Il presepio

Si chiama Yousuf, perché a volte la storia segue le linee del dramma classico, l’uomo che, con la moglie Faith, incinta, e la figlioletta di sei mesi, insieme a un’altra ventina di persone è stato cacciato dal Cara di Isola di Capo Rizzuto. E parlando a La Repubblica dice: «Abbiamo provato a chiedere perché, ma ci hanno detto che è la legge. Pensavamo ci trasferissero in un’’altra struttura, poi abbiamo capito che ci stavano semplicemente mandando via. Non hanno avuto pietà neanche per mia moglie che è incinta di tre mesi. Abbiamo protestato, ma non è servito a nulla». Già, il presepio; ci ho pensato anch’io. Non, evidentemente, quelli che, della sua presenza nelle scuole, ne hanno fatto battaglia politica.

Perché quello successo in Calabria è l’effetto, per mano di troppo zelanti funzionari dello Stato, delle politiche di quelli che giuravano sui Vangeli e di quanti rivendicavano d’essere nati, come soggetto politico, nel giorno di San Francesco. Il presepe, proprio. E allora, facciamolo questo presepio in tutte le scuole. Ma non dimentichiamo di raccontare perché quel bimbo fu adagiato in una mangiatoia, di quando fu profugo in Egitto perché un certo Erode, per paura di perdere il suo potere, varò editti crudeli, e di come la disobbedienza dei Magi agli ordini di quello stesso re permise a Gesù, Maria e Giuseppe di non essere trovati dai soldati che eseguivano la legge. Il presepio, appunto.

Facciamolo insieme, però, perché io non so più che cosa raccontare al mio bambino. Perché tanta crudeltà, perché ci giriamo dall’altra parte, perché non guardiamo quei bimbi infreddoliti, quelle donne che piangono, quegli uomini disperati. E perché, nonostante questa diffusa e cinica indifferenza, addobbiamo le nostre case e le nostre città fingendo di accogliere la nascita di colui che parlava di accoglienza, dono delle proprie ricchezze materiali per i poveri, rinuncia all’egoismo del sé nell’amore del prossimo.

Io non lo so più. Per questo, Filopolitica si ferma. A tempo indeterminato.

Buone feste, se tali possono essere nel contesto complessivamente considerato.

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Il resto è conseguenza

Nei giorni scorsi, mi è stato fatto notare da un amico che ero più cinico nel commentare le manchevolezze e le sbavature dei vari Carbone e Moretti che non le performance, a suo dire «esilaranti», di alcuni campioni del grillismo di governo, dai Sibilia alle Lezzi, per capirci. Non ci avevo mai fatto caso, ma devo ammettere che è vero; con i dem ero molto più intransigente, rispetto ai limiti e alle incapacità, nonché agli errori e alle chiare inadeguatezze.

Ed ero meno disposto alla leggerezza, coi predecessori di chi è oggi al governo (per quanto, con gli attuali, sia più preoccupato degli aspetti pesanti delle loro azioni, dal sequestro di navi con migranti a bordo ai decreti securitari approvati senza batter ciglio, passando per il prelievo sulle rimesse dei lavoratori stranieri e giù, giù, nell’inferno del loro livore verso gli ultimi), principalmente per una ragione: da loro, insieme e nel complesso considerati, volevo di più. Da questi, al contrario, niente mi sarei mai aspettato di diverso da quello che fanno. Inoltre, se alcune uscite di quelli di prima potevano smuovere il riso, quelle degli attuali al massimo suscitano imbarazzo, quando non direttamente pena. Che dire delle pièces della Castelli? Nulla, appunto. Infine, quando criticavo l’approssimazione di prima, l’inseguimento degli altri sui temi della demagogia (dal «meno poltrone con un “sì”», ai senatori che perdevano tempo «per non perdere la poltrona», fino a «l’importante è che si voti prima che scattino i vitalizi») o l’insensato amore per il rinnovamento in sé, tradotto in uno stucchevole quanto fatuo giovanilismo, era proprio perché temevo la deriva in forza della quale ci siamo arenati. Però io avevo e ho torto, come dicevano e dicono i numeri.

Quindi, su cosa posso far giocare l’ironia oggi? C’è davvero materia per questa? Purtroppo, non credo. E anche per un altro motivo. Giorni fa,mi sono imbattuto in un articolo di Valentina Romei per il Finacial Times, sui problemi ormai storici della stagnazione italiana. Accanto a dati e analisi prettamente economiche, su saggi di produttività e crescita industriale,due grafici ripresi in quel pezzo mi hanno particolarmente colpito. Il primo riguardava il numero dei laureati nel nostro Paese messo in relazione con le altre nazioni Ocse: da quasi il 70 % dei ragazzi fra i 25-34 anni coreani o il 60 dei canadesi e giapponesi sul totale dei loro coetanei, si scende a poco più del 20 qui da noi. Il secondo, invece, riguardava i risultati scolastici dei quindicenni, misurati nelle loro capacità di lettura e sulle conoscenze matematiche e scientifiche: pure lì, si andava da percentuali superiori del 30/40% rispetto alla media Ocse per gli studenti di Giappone, Canada, Finlandia e Corea del Suda quasi il meno 10 nostrano o il meno 5 statunitense.

Il resto, tutto il resto, credo sia solo una conseguenza.

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Alla fine, la lettera a Babbo Natale rischiano di doverla scrivere loro

«La lettera dall’Ue? Ora aspetto quella di Babbo Natale», dichiarava giorni fa il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini in un convegno. A parte il tono sprezzante che mal si concilia con il ruolo che un politico chiamato alla guida del Paese dovrebbe avere (e che il leader leghista non è il solo a tenere, avendoci già altri prima di lui mostrata identica baldanza, finita poi come sappiamo), l’errore nella sua frase è un altro, e potrebbe ritorcerglisi contro: quello dell’uso della preposizione semplice «di» al posto di «a». Ma andiamo con ordine.

La vicenda della manovra del governo legastellato non dimostra affatto che i parametri di bilancio europei siano giusti (e guai a quell’opposizione che questi dovesse acriticamente difendere). Semplicemente spiega, se ancora ce ne fosse bisogno, che le regole non si cambiano a colpi di tweet urlati e che tentare di abbattere i muri a testate è inutile, oltre che stupido. Soprattutto quando la testa che vi sbatte contro è la tua.

Perché, nella prova della maggioranza contro la Commissione, non si è vista una sorta di chicken game politico e istituzionale volto a scoprire chi fosse il pavido pronto a scansarsi per primo. Principalmente per un motivo: Governo e Ue non correvano vicendevolmente contro. Al contrario,il primo correva verso un muro – la volontà della somma dei governi delle altre nazioni dell’unione – e la seconda, a questo, le era di lato. Quel muro, se lo si voleva cambiare, andava aggirato, preso di fianco. Fuor di metafora,andavano cambiate le regole trovando alleanze con i governi del resto d’Europa,principalmente (e lo dico con tutta la pragmaticità che a chi fa politica non dovrebbe difettare) con quelli che di più contano su quello scacchiere,Germania e Francia in primis.

Invece, si è fatto il contrario, credendo che l’ululato sovranista potesse trasformarsi in qualcosa di diverso dalla scomposizione in minimi interessi e da una sconclusionata e irragionevole bellum omnium contra omnes di cui già si colgono i prodromi, con gli amici d’elezione dei nostri patrioti al bagnet verd che più che mostrar ad essi affinità, han sbattuto in faccia la porta, certi di un asse danubiano sul quale far navigare sogni di grandezza ormai estinti nel corso della storia.

E torno alla letterina. Non esiste quella «di» Babbo Natale;al massimo, quella «a». Nella quale si chiede di ottenere qualcosa, giurando di esser stati buoni e promettendo per il futuro di sottostare a quei doveri e a quelle regole a cui, nei fatti e più o meno velatamente, ci si vorrebbe sottrarre.

Quello che Salvini e Di Maio potrebbero trovarsi a dover sottoscrivere, appunto.

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Caro fratello in divisa, guarda

Il presidente degli Stati Uniti, il capo di quella che continuiamo a definire la più grande democrazia del mondo, il leader della nazione costruita sulle migrazioni e che accoglieva gli arrivi con una statua alla libertà e i versi di Emma Lazarus ad accogliere i poveri, i senza casa egli scossi dalle tempeste della vita, Donald Trump, il discendente di unimmigrato europeo nel nuovo continente, ha detto, a proposito della carovana dimigranti partita dall’Honduras e giunta ormai a Tijuana, di aver dato, ai militari che ha spedito al confine con il Messico, «l’ok all’uso della forza letale».

E allora io, allo scriteriato tuo commander-in-chief, non ho più nulla da dire. Ma a te, fratello mio, seppure con la divisa di un altro colore, una cosa voglio dirla: guarda. Fissa i tuoi occhi su quelle moltitudini al di la del filo spinato che ti hanno fatto stendere,osservale dietro gli strumenti che ti hanno messo in mano, sentine le voci e i pianti, ascoltane i sogni; sono i tuoi. Quelli della tua schiatta, non quelli di gente come Trump. Sei della razza di quelli che lui ti vorrebbe far combattere, pronto a rinnegarti qualora gli chiedessi più di quel che egli è disposto a concederti per la sua sicurezza. Della tua, non se ne importa assolutamente. E loro, sono come te. Sono la tua stirpe. Hanno le tue speranze,quelle dei tuoi avi e quelle dei tuoi figli. Migranti, sì, come lo sono stati tutti gli americani che parlano lingue nate al di qua dell’Atlantico, come lo sei stato tu, o tuo padre, o tuo nonno.

Non  troverai, fratello, tra i tuoi commilitoni quelli della genia di Trump, non saranno questi a difenderti o a sollevarti da terra se – e speriamo mai – dovessi un giorno cadere. Quelli sono i ricchi, non si sporcheranno mai nel tuo stesso fango, non ti tireranno mai fuori di lì insieme con loro. Il figlio di quelle madri che hanno dovuto portarlo per chilometri in braccio, al contrario, un giorno potrebbe spezzare il pane col tuo. Fa che quest’ultimo possa allora esser orgoglioso d’un padre che, agli ordini del potere, ha saputo anteporre le ragioni dell’umanità.

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Quindi, dicevamo: come sta andando la campagna «Oro alla Patria!»?

La Commissione europea ha bocciato la manovra che il Governo italiano aveva fatto apposta perché venisse respinta, in modo da poter inveire contro la perfida Bruxelles deglioscuri tecnocrati. Il problema, per Salvini e sodali, è che nessuno dei sedicenti alleati dell’internazionale sovranista si è manifestato in loro difesa.Banalmente, perché l’internazionale sovranista è un paradosso buono per i followers del Capitano. Nei fatti, non può esistere, e infatti, non esiste; ognuno pensa per sé, e i primi a spiegare all’Italia che le regole di bilancio si devono rispettare sono stati austriaci e ungheresi. E per fortuna, le conoscenze storiche e geografiche di Di Maio ci hanno evitato di sentirci spiegare come la reazione danubiana, in effetti,fosse solamente un moto di stizza per la proposta della Meloni di ripristinare il 4 novembre come festa nazionale.

I sondaggi, comunque, ci raccontano a media unificati che il consenso verso il Governo è in crescita. Anzi, il leader leghista spiega tutti i giorni come «sessanta milioni di italiani» siano dalla loro parte. 60 milioni di cittadini, però, che credono nelle magnifiche sorti e produttive meno di quanto serva a puntarvi sopra quindici euro. Mi spiego meglio. Avete presente quandolo stesso Salvini diceva che gli italiani hanno un ingente patrimonio privato e all’occorrenza l’avrebbero messo a sostegno delle politiche del governo del cambiamento? Bene, a giudicare dall’ultima asta dei Btp Italia, quelli specificatamente pensati per i risparmiatori, non è stato così. Il contatore delle sottoscrizioni di titoli di Stato nei primi tre giorni di vendita si è fermato sotto i 900 milioni di euro; meno, appunto, di 15 euro per ciascuno dei sessanta milioni di cittadini che Salvini vanta alle sue spalle. Davvero non potevano dare una mano a questo Governo, quelli che in esso credono? E stando invece ai numeri reali, ai voti realmente presi, dei sedici milioni di italiani che hanno votato per M5S e Lega, nemmeno il 10 per cento aveva la possibilità e la fiducia per sottoscrivere un lotto minimo di quei buoni? Se l’avessero fatto, lo Stato avrebbe incassato in quei tre giorni quasi il doppio di quanto ha fatto.

Invece,leggo dal giornale diretto dal miglior giornalista secondo Di Battista: «La bocciatura della manovra italiana ribadita dalla Commissione europea, che apre la strada all’apertura di una procedura di infrazione legata al debito pubblico, non ha infiammato lo spread tra Btp e Bund tedesco.Che si è raffreddato rispetto ai picchi superiori ai 330 punti registrati martedì, chiudendo a 311 punti. La freddezza del mercato nei confronti del debito italiano si è riflessa però nella scarsa domanda per il Btp Italia, il bond governativo destinato ai risparmiatori. Alla fine della terza giornata di collocamento le sottoscrizioni ammontano in totale a 863 milioni: è il risultato peggiore tra quelli delle 14 emissioni fatte dal Tesoro dal 2012 ad oggi».

Da non credere. A meno di non pensare che, per i sostenitori del governo del popolo per il cambiamento, con la schiena dritta in Europa, che non si fa mettere i piedi in testa, che riafferma la grandezza del Paese e che finalmente gliela fa vedere ai mercati e ai mercanti mossi da Soros, una cosa siano i likes, anche sotto forma di voti espressi nell’urna o promessi nei sondaggi, un’altra i soldi.

Di ciascuno i propri, s’intende.

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Di Burioni e d’altri feticci dem. Ovvero, non sono cose che m’interessano (più)

«In questa situazione (l’impoverimento delle classi lavoratrici e del ceto medio, nota mia), si è fatta largo una destra che dice che se unitaliano sta male, la colpa è di un immigrato che riceve quello che dovrebbe ricevere l’italiano. La sinistra, cioè noi, qui avrebbe dovuto riscoprire le proprie parole e dire che se un italiano sta male, la colpa non può essere di un immigrato che sta male quanto lui, ma dev’essere di un’altra persona, che dallo sfruttamento di entrambi ci guadagna».

Da quando ho deciso di non prenderne più la tessera, non m’interessano tanto le vicende interne del Pd. Me ne sono occupato quando queste avevano comunque effetti sulla vita collettiva, scaricandosi sugli equilibri di un governo che in ogni caso erano chiamati a dirigere, ma oggi nemmeno questa circostanza è più data. Rimanendo però l’unico soggetto tuttora in piedi nella parte politica a cui guarderei – se ci fosse ancora qualcosa da vedere, s’intende –, mi sono imbattuto nelle vicende dell’ultima assemblea. Tra i nomi che già si sapevano e la solita sortita del militante che sogna un destino “alla Serracchiani”, ho letto delle polemiche per l’intervento di uno dei potenziali candidati alla segreteria, Dario Corallo. Il giovane (specie già di per sé rara) dem è balzato agli onori della cronaca politica per aver, così pareva capirsi leggendo distrattamente, «criticato il noto virologo Burioni». Accipicchia, un no-vax, si sarebbe potuto pensare. E lo hanno pensato i suoi compagni, accusandolo di «gentismo» (boh), parlando di gesto «gravissimo» (quale?), porgendo «le più sincere scuse» allo scienziato o dando a quest’ultimo piena «solidarietà». Niente di meno.

Non mi addentro nell’esegesi delle parole di Corallo, né mi azzardo a spiegare l’accaduto meglio di come ha fatto il bravo Leonardo Bianchi sulle pagine di Vice; di chiaro c’è che queste mi hanno spinto a cercare l’intervento incriminato per farmi un’idea di cosa fosse successo. Ora, io sarò all’antica, ma avrei pensato che la parte più interessante della sua breve relazione fosse quella che ho citato all’inizio di questo post.Sbagliando, ovviamente. Tra i feticci dem, ormai Burioni è intoccabile. E anche semplicemente a usarlo come antonomasia, provoca reazioni al limite dell’isteria.Ragazzi, calma: Corallo non ha bestemmiato in chiesa. Ha solo detto che quel Burioni lì è uno che non fa politica, e, non facendola, può permettersi di blastare, come dicono i giovani, quelli che non hanno la sua stessa formazione in campo scientifico. Chi fa politica,invece e al contrario, deve spiegare, convincere, far capire. Dopo aver capito,ovviamente.    

E per capire, anche le parole di un compagno di partito,basta ascoltare. Dice infatti Corallo nel contesto in cui quella frase su Burioni s’inserisce: «Per anni ci siamo limitati, ci siamo occupati di raccontare le eccellenze, drogati di quella favola che è la meritocrazia. Ammettiamo per un secondo che questo sia un Paese effettivamente meritocratico; i migliori vanno avanti, ok. Ma io voglio un partito che si domandi, innanzitutto: «ok, i migliori vanno avanti. Ma tutti gli altri?». Di tutti gli altri che ne facciamo?Perché questo è il punto: i migliori sono l’un per cento della popolazione, la maggior parte non ha avuto neanche le possibilità di essere migliore. Quando io andavo a scuola mi lamentavo spesso con mia madre perché, quando ci veniva assegnato un romanzo da leggere, tutti avevano il libro nuovo, io avevo invece il libro ingiallito, quello vecchio, sfigato, proprio brutto. Ero un bambino, e all’inizio ci ho messo anni a capire che quel libro ingiallito, preso da una libreria piena rappresentava il mio vantaggio, il mio vantaggio sugli altri. E nessuno se ne è occupato. Perché io avevo la possibilità di sciogliere un dubbio, di soddisfare una curiosità. Il 99 per cento delle persone non può competere, e noi abbiamo voluto raccontare l’un per cento. E a quel 99 per cento lo abbiamo umiliato, come un Burioni qualsiasi, che si diverte a bulleggiare chi invece,con le proprie parole, ha espresso semplicemente un dubbio».

Poi, per carità, scattate pure e solamente in difesa del dottore per partito preso. Che però sarebbe l’altro, non il vostro.

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I grillini hanno ragione: non subiscono affatto Salvini, fanno quel che vogliono fare

Un po’ su tutti i media, si legge che l’egemonia sull’attualeGoverno è esercitata, quasi solamente, da Salvini e dalla Lega. Le ragioni diquesta affermazione, a detta di quanti la fanno propria, sarebberoriscontrabili in provvedimenti quali il cosiddetto “decreto sicurezza” o inazioni come quella del sequestro in mare dei migranti, persino a bordo di navi della Guardia costiera italiana, a cui i grillini (che poi sarebbero la parte numericamente dominante nella maggioranza) si sono sempre allineati.

Sebbene non neghi che le motivazioni addotte possano apparire convincenti, e per quanto io stesso abbia spesso avuto l’impressione che fossero le idee leghiste a informare l’agire dell’Esecutivo, devo dire che su questo i pentastellati, quando accusano la stampa di essere prevenuta nei loro confronti, non hanno tutti i torti. I grillini, infatti, non sono per nulla succubi di Salvini e delle sue idee; al contrario, fanno quello che stanno facendo perché vogliono farlo. Quando dicevano di voler Gino Strada al governo, semplicemente, mentivano: volevano Salvini, il pugno duro contro i deboli, la guerra alle Ong, altro che identificarsi con uno dei maggiori esponenti di quel mondo. Al tempo in cui ritmavano in coro il nome di Rodotà, è ora chiaro, lo facevano solo perché, col suo essere parola tronca, stava bene negli slogan; nei fatti, anelavano di votare quale presidente della commissione diritti umani del Senato una leghista tifosa delle ruspe sui campi rom e a cui, via social, non dispiace nemmeno l’idea di preparare «un forno» per i migranti.

Come faccioa dirlo? Beh, se così non fosse, farebbero altro. Sono il doppio dei leghistiin parlamento, avrebbero gioco facile a dire a Salvini di ingoiarsi le sue idee,e convincerlo che, se proprio vuole usare le ruspe, le mandasse a sgomberare perprimi gli occupanti abusivi di Casa Pound, non gli ultimi del Baobab. Invece,non accade. Non una parola contrapposta alla valanga di crudeltà leghiste, nonun alito di resistenza al progressivo scivolamento verso la barbarie, se non daquei pochi già in procinto d’essere espulsi. Anzi, non di rado s’incontranovoci grilline più radicali, nell’odio xenofobo, di quanto da anni ci abbiano abituato gli sfogatoi della base del carroccio.

Eguardate che non sto parlando affatto dei condoni edilizi (che tanto piaccionoa quei politici che un tempo i grillini chiamavano «mafiosi») o delle ideeintermittenti su quelli fiscali (in questa stagione di parole ipocrite chiamati«pace»); costruire in spregio alle norme urbanistiche o sottrarre soldiall’erario è grave, ma non quanto speculare elettoralmente sulla pelle deidisperati che chiedono solo di non veder morire la speranza di poter un giorno sperare inuna vita migliore per i loro figli.

È su quello che vi ho già giudicato, militanti ed esponenti del M5S, sulla vicenda della nave Diciotti, sul caso Riace come sullo sgombero del Baobab, e sulsilenzio che ha sostituito le parole che avrei immaginato di sentire. Ed è sempre su questo che mi chiedo pure dove siano finiti quelli che «voto il movimento perché le altre forze politiche non sono abbastanza di sinistra» (anche se qualche idea in proposito non nego di averla).

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Siete davvero così insicuri?

«Pennivendoli». «Puttane». «Infimi sciacalli». Con gran spreco di maiuscole e punti esclamativi, ovviamente. E prima c’erano state le ubriche sul «giornalista del giorno» da additare al grillino rancore, e i fischi e le urla contro gli inviati delle testate ritenute nemiche. Di certo,quella tra i cinquestelle e la stampa non è mai stata una storia d’amore, ma ora, se possibile, è pure peggio. Lo è per i toni, certo, e lo è soprattutto per la circostanza che ora, loro, sono al comando di questa stramba istituzione chiamata Stato italiano.

Perché è così, sebbene sembriate stupiti più voi di questa situazione che non i vostri rivali; cari amici del Governo (si fa per dire), siete il potere, vantate alleati e sostenitori in tutti i luoghi che contano (dalla Casa Bianca al Cremlino, per capirci), avete il sostegno del 99,2 per cento della popolazione («60 milioni di italiani», ha spiegato il vostro amato leader e sodale), riempite i giornali e le tv (anche nei programmi con i bambini) ogni giorno e a tutte le ore, i social e le piazze (tranne quelle animate dalla «borghesia», nelle medesime città in cui la stessa vi ha dato le rappresentanti con cui le governate) sono sempre in tripudio per voi. Eppure, la vostra forza è così malsicura che non riesce a tollerare di essere criticata nell’azione da quei giornali che, voi dite, nessuno legge più e da quei giornalisti che, voi sostenete, non hanno alcuna credibilità presso l’opinione pubblica. Siete davvero così deboli?

Non dovreste, in ossequio alle vostre stesse idee, bellamente infischiarvene delle critiche? Delle letture che già definite parziali ancor prima di conoscerle? Invece, come ogni potere traballante che tenti di sopperire con l’urlo forte dell’autorità le lacune di autorevolezza, vi spingete nella condanna «a prescindere» di tutti quelli che non vi diano immediatamente e del tutto ragione.

Pensandoci bene, ragione ne avete: è così che siete arrivati dove volevate. Perché cambiare?

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Ma noi, per quel desiderio di appartenenza, che cosa abbiamo fatto?

«Immagina il ragazzino appassionato di fumetti giapponesi che cresce in un piccolo centro italiano, che so, Ovada, Soverato o Lucignano. Al bar tutti parlano di calcio e lo considerano un eccentrico sfigato che sta per conto suo. Fino a qualche anno fa. Perché ora quel ragazzino ha una serie di collegamenti e amicizie con appassionati di manga in tutto il mondo, che gli altri al bar se li sognano. In Rete è perfino un’autorità conosciuta e apprezzata. Il suo scenario mentale è cambiato, anche se magari al bar gli appassionati di calcio continuano a considerarlo uno sfigato […]. Se c’è un desiderio che Internet fa esplodere, è il desiderio di relazione, di socializzazione, di appartenenza. Anche in forme apertamente minoritarie, di liberazione dalle egemonie culturali».

Marino Sinibaldi rispondeva così (in Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, Laterza, 2014, pp. 67-68) a Giorgio Zanchini, che gli chiedeva un parere sulle possibilità della Rete. Parole che mi colpirono molto quando le lessi cinque anni fa, e che oggi, rileggendole, trovo ancora più sensate, pure alla luce delle attuali modificazioni che la società e la politica che la rappresenta stanno definendo e rendendo palesi. Con la voce di Radio3, anch’io mi chiedo quanto sia desiderio di appartenenza quello che filtra attraverso le maglie dei social e dei blog. E come, in definitiva, è a questo che hanno risposto i nuovi attori e soggetti del discorso pubblico e del racconto politico, adesso persino istituzionale.

Ma se quello era bisogno, un desiderio di appartenenza, noi cosa abbiamo fatto? Lo dico assumendomi in quota parte e del tutto le mie colpe, o almeno responsabilità. Quando abbiamo ascoltato, in metafora, quell’appassionato di manga? In quale circostanza ci siamo tesi nel cercare di capire cosa volessero i tanti che al mondo dei partiti in cui confidavamo da tempo non credevano più? Mai, se non con atteggiamenti tra il paternalistico e lo spocchioso, stile gramellinata inacidita con una spruzzata di fabiofazismo in salsa micheleserraiana. Abbiamo ignorato e tradito quelle istanze e quelle richieste di essere parte di qualcosa di più grande e vitale della semplice platea pensierosamente plaudente alla cooptazione a livello istituzionale dei figli prediletti del partito.

E i portatori di queste, senza che ce ne avvedessimo, ci han reso la cortesia.

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Non possiamo mai dirci immuni dall’orrore

Bella la giornata di ieri a Parigi, con l’intera Europa, azzardereiil Mondo, a ricordare la fine delle ostilità che insanguinarono il vecchio continentefra il ’14 e il ’18 del secolo scorso. Eppure, sappiamo anche che l’emozione,lo spirito di fratellanza dei popoli europei non basta a coprire le tensioni,alimentate ad arte da chi, in tutti i casi, in quei conflitti non ci muore e daessi ha sempre e solo da guadagnarci. Perché, dopo il ’18, ci fu il nostro ’19,la retorica della vittoria mutilata di penna dannunziana, i sentimenti dirivalsa tedeschi, e sappiamo come tutto andò a finire. Di nuovo.

Sempre alla ricerca d’un nemico facile e finto, i mestatori del torbido ripresero ad agire per propria ambizione o tornaconto, spacciandosi per difensori e tutori degli interessi nazionali e «del popolo». Pure le date sembrano sovrapporsi, nell’andirivieni della Storia. La notte fra il 9 e il 10 novembre del 1938, il crimine folle figlio della crudeltà umana prese forma nella Kristallnacht. E prima c’erano state, in Germania, le leggi di Norimberga e, in Italia, quelle sulla razza. Erano passati appena vent’anni dalla «inutile strage» della Prima guerra mondiale, e gli europei parevano non ricordare già più nulla di quel dramma. Oggi, ne sono passati ottanta dagli orrori della divisione fra gli uomini e poco meno dalla fine delle distruzioni del secondo conflitto globale; non vorrei che la memoria fosse definitivamente sepolta sotto le miserie della materialità.

Perché è così che finora ha agito il pendolo della tragedia. Promettendo grandezze inimmaginabili, i teorici della supremazia nazionale hanno spinto quelli che poi per questa sarebbero morti ad applaudire e osannare la guerra. Colpevolizzando inesistenti congiure e improbabili accordi, i medesimi fautori del conflitto hanno riattizzato il fuoco che facilmente ardeva là dove, per loro stessa colpa, viveva la privazione, o soltanto l’inappagamento. E così, di nuovo marziali si facevan le parole, e ancora le armi, nel sogno d’imperio, erano viste come la via del riscatto.

In tutto questo, a pagare non erano di certo quanti promettevano il meritato ristoro dei popoli.

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