Di speranze, ossi e bastoni

«Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di se stesso. Era come… due persone in una. Da una parte, la personale fatica quotidiana e dall’altra, il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita». Bello, vero? Oggi, a quelle immagini alate si è sostituito il senso intrinseco nel «meglio succhiare un osso che un bastone».

Tutta lì la differenza, e anche la colpa delle stagioni che sono seguite dal sogno di cui parlavano le parole di Gaber alle miserie a cui rimandano quelle di Prodi. Certo, con un osso riesci a farci quel brodo che dal bastone non potresti trarre, ma non era, la nostra, la parte che parlava di speranze e futuro? No, non mi sto riferendo al voto di domani: fate quello che credete giusto, per me ho già detto abbastanza in merito. Sto pensando in generale, ragionando sul dove ci ha condotti questa continua tensione a un malinteso “concretismo”. Ci siamo rassegnati al «così è, ed è meglio che niente», quando appena pochi anni fa, qualche decennio al massimo, cantavano le nostre idee in faccia al mondo che s’ostinava a volerle illusioni. Abbiamo scambiato l’afflato al sogno con la prosecuzione dello status quo con mezzi social, e qualcuno ha saputo pure definirlo «cambiamento».

È questo il peccato più grande che tutti abbiamo commesso o non contribuito a evitare. La resa all’ineluttabilità della realtà attuale, a quel «non ci sono alternative» che da anni, continuamente, consolida il suo potere di persuasione e convinzione. Così, piano ma inesorabilmente, si è scivolati verso la stagnazione, la “pace borghese”, si sarebbe detto un tempo, in cui, e al massimo, puntare a far parte della maggioranza per pensare di poter decidere il nome dei governanti, ché il verso del governo è già stabilito per sempre.

Nostalgia? E di cosa? Per quale luogo non vissuto dovrei provare il dolore del ritorno? Ancora con le parole di Gaber, più vere alla luce dei fatti e dei tempi passati: «No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare…come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte, l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra, il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo».

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La frattura che non so come (né se) si ricomporrà

Ci pensavo l’altro ieri, durante un dialogo sui temi del referendum con Alfredo D’Attorre. Ne ho avuto la conferma nel pomeriggio, dopo la decisione di Prodi di annunciare il suo voto favorevole alla riforma costituzionale e le reazioni che ho letto in entrambi i fronti, soprattutto nei commenti a mezzo social dei vari militanti. Un annuncio, il suo, lo dico per necessità di precisazione, che in nulla cambia l’opinione che ho di lui, e non l’avrebbe cambiata nemmeno se fosse stato di segno opposto.

Pur non giudicandola poco chiara, superficiale e modesta come fa l’ex presidente del Consiglio, ritengo la riscrittura della Costituzione in discussione una soluzione sbagliata nel merito e un precedente poco rassicurante per il metodo con cui ci si è arrivati, facendo della Carta di tutti una questione di parte. Per questo, al contrario del cofondatore (con D’Alema) dell’Ulivo, voterò “no”, ma non accomunerò il suo “sì”, come quello di Cuperlo o di altri, anche di Renzi, a quelli di Alfano, Formigoni e Verdini: le loro storie e le loro motivazioni sono diverse, e non cambieranno perché voteranno domenica nello stesso modo. Non mi aspetto altrettante concessioni, ma non me ne dorrò; se dall’altro campo dello schieramento referendario non si riconoscerà a me e altri identica differenziazione rispetto alle parti che la scelta binaria forzatamente crea, poco male. Pure in questo caso, il giudizio che ho di chi accomuna il mio voto a quello di Berlusconi, Grillo, Salvini o altri da cui sideralmente sono distante per idee e valori, non cambierà.

E questo non perché io sia diventato un predicatore laica di pace e serenità, ma perché, semplicemente, non è da quei particolari che si giudicano i politici. Il voto a favore della Costituzione nata dalla Resistenza fa di Casa Pound un pilastro dell’antifascismo? Non scherziamo. Così come il mio incidentale votare nello stesso modo, su una scheda che solo due ne ammette, con Grillo o Salvini, mi rende sostenitore delle ragioni antipolitiche da cui il M5S muove o delle teorie antimeridionaliste dalle quali la Lega prese abbrivio? Giudicate voi. Ripeto, vale per gli altri come per me: non sono tutti uguali i “sì”, tantomeno quelli che li esprimono, come non lo sono i “no”.

Però, qui oggi siamo: a rinfacciarci vicendevolmente rapporti di prossimità e a dividerci sul terreno che, in una nazione che si fa Stato, dovrebbe essere il terreno di unificazione e di condivisione. Di questo, e mi dispiace davvero, perché per questa valutazione non muovo partendo da un pregiudizio, ma vi giungendo allo scoprire lati non conosciuti nelle donne e negli uomini della parte che ho sostenuto, la responsabilità maggiore è di chi ha deciso la strada da seguire, vedendone la prosecuzione della sfida fra sé e gli altri.

Spero che da lunedì sapremo archiviare questa stagione di passioni tristi.

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L’autonomia del negativo (in sedicesimi)

Chiedendo scusa e permesso alla memoria del compianto professore Nicola Massimo De Feo, rubo qui parte del titolo di un suo, per me illuminante all’epoca come luminoso ora, saggio letto, studiato e amato una ventina d’anni fa (l’ha mai detto nessuno che il tempo corre troppo velocemente?), L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, per piegarlo, e qui le scuse e i permessi rischiano di non bastare, alle miserie del presente e alle mestizie dell’attualità. Ma tant’è: l’autonomia del negativo rischia di essere ancora oggi e in questa circostanza strumento attuale ed efficace. Andiamo con ordine.

Renzi dice che chi vota “no” difende la “casta” (parola declinata nell’uso politico a “etichettare” il presunto intoccabile establishment, introdotta nel discorso pubblico da due giornalisti che sul giornale espressione dell’establishment, quello vero, scrivono, per dire della contraddittorietà originaria della questione). I renziani (che ormai le appartenenze sono solo ai leader, altra deriva non certamente entusiasmante), però si infervorano se qualcuno, sommessamente o in modo aspro, a seconda dei temperamenti individuali, fa notare che, parlando di “casta”, lui e tantti dei suoi non possono dirsene estranei. Come molti altri, ritengo quel “casta” parola orribile, così come pessima è la demagogia triste sui costi delle istituzioni, gli emolumenti dei rappresentanti e il numero delle poltrone: ma se diventano argomento politico per esplicita e libera scelta di chi quelle istituzioni rappresenta, quegli emolumenti percepisce e su quelle poltrone siede, come evitare che lo stesso venga usato contro di loro e in modo altrettanto demagogico?

In questo, dicevo, l’assonanza col titolo dell’opera dello scomparso docente e filosofo, quell’autonomia del negativo che, in sedicesimi, cerca di spiegarne un’altra. Cerca, non è detto che vi riesca. Perché quell’uso autonomo attiene a una presa di coscienza della realtà riprovevole dell’oggetto e del concetto che si sta maneggiando. Ma questa, ahimè, temo che non appartenga a molti, dato che, immagino, alcuni credano davvero esistente quella truce categoria abbinata alla politica.

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Ma non dovevate farvene una ragione?

C’è un tema che sempre più spesso sento ripetere, nelle analisi dotte come negli slogan banali, legato alla questione del referendum, ma da leggersi in ottica più generale. Lo potremmo chiamare “l’argomento del ricatto”. Provo a spiegarmi meglio, magari aiutandomi con qualche esempio è un po’ di rimando ai fatti della recente cronaca politica e al come si sono svolti, con tanto di contorno di hashtag e tweet buoni per ridicolizzare chiunque si permettesse, e si permetta, di avversare i campioni del cambiamento intenti ad asfaltare tutto ciò che già dicevano d’aver rottamato.

In ordine sparso, c’è stato l’attacco ai capisaldi dello Statuto dei lavoratori nella linea più volte evocata dai vari Sacconi e Maroni, e a chi spiegava che, così sarebbe stato difficile riferirsi ancora al partito che lo conduceva, veniva risposto, sarcasticamente, «ce ne faremo una ragione». E la Buona scuola, con tanto di chiamata diretta dei presidi che piaceva molto all’Aprea, e pure lì, ai critici e alle loro osservazioni, era opposto l’usato «ce ne faremo una ragione». E ancora il Piano casa, con le risposte securitarie, patrimonio della reazione più dura, in tema di taglio delle utenze e negazione dell’accesso alla residenza per i costretti all’occupazione senza titolo di immobili vuoti, ma i dissidente erano tacitati col solito «ce ne faremo una ragione». E poi le “grandi opere” che piacevano tanto a Lupi, la torsione governista dell’assetto dello Stato, un tempo terreno esclusivo di quelli che guardavano al presidenzialismo forte, la riduzione degli spazi di partecipazione e scelta attraverso la legge elettorale e le modalità di individuazione dei rappresentanti quale soluzione retriva ai problemi della politica e dei partiti, eccetera, eccetera, eccetera; anche in tutti questi casi, la risposta alle obiezioni è stata «ce ne faremo una ragione». Adesso che si vota sulla Costituzione e non per il governo, si minaccia, quasi si ricatta, ed ecco appunto il senso dell’argomento, l’elettore di sinistra dicendo: «altrimenti arrivano i populisti e le destre». Com’era quella battuta sagace, ripetuta a ogni osservazione?

No, davvero, così trattata, la politica ha smesso di essere seria, da tempo. Chi guida sceglie il campo nella contesa con le cose che decide di fare: e se si è scelto di far felice una certa parte dell’elettorato potenziale ignorando le domande di quello effettivo, le conseguenze sono inevitabili. L’argomento del ricatto, quindi, è giocato male, e siccome arriva tardi, troppo tardi per essere credibile, rischia di spingere di più in direzione opposta che tirare verso quella nella quale si vorrebbe.

Ma c’è inoltre una ragione «di merito», come piace dire a quelli a cui «basta un sì», per non accettare questa provocazione in vista del voto del 4 dicembre. Loro dicono che la riscrittura di un terzo della Carta repubblicana serva a facilitare l’azione di governo della maggioranza (spesso tale solo nella sua proiezione istituzionale, in virtù di meccanismi elettorali eccessivamente premianti per i primi e penalizzanti per tutti gli altri), sottraendola ai veti delle minoranze, e che si debba (senza mai chiarire perché le due cose sarebbero legate) approvare la riforma per evitare la vittoria della destra e del populismo, e mentre spiegano questo, cercano, in modi a tratti puerili, di rinfacciare a chi si appresta a respingerla la contrapposizione alle modifiche costituzionali di quelle stesse forze politiche che minacciosamente evocano.

Però, vedete, personalmente voterò “no” per scongiurare quella che loro chiamano efficacia ed efficienza dell’azione di governo, e che nei fatti è solo una concentrazione di potere nelle mani della maggioranza. E proprio perché ho paura di quelli a cui loro stessi si riferiscono quando parlano di populismi e di destre. Perché potrebbe toccare a essi di essere “maggioranza” e, nel caso, vorrei che governare fosse più difficile e, al contrario, più facile immagino l’azione di controllo e di opposizione delle minoranze che a questi potrebbero essere chiamate a opporsi.

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La Costituzione attuale favorisce l’azione di governo. Parola di Governo

Sembra, a giudicare dalle parole dei sostenitori del “sì” alla riforma Renzi-Boschi, che la Costituzione in vigore serva solamente a bloccare un Paese altrimenti effervescente e veloce. Lasciamo perdere la disamina dei punti della norma oggetto di referendum, fermiamoci a questo: l’Italia, è il senso della narrazione dei riformatori, è ferma. Può darsi. Però, un paio di giorni fa, ho visto un filmato sul profilo social del presidente del Consiglio in cui rivendicava gli effetti delle cose fatte, dalla disoccupazione scesa dal 12,8% all’11,7 ai 656mila occupati in più, dal Pil su dell’1,6% al deficit dello Stato giù dal 2,7 al 2,3%, fino ai redditi delle famiglie cresciuti del 3,6%, i consumi saliti del 3,3, l’export del 7,7 e la produzione industriale del 2,3.

Accanto a questi dati numerici, nel videoclip dei Mille giorni di me e di me, Renzi cantava le tantissime cose fatte: il 416-ter sul voto di scambio politico mafioso e il decreto lavoro del 2014, gli 80 euro per i lavoratori dipendenti e il Decreto cultura, con l’art bonus e le norme sul turismo, la riforma della pubblica amministrazione (sì, proprio quella di cui ha discusso la Corte costituzionale) e il Decreto competitività, quello per gli “esodati” e quello contro la violenza negli stadi, lo Sblocca Italia e lo “smaltisci arretrati” della giustizia civile, il Jobs act, il reato di auto-riciclaggio, la voluntary disclosure, la responsabilità civile dei magistrati, il decreto legge per l’Ilva di Taranto (me la consentite un’educata ἐποχή, vero?), la riforma delle banche popolari e di quelle di credito cooperativo, l’esenzione dall’Imu per i terreni agricoli, l’Ape (no, non il triciclo della Piaggio), l’introduzione di cinque nuovi reati ambientali, la Buona scuola (i nomi non li ho scelti io), la riforma della giustizia e quella del codice della nautica da diporto, il Decreto Colosseo (ricordate? Quello fatto “al volo” dopo uno sciopero) e il nuovo codice degli appalti (vabbè, lo so, mancano i decreti attuativi, ma è perché siete pignoli), il fondo sociale per l’occupazione e quello per sport, periferie e servizio civile, il riordino del “terzo settore”, il decreto per la messa in sicurezza delle scuole, e persino delle norme per il sostegno all’editoria e all’informazione e una nuova disciplina sul cinema. E tuto questo in meno di tre anni: altro che assetto istituzionale che blocca l’azione di governo!

In quei cinque minuti e senza poter tirare il fiato, il film renziano racconta anche di cose ottime, come la legge sul “dopo di noi”, quella sull’autismo, quella per la priorità alla continuità affettiva nelle adozioni, l’introduzione del reato di negazionismo, la chiusura degli ospedali psichiatrico-giudiziari e le disposizioni per il contrasto al caporalato, insieme a provvedimenti opportuni e passi avanti oggettivi, seppure non sempre sufficienti, come quelli sull’equilibrio di genere e sulle coppie di fatto. Infine, non mancano cose giuste, a prescindere, come il decreto legge sul sovraffollamento delle carceri, la legge sul divorzio breve, il reato di omicidio stradale, la norma sugli sprechi alimentari e la ratifica degli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. E senza contare l’Italicum e la riforma stessa della Costituzione.

Come vedete, al di là del giudizio che io do sui singoli provvedimenti dell’esecutivo, non è affatto vero che l’attuale dettato costituzionale, il bicameralismo perfetto e l’assetto dello Stato siano un intralcio per chi governa. Lo dice il Governo stesso, rivendicando la mole di cose fatte, e pertanto “potute fare”, in appena mezza legislatura. Di conseguenza, a giudicare da quello che lo stesso premier dice con la sua continua elencazione di quanto l’Italia sia cambiata in questi mesi e di come siano state realizzate da lui e dai suoi le «riforme» che la nazione chiedeva, il sistema funziona e permette di andare spediti.

Se non altro, si diceva appunto, quando si vogliono fare le cose che si vogliono fare.

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Se De Luca ha ragione. Ovvero, il trionfo dell’interesse sulla politica

Dopo l’audio del discorso con cui Vincenzo De Luca ha arringato qualche centinaio di sindaci campani, registrato di nascosto e pubblicato integralmente da Il Fatto Quotidiano, s’è mossa addirittura la Commissione parlamentare antimafia per verificare se, nelle carte della Procura di Napoli, ci fosse qualche fascicolo aperto con ipotesi di reato per voto di scambio e azioni clientelari. Il dato giudiziario non è affare di questa pagine. Lo è invece, e molto, quello politico e, direi così, sociale e culturale della questione connessa alle parole del presidente della Regione Campania.

Col suo solito garbo e la consueta eleganza, De Luca ha detto a chi lo ascoltava in una sala d’un hotel partenopeo: «In questo momento abbiamo un’interlocuzione privilegiata con il Governo. Poi vi piace Renzi non vi piace Renzi a me non importa (il termine in corsivo è mio, perché questo blog ci tiene a conservare uno stile diverso dal suo). Noi non abbiamo mai avuto un accidente di niente, né coi governi di centrodestra, né di centrosinistra. Abbiamo fatto una chiacchierata con Renzi. Gli abbiamo chiesto 270 milioni di euro per Bagnoli e ce li ha dati. Altri 50 e ce li ha dati. Mezzo miliardo per la “Terra dei fuochi” e ha detto sì: lui era terrorizzato per la reazione della Lega ma alla fine ce l’ha dato, nonostante la Ragioneria e De Vincenti. Abbiamo promesse di finanziamenti per Caserta, Pompei, Ercolano, Paestum. Sono arrivati fiumi di soldi, 2 miliardi e 700 milioni per il Patto per la Campania, altri 308 per Napoli, nonostante qualche squinternato. Ancora 600 milioni per Napoli. Che dobbiamo chiedere di più?». E quindi, l’invito e lo sprone: «Dobbiamo mobilitarci, andare tutti porta a porta, per venti giorni non dovete pensare ad altro e contrastare tutti gli argomenti del “no”». In definitiva, ci si deve muovere perché si è avuto e farlo perché si può avere. Non so se sia clientelismo, non mi riguarda; è però la fine della politica vissuta come ideale. Perché questo ha detto De Luca: ci si impegna solo se si ha interesse a farlo. Ed è un danno ancor peggiore, non solo alle ragioni del “sì”.

Il governatore campano, infatti, è il peggior testimonial che i favorevoli alla riforma potevano trovare, ma è lì e se lo tengono senza cercare di arginarlo; contenti loro. Ma il quadro che con le sue parole e con il nulla di fatto che da quella gravità discende spiega a tutti quelli che le ascoltano che l’unico motore in politica è il tornaconto immediato, materiale, monetizzabile. Che sia individuale o di gruppo, di corrente o di territorio, poco cambia: ci si scalda e si agisce se, e solo se, ne vale la pena in termini effettivi, fattuali, tangibili. Sarà per questo che nell’epoca attuale ci si spertica tanto con l’elogio della “concretezza”.

E De Luca lo chiarisce, persino con riferimenti internazionali e analisi, diciamo così, “di sistema”: «In America, Trump ha vinto col 25 per cento sul 50 per cento dei votanti e in totale ha preso 600mila (sono oltre 2mln in realtà, ma non diteglielo, se no chi lo tiene più?) voti meno della Clinton. Se fosse successo in Italia, apriti cielo: il fascismo, l’autoritarismo. La democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino debba avere la sua rappresentanza è un’imbecillità. Trump col 25 per cento controlla la Camera, il Senato e la Corte costituzionale».

«La democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino debba avere la sua rappresentanza è un’imbecillità». Ripeto questa frase perché è la migliore spiegazione della differenza fra me è lui. Io penso, anzi, io sono quel singolo cittadino a cui, per usare la cortesia di De Luca, «è un’imbecillità» dare rappresentanza. Però, se quello che dice lui è vero (e siccome nessuno lo smentisce, sarei portato a credergli), se la democrazia è il dominio della «minoranza più forte», dato che difficilmente di essa sarò mai parte e che non ho interessi così forti come quelli che evocava nel suo discorso ai sindaci, perché dovrei occuparmi di “politica”?

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Sventurata quella democrazia che ha bisogno di soldi

«Unglücklich das Land, das Helden nötig hat», sventurata la terra che ha bisogno di eroi. Così fa dire al suo Galileo Bertolt Brecht. Una frase spesso usata, a volte abusata, ma che credo che oggi possa essere parafrasata per adattarla a quanto accade in quell’Occidente che proprio in tedesco suona come un triste presagio, Abendland, terra della sera: sventurata quella democrazia che ha bisogno di soldi.

Nei giorni scorsi, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione in cui condanna l’intervento di Putin a sostegno delle forze antieuropeiste. Nel documento approvato a Strasburgo si legge che «il governo russo sta utilizzando un ampio ventaglio di strumenti come think tanks, tv multilingua come Russia Today, pseudo-agenzie di stampa e service come Sputnik, social media e troll sul web per sfidare i valori democratici e dividere l’Europa» in modo da dare «l’impressione che gli Stati orientali dell’Unione europea siano fallimentari». Stati orientali, è costretto ad ammettere il testo votato, «dove i media nazionali sono spesso deboli e incapaci di resistere alla potenza dei media russi». La risoluzione, poi, spiega anche come, in disinformazione e propaganda, «la Russia investa considerevoli risorse finanziarie, stanziate direttamente dallo Stato o da imprese e organizzazioni controllate dal Cremlino». Queste parole, al di là della loro realtà, segnano una resa ai fatti dei sistemi democratici: bastano, seppur «considerevoli», delle semplici «risorse finanziarie» per orientare la politica, con buona pace dei valori e delle idee “non negoziabili”.

Non sto sostenendo che l’Europarlamento abbia fatto male ad approvare quella risoluzione, sto dicendo che è triste che non abbia saputo fare di meglio che arrendersi allo stato delle cose: quello in cui, per far funzionare la democrazia, c’è bisogno di soldi. E quindi, chi ce li mette, ne orienta l’andamento.

Se sono sufficienti, tante o poche che siano, delle ricchezze economiche per determinare il funzionamento dei sistemi politici, allora questi cominciano a somigliare troppo da vicino a quelle plutocrazie che da sempre, noi occidentali di fede democratica, stigmatizziamo e avversiamo. Allora, sì, è giusto denunciarne i rischi, come fa quella risoluzione; ma che facciamo per consentire alle nostre democrazie di potersi sottrarre al dominio del denaro e di chi ne ha e può disporne, rubli, euro o dollari che siano quelli che ne segnano la valuta?

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Hungry and foolish: così come li volevate

Il dibattito intorno all’imbarbarimento del discorso pubblico e del linguaggio politico non lo capisco. Chiarisco subito: non è che io non sia d’accordo sul fatto che temi e toni di entrambi siano scesi a livelli infimi, solo che non penso che questo sia avvenuto per caso. E soprattutto, non mi piace l’ipocrisia delle classi dirigenti che inorridiscono, facendo ben attenzione al farsi notare nel farlo, rispetto alle parole e agli argomenti che vengono usati. Non li volevate così, hungry and foolish, competitivi e concorrenti? Eccoli qui, con la polvere che hanno sollevato a far da cortina e sporchi del fango nel quale li guardavate dibattersi e correre.

Quale apprendista stregone, l’élite mondiale ha suonato le note del bellum omnium contra omnes, raccontando la favola del merito e proiettando sul fondo della caverna immagini desiderabili di una vita esclusiva e privata, tale proprio perché prometteva di tener fuori l’altro e togliergli qualcosa da dare all’io, per il suo solo godimento. Giocando con la forza degli egoismi, ha provato a forgiare un mondo che fosse sempre più un meccanismo di cattura dei desideri, per orientarli verso quello che voleva che ambissero ad avere. E ci è riuscita. La fame che spinge alla competizione e la follia che regge la concorrenza sono diventate le uniche tracce su cui muovere l’esistenza, e per camminare in quei sentieri sollecitando quegli istinti, si son scelti campioni idonei, che il linguaggio della fame e gli argomenti della follia sapessero interpretare. Il resto, è conseguenza.

La politica ridotta a ruoli ancillari, s’è così riempita di protagonisti buoni a quella tenzone, e progressivamente sulla musica che questi suonavano le orecchie han cominciato ad abituarsi. Quei sentimenti forti hanno iniziato a chiedere frasi altrettanto vigorose, e il ragionamento complesso è andato a ritirarsi sconfitto da una sempre crescente semplificazione urlata. Quello che guardiamo accadere sulla scena della rappresentanza (o meglio, rappresentazione) politica è solo conseguenza, al massimo, epifenomeno. E quello che le si muove dietro, appunto, le va dietro, in una continua discesa agli inferi dell’essere umano slegato dal suo portato sociale.

L’individualismo è stato il motore su cui ha giocato la promessa tradita di un arricchimento facile. Scoperto il tradimento e impegnati i legami fra i singoli al banco della borsa degli affari, la fame e la follia sono rimaste spoglie di orpelli e finimenti. In uno scriteriato tentativo di tamponarne la portata, si è cercato di dar loro in pasto nemici costruiti ad arte: la casta, i professoroni, i vecchi capisaldi del vivere civile divenuti archetipi dei mali dell’oggi.

Ma un’idrovora delle dimensioni di quella messa in moto in anni di riflusso indotto e sospinto non conosce sazietà, e la ricerca di uomini e donne in grado di incarnare una risposta possibile si è acconciata alla selezione per sottrazione, nella speranza che i tanti mossi da identico rancore e voglia di soddisfacimento personale trovassero i modi per calmierare quello sprone montante.

Così s’è giunti a quello che c’è ora, in una china verso il basso che, temo, è ancora lungi dall’esser del tutto percorsa. Figure da bestiari d’osteria e verbi da postribolo minaccioso, ho paura, saranno sempre più i mattoni della casa in cui ci toccherà vivere e muoverci. Semplicemente perché non s’è tenuto conto dei rischi legati al tentativo di sedare le richieste di essere con offerte di averi e di quanto potesse diventare pericoloso e dannoso tirar fuori il peggio dall’ambizione dei singoli per provare a vendere un prodotto in più.

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O è barbarie, o è folclore

Se il cielo tiene (e vi assicuro che, a guardarlo da Cuneo, in questi giorni non è sembrato tanto un modo di dire), mi riprometto di parlare di quello che ha davvero detto il presidente della Regione Campania, e soprattutto, del messaggio che ha comunicato con le sue parole. Per il momento, invece, vorrei limitarmi a un’analisi, diciamo così, più estetica su quelle uscite e su altre che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni di avvitamento pessimo della campagna elettorale in vista del referendum.

Definire, come ha fatto Beppe Grillo, chi ha pensato la riforma e la sostiene un «serial killer delle vite dei nostri figli» è grave, senza attenuanti o giustificazioni. E lo è anche leggere sul suo blog «scrofa ferita» a proposito del presidente del Consiglio. Su questo, chi chiama barbarie quel linguaggio non sbaglia. Allo stesso modo, non può in nessun modo essere derubricato a folclore quanto ha affermato Vincenzo De Luca: in democrazia non esistono atti politici «infami» e di nessuno si può dire che debba essere «ammazzato». Non può esserci nemmeno scherzo, soprattutto se chi lo dice non lo fa per la prima volta, ma aveva già usato quei termini contro altri avversari politici o nei confronti di giornalisti e scrittori per lui «consumatori abusivi di ossigeno». E non può, e non deve, esserci sottovalutazione. Perché se è barbarie l’una, non può essere folclore l’altra.

A chi parla a nome di altri, e un politico questo fa, ne abbia o meno contezza, è richiesto un surplus di attenzione alle parole che usa. Se vuole fare il comico, ne abbaia o meno la capacità, allora può calcare altri palchi, che di certo non mancheranno, se le sue capacità saranno pari a quelle che, dall’alto del posto che occupa o della forza che rappresenta, di sicuro dimostra d’avere. Noi qui, ultimi fra gli elettori, un consiglio da offrire ci sentiremmo d’averlo, antico e moderno allo stesso tempo: est modus in rebus.

Pure in quelle che si dicono solamente.

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Fate così: tagliate tutto. Di più, fatelo retroattivamente

Il dibattito politico si sta avvitando in abissi che pensavo inimmaginabili. Il presidente della terza regione per numero di abitanti che dice della presidente della commissione bicamerale antimafia che «ha fatto una cosa infame, da ucciderla». La stessa commissione che indaga sul medesimo presidente di regione. Il presidente del consiglio dei ministri che dà a chi gli si oppone l’inelegante etichetta di «accozzaglia». Il capo della principale forza di opposizione che definisce i sostenitori di una riforma a cui è contrario «serial killer della vita dei nostri figli» e il suo blog che definisce il segretario del partito di maggioranza «una scrofa ferita». Troppi apprendisti stregoni evocano forze più potenti delle loro membra: che dio o il caso o entrambi ce la mandino buona.

Gli stessi toni e temi usati per questioni di più modesta portata, come i costi per il funzionamento delle istituzioni, sono tratti da livelli davvero infimi. Discutendo in tv, Renzi domenica scorsa ha arringato il suo interlocutore in un modo che lasciava poco spazio al fraintendimento: «Ho il sospetto che la riforma non l’abbia letta, Landini. Glielo dico con rispetto. Bisogna cambiare le cose, non difendere la “casta” come fate voi». La “casta”? Ma non erano i grillini, populisti e demagoghi, a usare quelle parole? E poi, io non lo so se il segretario della Fiom difenda o meno la “casta”, come la chiama Renzi, e nemmeno m’interessa. Però, tutta questa storia sui costi della politica e gli stipendi dei politici non la sopporto più. Facciamo così: se quelli che li prendono pensano che quei soldi siano troppi, li riducano, li dimezzino, li eliminino del tutto, e anche con effetto immediato, visto che immagino credano nelle cose che dicono. Anzi, lo facciano pure con effetto retroattivo (per il come si possano fare norme con tale portata, chiedano agli “esodati”).

Perché, vedete, io penso che chi faccia politica debba essere pagato, e bene, sono per il finanziamento pubblico ai partiti e persino favorevole all’istituto del vitalizio. Il problema è che quelli che li prendono, e tutti, ora dicono che sono troppi, che noi che votiamo “no” vogliamo difendere i loro privilegi, che chi non sta con quelli che sono al potere, e molti da prima del tempo di cui io conservi memoria personale, difende la “casta” (che è parola orribile l’ho già detto, vero?). Allora, viene da dire, fate così: togliete tutto, e già che ci siete, rendete pure quello che avete preso negli anni in cui, come dite ora, il Paese era fermo nella palude, non funzionava e un’esosa politica lo danneggiava.

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