Il centosettantottesimo potresti essere tu

Li ricordiamo spesso i versi del pastore protestante Martin Niemöller, e quel suo mettere in guardia rispetto alle derive a cui un certo non sentirsi direttamente coinvolti può portare. Ma raramente ne traiamo le conseguenze; perché pesa, perché spaventa, perché, in fondo, è meglio credersi non interessati da quanto succede. Come i Finzi-Contini del romanzo di Bassani, ciechi verso quel che accadeva loro intorno avendo tutte le possibilità di vederlo. O ancora, e meglio, perché un po’ più distanti, come Gli Indifferenti di Moravia, silenziosi nel lento scivolare in un incosciente consenso al regime figlio del conformismo, sull’onda di un progressivo annichilimento dell’empatia e un continuo ripiegarsi all’interno del proprio io.

Ed è un po’ quello che mi sembra di veder accadere in questi giorni, di leggere in quel distacco che alla fine prende i tanti rispetto a quello che accade alle sorti dei pochi. Guardiamo ai migranti e alle loro sfortune: non basta la distrazione a giustificare quanti non sentono la necessità di provare a essere, nei loro confronti, meno disumani di come il potere li vorrebbe per interessi elettorali. Deve per forza esserci qualcosa d’altro, di più profondo e allo stesso tempo superficiale; un qualcosa che io ritengo essere quell’indifferenza che muove dal sentirsi diversi e non accomunabili a quelli a cui accadono certe cose. E allora, è a te che parlo, «ipocrita lettore» (e credo ci stia tutta la citazione baudelairiana), che non ritieni turbato il tuo sonno dalle sorti degli altri, che non ti senti coinvolto nel loro destino, che non pensi sia un tuo problema, per fare un solo esempio, la brutale privazione a seguito di tweet ministeriale della libertà per 177 sventurati raccolti in un naufragio: il centosettantottesimo potresti essere tu.

Proprio tu, proprio ciascuno di noi. La crudeltà sul prossimo, pure se sconosciuto, mi riguarda perché, come me, egli è un essere umano. Ma mi tocca anche perché è il manifesto di quello che potrebbe e può accadere a me, a chi amo. Se un ministro e un governo possono, con un post su un social, privare della libertà personale centinaia di bambini, donne e uomini già allo stremo per infinite e inimmaginabili sofferenze, mi riguarda perché mi scoppia il cuore al saperlo e perché nulla vieta che io sia il prossimo, quello a cui la stessa cosa sarà fatta subito dopo averla fatta a loro; mi metto nei loro panni perché è giusto farlo e perché quelli potrebbero essere i miei.  

Fu la distrazione a generare il mosto, e «il grembo da cui nacque è ancora fecondo».

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Il punto è politico. Appunto

Probabilmente per colpa mia, ma non mi è parso di leggere molte analisi sulla questione che ritengo di fondo relativamente a quanto successo con le votazioni online dei cinquestelle. Quasi tutti, me compreso nel post che precede questo, ci siamo concentrati sul mutamento repentino di opinioni e parole in quelli che, fino a ieri, si battevano contro ogni prerogativa parlamentare, soprattutto quelle riguardanti il diverso status dei rappresentanti della nazione rispetto alla giustizia, e oggi assolvono il loro sodale nella migliore tradizione orwelliana, quella che vuole tutti uguali difronte alla legge, ma alcuni fra questi più uguali. Il punto, però, per me è politico, ben oltre e molto più che giudiziario.

Quelli che sulla piattaforma web della Casaleggio Associati srl si sono espressi contro l’autorizzazione a procedere richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania non hanno semplicemente detto che Salvini non sia da processare in quanto rappresentante del governo; hanno pure spiegato che gli va bene che si tengano in ostaggio su una nave in balia delle onde 177 persone, bambini, donne e uomini allo stremo, ree solamente di non essere affogate nel naufragio di cui poco prima erano state incolpevoli vittime. Perché c’entra la politica, appunto, non tanto l’amministrazione del diritto, e c’entrano le decisioni che i politici hanno preso, prendono e prenderanno, visto che si è giustificato quel voto con il già sentito «altrimenti cade il governo». E allora, vi va bene quello che avete visto accadere? Vi va bene ricattare i Paesi dell’Unione europea traendo in ostaggio chi cerca di sfuggire a un destino di guerra e miseria? Vi va bene la durezza dell’uomo forte esercitata sull’impossibilità di difendersi dei più deboli? Perché a sostegno di tutto questo avete votato, non solo per sottrarre un ministro al giudizio dei magistrati.

Dei due aspetti della vicenda in discussione, il respingimento esplicito della richiesta dei giudici e l’avvallo, implicito in quel «è stata una decisione collegiale di tutto l’Esecutivo», a una prassi politica che si muove persino sui registri della crudeltà, è il secondo che rende meglio la realtà della situazione che stiamo vivendo e la natura profonda di chi è chiamato a interpretarla rappresentandola.

E di quanti in questi si riconoscono votandoli, chiaramente.

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No, nessun mutamento; proprio quello sono

«Siccome qualcuno aveva evocato il primo referendum processuale della storia, quello indetto Ponzio Pilato fra Gesù e Barabba, possiamo tranquillamente dire che qui mancava Gesù. Ma ha rivinto Barabba. E non perché Matteo Salvini sia un bandito, anche se è (anzi ormai era) indagato per sequestro di persona aggravato di 177 migranti appena salvati dal naufragio. Ma perché, quando si chiede al “popolo” di pronunciarsi non su questioni di principio, ma su casi penali dei quali non sa nulla, la risposta che arriva di solito è sbagliata. E quella data ieri dalla maggioranza degli iscritti 5Stelle non è solo sbagliatissima: è suicida. La stessa, peraltro, che auspicavano i vertici, terrorizzati dalla reazione di Salvini, cioè dalle ripercussioni sul governo e dunque sulle proprie poltrone. […] È bastato meno di un anno di governo perché il virus del berlusconismo infettasse un po’ tutto il mondo 5Stelle. E l’impietoso referto del contagio è facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni dei senatori che già da giorni volevano a tutti i costi salvare Salvini e nei commenti sul Blog delle Stelle dei loro degni iscritti che li hanno seguiti anziché fermarli sulla strada dell’impunità. Dicono più o meno tutti la stessa cosa: siccome ora governiamo noi e la Lega, decidiamo noi chi va processato e chi no, alla faccia dei giudici politicizzati che vorrebbero giudicare le nostre scelte unanimi per rovesciare il governo».

In poche frasi, il pezzo di cui ho riportato le parole fa a pezzi svariati e diversi contrafforti della mitologia grillina: la diversità antropologica sulle questioni di giustizia, il rispetto delle regole a ogni costo, la democrazia diretta sempre e comunque, l’assenza di attaccamento alla politica come destino professionale e personale, la lucidità del “popolo” contrapposta all’arroganza delle élites. E non è un brano preso dagli odiatissimi, dai grillini tutti, Corriere o Repubblica. È l’editoriale di ieri sulla prima del loro amato Fatto Quotidiano, scritto dal suo direttore Marco Travaglio, quello che gli stessi pentastellati considerano essere il giornalista più indipendente e onesto. E che li dice ammalatisi di berlusconismo in pochi mesi; il castigo della nemesi a mezzo fustigatore fino a un minuto prima osannato. Impagabile. Ma quello che dice Travaglio è vero: nel puro stile che una certa tradizione vuole giolittiano, i cinquestelle applicano le regole quando si tratta di nemici, le interpretano, al contrario, quanto la questione riguarda gli amici. Come Berlusconi? No, peggio; il caimano a legalitario non s’è mai atteggiato.  

La farsa, poi, un po’ sta anche nei numeri. A decidere la difesa dal processo, e non nello stesso, del ministro dell’Interno sono stati appena 50 mila iscritti. Cioè, nel partito di maggioranza relativa del Paese, quello che ha preso oltre 10 milioni di voti alle ultime politiche, è vangelo la parola uscita dalla consultazione grosso modo di un quarto di quanti, nel pur malridotto Pd, si sono recati alle convenzioni di circolo per scegliere il nuovo segretario. Di più, visto che il verdetto non è stato schiacciante, ma appena del 59 e rotti per cento di quelli che han votato online (già qui, riderne sarà mica proibito?), il risultato effettivo è che una trentina di migliaia di attivisti hanno deciso di spingere sulle rotaie della difesa “a prescindere” della casta e delle sue prerogative, tra cui, appunto, le guarentigie parlamentare e governative, il movimento che milioni di elettori proprio contro quelle avevano votato. Libiamo, come nella celebre aria della Traviata.

C’è un punto dove però credo falli il ragionamento di Travaglio. A mio modesto avviso, il voto dell’altro giorno non è stato il segnale di un mutamento. Al contrario, esso per me contiene la forza di un’epifania. Di una «rivelazione», per citare Fortunato. Il manifestarsi, cioè, della nature di quelli che, con le parole di Pasolini, non sono capaci lottare per abbattere un «padrone senza diventare quel padrone», in questo simili a quanti dicono di combattere: «altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo».

Insomma, la solita storia, oggi detta «cambiamento» per difetto di fantasia.  

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Eppure, a me vien da piangere su quel latte versato

«A noi cafoni ci hanno sempre chiamati». Per questo, i pastori e i contadini sono da sempre e in ogni luogo, di qualsiasi lingua, la mia razza. Ed è per questo, compari sardi, che vi chiedo di non buttare più il latte per strada. Quell’asfalto inondato di bianco dai bottiglioni riversi è un affronto alla miseria.   

Protestate, bloccate la Sardegna e l’Italia intera per come siete trattati; avrete il mio sostegno. Ma tutto quel latte sotto le ruote delle auto, fra i piedi, sopra gli stivali sporchi di fango, lasciato correre verso le cunette in spregio alla fame, mi ha fatto male. Non vendetelo a chi vi deruba invocando il mercato: lavoratelo e donatelo a chi soffre, a chi non ha altro con cui sostentarsi, fatene formaggi e ricotte da regalare fuori dai negozi, per distorcere ancora di più i prezzi al dettaglio, gli unici che interessano a chi sfrutta il vostro lavoro, datelo gratis a caseifici concorrenti di quelli che tanto poco ve lo vogliono pagare, per colpire nelle tasche chi in queste vuole colpirvi. Vederlo però usato rabbiosamente per lavare il gasolio dal catrame d’una statale, io, discendente di moltitudini affamate e atavicamente tale, davvero non riesco a sopportarlo.

Tutto qui. È un dolore alla bocca dello stomaco. Quando butto un pezzo di cibo perché ormai immangiabile non posso evitare di accompagnarlo con quel bacio sull’indice che le mie genti hanno sempre rivolto alle questioni e agli affari del sacro. Mi son ritrovato a farlo guardando il tg; e mi si è stretto il cuore, e mi si è incupito l’animo.

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«A misura di braccio, a distanza di offesa»

«Chiacchiere da bar? Quando mai; in un bar, non avrebbero detto le stesse cose che scrivono». Me l’ha spiegata così, mio padre, quasi per caso durante una, questa sì, chiacchierata al tavolino d’un caffè. Per un attimo, ho pensato all’accezione che comunemente si dà a quelle parole. Invece no, lui intendeva proprio dire che in un locale vero, «a misura di braccia» e non solamente «a distanza di offesa», per citare il poeta, gli stessi insulti verso le medesime persone che sui social sono prassi consueta difficilmente si sentirebbero. E sono quasi moderatamente convinto che avesse – e abbia – ragione.

Tempo fa, ricordo una gragnuola di offese e ingiurie rivolte al pallavolista della nazionale Ivan Zaytsev reo, agli occhi dei suoi denigratori per interposta Rete, di aver fatto vaccinare la sua bambina e di aver postato una foto di loro due per festeggiare la superata paura della puntura. Gli è arrivato addosso di tutto. Virtualmente, ovvio. Perché in un bar, a un tizio con le dimensioni di Zaytsev, non so quanti di quei truci maldicenti sarebbero stati capaci di rivolgere anche solamente il più leggero dei loro improperi.

Lo dico perché un po’ a tutti sarà capitato di ricevere e trovare commenti sui propri profili d’una durezza e una sconclusionata volgarità che difficilmente avremmo sopportato fuori da quell’ambiente, e che magari pure in quello poco tolleriamo. A me non spesso, ma a volte sì, e qualche mio insultatore seriale e personale l’ho avuto e ce l’ho. Per quanto io non faccia paura ad alcuno e sia lungi da me arrischiarmi con leggerezza in tenzoni che potrebbero vedermi soccombere (forse anche per questo, come massima, ho quella di non scrivere mai ciò che non sarei capace di ripetere a voce), sono quasi sicuro che non pochi fra quelli che ogni tanto spuntano su con rabbia e foga inspiegabile, più d’appresso, non mi direbbero quanto mi scrivono.  

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Quel «burattino» non mi offende

Guy Verhofstadt mi è simpatico come il dolore cervicale con cui mi sono svegliato questa mattina; non starò pertanto qui a prender le sue parti. D’altronde, non ero io quello che insieme al lui voleva formare un gruppo al Parlamento europeo. Ciò detto, è curiosa la difesa del premier Conte difronte alle esternazioni dell’ispido fiammingo che si legge nelle parole anche di commentatori di solito sullo stesso iper-critici. Addirittura, sulla prima del Corriere, Gramellini ha parlato di «squadra», usando in pieno la metafora calcistica per motivare la sua censura dell’esponente dell’Alde, quasi fosse tifo e non politica quella di cui parliamo, e per dirsi pure lui offeso da quelle dichiarazioni. Ora, chiarisco quasi subito: io, da quel «burattino» detto da Verhofstadt, non mi sento affatto offeso. E per un paio di ragioni, almeno (oltre alla simpatia per l’indiretta citazione di quello che ritengo il libro più spietatamente preciso sugli italici costumi).  

La prima, la spiegava mercoledì scorso Andrea Bonanni su Repubblica: «Conte, che aveva difeso il diritto del suo vice Di Maio di andare in Francia a stringere la mano alla frangia più eversiva dei gilet-jaunes in nome della libertà di dialettica politica, non ha trovato di meglio che dichiararsi offeso dalle critiche “anche a nome del popolo che rappresento”. Insomma, i suoi ministri possono andare in Francia a predicare la rivolta contro Macron, ma gli eurodeputati, nell’emiciclo parlamentare e in occasione di un dibattito politico, non possono criticare il suo governo, sennò offendono il popolo italiano». La seconda, me l’hanno insegnata in questi anni proprio gli esponenti e i militanti dei partiti di maggioranza: dei rappresentanti del popolo, italiani o stranieri che siano, si può dire di tutto, senza che quei popoli da ciò debbano sentirsi offesi. Si può dire che sono al soldo di Soros, che sono servi dei Rothschild, che ce l’hanno piccolo (è il livello a cui siamo giunti con i governanti di oggi, non prendetevela con me per le parole che uso), che sono ubriaconi, che sono collusi con le mafie, che fanno ridere il mondo intero, che fanno affari con i trafficanti di esseri umani, che devastano i territori in cambio di mazzette, che sono pagati dalle banche, che sono nemici della loro gente, che sono amici degli affamatori delle nazioni, che vanno a puttane, che ci mandano il Paese intero, che hanno svenduto la sovranità dei loro Stati in cambio di pochi spiccioli, e non uno dei rappresentati deve sentirsi tirato in ballo. I loro, invece, no, nessuno li può giudicare, pena vilipendere «il popolo» complessivamente considerato; perché?

Anche io sono popolo, a dispetto d’una retorica arrabbiata quanto strabica che vuole élite tutti quelli che non vomitano odio contro quanti stiano peggio di loro, e non mi sento toccato dalle parole del liberale belga. A meno che la molla della levata di scudi a tutela di Conte non sia da rintracciare nel secondo degli aggettivi che ho appena usato per definire Verhofstadt: belga. Straniero. Cioè, nella metafora del Gramellini di sopra, il problema è che lui sia di un’altra «squadra», non che dica le stesse cose che molti, qui tra l’Alpi e Sicilia, hanno detto, scritto e argomentato decine e decine di volte. Nemmeno su questo, però, mi avrete al vostro fianco.

Non starò con voi, pure qui, per più di un motivo. Perché per me Verhofstadt è un europeo, come lo sono io. E m’avete insegnato voi, proprio quelli alla Gramellini, a pensare la mia patria dal Circolo polare all’Egeo e, prim’ancora, la tradizione internazionalista da cui arriva la mia ideologia m’ha detto che «nostra patria è il mondo intero». Straniero, quindi, alle mie orecchie non dice quasi nulla; se ho il diritto io di parlare dei potenti della Terra e di criticarli, ogni terrestre lo ha di quelli che rappresentano questo suo angolo chiamato Italia. E perché, poi, ho anche dei dubbi sul considerare «mia parte» i rappresentanti attuali, quelli che parlano la mia stessa lingua e solo per questo.

Fra essi, infatti, e con grandi responsabilità e facoltà di dominio, vi sono tanti di quelli che non hanno esitato a chiamarmi, in modo sprezzante e con intento offensivo (non sempre riuscendoci, va detto), «terrone», che han fatto di tutto per non farmi considerare italiano loro pari, che avrebbero voluto per me e per quelli come me una sorta di cittadinanza minore.

Dovrei io arrogarmi adesso la presunzione di sentirli – loro e i loro alleati – «compatrioti»?  

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Basta poco

«Basta poco/ per esser furbi/ basta poco oh!/ basta pensare che son tutti deficienti». L’ho già detto in altre occasioni: Vasco Rossi non è certo nella mia playlist su Spotify, però alcune sue canzoni mi ritrovo a volte a canticchiarle anch’io. Basta poco è una di queste. E me la sono ritrovata sulle labbra spesso, leggendo le intemerate contro il mondo intero da parte di questa nuova élite sciaguratamente al potere.

Perché, insomma, li senti parlare e hanno una soluzione per ogni problema, perché tutte le questioni sono semplici, e se non si risolvono facilmente è solo perché c’è un complotto di quelli che c’erano prima. E così basta poco, appunto, per sembrare migliori: è sufficiente dire che gli altri, tutti gli altri, hanno fallito e falliscono. Ma in questo modo, poi, ci si ritrova da soli, isolati e osteggiati da quelli che si ritengono schiavi e servi di interessi inconfessabili, pure quando, con poca o nessuna diplomazia, accusano te di essere servo e schiavo nelle mani di qualcun altro.

D’altronde, perché qualche altra voce avrebbe dovuto e dovrebbe levarsi in tua difesa, se a tutti quelli che hai intorno hai spiegato che vengono dopo i tuoi interessi particolari e di parte, orgogliosamente rivendicati primi? Per questo lo spettacolo è triste: perché nel dirsi orgogliosamente sopra ogni cosa, poi ci si atteggia a vittime quando gli altri ne prendono atto, e si sottraggono da quel sotto in cui li si vorrebbe confinati, lasciando l’arroganza irrimediabilmente abbandonata.

Canticchiando ancora sulle note della canzone con cui ho iniziato questo post e che continua a risuonarmi in testa: «e d’altronde è questa qua/ la realtà di questa vita/ di questa bella civiltà/ così nobile e così antica./ E intanto il mondo rotola…».

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Quand’è che si vota sul processo a Salvini?

Non ricordo più quando si voterà sulla richiesta di autorizzazione nei confronti del ministro dell’Interno per l’ipotesi di sequestro di persona commesso in occasione del blocco dello sbarco dei migranti dalla nave Diciotti della Guardia Costiera. A dirla tutta, non è che m’interessi poi tanto di quella data: è per un interesse, diciamo così, politico-giornalistico che lo chiedo.

Sono infatti curioso di vedere come voteranno i cinquestelle, quelli cresciuti a slogan del tipo «a casa tutti i politici indagati», per dire. Ora, a me il merito di quel loro prossimo voto interessa il giusto; in un caso o nell’altro, il problema sarà tutto loro. Se votassero sì alla richiesta (cosa che io farei, perché ho sempre detto che ci si difende nei processi, non dai, e perché l’azione politica non può essere invocata a scagionare da ipotesi di reato così gravi come quelle sollevate dal Tribunale dei Ministri di Catania, altrimenti rischia di valere tutto), magari Salvini se la prenderà, il governo andrà in crisi e io non piangerò di certo. Se votassero no, beh, «n’sai che pacchia»: ci hanno martellato le tempie per anni urlando di tutto contro sindaci multati per divieto di sosta, e ora che il capo del Viminale è chiamato a processo in uno scenario tanto pesante, cincischiano e cianciano sull’autonomia delle decisioni della politica rispetto all’azione della magistratura? Impagabile.

Come non ha prezzo l’altra scena che involontariamente stanno aggiungendo alla rappresentazione. Il chiamarsi correi di molti esponenti di peso del governo, presidente Conte in primis, spinge ancora di più nell’angolo le loro truppe parlamentari. Se infatti votassero sì a quella richiesta dei giudici, implicitamente starebbero sostenendo che tutto il loro governo dovrebbe essere indagato e giudicato. Al contrario, respingendola non darebbero l’impressione di valutare nel dettaglio una precisa richiesta su un singolo ministro, compito che le leggi assegnano ai parlamentari, ma di giudicare inviolabile il loro esecutivo nel complesso, per metterlo al sicuro e garantirne la sopravvivenza.

«Per salvare la poltrona», avrebbero detto loro stessi qualche tempo fa.

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Parlavate di Casa Pound, giusto?

«L’Asilo di via Alessandria non era un normale centro sociale, ma la base di una cellula sovversiva di un gruppo di anarco-insurrezionalisti sociali che propugna la sovversione dell’ordine democratico partendo dalla protesta di piazza». Sono le parole del questore di Torino, Francesco Messina, dopo lo sgombero della struttura occupata da anni nel capoluogo piemontese.

Io, da qui dove scrivo, non ho strumenti per smentire o confermare le parole dell’alto funzionario al vertice della sicurezza nella città della Mole e in tutta la sua provincia; se dice che era a rischio l’ordine democratico, qualche elemento a sostegno di questa tesi deve sicuramente averlo. Quello che non mi è chiaro è come mai le stesse forze di pubblica sicurezza non solo non ritengano un pericolo per quella democrazia istituzionalizzata un gruppo di persone che si dichiarano apertamente fascisti, ma ne garantiscano la possibilità di manifestare e, di conseguenza, far proseliti e propaganda.   

No, perché se bisogna intervenire con sgomberi e azioni di polizia ogni volta che qualcuno metta a rischio l’ordine democratico, allora aspetto gli uomini del Viminale davanti alla sede di quel movimento a Roma in assetto almeno pari a quanto visto in azione nel caso dell’Asilo di via Alessandria a Torino (per non dire di quello che mi aspetterei che la giustizia disponesse nei confronti di soggetti quali Forza Nuova).

Oppure, come più volte pure si è fatto, si può soprassedere nel caso capitolino, spiegando la rinuncia a eseguire un principio di quelle stesse leggi che in altre circostanze vengono dette indiscutibili in mille e mille modi differenti, dotti e articolati. Soprassedendo, però, anche sull’invocazione retorica della tutela di un’istituzione democraticamente regolata, visto che proprio della democrazia là dentro viene fatto strame.  

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Il ministro, il suo partito e i poliziotti: sarà poi difficile non fare confusione

Del caso dei due agenti fermatisi a un banchetto della Lega per firmare una petizione in favore del ministro dell’Interno e, di conseguenza, contro l’indagine sullo stesso avviato dalla magistratura non parlerò: basta la confusione che già si avverte dalle parole di questo periodo a chiarire il cortocircuito su cui rischia di avvitarsi tutta la vicenda. Quello che m’interessa è più che altro il contesto generale nel quale sembra ci si stia muovendo, senza peraltro dare l’impressione di aver ben capito i confini e gli azzardi di questo movimento. Provo a spiegarmi meglio.

E per farlo, mi aiuterò con un disegno, di Makkox. Si vede un bambino scambiare un poliziotto per un attivista del partito di Salvini, perché, ai suoi occhi, se i due hanno la medesima divisa, dovranno per forza giocare nella stessa squadra. Il problema (che è il pericolo e sono i limiti di cui parlavo prima) è che non si capisce più quale sia questa squadra: se le istituzioni, che il ministro pro tempore rappresenta, o il partito, che il politico da tempo guida. Come spiegava lo stesso vignettista, che il leader leghista appaia come un fan della Polizia, poco male. Maggiore preoccupazione desta l’ipotesi contraria, e cioè che i poliziotti vengano identificati quali supporter della Lega.  

L’intuizione nel limitare, all’inizio dell’età repubblicana, la possibile attività politica degli appartenenti alle forze armate non nasceva tanto da una volontà di restrizione dei diritti individuali dei loro appartenenti – linea su cui poi ci si è esclusivamente orientati per smantellare quelle stesse limitazioni –, ma dalla considerazione che queste dovessero incarnare l’istituzione tutta, e quindi la società che in essa doveva riconoscersi, non poter essere confusi con una parte chiamata a rappresentarla, al di là dei numeri e dei consensi, in ogni caso e per loro stessa natura parziale.

In quell’epoca di forti passioni politiche che appena qualche tempo prima avevano deposto le armi, e non sto parlando in senso metaforico, nel reciproco confrontarsi non fu del tutto insensato. In questa di semplificazioni continue, dove la dialettica amico/nemico si amplifica nel riverbero di una comunicazione spinta da tecnologie, curiosamente anch’esse binarie, alcune derive rischiano di mettere a repentaglio altri necessari equilibri.

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