Dev’esser davvero debole questa «identità»

«Non possiamo accogliere tutti, tantomeno chi non vuole integrarsi; rischiamo di mettere a repentaglio la nostra identità, la nostra cultura, le nostre radici». Quante volte le avete sentite frasi come queste? Tante, immagino. Ebbene, nonostante le abbia anch’io più volte ascoltate e me le sia sentite ripetere da molti, non per forza buzzurri razzisti, non ho ben capito quale sia, per gli stessi sostenitori, la tesi fondante di simili affermazioni.

Mi spiego meglio. «L’identità è a rischio», che cosa significa? È così debole questa vostra «identità» da dover essere difesa con forza contro i deboli ultimi della terra? Davvero? O ancora, qualcosa della vostra cultura può realmente essere posto in discussione, ad esempio, da un differente modo di macellare gli animali o di coprirsi il capo? Le vostre radici possono sinceramente dirsi in pericolo di recisione dalle preghiera rivolta da altri a un dio diverso, o allo stesso da un tappeto invece che da una panca? È tanto bassa la fiducia che avete nella coscienza di voi stessi da temerne il dissolvimento repentino al solo manifestarsi dell’altro? Se è così, non v’invidio.

La mia tradizione e quella delle genti da cui arrivo non è mai stata nobile e pura; forse per questo non ha mai avuto timore d’esser spazzata via nel farsi presente dell’ineludibile alterità dello stare al mondo. Anzi, con le parole che usò Ernesto De Martino in una trasmissione radiofonica del 1953 (raccolta, con altre, nel volume Panorami e spedizioni. Le trasmissioni radiofoniche del 1953-54, curato da Luigi M. Lombardi Satriani e Letizia Bindi), parlando di alcuni aspetti annotati nelle sue ricerche e spedizioni – usava proprio quel termine, «spedizione» – in Lucania: «figghie son tutte quante: questo è davvero l’augurio più alto, il magico augurio che nel mondo nel quale taluni stanno come se non ci stessero, scritti nel libro degli spersi, tutti possono diventare figli e vivere sempre, in ogni momento della loro vita, gli uni verso gli altri nella commossa eguaglianza della giustizia materna».

E pure a voi, che fate spada contro altri del vostro voler essere collettivo (che non di rado mal nasconde un tradito e inappagato «avrei voluto avere» individuale ed egoistico, spesso ingiustificato dalla piena disponibilità del necessario e dal facile accesso al superfluo) e usate come scudo ciò che è nato per servire e condividere (e se ci pensate, uno scudo altro non è che un grosso piatto rivoltato e tenuto con braccio serrato, invece d’esser girato e offerto a mani aperte), auguro di poter essere figli.

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Un giudizio incomprensibile

Da tempo non parlo più del Pd. E non perché la cosa non m’interessi; guardando a quell’area politica in cui, fino a oggi, il Pd è stato l’indiscusso protagonista principale, non posso disinteressarmene. È che mi rattrista considerarne lo stato a cui è giunto, almeno quanto ieri mi faceva male vedere le politiche attuate. E sì, penso che questo dipenda da quelle, così per chiarire. Cionondimeno, è un peccato. Soprattutto per quanto tocca sentire ai suoi militanti dai loro dirigenti.

Ho criticato spesso le scelte del Pd, come non ho nascosto il disappunto per alcune sue dinamiche interne. Da queste critiche ho maturato la scelta di allontanarmene, da militante e da elettore. Eppure, mai ho usato – né avrei potuto pensare di usare – nei confronti di quel partito il cinico disprezzo che si legge nelle dichiarazioni di alcuni suoi esponenti di primo piano. Da chi se ne augura «l’estinzione» a quanti ne evocano lo «scioglimento», senza parlare di quelli che volevano ripulirlo «col lanciafiamme», chi guida e rappresenta quella forza politica dà di essa un giudizio ancor peggiore di quanti vi si oppongono o l’avversano. E sinceramente non ne riesco a capire le ragioni.

Sarà perché libero dalle loro immani responsabilità, per opinioni meno tranchant sulla situazione del Pd e sulle decisioni prese e messe in atto ho deciso di allontanarmene. Perché ritengo che non abbia molto senso stare in un sodalizio per scelta e contestualmente, e costantemente, pensare che esso funzioni male o faccia cose sbagliate. Figuriamoci ipotizzare che debba estinguersi, vada sciolto o sia da sanificare con il fuoco. Ma io, ripeto, sono solo un appassionato di politica, dilettante per quanto attento cerchi d’essere.

Loro, invece, sono i professionisti. E per fortuna.

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Le emozioni contano

In uno scambio di opinioni via social sul mio articolo che precede questo, nel volermi elegantemente dare dell’incolto e approssimativo demagogo – aggettivi assolutamente precisi per una definizione quantomeno esagerata – , mi è stato consigliato di studiare, indicandomi, per cominciare, Il capitale nel XXI secolo di Piketty. Suggerimenti simili, per mia natura, li accolgo sempre di buon grado. Ma invece che quel libro segnalatomi, nel fine settimana ne ho letto un altro: Elegia americana, di J. D. Vance.

Perché il libro di Piketty l’ho già letto, e anche altri suoi articoli sui medesimi argomenti, raccolti in Capitale e disuguaglianza, cronache dal mondo, del 2017, (trovando il lavoro interessante, ma alcune tesi un po’ troppo assolutorie per tutti; del tipo, «così è, fatevene una ragione, che non è colpa di nessuno», soprattutto, non dei vincenti e di chi ha permesso loro di esserlo, ça va sans dire), perché sullo stesso tema è forse più puntuale e preciso il testo di Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, uscito un paio d’anni prima, nel 2012, e perché, per seguire il discorso sulla povertà nel Paese più ricco del mondo iniziato con la storia di Vanessa Solivan nell’inchiesta di Matthew Desmond di cui parlavo nel post da cui il dialogo nasceva, volevo la voce di qualcuno che quelle cose di cui si racconta le avesse patite, non solo studiate.

Bene, Hillbilly elegy. A memoir of a family and cultur in crisis, titolo originale dell’opera, esce alla fine di giugno del 2016, prima delle elezioni che manderanno Trump alla Casa bianca. E lì già si racconta uno spaccato che quel voto spingerà molti analisti delle due coste a cercare di capire; la crisi, come opportunamente la definisce Vance, di un’intera cultura che aveva sostenuto il modello americano negli anni precedenti. Non è solo l’economia a frenare, è l’intero sogno americano a sbattere contro un muro. Soprattutto per i bianchi non ricchi delle regioni centrali. Gli hillbilly, i bifolchi delle colline, pagano sulla propria pelle il prezzo del cambiamento.

No, non sono più poveri degli altri, non vivono nelle zone e nei quartieri peggiori d’America (sebbene, come ricorda lo stesso Vance citando uno studio della Brookings Institution pubblicato nel 2011, per effetto di quella che prende il nome di «segregazione residenziale», ovvero il rimaner legati senza possibilità di trasferimento al posto in cui si ha la casa, unita alla crisi del manifatturiero un po’ in tutta la nazione, «rispetto al 2000, tra il 2005 e il 2009 era più probabile che gli abitanti dei quartieri più poveri fossero bianchi nati localmente, diplomati e laureati, proprietari di casa che non beneficiano della pubblica assistenza»), non hanno la pancia vuota, anzi, forse è persino troppo piena, per quanto del cibo e delle bevande peggiori, come sanno loro per primi, che infatti odiano Michelle Obama quando gli dice che non dovrebbero dar da mangiare ai propri figli certe cose, come scrive Vance, «non perché pensiamo che abbia torto, ma perché sappiamo che ha ragione». Ma sono quelli che si sentono più traditi dalla promessa non mantenuta del benessere e della sicurezza economica per il futuro.

Gli hillbilly migrati verso le pianure industrializzate del Midwest dalle zone agricole del Kentucky del Tennessee, del West Virginia, pur con tutti i problemi dello sradicamento da luoghi e abitudini, avevano trovato in posti come la Middletown, Ohio, di Vance e in fabbriche e acciaierie come la Armco di suo nonno, quella garanzia di poter far stare i figli meglio di come erano stati loro, anche non dovendoli vedere per forza costretti a usare le mani e la schiena per garantirsi un piatto sulla tavola e un tetto sulla testa.

Così non è stato. La competizione è divenuta più violenta, giocandosi su fattori nei quali poco si aveva la possibilità di intervenire. Perché se sei nato a Middletown da una famiglia operaia originaria di Jackson, Kentucky, mediamente non andrai nelle università migliori, non avrai una formazione adeguata alle richieste del mercato e non potrai lavorare come operaio in una fabbrica che chiuderà per spostarsi in luoghi del mondo dove c’è gente disposta a farlo per meno. E rimarrai lì, legato a quella casa che invecchia e che sfortunatamente hai deciso di comprare, con un mutuo che ora è più alto di quel che essa vale.

In questo ha fatto breccia Trump, sulle emozioni e sul ricordo di un mondo che, almeno per quegli elettori, era sicuramente migliore e con migliori prospettive. «Make America great again» non significa nulla, se lo si legge per quello che è, uno slogan vuoto, appunto. Ma è quello che lì si è sentito a essere diverso; sapeva di riscatto, degli anni rampanti, dello sviluppo. È questo che hanno votato: il sogno d’un passato che è stato grandioso. Non ritornerà? Probabilmente lo sanno anche loro. Ma l’alternativa era scegliere chi, alle loro domande inevase di benessere, rispondeva «it’s the economy, stupid!», o sua moglie. Per questo hanno votato per Trump.

Ancora Vance, ricorda che suo nonno aveva sempre votato per i Democratici. Tranne nel 1984, quando, cito dal suo racconto, «Reagan ottenne la più grande vittoria elettorale della storia americana contemporanea. “Reagan non mi è mai piaciuto”, mi disse tempo dopo il nonno. “Ma odiavo quel Mondale”. L’oppositore di Reagan, un democratico colto e raffinato del Nord, era l’antitesi culturale di mio nonno». Certo, il libro di Vance è uscito che mancava troppo poco alle elezioni per cambiare in corsa; ma possibile che nessuno fra i competenti democratici laureati nelle prestigiose università della Ivy League si sia accorto che rispondere con l’arroganza dei primi della classe a chi vedeva il mondo franargli sotto i piedi non poteva che aggravare quel sentimento di distacco e il relativo allontanamento elettorale? Eppure, dare risposte adeguate alle richieste della società moderna dicevano fosse il loro mestiere.   

Prima che qualcuno inizi con la retorica dell’impegno, delle capacità individuali, della «meritocrazia» come antidoto e via d’uscita dalle condizioni che nelle sue memorie racconta, proprio partendo dalla personale storia dell’autore e dal suo essersi poi laureato in legge in una delle Ancient Eight, Yale, e aver trovato lavoro nella competitiva Silicon Valley, voglio citarvi quello che Vance stesso scrive di sé nelle primissime righe dell’introduzione al libro che vi consiglio di leggere per intero: «Io ero uno di quei ragazzi dal destino segnato. Ho rischiato di farmi espellere dal liceo. Ho rischiato di cedere all’ira e al risentimento che covavano in tutti coloro che avevo intorno. Oggi la gente guarda me, il mio lavoro e i miei prestigiosi titoli accademici, e dà per scontato che io sia una sorta di genio, perché solo un tipo veramente straordinario avrebbe potuto arrivare a simili traguardi. Con tutto il rispetto che devo ai miei estimatori, penso che questa teoria sia una gran stronzata. Quali che siano i miei talenti, non li ho buttati via solo perché alcune persone particolarmente caritatevoli sono venute in mio soccorso».

Ecco, vediamo di non aggiungerne altre. Di stronzate, intendo.

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Non di solo lavoro (anche perché potrebbe non bastare)

«These days, we’re told that the American economy is strong. Unemployment is down, the Dow Jones industrial average is north of 25,000 and millions of jobs are going unfilled. But for people like Vanessa, the question is not, Can I land a job? (The answer is almost certainly, Yes, you can.) Instead the question is, What kinds of jobs are available to people without much education? By and large, the answer is: jobs that do not pay enough to live on». Grosso modo: «In questi giorni, ci viene detto che l’economia americana è forte. La disoccupazione è in calo, il Dow Jones è sopra i 25.000 punti e per milioni di posti di lavoro non si trovano disponibilità. Ma per gente come Vanessa, la domanda non è “posso trovare un lavoro?” (La cui risposta è quasi certamente: sì, è possibile). Invece la domanda è: quali tipi di lavoro sono disponibili per le persone senza molta istruzione? A cui generalmente la risposta è: lavori che non pagano abbastanza per vivere».

Nella sua inchiesta per The New York Times Magazine, il sociologo e premio Pulitzer per la saggistica nel 2017 con Evicted: Poverty and Profit in the American City, Matthew Desmond, pone in discussione un dogma radicato nella cultura statunitense: quello che vuole il lavoro come soluzione, l’unica, per la povertà. I worrking poor, spiega il professore dalla Princeton University, dimostrano la vacuità di questo mito. Partendo dalla storia di Vanessa Solivan, madre single di tre ragazzini, lavoratrice instancabile nel settore della cura alle persone anziane o malate per 10-12 $ l’ora, l’analisi del saggista spiega come non ci siano vette da raggiungere con l’impegno, per quelli nati nel pantano della miseria, dove la salita è tutti i giorni, anche se ci si muove in una sterminata pianura che in nessun modo consente elevazioni.

La situazione contemporanea pone in forte discussione l’idea fondante del sogno americano, quella per cui, se lavori duramente, avrai successo, e se questo non arriva, allora sei stato tu a sbagliare qualcosa, a non impegnarti abbastanza. Vanessa e quanti si spezzano la schiena per meno di quello che gli serve a vivere sono il più perfetto disvelamento di quell’illusione, buona a far addormentare la sera i bravi americani e tutti noi, comunque figli di quella cultura, sulle ingiustizie di cui siamo parte o vittime, ma inutile a risollevar le sorti di quelli che contro di esse sbattono quotidianamente il muso.

Ancora Desmond, che così conclude il suo articolo: «We need a new language for talking about poverty. “Nobody who works should be poor,” we say. That’s not good enough. Nobody in America should be poor, period. No single mother struggling to raise children on her own; no formerly incarcerated man who has served his time; no young heroin user struggling with addiction and pain; no retired bus driver whose pension was squandered; nobody. And if we respect hard work, then we should reward it, instead of deploying this value to shame the poor and justify our unconscionable and growing inequality. “I’ve worked hard to get where I am,” you might say. Well, sure. But Vanessa has worked hard to get where she is, too».

Più o meno alla lettera: «Abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio per parlare di povertà. “Nessuno che lavori dovrebbe essere povero”, diciamo. Non è abbastanza buono. Nessuno in America dovrebbe essere povero, punto. Nessuna madre single che lotta per crescere da sola i propri figli; nessun uomo precedentemente incarcerato e che abbia scontato il suo debito; nessun giovane eroinomane che lotta contro dipendenza e dolore; nessun autista di autobus in pensione, la cui pensione è stata sperperata; nessuno. E se rispettiamo il duro lavoro, allora dovremmo premiarlo, invece di dispiegare questo valore per far vergognare i poveri e giustificare la nostra inaudita e crescente disuguaglianza. “Ho lavorato duro per arrivare dove sono”, potreste dire. Bene, certo. Ma anche Vanessa ha lavorato duro per arrivare dov’è».  

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Non so cosa sia

Anche la Svezia. Un partito che con sprezzo delle parole si fa chiamare «Democratici Svedesi» e che come cavallo di battaglia politico-elettorale ha solamente la lotta agli immigrati (e il dissolvimento dei capisaldi del welfare scandinavo, cosa che già di per sé inficerebbe la retorica del «popolo che cerca sicurezza e protezione»), prende la medesima percentuale di voti della Lega salviniana qui da noi, fra intimidazioni neonaziste ai seggi e insulti ai giornalisti. Abbiamo sempre cercato di spiegare i successi di quel tipo di forze con la crisi dei ceti medi, ma qualcosa non torna.

Non torna, perché nella Grecia piegata in due dalla crisi e con una disoccupazione al 25 per cento, Alba Dorata non ha mai superato il dieci per cento dei voti. In Svezia, invece, con un tasso dei senza lavoro sostanzialmente in media con quello degli ultimi vent’anni in quella nazione e un reddito pro-capite doppio rispetto ai cittadini ellenici, un partito erede dei più estremi e preoccupanti sodalizi di destra, a tratti nazisti, sfiora il 18%. Allora, l’idea che le ansie della piccola e media borghesia per il proprio futuro gonfino le vele dei partiti populisti e sovranisti è quanto meno da rivedere. O meglio: in quel voto, non influiscono solamente i timori legati ai redditi e alle ricchezze prossimi venturi e alla sicurezza materiale, computabile. Qui rischia di esserci una più profonda ragione. E ho paura a nominarla.

Perché, insomma, il timore di rinunciare al proprio stile di vita, pure semplicemente a quei tanti piccoli tasselli del superfluo che riempiono le nostre giornate, in fondo si può capire. È umana. Ma non credo che nessuno svedese medio, razionalmente, possa dire di star male. Tantomeno, che questa ipotetica sua condizione di malessere dipenda da quelli che arrivano o cercano una vita migliore di quella che hanno avuto, magari di averne una simile alla sua, che non ha fatto nulla per meritarla, se non aver avuto la fortuna di nascere a Stoccolma e non a Kinshasa.

Ma è così, e le parole per descriver quel che accade non è che siano poi tante.

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Anche per quello si perdono le elezioni

Una mia conoscenza social, Michela Cella, scriveva ieri sul suo profilo Facebook: «la bolla spiegata bene: sulla mia timeline tutti commentano la frase “le aperture domenicali spaccano le famiglie” dicendo che le famiglie sopravvivono alla moglie che va all’Ikea, alla figlia che va da Zara, o al marito a cui tocca far la spesa. Nessuno che pensi che un membro della famiglia possa mai lavorare da Ikea, Zara o Carrefour». Perfetto, non avrei saputo dirlo meglio.

Perché è vero, il problema non è tanto chiudere i centri commerciali e i negozi di domenica o nei festivi (per quanto, se accedesse, non protesterei in piazza chiedendone l’eventuale riapertura), ma riconoscere giusti compensi e adeguate turnazioni a chi, in quei giorni, deve lavorare. Però, rimane il fatto che segnalava quel post: a sinistra, spesso ci si è dimenticati che gli esercizi commerciali aperti sempre sono una comodità per il ceto medio impiegatizio, che può far spesa all’uscita dall’ufficio. Al contrario, sono una seria complicazione per il menage di quanti, col proprio lavoro, quelle aperture sono costretti a rendere possibili; non accorgersene, è un sintomo di quello scollamento che la sociologia e la demoscopia cercano di definire meglio di come potrei fare io.


«Bolla», come nelle parole citate all’inizio veniva definita, che è sì sociale, di classe, ma che diventa, per conseguenza, anche politica, di parte, la stessa a cui sia io che l’autrice del post, per quanto con tonalità e accenti differenti, apparteniamo. Vedete, negli anni in cui ne ho fatto parte, non di rado mi sono riscoperto fra i più poveri nei consessi del Pd e di altri partiti di sinistra in cui sedevo. I miei ben 1.200 euro mensili, nei posti e fra le genti da cui provengo, ad appena 1.200 chilometri da dove vivo, mi collocherebbero tra i fortunati. Così non era, così non è, nei luoghi che, politicamente, ho frequentato. E questo è un problema non trascurabile, se si pensa, o se si è pensato, di far politica dalla parte di quelli nati indietro, per portarli avanti.

A sbagliare son sicuramente io, ovviamente. Come i risultati confermano, per l’appunto.

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Sind wir mehr?

Dopo l’inqualificabile caccia all’uomo svoltasi per le strade di Chemnitz, con la polizia impreparata ad affrontare una folla radunatasi all’improvviso e le manifestazioni successive dell’estrema destra riunita, la cittadina della Sassonia ha visto le sue piazze riempirsi per un concerto antirazzista dal bello slogan «Wir sind mehr», noi siamo di più. Bene; a volte è necessario affermare i princìpi e farlo apertamente. E questa è una di quelle volte. Ma davvero mi chiedo (e con la morte nel cuore per la domanda): sind wir mehr, siamo di più?

Non saprei. In questi giorni cade la ricorrenza drammatica delle leggi razziali, ottant’anni fa. Quelle norme furono un crimine assoluto perpetuato per mezzo della giustizia degli uomini. Però, più che i responsabili, gli estensori e quanti le resero valide, mi hanno sempre colpito i tanti che non dissero nulla, che se le fecero star bene, e i molti che erano la maggioranza e che le accolsero favorevolmente. Persino quelli che dopo, solo dopo, si scoprirono antifascisti. E in Germania, fu diverso? Non erano entusiasti del regime, quelli che poi se ne scoprirono vittime? E nel resto d’Europa, e negli Stati Uniti? Non furono lasciati fare quei regimi perché, tutto sommato, quella della razza era una rivendicazione condivisa? Non trassero ispirazione dalle norme segregazioniste d’Oltreoceano i giusti nazisti nel redigere i testi delle leggi di Norimberga? Non erano, per legge, considerati inferiori, con meno diritti e, di conseguenza, minor valore dal loro Paese quegli stessi soldati di colore che venivano mandati a combattere per liberare il mondo dalla dittatura oscurantista? Erano maggioranza, i più, quelli che decidevano, approvavano e condividevano l’idea di un’umanità divisa gerarchicamente per razze; quello era il senso comune di allora. E oggi?

Ripeto, non saprei, non so. Perché i politici e i governanti che schiumano di rabbia verso quanti arrivano dal mare più poveri di noi non sono usciti dal nulla. Non fondano sul niente i propri consensi. Non sono isolati, se a ogni loro sortita guadagnano voti. Sarebbe facile immaginare solamente questi come fonte e manifestazione del razzismo. Ma essi sono espressione di qualcosa che c’è, e che si esprime come, quando e quanto può. Persino attraverso il voto. E se pure in questo riescono a vincere, chi sono i più?

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Siete voi a dipingerla come se fosse allo sbando

Il ministro Giovanni Tria, nei giorni scorsi, ha dovuto spiegare al mondo che «l’Italia non è fragile e non è il malato d’Europa», sebbene abbia ancora bisogno degli aiuti economici e degli stimoli della Bce. È dovuto intervenire, il titolare del dicastero di via XX Settembre, per cercare di rassicurare i mercati e provare, così, a calmierare la crescita dello spread. Ma per quanto di buonsenso il suo intervento (cos’altro avrebbe dovuto fare uno al suo posto), credo che il ministro dell’Ecoomia abbia sbagliato indirizzo. Infatti, non è tanto agli investitori che deve chiarire quel punto, quanto, piuttosto, ai suoi colleghi di governo e alla maggioranza che lo sostiene, visto che continuamente vanno ripetendo che ormai siamo ridotti a una sorta «terre gaste» (se mai avessero confidenza con l’epica medievale, s’intende) a causa dell’azione quelli che li hanno preceduti.

Perché, benedetto ministro, i tuoi amici e sodali precisamente il contrario vanno dicendo; siete voi che disegnate l’Italia come un Paese allo sbando. Non è forse il ministro dell’Interno colui che twitta continuamente per sostenere la tesi secondo cui la giustizia non sarebbe in grado di fermare nemmeno l’ultimo degli spacciatori e bande di criminali giunti da ogni dove imperverserebbero rubando, stuprando e aggredendo chiunque, nell’impotenza delle forze dell’ordine, tanto da proporre egli stesso, il capo di quelle forze che dovrebbero garantire l’ordine, che ci si armi tutti per difendersi ognuno per suo conto? Ripeto, il ministro dell’Interno. E non è per caso (quanto per caso) il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, quello che spiega come il Paese sia preda di consorterie di amici capaci di assicurarsi immani profitti attraverso ogni sorta di «delitto perfetto» nella spartizione delle risorse, delle infrastrutture e degli impianti industriali, che speculano alle spalle della collettività, che lucrano sulla pelle di chi lavora per loro e che lasciano in giro solo morti e macerie, nell’impossibilità d’azione di quella pubblica amministrazione che egli rappresenta e guida? Ripeto, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico.

Per questo, capisco le preoccupazioni di Tria, e sono fondate, ma, come dicevo, credo che sbagli bersaglio e luogo. Piuttosto, dovrebbe dire ai suoi: «raga’, o qui la smettete di disegnare l’Italia come il peggior bar di Caracas, o sarà dura convincere investitori e alleati stranieri sull’affidabilità del nostro sistema-Paese». Perché davanti a una sola delle interviste, dichiarazioni o uscite social dei nuovi nostri governanti, l’outlook negativo a parità di valutazione precedente indicato dagli analisti di Fitch, agli occhi e alle orecchie di quelli che poi i soldi sul futuro del Paese li devono scommettere in proprio, sembra un buffetto d’incoraggiamento.

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Se volete fare la rivoluzione, va bene; ma non penserete mica di farla gratis?

Su queste pagine non è che si sia proprio dei difensori del libero mercato, delle banche, della finanza e degli scambi in borsa, diciamo. Però, che mi piacciano o meno, quelli esistono. E ci si deve fare i conti comunque, anche se, per ipotesi, li si volesse del tutto abbattere e cancellare dalla faccia della terra, perché essendoci ed essendo vivi, lotterebbero per non farsi sconfiggere. Dire questo, in un mondo semplificato ad uso tweet, espone al passaggio delle armi del «venduto a Soros», me ne rendo conto; ma rimane un fatto.

Così come è un fatto che noi, sistema-Paese, in quest’epoca storica nella quale viviamo, dobbiamo chiedere agli investitori privati i soldi per far girare l’intera baracca. Per questo, si può legittimamente chiudere al dialogo con i padroni del denaro, minacciando di nazionalizzare tutto, di uscire dalle convenzioni economiche internazionali, di abbandonare addirittura la moneta comune europea, però non ci si può poi stupire che questi si tengano alla larga dalle contemporanee o successive richieste di soldi (che quello sono le emissioni di titoli di Stato). Allora questo sistema è immutabile? Quando mai; lo si può cambiare, ma il farlo avrà dei costi. Si può anche fare la rivoluzione. Quello che non si può pensare che avvenga è che, nel farla, quanti da essa avrebbero da perdere non tentino di opporsi. E non lo facciano con tutte le armi a disposizione. Vuoi far fuori Macron e Merkel e i loro, a tuo dire, gruppi finanziari di riferimento e sostegno? Bene, fallo. Poi questi ultimi non li vedrai correre a comprare i tuoi Bot, e ti toccherà trovare altri acquirenti, per finanziare i 400 miliardi di euro che il prossimo anno emetterai. Sempre che tu non ne abbia già individuati altri o che, nel cassetto, non abbia un piano per passare all’autarchia in un fine settimana.

E lo so che è un ricatto, quello di quanti possono dire: «o fai come dico io, o niente soldi miei». Ma è così. Ci si può ribellare, certo, ma non gratuitamente. Siete, siamo, disposti realmente a pagare l’eventuale costo di una rottura nelle forme e nelle dimensioni di quella minacciata dai governanti che vi siete, e ci avete, scelto? E in cambio di cosa? Perché io, sacrifici per l’ideale del socialismo realizzato nella prospettiva internazionale, ne farei pure più di uno. Ma rischiare di far finire gambe all’aria l’Italia perché Salvini ne possa essere il leader, non è che mi susciti tutto questo entusiasmo.

A voi?

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Cosa sperate di trovare sotto quel coperchio?

«Die Decke zwischen Zivilisation und Barbarei ist dünn. In Chemnitz hat sich gezeigt, wie schnell ein Mob mobilisiert werden kann. […] Wo Hetzjagden möglich sind, hat der Rechtsstaat abgedankt». Grosso modo: «Il velo tra barbarie e civilizzazione è sottile. Chemnitz ha dimostrato come possa essere mobilitata velocemente una folla. […] Quando la caccia -all’uomo – è possibile, lo stato di diritto ha abdicato».

Così Reinhard Müller, dalle colonne della Faz qualche giorno fa, a proposito dei fatti dei giorni scorsi nella cittadina dell’ex Ddr. Ecco, io credo che siamo già oltre quell’abdicazione, se in alcuni Paesi dell’Unione, quanti sarebbero chiamati a rappresentare proprio quello stato di diritto, addirittura soffiano sul fuoco che una rabbia già ampiamente alimentata sostiene.

Ed è curiosa la circostanza che si usi, in tedesco e nell’editoriale di Müller, il termine «Decke», che letteralmente sta anche per soffitto. Come se ci fosse un sopra che potesse crollare a mescolarsi con il suo sotto, se quello dovesse dissolversi. O quasi che si trattasse di un coperchio, sollevato il quale, i mali si potessero disperdere per il mondo e fra gli uomini, sì come insegna il mito di Pandora.

In quest’ultimo giorno di agosto, voglio pensare che l’autunno incombente non sarà così nero, come da molte nubi annunciato. E che l’egida di Zeus (che bello se si potesse ancora scrivere, senza esser presi in giro, «che Zeus egioco») non si spinga pure questa volta a far ricoprire la giara prima che ἐλπίς, la speranza possa uscirne. Perché forse è vero, come leggeva in Esiodo Karl Löwith (cfr. Significato e fine della storia), che anch’essa è un male fra gli altri, però di natura differente, e non possono gli uomini farne a meno.

Se non altro, per trovar ragioni nel tentare di spezzare l’apparente ciclicità del tempo.

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