Il presidenzialismo è quella roba lì

«Insomma, c’è del metodo nel bullismo di Trump: il suo stile piace a chi lo ha votato, mentre gli avversari non hanno strumenti per detronizzarlo. “The Donald” alimenta la narrativa della stampa che ha congiurato contro di lui (“non mi volevano alla Casa Bianca, ma ho vinto io e loro non possono farci niente”) perché si sente a suo agio e dà il meglio di sé quando mena pugni su un ring». Massimo Gaggi, nel suo editoriale sui fatti d’Oltreoceano per il Corriere della Sera dello scorso 4 luglio. E hanno ragione, sia lui, sia Trump.

Ha ragione Trump, nella frase ricordata dalla penna di Via Solferino, nel dire «ho vinto io e loro non possono farci niente»; ha ragione Gaggi a ricordare come, effettivamente, i suoi oppositori non abbiano «strumenti per detronizzarlo». D’altronde, il presidenzialismo è quella roba lì, come lo sono un po’ tutti i sistemi maggioritari e la democrazia stessa, se intesa solo quale governo delle maggioranze: chi vince, vince, e gli altri devono rassegnarsi a vederlo capo del Paese per il tempo del mandato. A meno che non si sfilino i suoi e al netto di serie e dimostrabili violazioni della legalità, le minoranze poco (e sono ottimista) possono. Perché il mantra è sempre quello della logica maggioritaria, quel sapere chiaramente chi vince e dargli gli strumenti necessari e sufficienti a esplicare la sua visione politica. Salvo poi scoprire che a vincere può essere uno con le idee, i modi e gli obiettivi di Trump.

E adesso che si fa? Assolutamente nulla, nella pratica e nel pieno rispetto delle regole democratiche. Lui ha vinto, e noi non possiamo farci niente, come beffardamente ci ricorda egli stesso. Non eravamo noi i difensori della democrazia? Non siamo noi quelli che «il voto si rispetta sempre»? Bene, delle due, l’una: o la democrazia è sempre perfetta, e lo è anche se porta a Trump, pure se, quasi fosse una malattia autoimmune, essa sembra volersi demolire da sé, oppure è solamente un’ideologia fra le altre, opinabile e archiviabile come tutte le cose fatte dall’uomo.

In fondo, non è nemmeno quella più riuscita.

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Per quanto minore, sempre male è

I fatti degli ultimi giorni e le posizioni assunte dai diversi Paesi europei sulla questione dei migranti han portato molti a riflettere sullo stato dell’arte dei rapporti fra Stati all’interno dell’Unione. Noi tutti, me compreso, abbiamo festeggiato il ridimensionamento elettorale delle proposte di destra uscito dalle urne in Olanda, Austria, Francia. In quest’ultima, soprattutto, in tanti hanno non solo tirato un sospiro di sollievo per la sconfitta della Le Pen, ma proprio tifato perché vincesse Macron, baluardo dell’europeismo si diceva. Molti altri, più sobriamente, hanno spiegato il loro sostegno a lui in quanto «male minore» rispetto alla sua rivale. Posizione che apre uno scenario differente, soprattutto alla luce delle sue scelte e decisioni.

Perché, sì, rispetto alla Le Pen, Macron è indubbiamente e largamente migliore, e anche per quanti, come me, possono criticare le sue idee politiche, appare ancora come, appunto, il «male minore». Qui però non possono non tornare alla mente le parole di Hannah Arendt (La responsabilità personale sotto la dittatura, testo di una conferenza tenuta in diverse università americane fra il 1964 e il 1965, tradotto da Enzo Grillo per MicroMega, n. 4, 1991, pp. 185-206, in Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, a cura di Roberto Esposito, Milano, 1996): «Dal punto di vista politico, la debolezza dell’argomento qui dibattuto consisteva nel fatto che chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male». Ovviamente, il riferimento del discorso arendtiano è incomparabile con l’attualità, ma la tesi rimane valida. Minore, certo, ma pur sempre di un male si tratta.

Nella trasposizione della tesi all’interno delle miserie del presente, in effetti, di vero e proprio male forse non se ne dovrebbe nemmeno parlare. Diciamo, allora, che il ragionamento potrebbe vertere sul peggio, e quindi sul «meno peggio» che solitamente ti chiedono di preferire quelli che ormai hanno rinunciato a sognare il meglio vero e proprio. Perché le utopie sono sogni infantili, le ideologie sono finite, il pragmatismo è l’unica cosa che rimane e poi, insomma, bisogna muoversi nell’ottica del governo, della gestione dell’esistente, della compatibilità con l’organizzazione delle cose per quelle che sono… «ed è una morte un po’ peggiore».

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Dobbiamo sorbircela per forza la gara a chi è più antieuropeista?

«Molto più aspri i toni da parte del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. “Non ho letto l’intervista, ma – ha detto riferendosi alla proposta di Renzi – sarebbe fuori dalle regole. Non è una decisione che un Paese può prendere da solo”. Parole che non sono piaciute all’ex premier italiano che sostiene che Dijsselbloem ha un ‘pregiudizio’ nei confronti dell’Italia e comunque la proposta sul deficit al 2,9% “non l’ha letta”. “Questa – ha detto Matteo Renzi – è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio di alcuni dirigenti europei, come il presidente dell’Eurogruppo, che non si rende conto che di fiscal compact e austerity l’Europa muore”. Poi rincara la dose: “Le dichiarazioni di Dijsselbloem contro l’Italia furono vergognose… Non ha neanche capito la differenza (tra alcol e donne, ndr) secondo me…”, è la frecciata di Renzi». Così l’edizione online de La Repubblica sullo scontro tra il segretario del Pd e i vertici dell’Ue; una noia infinita.

Davvero, la sensazione stucchevole d’un refrain già troppe volte ascoltato è difficile da reggere. Renzi contro l’Unione europea che promette di cambiare tutto e riscrivere ogni trattato e che, giura, lo farà e vincerà la sua battaglia nella prossima legislatura supera i limiti del comico e finisce nell’alveo del tedio. Nella prossima legislatura, con ogni probabilità, avrà meno forza politica e parlamentare di quanta ne ha avuta durante i tre anni in cui ha guidato il Paese, compresi i sei mesi del turno di presidenza, durante una congiuntura favorevole, con un basso costo del denaro e la Bce che comprava titoli di Stato in gran copia: in che modo pensa di fare quel che non gli è riuscito? Come si diceva, l’uggia la fa da padrone. Soprattutto se si considera che quella appena iniziata, più che una campagna elettorale pare esser una gara alla postura più antieuropeista. E se quelli che proponevano un referendum per uscire dalla moneta unica hanno archiviato l’idea nel novero delle idiozie dette per un titolo in più, quanti spiegavano il loro convinto spirito unionista, tanto da parlare di Stati uniti del vecchio continente e vestirsi di blu per il 25 aprile inneggiando a Coco Chanel, presunta partigiana europea (Coco chi? Sicuri che fosse dalla stessa parte di de Gaulle negli anni dell’occupazione nazista?), ora si lanciano in spericolati sorpassi di quelle stesse posizioni che un tempo criticavano.

E come se non fosse già altissima la propensione degli elettori a lasciare i candidati alle cure dei sempre meno che frequentano le urne, un po’ da tutte le parti si prova a stancarne altri prim’ancora di iniziare. Con il dubbio che, in fondo, il tutto non sia che una tattica perfida quanto ben studiata. Se disincentiviamo ancora la partecipazione attiva, sembrano dirsi i suoi praticanti, e riusciamo a ridurre un altro po’ il novero di quanti votano, potremmo riuscire a centrare un obiettivo non secondario: sceglierci da soli.

Se così vi piace, con me ci siete (quasi) riusciti; auguri.

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Bisogna esser comunità per far pratica d’antifascismo. E oggi, proprio quella manca

«Ancora più del pastiche ideologico di Casa Pound, attrae l’offerta di una militanza che si trasforma in comunità politica. Se movimenti come questo, e altri che ruotano nella galassia nera dell’estrema destra, si radicano in fasce giovanili è perché tutti i partiti hanno abbandonato il rapporto con la società civile, o lo attivano solo in maniera strumentale, senza quel coinvolgimento ideale e progettuale che rilancerebbe la loro immagine». Due periodi di un ragionamento più ampio e ugualmente interessante con cui Pietro Ignazi, su La Repubblica di ieri, tenta di spiegare la rinascita di pulsioni fasciste che quotidianamente si vedono moltiplicarsi nel nostro Paese.

Che sia uno stabilimento balneare veneto o una lista comunale del mantovano, i fenomeni sono sempre di più e sempre più minacciosi. Per questo, ben vengano iniziative come quella del Pd sull’inasprimento della lotta all’apologia del fascismo, mentre le posizioni assunte dalla maggiore delle opposizioni, il M5S, servono solo a far chiarezza su cosa intendano col trito e vuoto «né di destra, né di sinistra». (Nota per i fanatici della libertà di espressione: è quantomeno curioso che chi non sarebbe disposto a concederla ad altri ne possa rivendicare per sé il diritto, mentre è proprio per difenderla che nascono le norme per limitare la propaganda di ideologie che mirano a cancellarla. Insomma, «se pure i fascisti mò devono parlare…». Nota per i patiti del «eh, ma voi volevate allearvi con loro»: io non sono un noi, e sono talmente lontano da quel loro che non ho nemmeno finto il commiato ipocrita alla scomparsa del relativo ideologo e mentore). Ma il punto che segnala Ignazi è in ogni caso inevitabile; in nelle formazioni di estrema destra, molti vedono un senso di comunità che da altre parti non hanno mai trovano o non trovano più. E solamente una «comunità» può darsi davvero come baluardo antifascista. Comunità, è il dramma che viviamo, che proprio oggi non è data negli altri soggetti dell’agire pubblico, sostituita da consessi di professionismo applicato alla politica che hanno come unico messaggio rivolto all’esterno un separatorio e distanziante «lasciate fare a noi, che soli siamo i capaci e i meritevoli, con i mezzi giusti per provvedere agli affari dello Stato e delle istituzioni».

Però così, temo, l’effetto che si potrebbe ottenere sul versante di quella lotta è tutt’altro che positivo per quanti credono nell’antifascismo. Perché se quelli son fascisti, con chi dovremmo correre all’armi? Meglio, per chi? Per partiti pieni di gente tronfia dell’arrogante propria presunta ineluttabilità e pronta a spender una vacua consistenza nel tentativo continuo, e urticante almeno quanto noioso, di spiegare un esser migliore giustificato solo dalla coincidenza del posto ricoperto?

Ecco, da qui il dubbio nei tanti che quell’appello all’intangibile valore sia interessato.

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Se non serve a formare cittadini critici, allora ha ragione Donnarumma

Non sono quasi mai d’accordo con Gramellini (anzi, direi piuttosto che l’avverbio usato è eccessivamente edulcorante), ma su quanto ha scritto a proposito di Donnarumma e della sua rinuncia a sostenere gli esami di maturità per andarsene in vacanza a Ibiza ha perfettamente ragione. In tutto.

Scrive il notista del Corriere della Sera: «In un Paese dove la scuola fosse ancora luogo di evoluzione culturale e umana, la scelta disimpegnata di Gigio sarebbe meritevole di indignazione. Ma da anni il sistema politico e una parte significativa di quello scolastico considerano lo studio soltanto uno strumento per trovare lavoro. […] Ma se la scuola serve solo a trovare lavoro, Gigio può infischiarsene di quel pezzo di carta, dato che lui un lavoro ce l’ha già e in un anno guadagnerà quanto tutti i suoi compagni di classe in una esistenza intera». E sì, perché se la formazione non ha più il compito di preparare cittadini critici (gli stessi che poi a Gramellini probabilmente non piacerebbero), capaci di pensare con la propria testa e per questo in grado di saper leggere il mondo attraverso la conoscenza acquisita, ma solamente quello di fornire le competenze necessarie ad avere uno stipendio, a Donnarumma non serve; lui quelle le ha già nelle sue mani, e non è un modo dire.

Quindi, vi prego, deponete i volti votati allo scandalo e guardate i fatti per quelli che sono. Da anni mandiamo i ragazzi a scuola per prepararli al mondo del lavoro e solo per quello, dovremmo stupirci che un giovanottone diciannovenne abbia appreso la lezione che tutti gli hanno impartito? «Figliolo», gli abbiamo detto in tanti, «quei banchi ti serviranno per avere un futuro economico e occupazionale». E lui ha capito quanto gli abbiamo detto: dato che quell’occupazione e quella sicurezza economica le ha già conquistate, saluta e ringrazia.

Dice bene Gramellini, forse un giorno ci penserà su e vorrà finire quanto iniziato, o forse nemmeno quello perché, alla fine, il pragmatismo dittatoriale dei tempi presenti non si cura di ragioni minime come quelle della cultura (se non per lo stretto necessario al loro essere potenzialmente monetizzate), «e in tal caso resterà iscritto per tutta la vita al club dei ricchi ignoranti, in Italia così frequentato che non correrà mai il rischio di soffrire di solitudine».

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Nessun errore di comunicazione, il messaggio è proprio quello

Una slide del Partito democratico in cui si leggevano cose come «noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli», i migranti, e «aiutiamoli a casa loro» ha fatto scattare così velocemente la polemica che dal Nazareno si sono affrettati a spiegare che era stata solo una semplificazione imprecisa delle pagine del libro di Renzi e che il senso era ed è tutt’altro. Il libro non l’ho letto per intero, anche perché uscirà solo il 12 luglio, ma mi sono capitate sotto gli occhi le pagine da cui quella slide era stata tratta, selezionate dallo stesso sito del Pd, quindi non certamente da censori sospettabili di antirenzismo. Vi si legge: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». E poi: «vanno aiutati a casa loro. Perché l’immigrazione indiscriminata è un rischio che non possiamo correre. Sostenere la necessità di controllare le frontiere non è un atto razzista, ma un dovere politico». E inoltre: «è evidente che occorre stabilire un tetto massimo di migranti, un “numero chiuso”, che, in relazione alle capacità del sistema paese di valorizzare e integrare in maniera diffusa, nel rispetto della sicurezza e della legalità, consenta un’accoglienza positiva e sostenibile». E ancora: «Chi viene qui deve fare i conti con la nostra identità. Che è innanzitutto identità, culturale, civile, spirituale, sociale».

No, non credo fosse un errore di comunicazione quella semplificazione a uso diapositiva; il messaggio era ed è proprio quello. Certo, un segretario di partito può adottare la linea politica che vuole, soprattutto quando è fortemente legittimato a farlo dalla comunità che dirige. Inoltre, io non sono affatto convinto che quelle parole non rappresentino il pensiero dei militanti del Pd, almeno della loro maggioranza: da alcuni scambi di opinione via social, anzi, direi che in non pochi casi ne costituiscano pure un tentativo di moderazione. Quella forza politica, tutta e, come sempre, con le lodevoli eccezioni che mai si distinguono nei fatti, ha mutato i suoi orizzonti e la propria rotta, non posso far altro che prenderne atto. Nondimeno, mi è difficile non ricordare di quando tutti lì dentro dicevamo che «non possiamo accoglierli tutti» era il modo cinico e spietato per liquidare la questione da parte di quanti avversavano la pratica dell’accoglienza tout court, che «difendiamo frontiere e identità» era roba di destra e che «aiutiamoli a casa loro» era solo un ipocrita slogan leghista. Oggi, tutti quei concetti sono nelle pagine del libro del segretario del Pd. E c’è ancora qualcuno che ti chiede perché te ne sei andato.

D’altronde, su altri piani lo scivolamento a destra è da tempo iniziato: dall’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori al verticismo nelle scuole, con tanto di preside con facoltà di scelta degli insegnanti, dalle trivelle libere per mare e per terra alla politica delle grandi opere in lungo e in largo, dalla possibilità di tagliare le utenze di base e negare la residenza agli occupanti senza titolo di immobili altrimenti vuoti alle norme per allontanare i poveri dal centro per tutelare, dicono, il “decoro” delle città, dal decreto Minniti-Orlando che ha fatto parlare due senatori dem di “diritto etnico” a, ora, quel già dal Carroccio sentito «aiutiamoli a casa loro».

Come dicevo, ne prendo atto; però, che tristezza.

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«La battaglia si combatte dall’interno». Capisco; ma contro chi?

Quante volte l’avete sentita quella frase? Tante, ne sono sicuro. «Uscire dal partito è un errore», spiegano da tempo quelli che rimangono dentro il Pd pur condannando molte delle decisioni politiche che questo prende, «la battagli si combatte dall’interno». Già, dall’interno. Un punto di vista, e lo dico sinceramente, che capisco. Quello che invece mi sfugge è contro chi questa battaglia debba essere combattuta.

L’altro giorno ho letto un post di Cuperlo, uno che sulla tesi del lottare da dentro ha scritto e detto innumerevoli parole, che mi ha messo tanta tristezza. Parlando della direzione del Pd, spiegava: «Sono invitato ma senza diritto di parola. Allora adesso ascolto e poi stasera o domani metterò qui sopra le cose che avrei detto. Sarà il secondo Gronchi Rosa del mese e sarà bene per l’ennesima volta che vi risparmiate ironie a buon mercato». Io, se lo conoscessi, magari a Gianni potrei anche voler bene, ecco perché gli risparmio quella scontata ironia che spesso piega verso uno sprezzante sarcasmo. Ma vorrei chiedergli, sinceramente: contro chi pensi di dover combattere dentro il tuo partito? Perché la base del Pd ha scelto, e in maniera quasi plebiscitaria, Renzi. Come pensi di poter dar battaglia a lui e non, contemporaneamente, a tutti quelli che lo hanno votato? E che senso ha stare in un partito dove ti tocca contrastare il volere della quasi totalità dei suoi militanti ed elettori? No, non sto chiedendo a Cuperlo, a Orlando o ad altri di uscire; sto domando con quali gambe credono di far camminare le idee che hanno, se quasi tutte quelle che stanno loro intorno vogliono muoversi in altro senso.

E ripeto, Cuperlo mi è molto simpatico, al di là delle posizioni politiche; uno che usa le parole di Rilke per la scenografia d’un congresso deve per forza essere una persona gentile. Ecco perché gli pagherei volentieri un cordiale, magari ai tavolini del Caffè degli Specchi (che lui dovrebbe sapere dov’è) solo per domandargli, guardandoci negli occhi e rendendomi conto che, in fin dei conti, nessuno ha vinto: come siamo arrivati a questo punto, noi andati sotto i vostri occhi presi da un’effimera vittoria, voi battuti adesso, nell’indifferenza del nostro sguardo?

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Quel giorno potrei avere judo

«Eh», dice, «ma se ti astieni diventi parte attiva dello scontento». Mi piace la definizione, «parte attiva dello scontento», ma non la ritengo calzante al caso. La critica, che il mio amico mi rivolge dopo aver letto il post di ieri, la vedo distante dalle mie sensazioni. O forse ha ragione, ma non vedo motivi per cambiare questo pensiero di rinuncia sempre più stringente. Perché? Beh, perché no?

Anzi, per usare immeritatamente parole più grandi di me, facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che io mi recassi alle urne. E magari dessi il mio consenso a una lista della sinistra unitaria che prendesse, perché sono ottimista, il 10, ma sì, esageriamo, il 12 per cento. Io ne sarei felice, se quei voti potessero rimanere scevri dalle ipoteche del “governismo” e si ritagliassero scenari e opzioni di rappresentanza (ché è in questo senso che io sono proporzionalista). Ma se, come potrebbe accadere, il Pd conquistasse il 30 per cento dei consensi (e non so, al momento, quale delle due ipotesi sia meno probabile), i difensori del verbo della necessità della dimensione esecutiva, in virtù della legge che c’è, cosa pensate che farebbero? A cosa li condurrebbero le ansie da “responsabilisti”? A cercare un’improbabile intesa con quelli che, per regione esistenziale, si sottrarrebbero comunque alle alleanze o fra le braccia del novello Rieccolo della politica italiano, con tanto di contorno in salsa alfaniana e una spruzza di profumo al tabacco verdiniano? «Eh», di nuovo, «ma così ti deresponsabilizzi». Può essere, ma che cambierebbe se mi responsabilizzassi?

Probabilmente avrebbero ragione loro, non lo metto in discussione; ma se quell’alleanza governativa si avesse, io non mi riconoscerei più nel voto espresso, come ora non mi riconosco più in quello dato nel 2013. Come Bartleby, pur senza meritarne le altezze, avrei preferenza di no. E lo so che se tutti facessero così, nulla cambierebbe perché tanto a contare sarebbero solamente i voti validamente espressi. Certo, certo. Però, che ci posso fare? Anche qualora mi convincessi, e non è detto che non possa accadere, a niente varrebbe il mio impegno come a poco meno di quello è valso finora.

Grazie davvero per l’invito, ma quel giorno potrei avere judo.

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Non è detto

«Dai che forse ti va bene: potrai votare per la lista unica della sinistra», dice un amico all’altro. «Non è detto», risponde quest’ultimo. «Nel senso che forse non si farà quell’unione?». «No, non è detto che il lo faccia». «E per chi voteresti? Pd? M5S?». «No, non è detto che vada ancora a votare». «Perché?». «Perché di delusioni ne ho già avute tante, da quelli che ti dicevano di essere alternativi alla destra e poi ci si sono alleati a quanti han detto di far opposizione per lo stesso sindaco di cui ora sono assessori e maggioranza: non ho voglia di riporre di nuovo la mia fiducia in qualcuno, tutto qui».

La conversazione davanti al bancone del bar intrecciava questioni cuneesi con scenari nazionali, ma il senso del ragionamento era ed è generale. Si può sintetizzarlo come ha fatto D’Alema, cogliendone il punto, sebbene lui sia parte dei motivi di quel sentimento: «Chi è stato tradito è difficile che si innamori di nuovo». O semplicemente se ne possono scorgere gli esiti e le dinamiche in larga parte di quello che si chiama per comodità «populismo». La spinta di fondo è spesso la medesima: la reazione di chi, deluso da quelli che, per dirla con le parole di Rino Gaetano, «partono tutti incendiari e fieri/ ma quando arrivano sono tutti pompieri», rinuncia a prender parte, perché teme che siano solamente le parti, individualiste e personali, di alcuni, di gente capace di promettere qualsiasi cosa, salvo poi disattenderne il perseguimento. E io non so più come dar loro torto, sempre che non abbiano del tutto ragione.

Davvero, sono un po’ stanco di dover cercare di capire proposte e progetti, quando poi il rischio è che vengano disattesi con la scientificità con la quale sono redatti. Quante volte ho già seguito quelli che mi dicevano di avversare tutte le politiche degli altri, e dopo vederli farne di uguali? E perché domani dovrebbe essere diverso? Dove potrei ancora ritrovare la sicurezza per affidarmi di nuovo?

Ecco, forse anche per me è giunto il tempo di quel «non è detto».

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Uno vorrebbe essere europeista, ma per gli altri nemmeno è europeo

La vicenda dei migranti è la migliore occasione per capire cosa sia l’Unione europea e quali siano i suoi capisaldi. Tutti (me compreso, ovviamente) abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando il candidato alla presidenza Hofer è stato sconfitto in Austria da un largo fronte repubblicano o quando identico schieramento ha fermato Marine Le Pen sulla strada per l’Eliseo.

Ora, però, gli «argini al populismo», come non senza eccessiva retorica erano intesi, si scoprono muri contro i disperati del mondo in cerca di una vita migliore. Il mito democratico che si narrava avesse sostenuto in Austria Van der Bellen oggi è pronto a inverarsi nelle truppe schierate al confine del Brennero e la chimera europeista che animava la passeggiata di Macron sotto la piramide del Louvre adesso chiude i porti e ripristina la frontiera lungo la valle della Roia. La Spagna si adegua, a dimostrazione che il Guicciardini tanto torto non avesse a considerar pari per interesse i due versanti dei Pirenei, mentre la Germania sembra esser più ben disposta, ma forse solamente perché, direttamente, non confina con il problema, né per terra, né per mare. E sì, perché diciamolo apertamente: chi fugge per fame è un problema per coloro che sono sazi. E quelli che non sanno darne soluzione, nel caso, noi, diventano parte di esso. Non è che non ci sia comprensione delle nostre difficoltà in Europa; è proprio che l’Europa, per gli altri, non ci comprende. Proprio nel senso della geografia politica, intendo.

Guardiamo i fatti per quelli che sono. L’idea “unionista” di Macron si svolge lungo il Reno. Al massimo, la propaggine mediterranea gli serve per minacciare, bluffando, intese meridiane contro le presunzioni teutoniche, ma nulla di più. La Spagna, che quasi arriva a toccare l’Africa, risolve la pratica grazie a un Marocco e un’Algeria più stabili della Libia e alzando, nel silenzio generale, intorno alle sue enclaves gli stessi muri che, minacciati dall’alto lato dell’Atlantico, ci fan gridare allo scandalo. Alla Germania va bene così: gli austriaci fratelli di lingua faranno per loro quella smorfia feroce che le ragioni della storia consigliano di evitare.

Noi siamo qui, al massimo con i greci d’identica faccia, a cercar di barcamenarci portando quel po’ di civiltà che il continente dal nome di ragazza fenicia sa vendere solo quale orpello artistico ai propri documenti, ma che il corso del tempo ha dimostrato quanto ignori. Dopotutto, se l’Unione dallo stellato vessillo blu continuasse ad avere gli occhi freddi del rampollo bonapartista, non so quanto mi dispiacerebbe realmente esserne escluso.

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