

La polizia spara, venti volte. Un ragazzo rimane per terra, senza vita. Aveva ventun anni, si chiamava Brandon Webber. Era afroamericano. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, pare si sia scagliato contro gli agenti, sembra che, nel farlo, abbia mostrato un’arma. Non lo so. So che uomini in divisa hanno sparato e un uomo nero è morto. E questo sapevano quelli che sono scesi in piazza, che si sono ribellati, che se la sono presa con altri colleghi di quei poliziotti. Perché quando è sempre dalla tua parte che si contano i morti, non vuoi più sentire ragioni, non vuoi più ragionare. E non hai tutti i torti, per giunta.

Probabilmente diranno che il razzismo non c’entra. Anche questa l’ho già sentita. Come volete chiamarlo? Pregiudizio sociale? Percentuali di devianza fra determinati strati della popolazione? Può essere. Le chiamano minoranze, le etnie “non bianche” della nazione americana; non lo sono di certo in altre statistiche. I neri sono la maggior parte dei poveri, la maggior parte degli emarginati, la maggior parte dei detenuti, e la maggior parte dei morti ammazzati dai colpi sparati dalle forze di pubblica sicurezza: all’anima della minoranza.

Non è razzismo, dite? Bene: cos’è.

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La borsa non è la vita

«Forse neanche Perry Mason e Giulia Bongiorno riuscirebbero a dimostrare che chi spara a un ladro dal balcone, e lo colpisce alle spalle mentre scappa con la refurtiva, rientra nell’ipotesi del “grave turbamento” prevista dalla nuova disciplina sulla legittima difesa. Ma sospetto che i primi a non essere gravemente turbati dall’esito dell’autopsia sul moldavo ucciso dal tabaccaio di Ivrea siano i cittadini che ieri sera hanno organizzato una fiaccolata di solidarietà per il pistolero. Ai fan del tabaccaio interessa poco sapere se in pericolo c’era la sua vita o soltanto la cassa. Per loro la difesa della proprietà priva giustifica comunque una reazione».

Mi capita raramente, ma questa volta sono d’accordo con Massimo Gramellini. Nel suo Caffè di ieri sul Corriere, il volto televisivo reso celebre (un caro amico direbbe: «rovinato») da Fabio Fazio, ha ragione. E ne ha anche quando ipotizza che le persone scese in piazza a sostegno del commerciante canavese, sostanzialmente, siano «cittadini che non hanno più fiducia nello Stato». Purtroppo, rischia di essere così. È sempre una qualche estremizzazione delle teorie sullo Stato minimo, infatti, quella che giustifica il ricorso al fai da te pure su questioni di sicurezza e difesa. I fucili imbracciati e le pistole alla fondina, d’altronde, si sposano bene con quel concetto di frontiera «dove lo Stato non c’è», per citare il titolo di una raccolta di racconti di Tahar Ben Jelloun scritti dopo un viaggio nell’Italia meridionale (altro luogo, aggiungerei, dove il ricorso all’arte di arrangiarsi sconfina spesso in sfere che dovrebbero rimanere appannaggio del monopolio governativo, quali la tutela dell’incolumità dei singoli e la salvaguardia dei loro legittimi interessi e averi).

Quello che in tutto questo però non torna è la resa stessa dello Stato, che, nella sua versione di Governo attuale, abdica alle sue funzioni dicendo ai cittadini che, siccome non può proteggerli come sarebbe necessario facesse, si devono estendere le maglie della difesa possibile per i singoli, in modo che questi ultimi pensino sempre più da soli alle proprie questioni (che il portavoce e il paladino di questa rinuncia al ruolo di guardiano da parte del potere costituito sia proprio quello che, per mandato politico e istituzionale, è a capo delle guardie, aggiunge misera comicità a una situazione disperatamente drammatica).

Infine, non si può non dire qualche parola sulla specificità dell’avvenimento da cui muove questa riflessione. L’esercente di Pavone Canavese è stato più volte rapinato, e capisco che questa situazione renda oltremodo tesi. Ma sparare dal balcone alle spalle di chi sta rubando nella tua proprietà – se fossero confermate le ipotesi investigative – è davvero fuori da ogni concetto di difesa, legittima o meno. Vedete, io non sono il tipo che se gli entrasse qualcuno in casa non cercherebbe di difendere l’incolumità sua e dei suoi cari, tutt’altro. Però, nel caso di cui discutiamo, non pare si sia trattato di un atto di difesa della vita, al massimo della borsa.

E la seconda non può mai valere la prima, di nessuno.

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Solo a me non stupiscono i dati dell’industria dell’automobile?

In altre occasioni su questo spazio mi è capitato di commentare i dati negativi della produzione e vendita delle automobili, a livello europeo e occidentale o solo con riferimento al nostro Paese. E già in quelle circostanze non ho potuto non notare che il problema più grosso, a mio avviso, sta in un mercato ormai saturo di quelle stesse produzioni. Un problema che però, a quanto mi capita di leggere in giro, continuamente viene rimosso.

Lo scorso lunedì sono usciti i dati della produzione industriale in Italia elaborati dall’Istat per il mese di aprile, che hanno fatto segnare un preoccupante calo dello 0,7 per cento. In questa prospettiva, il settore auto segna numeri spaventosi: -17% rispetto allo stesso mese del 2018. Spaventosi, sì, ma non stupefacenti, almeno per come la vedo io. Perché, se superiamo quella rimozione collettiva di cui dicevo, possiamo accorgerci, camminando per le nostre città, che di macchine private ce ne sono fin troppe in giro; quante altre pensate di poterne vendere? E a chi? Certo, gli esperti spiegano che il «parco vetture circolante» è datato e andrebbe cambiato, ma si guardano bene dallo spiegarne il perché? La mia auto ancora si mette in moto e, per l’uso che ne faccio, va bene: dovrei cambiarla, nonostante si avvicini appena ai quindici anni di vita e con soli 250 mila chilometri percorsi?

Non scherziamo, le cose si cambiano quando non funzionano più, quando non riescono più a svolgere il compito per cui le avevamo comprate, e se quel compito per noi è ancora necessario che sia svolto. Il resto rischia di essere sfizio, moda, sport, nel senso di passatempo ed esibizione. E con i prezzi sui quali mediamente girano quei prodotti, è sempre meno probabile che qualcuno, per capriccio, ne acquisti.

Soprattutto, ripeto, se ce l’ha e funziona.

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Mini o maxi, sempre debito sono

In fondo a tutta la questione, la spiegazione più chiara l’ha data Mario Draghi: «i mini-bot, o sono moneta, o sono debito». Lo stesso Borghi, deputato leghista promotore dell’idea, ha dovuto ammettere che, in effetti, i mini-bot sono debito, non certamente moneta (che sarebbe illegale emettere per un singolo Stato, all’interno delle regole dell’euro), perché non ci sarà, per i privati, l’obbligo di accettarli.

A sentire e cercare di interpretare il pensiero di chi se li è inventati, quindi, i mini-bot servirebbero allo Stato per pagare i propri debiti con i fornitori e li accetterebbe, di sicuro, lo stesso Stato per il pagamento di tasse e imposte. E qui mi chiedo (forse perché di economia ne capisco poco): ma non potrebbe lo Stato finanziarsi come già fa sul mercato per l’equivalente di quei crediti delle imprese e girare il ricavato alle stesse aziende fornitrici? A meno di voler pensare che l’Erario abbia la necessità di lucrare un’indiretta tassazione giocata sulla differenza di tempo senza interessi dal giorno di pagamento con i piccoli titoli e quello dell’incasso degli stessi quale compenso per le tasse, non capisco a cosa servirebbero.

Sempreché il secondo scenario evocato dal presidente della Bce, subdolamente, non s’insinui nella discussione. Emettendo titoli di piccolo taglio, senza scadenza e senza interessi, e lasciando la possibilità (pur senza obbligo di legge, ché lì, davvero, sbatteremmo contro le regole dell’Unione, come già ricordato) di essere utilizzati fra privati negli scambi commerciali, indirettamente l’Italia starebbe stampando una sua moneta, parallela all’euro.

C’è da capire, ovviamente, quanto questa possa essere accettata, e c’è il rischio che lo sia con lo sconto; però è di questo che la stampa e gli osservatori di mezzo continente stanno discutendo, paventando l’ipotesi che il Governo si stia attrezzando per salutare tutti e uscire dalla moneta unica. E devo dire, leggendo qua e là la stampa d’Oltralpe, che non sempre il tono di quei commenti è preoccupato. Direi piuttosto che a non pochi di quegli osservatori stranieri, il mettersi fuori dell’Italia dall’euro non dispiaccia affatto. Anzi, molti, in questo scenario, festeggerebbero.

Non so se anche noi, se stessero così le cose, avremmo davvero da brindare.

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Procedere per analogie nell’era digitale

Viviamo in un tempo strano, dove tutto pare debba per forza orientarsi e trasferirsi su un codice binario, fatto esclusivamente di contrapposizioni e che solamente su queste sa procedere. Un’epoca che spinge alla radicalità più che per convinzione per esclusione; se da una parte c’è il «o con noi o contro di noi», dall’altra ci sarà opposizione o consenso, ma sempre totalizzante. In quest’era forgiata dall’esperienza digitale, andar avanti nello spiegarla per analogie rischia di essere impresa quasi folle, di sicuro rischiosa.

Così, quando nel finesettimana ho preso fra le mani il bel libro di Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933 (Feltrinelli, 2019), ho pensato che un azzardo grosso, l’autore, se l’era preso. E che però, in fondo, non poteva fare altrimenti. Leggendolo, non si può non cogliere il senso profondo della sua operazione. Non risolvere la questione dicendo che le destre di oggi sono come i nazisti di allora; sarebbe troppo banale e tanto sbagliato. Dire, al contrario, che nella società, alcune dinamiche possono avere la stessa presa, possono, analogamente a quanto accadde, segnare irreparabilmente il sentire comune. E orientarlo. Verso cosa? Beh, qui non si tratta di fare previsioni: basta guardare quanto sta accadendo.

Negli anni più bui della storia del continente europeo, meglio, nei loro albori, il senso comune sembrava aver irrimediabilmente trovato la causa di tutti i mali negli estranei, negli ebrei. Oggi, con un procedimento non diverso, quell’origine dei problemi è situata negli stranieri, nei migranti. Una tendenza amplificata da alcuni organi di informazione, allora come adesso, con in più, ora, l’amplificazione della portata dei messaggi grazie alle nuove tecnologie, la scelta delle notizie su cui insistere, la vera e propria disinformazione ad uso di propaganda, le fake news dei tempi moderni, le menzogne eternamente usate, i complotti di Soros e i protocolli dei savi di Sion; tutto questo, in una folla agitata, non mescolata, ma irrimediabilmente solitaria, crea una miscela con esiti che possiamo immaginare proprio procedendo per analogie con la storia.

Ancor peggio, in questa e in quella deriva del senso comune, e la rinuncia a contrastarlo da parte di chi non lo condivide. Ugualmente, questo lo si apprende per analogia col già stato, recente e meno, come scriveva il Manzoni, quando parla della peste a Milano nel 1630 e della caccia ai presunti untori, giudicati tali e condannati per vox populi: «Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. “Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, [Muratori; Del governo della peste, Modena, 1714, pag. 117] – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi”. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

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Solo una questione contingente

«Si prenda, ad esempio, la città ucraina di Lvív (l’antica Leopolis, poi divenuta Lemberg in tedesco, Lwów in polacco e L’vov in russo, a seconda di chi comandava sulla città), dove fino alla Prima guerra mondiale la cosa più conveniente per gli abitanti fu dichiararsi leali sudditi di sua maestà l’imperatore austriaco Franz Jospeh e, fra il 1918 e il 1939, definirsi patrioti polacchi. Fra il 1939 e il 1941, l’istinto di sopravvivenza dettò loro di tributare un’entusiastica devozione all’Unione Sovietica e a Stalin. Fra il 1941 e il 1944, la loro vita dipese dal non contrariare gli occupanti nazisti, mentre dopo il 1944 manifestare una sconfinata ammirazione per Stalin divenne nuovamente una questione di vita o di morte». István Deák, Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, 2019, pag. 29.

Sono partito da questo passo del libro dello storico della Columbia University perché dovevo una risposta a un commento inviatomi in privato circa le mie posizioni, a detta di chi mi scriveva, «antinazionali» e «antipatriottiche». Ecco, il problema è che io non mi sento affatto “anti”, al massimo “a”, nel senso di privazione di quei sentimenti. Non li sento miei quei concetti, ma non ne capisco nemmeno fino in fondo il senso e la portata. Come nel caso di Lvív, non di rado questi hanno ondeggiato, a seconda dei momenti storici. Risalendo nel mio albero genealogico, il mio bisnonno nacque italiano, suo padre no. Quest’ultimo, se avesse lottato contro i garibaldini e l’esercito Savoia, sarebbe stato un patriota del Regno borbonico o un traditore del nascente tricolore? E nel caso contrario, chi l’avrebbe detto patriota, chi traditore? E suo figlio, finito sul Carso a combattere per una terra che avrebbe chiamato terroni i suoi discendenti, sparando a un triestino arruolato agli ordini dell’imperatore viennese, avrebbe aperto il fuoco su un futuro connazionale o su un ancora straniero nemico? E il triestino stesso, come avrebbe dovuto comportarsi? Da italiano per la lingua o da austro-ungarico per la sudditanza? E se l’ipotetico giuliano nella Grande Guerra avesse dovuto sentirsi italiano per parlata e cultura, il sudtirolese, dopo di allora e fino ad oggi, che posizione dovrebbe tenere rispetto alla sua cittadinanza?

Come capite, è un gioco che non ha senso, perché tutto quello di cui si parla, quando si dice patria e nazione, attiene alla contingenza del momento in cui viene detto e nel luogo in cui è affermato. Un anno prima e un chilometro più in là, tutto può essere diverso, ogni cosa ribaltarsi nel suo contrario. «Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema/ e la mia Patria è dove l’erba trema./ Un alito può trapiantare/ il mio seme lontano», scriveva pertanto a ragione Rocco Scotellaro nel 1949. Se quella che diceva il poeta è la patria, nazione sono i tanti steli ovunque essi tremino, di qualsiasi foggia o tonalità abbiano foglia.

In mezzo a loro, qualunque inclinazione assumano le stelle nel cielo, sono a casa.

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Gradassate a parte, il “fenomeno” ha tracciato la sua via

Scrive su Il Sole 24 Ore di ieri, mercoledì 5 giungo, Nicol Degli Innocenti che Trump ha promesso «un accordo commerciale fenomenale» tra Gran Bretagna e Usa, non appena quest’ultima sia uscita dall’Ue, ovviamente. Nei fatti, lo sgraziato affarista, tra una pacca sulla spalla e un insulto, ha spiegato agli inglesi qual è la sua visione del mondo, la sua via per il futuro: fare dell’Inghilterra, in sostanza, il cinquantunesimo stato dell’Unione.

No, non credo sia un’esagerazione la mia. Il presidente degli Stati Uniti ha fatto capire senza girarci troppo intorno che, fuori dall’Europa, per la Gran Bretagna si apre solamente una prospettiva americana – che poi era ciò a cui alludeva subito dopo la guerra lo stesso Churchill, pur se dubito che Trump ne abbia mai approfondito il pensiero. Prospettiva nella quale, ovviamente, saranno gli Usa a dare le carte e dettare le regole del gioco. Al Regno Unito rimarrà la possibilità di cercare di vendere ai partner d’oltreatlantico una quota (difficilmente, infatti, le imprese di sua maestà potranno trasferire sugli States tutti gli oltre 250 miliardi di sterline di export che oggi hanno verso l’Ue) di quelle produzioni che non sapranno più come far circolare nel mercato continentale. E la libertà di farsi piacere il manzo agli ormoni e il pollo al cloro, off course.

In tutto questo, però, un lato positivo c’è. L’aperto pragmatismo dell’uomo dal ciuffo color spavento ci dice di quella che potrà essere la sorte degli Stati d’Europa singolarmente considerati: prede da conquistare con seduzioni finto-imperialistiche o con denaro sonante su progetti megalomani per giganti come Usa, Cina e un po’ anche Russia, incapaci, da soli, non dico di opporre resistenza alle dolci o amare conquiste, ma nemmeno di trattare la resa da posizioni, economicamente e strategicamente, degne di impensierire un po’ il potenziale, più grosso, contraente.

E il tutto, ça va sans dire, in nome di una ritrovata «sovranità nazionale».

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Che tristezza il “vincente” Trump

«Venderò la mia sconfitta/ a chi ha bisogno di sentirsi forte/ e come un quadro che sta in soffitta/
gli parlerò della mia cattiva sorte». Sono solo canzonette, però, a volte, possono servire. Così, prendo in prestito questi pochi versi di Edoardo Bennato per parlare di quello che una certa vulgata ormai, credo, superata dalla storia ancora vuole quale uomo più potente del mondo, Donald J. Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Arrivando a Londra, l’inquilino della Casa Bianca non ha trovato di meglio che scrivere un post contro il sindaco della capitale inglese, definendolo «perdente» e lasciandosi andare anche a una battuta da preadolescenti sulla sua statura. Che ci volete fare, quello è: gioca ancora nei bagni come facevano a scuola quei noiosi personaggi che solitamente segnavano il passo su tutto il resto. A lui, invece, è andata bene: figlio di padre ricco, ha usato quei soldi per farsi conoscere e la notorietà per scalare i vertici della politica statunitense. E che sia arrivato dov’è dà la misura dello stato delle cose in tutto quello che si autodefiniva un tempo «il mondo libero». In tutto ciò, provo una profonda tristezza. Per le sorti del grande Paese che accolse le mie genti (non proprio come sognava Emma Lazarus ma nemmeno tanto diversamente da quel che diceva), certo. E per lo stesso Trump: quanto dev’essere stata misera la vita di uno ragazzo cresciuto fra gli agi e dalla parte più fortunata del pianeta e dell’umanità da fargli covare tanto risentimento per gli altri da riversarlo in ostentato disprezzo in formato tweet?

Per questo, come il cantautore partenopeo, venderò a tutti coloro che ne hanno bisogno per sentirsi forti ognuna delle mie sconfitte. Anzi, gliele offrirò quale dono generoso. A me non servono, e di sicuro ne avrò altre domani. A loro, magari, possono tornare utili. Un po’ come lo sarebbe, se mai l’avessero capita o quantomeno letta, la lezione che dall’antichità a oggi ci racconta della fine che attende chi si macchi di prepotenza e prevaricazione.

O forse no. Dopotutto, dal Serse dei Persiani di Eschilo in poi, il sovrano oltremodo superbo quasi mai s’accorge di esserlo, fino al momento in cui i fatti, o gli dèi, non s’incaricano di mostrargli il limite della sua ambizione e la finitezza del suo essere. E allora, per quanto prima arrivasse un’ombra di Dario a far la sua lezione, inascoltata sarebbe come inutilmente puntuale fu in quell’opera il suo canto su cosa spettasse in paga per la presunzione e come la «tracotanza,/ poiché fiorí, fruttifica una spiga/ di sciagura, e una messe indi raccoglie/ d’amaro pianto».

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Sinceri applausi per Roberto Fico

«La nostra è una repubblica straordinaria perché tutti sanno che chi si trova in questo Paese ha le tutele, ha le libertà e ha i diritti. Questa festa della repubblica va dedicata a tutti gli italiani, va dedicata a tutti i migranti che si trovano sui nostri territori, va dedicata a tutte le comunità, anche quelle più deboli, alle comunità minori, perché questa è la festa della repubblica di tutti. Va dedicata a tutti coloro che hanno subito l’olocausto, agli ebrei, ai rom e ai sinti che sono stati perseguitati; questa è la forza della nostra repubblica: non fare differenze, distinzioni di sesso, di religione, di orientamento sessuale, di opinione politica, ed è per questo che sotto quest’angolo di cielo che si chiama Italia sventola per tutti la bandiera della repubblica».

Perfetto. Condivido totalmente e non ho nulla da aggiungere alle parole pronunciate domenica, in occasione della cerimonia capitolina per il 2 giugno, dal presidente della Camera Roberto Fico. Non mi appassiona la retorica sugli stendardi e le patrie, ma l’idea che la repubblica sia portatrice di diritti, libertà e tutele per tutti quelli che vi si trovino al suo interno, senza distinzioni di sorta, è un principio a cui da sempre informo il mio pensare. E siccome, pur fra mille sbagli e qualche abbaglio, cerco sempre di essere obiettivo nel mio valutare ciò che accade, non posso non applaudire alle dichiarazioni dell’esponente pentastellato (come già mi capitò di fare rispetto ai gesti e ai comportamenti di un’altra sua collega di partito, la sindaca di Roma Virginia Raggi).

Salvini ha qualcosa da eccepire, rispetto alle parole del presidente della Camera? Ce ne faremo una ragione, credo. Come ce la facemmo ai tempi in cui quella stessa occasione che l’altro ieri celebrava con giubilo la riteneva indegna di festeggiamenti. La repubblica non fa distinzioni; se lui le vede, è un problema suo. E di tutti quelli che in lui vedono un modello e un esempio a cui guardare e al quale affidare le sorti di quella stessa repubblica e di quella nazione che, non molti anni fa, egli stesso non giudicava adeguata a ricevere le sue attenzioni, se non in senso negativo e con parole di disprezzo.

Far sì che questi siano sempre meno, invece, è un problema, e un compito, tutto nostro.

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Solo che Lerner e Cuperlo hanno detto altro

Gad Lerner scrive su Twitter: «L’Italia leghista è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene». Giù il diluvio. Per il parallelo col ventennio? Ma che; per quel termine «classi subalterne». Di tutto piove sulla testa social del giornalista: dall’abusata accusa d’esser un radical chic al disprezzo per il suo sentirsi superiore dal popolo, fino alle più o meno velate allusioni al fatto che la sua distanza dal sentire delle genti italiche sia figlia del suo essere ebreo.

Solo che Lerner parlava d’altro, e quel «classi subalterne» non era che l’uso di un termine proprio della sociologia e della filosofia politica marxiana. O era radical chic pure Gramsci, per il quale le classi subalterne erano, in sintesi, quelle che subivano l’iniziativa delle classi dominanti, in pratica, si potrebbe dire oggi, le vittime delle decisioni delle élites? Col suo post, il giornalista voleva ricordare che l’idea di risolvere il problema della mancanza di sicurezza sociale restringendo il perimetro dell’accesso ai diritti e alle tutele in base alla nazionalità (o peggio, alla razza) è un pericoloso azzardo a cui quelle classi, il popolo, ha già ceduto in passato. Con gli esiti che sappiamo. Che c’entra «la sinistra col Rolex»? Nulla, appunto. Ancora peggio è andata a Cuperlo, ospite lunedì della scorsa settimana nella trasmissione L’aria che tira, su La7.

L’ex presidente Pd riflettendo sui numeri delle ultime elezioni, dice: «​A me colpisce che oggi la Lega sia il primo partito in Sardegna. In Sardegna, il 33% dei ragazzi tra 14 e 18 anni che frequenta la secondaria non completerà il corso di studi. E questo governo, cui la Lega è azionista di riferimento, non ha fatto alcunché sulle politiche del diritto allo studio. O noi riusciamo a ricollegare la nostra offerta, la nostra iniziativa politica, la nostra proposta alle condizioni materiali di vita di quelle persone oppure continueremo a fare dei ragionamenti molto vaghi». È ineccepibile; parla dei limiti della sua parte politica, e si chiede come mai questa non sia stata in grado di far comprendere e portare all’attenzione del dibattito pubblico una serie di reali problemi sociali, per i quali nulla fa il Governo attuale, offrendo un’alternativa credibile, anche a livello di racconto della realtà. Sintesi dell’emittente televisiva alle sue parole? «Cuperlo (Pd): “Lega primo partito in Sardegna dove il 33% non termina la scuola secondaria”». Il diluvio, pure qui, tra chi accusa il malcapitato triestino di essere un intellettuale fuori dal mondo a chi lo attacca dandogli, per le sue parole sul voto nell’isola, apertamente del razzista. A lui, con moglie sarda e figlia nata a Cagliari, e da parte di chi difende un partito come quello di Salvini.

Cuperlo non ha mai detto che, in Sardegna, la Lega è il primo partito perché la votano quelli che non finiscono le medie. Parlava di quelli che le medie le fanno oggi, e quindi non votano ancora, parlava del fatto che i livelli di abbandono scolastico lì sono tanto spaventosi quanto ignorati da chi governa, e di come, a questo e ad altri problemi, bisogna offrire una proposta politica in grado di collegarsi alle condizioni e alle esigenze materiali dei cittadini a cui poi si chiede il voto. Di questo parlava.

Ma il chiacchiericcio social impone altri temi e tempi, indisponibili all’approfondimento.

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