Se fossero un po’ riluttanti, quello «spirito di servizio» sarebbe più credibile

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un confronto televisivo, a Otto e mezzo, la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, a cui prendevano parte Matteo Richetti, Piergiorgio Odifreddi e Alessandro Sallusti. Tralasciando quest’ultimo, che noioso e disinteressante lo è a prescindere, lo scambio di opinioni fra i primi due si è svolto fra punte di noia nello scorrere di uscite poco interessanti. Ma come spesso capita in molte occasioni, pure questa ha avuto la sua eccezione.

A un certo punto, il matematico ha dato alla conduttrice una risposta a metà fra il serio e il provocatorio, ma non del tutto insensata: «Mi piacerebbero candidati che non vogliano candidarsi, cioè gente che dica “no, io ho il mio lavoro, devo fare altro”, come Cincinnato. Poi, alla fine, uno magari può accettare controforza, se proprio viene trascinato, ma qui è il contrario; c’è la gente che sgomita, addirittura, nel M5S, ci sono state diecimila persone che hanno offerto la propria candidatura, a volte in maniera anche un po’ ridicola. Non mi fido di candidati che voglio a tutti i costi essere eletti, perché questo fa pensare che, più che essere un servizio fatto alla nazione, ci sia dietro la speranza di avere dei benefici». A questa osservazione, e giustamente, dal suo punto di vista, il deputato ha cercato di obiettare che qualcuno che fa davvero la scelta con spirito di servizio c’è. Ora, in qualunque situazione, mi fiderei più del giudizio di Richetti che di quello di Odifreddi; ciò nonostante, l’osservazione di questi non era peregrina. Infatti, se ogni tanto si notasse un po’ di riluttanza nell’approccio all’assunzione di incarichi pubblici e politici, forse quella retorica sullo «spirito di servizio» e sul «sacrificio» sarebbe maggiormente credibile.

Certo, se tutti rinunciassero si vanificherebbero le possibilità pratiche di dare un corso alla vita sociale e associata di un popolo, e io non parlo di questo. Però, quel sentore di assalto alle postazioni c’è e si avverte con forza. Facciano quello che vogliano i titolati a decidere su cose come questa, per carità; ma ci riflettano un attimo. Forse, e lo dico per mera ipotesi di riflessione, l’effetto da corsa all’oro che certe campagne elettorali danno, giudicandole guardando ai modi e alle maniere dei candidati, sono proprio e precisamente il frutto della scelta di quegli stessi protagonisti.

Insomma, se cerchi gente disposta a correre a perdifiato per un posto, perché grazie a questo correre si avvantaggia la tua parte e il tuo partito, non potrai evitare che dal giudizio sullo stile, non di rado sgraziato in quanto teso esclusivamente alla meta e non al percorso per raggiungerla, dei corridori discenda quello su tutta la gara e sul contesto in cui si svolge.

E difficilmente, in quelle condizioni, potrà essere un encomio.

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«Nulla io vedo che non sia perfetto»

Per qualche giorno non ho seguito le vicende della quotidianità elettorale permanente di questo nostro amato Paese. Il tg guardato l’altra sera mi ha subito risvegliato dal torpore, quasi incolpandomene. E per farmi scontare il fio della dimenticanza, la tv mi ha riproposto il video di Berlusconi che da Vespa firmava il contratto con gli italiani. O almeno, era quello che io ho creduto che fosse.

Controllando che non stessi guardano Blob, mi è sorto il dubbio che quel Berlusconi non fosse lo stesso dei miei vent’anni. Purtroppo, la conferma è arrivata: e niente, ha di nuovo rifatto la scenetta nello studio del gran ciambellano del servizio pubblico radiotelevisivo. Sfogliando le virtuali (e non sempre virtuose, anzi) pagine dell’internet, mi sono poi imbattuto nella notizia della migliore rilevazione sullo stato di salute del Pil italico dal 2010 (La Repubblica, nel senso del giornale, esulta) e delle vicende penose di buchi, ammanchi e rendicontazioni generati dal M5S e nella sua – insensata – gara a chi restituisce di più degli emolumenti che riceve (La Repubblica, sempre il giornale, esulta). Con le parole del Quo vadis? di Sienkiewicz, «nulla io vedo che non sia perfetto». Per il Pd e Renzi, intendo. Berlusconi ripete una pièce che ha stancato notevolmente, condannandosi al ridicolo; Di Maio s’infila nel più inestricabile dei panegirici per uscire da un buco in cui da soli, per quel particolare disprezzo ostentato dei soldi che è solo bramosia mal nascosta, si son cacciati; l’economia va a vele spiegate come da anni non si vedevano: smettete, quindi, cari amici, quelle maschere tristi che invocano un «voto utile», che sempre par richiesta interessata, e volate verso i fasti e gli allori che di certo, la storia e il giusto riconoscimento per le cose fatte, hanno in serbo per voi.

A meno che non siate voi stessi a temere che non sia vero il racconto che della realtà ne fate. Nel qual caso, ma solo per ipotesi e in tutta amicizia, vi consiglierei comunque di far cessare il mantra dell’utilità dei consensi nei vostri confronti. Vedete, io non credo ai sondaggi, ma a quel che sento e a quanto leggo, non siete proprio voi quelli che potrebbero contendere la vittoria al centrodestra e non è dai grillini che potrebbe arrivare il principale periglio. Colpendoli, al contrario, potreste rischiare di favorire il vecchio caimano.

Come spiegava infatti ieri per Il Corriere della Sera Marco Castelnuovo, nei collegi in cui i cinquestelle sono più competitivi, a tallonarli non c’è il Pd, ma Forza Italia e alleati. Siccome ritengo improbabile che quanti si siano decisi per la creatura di Grillo, misurando di questa l’inconsistenza, si spostino verso il partito di Renzi, ma vedo più probabile una loro rinuncia a correre alle urne, di un loro indebolimento potrebbero far buon gioco proprio Berlusconi & C., magari arrivando vicini a quella maggioranza necessaria per l’autosufficienza parlamentare.

Insomma, se qualcuno nel Pd vuole avere una chance di risistemarsi nei posti di comando governativi fosse pur solo in larga e curiosa coalizione, e sappiamo in quanti e quanto vi anelino, sarebbe precisamente attraverso una crescita dei grillini che dovrebbe passare, per impedire al promettitore seriale di ogni balocco di dar le carte da solo nella prossima stagione politica.

Stagione che si prospetta peggiore di questa che si chiude, certo, ma tant’è.

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Non è il «rancore» il motivo dell’astensione

Da un po’ di anni a questa parte, potrei dire dalla comparsa sulla scena istituzionale di una nuova generazione di politici che sempre meno narrazioni complessive hanno per raccontare il Paese a cui pensano e la società che immaginano, alcune categorie sentimentali sono entrate a pieno diritto e totalmente nel dibattito pubblico. Fattispecie che dovrebbero riguardare la sfera interpersonale vengono invece assurte a generi buoni per descrivere eventi squisitamente politici. Dall’amore e l’odio di berlusconiana memoria ai rancorosi di oggi, è tutto un cercare nelle disposizioni individuali spiegazioni per comportamenti sociali e collettivi.

In questo, il concetto del «rancore» è forse il più tipico degli esempi; usato per tutti i casi, non di rado è impiegato quale spiegazione onnicomprensiva di ogni ragione che si opponga alle proprie o a quelle del proprio leader di riferimento. Anche se queste, semplicemente, non conducono a un’opposizione tout court, ma portino verso un progressivo allontanamento dalle vicende che sulle scene, e dai palchi, della politica si vedono prender forma. Insomma, non è infrequente imbattermi in chi, apertis verbis, mi accusa d’esser mosso da astio nei confronti di quelli per cui un tempo votavo pure io se dico che, tutto sommato, quanti non intendono andare a votare li capisco, e non è detto che non mi unisca a loro. Critici di tal sostanza, però, commettono un errore di valutazione causato da un presupposto confuso: se ad animare i miei propositi fosse il livore come dicono, a votare ci andrei. Eccome.

Qualora fosse il risentimento a guidare le mie scelte, più che star lontano dalle urne, con convinzione voterei per danneggiare nel migliore dei modi quelli verso cui lo stesso provassi, magari cercando di convincere altri a far ugualmente. E non varrebbe, in quel caso, la riduzione al “tafazzismo”, né, ancor meno, la banalizzazione ad uso della nota barzelletta del marito intento a farsi del male per danneggiar la consorte. Anche perché, se quell’ipotetica moglie avesse a lui fatto sempre e solo del bene, non avrebbe quel partner nessun motivo per tentare di darle un dispiacere, figuriamoci arrecando danno a sé.

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Di questi dettagli, se ne occupa il mio segretario

Emma Bonino è una figura che di per sé ispira rispetto. La conoscenza della sua storia, la sua biografia affascinante, le battaglie e l’impegno assiduo, costante. Anche quando si è trattato della dimensione più privata, ha saputo interpretare al meglio, e con la maggiore serietà possibile, il senso intrinseco di quella sorta di pensiero panpolitico che ha riempito la generazione a cui appartiene. Però si cambia, nel corso della vita.

Per esempio, io non sono il ragazzo che un quarto di secolo fa prese la sua prima tessera di partito. Non solo per i capelli in meno e le rughe in più, proprio perché i pensieri dell’oggi non sono quelli di un ieri irrimediabilmente andato. Perché dovrebbe scandalizzarmi che pure Emma Bonino possa essere cambiata con gli anni? Infatti, non lo fa. Detto questo, mi ha particolarmente colpito, e non in positivo, il suo rispondere «non me lo ricordo» alla Gruber che, durante la puntata di Otto e mezzo andata in onda giovedì scorso, le chiedeva in quale collegio fosse candidata. Poi, durante tutte tutta la trasmissione, nel suo argomentare lucido e preciso, è stata perfetta, capace di andare contro le paure che spesso i politici hanno nel trattare alcuni argomenti e respingendo, con competenza e precisione, le semplificazioni a uso elettorale che una certa parte di quel mondo continua a fare, in particolare sulla questione dei migranti. Ma quella sua risposta non sono riuscito a cancellarla dalla mente. Non solo io, immagino, se persino la conduttrice ha dovuto ritornarci su alla fine, informandola di come sia il collegio del senato “Roma 1 – Gianicolense” quello in cui, con buone probabilità, sarà eletta.

No, non c’entra nulla la retorica del territorio e il rapporto che con questo dovrebbero avere i candidati, che comunque è un tema e non facilmente sottovalutabile. C’entra, invece, quell’impressione di distacco altezzoso che ne ho tratto. Sembrava quasi, quel «non me lo ricordo», un dire «di questi dettagli non me ne occupo personalmente, ci pensa il mio segretario». E non è stata una bella impressione.

Certo, poi i cittadini di Monteverde (sì, Emma, si chiama anche così la zona in cui ti candidi) la voteranno ugualmente, e magari lei sarà eletta, pronta in parlamento a rappresentarli, insieme a tutto il resto della nazione. Pure se forse non ricorderà da quale parte del Paese gli siano effettivamente arrivati i voti di quei rappresentati che rappresenta, stupendosi, chissà, se una parte di questi – decisamente la più ignorata, presuppongo – non si senta coinvolta in quella cosa curiosa che chiamano partecipazione.

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Fascisti o antifascisti, pari non sono

«Un grave errore. Non c’è altro modo di commentare la richiesta del sindaco di Macerata di sospendere ogni manifestazione in città dopo il grave episodio di terrorismo fascista che ha colpito la città». Commenta così Stefano Cappellini, su La Repubblica di ieri, la richiesta di annullare la manifestazione antifascista preparata dall’associazione dei partigiani e che si sarebbe dovuta tenere domani, sabato 10 febbraio, nella cittadina marchigiana. E continua: «Non basta il buon proposito del primo cittadino – “difendere la comunità dalle tensioni” – a scongiurare l’esito nefasto di questa moratoria: la piazza sarà proibita sia ai democratici convocati dall’Anpi per reagire allo stragismo razzista sia a quei movimenti neofascisti che stanno cercando di spacciare Luca Traini per un modello civile di patriottismo. Una equiparazione di fatto dei democratici antirazzisti e di Casapound, Forza nuova e tutto il ciarpame fascio-leghista che vuole trasformare Macerata nella sua maleodorante trincea».

E poi, la firma del quotidiano diretto da Calabresi, azzecca il parallelo con un’evocazione perfetta e dirompente: «Immaginate se Parigi, all’indomani della strage di Charlie Hebdo o del Bataclan avesse vietato di scendere in piazza alla politica e alla società civile per questioni di ordine pubblico o, peggio, solo per garantirsi di poter fare altrettanto con un eventuale presidio di integralisti islamici o di simpatizzanti del jihad». Già, immaginiamolo. Perché qui, nell’Italia del 2018, il rischio che corriamo è proprio quello di cui scriveva Cappellini: equiparare, come opinioni fra le altre, le tesi di chi vuole gli immigrati fuori dalle scatole per tutelare la «razza» e di quanti a questa barbarie oppongono resistenza, o almeno ci provano. Dire, indistintamente ai due fronti, «statevene tutti a casa, perché se no potrebbero esserci problemi di ordine pubblico», significa dare per assodato che l’Anpi abbia la stessa legittimità democratica di organizzazioni che, esplicitamente o poco meno, si richiamano al fascismo. E tutto avviene come se fosse normale; per questo hanno perfettamente ragione quanti, in piazza a Macerata, a manifestare i valori dell’antifascismo domani ci saranno comunque, al di là di quello che pensano o temono i governanti del Paese e il sindaco della città.

Governanti e sindaco che, in teoria, sarebbero anche dello stesso partito che, in tv, sproloquia sul suo essere argine alla deriva e al cedimento verso l’estrema destra e un populismo dai connotati xenofobi. E però deve aver adottato un modo davvero curioso per farlo, se persino quando quel rischio si palesa con decine e decine di colpi di pistola esplosi da per strada contro passanti con l’unica colpa d’aver la pelle nera da un nazifascista che aveva la sua appartenenza politica scritta sulla fronte, la risposta a livello delle istituzioni locali e nazionali è «rimanete nelle vostre case, che là fuori è un brutto mondo; meglio non immischiarsi, potrebbe esser pericoloso».

Non stupitevi, poi, se in tanti a casa ci resteranno pure quando li chiamerete a raccolta voi.

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Caro Di Maio, il ritiro della candidatura non esiste

In tempi di cretinate dette in gran copia e diffuse capillarmente dalla potenza degli strumenti esistenti, se ciascuno di noi, ognuno per quel che sa e come può, provasse a smentire le scempiaggini che si dicono, alla fine, forse, potremmo star tutti un po’ meglio. E siccome questo blog si occupa anche di politica, ogni tanto provo a dare il mio contributo su questo aspetto. Oggi tocca a Di Maio.

Il candidato alla presidenza del Consiglio per il Movimento cinque stelle (perché, si voterà per eleggere un governo il prossimo 4 marzo? Vabbè, lasciamo perdere; in quello, i pentastellati non sono soli), parlando a proposito del loro esponente romano il cui video con Domenico Spada e una casa comunale avuta a 7 euro di canone mensile hanno messo al centro delle polemiche, ha detto: «Ho sentito Dessì, ha convenuto che non fosse giusto continuare a farsi strumentalizzare e ha deciso di fare un passo indietro, rinunciando a candidarsi». In che senso? La rinuncia alla candidatura è una fattispecie normativa Di Maio s’è inventato di sana pianta: non esiste. Emanuele Dessì è il candidato numero due del M5S nella lista validamente depositata per il collegio plurinominale “Lazio 3” (Frosinone – Cassino – Latina – Terracina – Castelli); se scatteranno almeno due seggi in quel collegio, lui diventerà senatore della Repubblica Italiana. Punto. Il resto, sono chiacchiere buone per dare al grillino incravattato l’occasione di parlare d’altro.

Certo, Dessì, una volta eletto, potrà sempre dimettersi. Ma nemmeno questo è immediatamente nelle sue disponibilità, figuriamoci in quelle di Di Maio. Infatti, insediatasi la camera d’appartenenza, Dessì dovrebbe presentare la sua intenzione a dimettersi, attendendo che l’aula l’accetti a maggioranza (principio che io difendo, sia chiaro; fu introdotto per evitare che qualcuno venisse “forzato” nella scelta, e per garantire la piena agibilità dell’indipendenza di mandato). Quindi, sarà senatore fino alla data del voto con cui i suoi colleghi dovessero eventualmente accogliere le sue dimissioni.

Sempre che davvero le dia, ovvio.

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Sembra una storia scritta a tavolino

Nel film Selma della regista Ava Marie DuVernay, Malcom X dice a Coretta Scott King, moglie del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, che lui è presente, in quella particolare fase della storia, non come nemico del reverendo, ma quale «alternativa che spaventa tanto i bianchi da considerare Martin Luther King il male minore». Ecco, la frase mi è tornata in mente in questi giorni, quando i sondaggi sui sentimenti diffusi nella nazione paiono dar ragione alle posizioni del centrodestra più che segnarne un allontanamento, dopo l’atto terroristico di stampo nazifascista di Macerata (lo è, tutte e due le cose: è terrorismo, almeno nell’accezione con cui una certa nevrastenia dei tempi moderni iscrive in quella categoria ogni gesto, pure isolato e al di fuori di qualsiasi organizzazione, che miri a creare terrore, o semplicemente, nei fatti, lo determini; è nazifascista, perché tale è l’attentatore, perché ce lo aveva scritto in fronte, e non è un modo di dire, e perché lo ha sottolineato lui stesso con i saluti romani e i tanti suoi pari che, vilipendendo la parola, gli tributano “onore”).

E può apparire curioso — in un certo senso, ironico — che a proposito degli effetti sull’opinione pubblica a seguito di un attentato contro persone di colore commesso da un bianco (ma poi, noi genti d’Italia, bianchi lo siamo davvero?), mi sia ricordato delle parole di una pellicola che racconta i fatti del movimento per i diritti dei neri. Ma tant’è; l’associazione è in quella contrapposizione fra l’alternativa spaventosa e il male minore. Il giorno dopo la tentata strage, tutti davano per assodato che ci fosse una «bomba sociale» legata all’emigrazione (lo ha detto Berlusconi, dando i numeri di promesse espulsioni, lo vanno ripentendo da che sono sulla scena politica i vari Salvini e Meloni, lo hanno ribadito Renzi e Di Maio, nel tentativo di addossarne al primo la responsabilità) e addirittura c’è stato chi si è spinto a vedere nel gesto criminale di Traini una sorta di suo «farsi giustizia da solo», quasi che lui fosse vittima di un torto o quelli a cui ha sparato colpevoli di una qualche forma di reato. Concetti che, in fin dei conti, concorrono a definire un quadro concettuale preciso: nel racconto del Paese, c’è un’emergenza immigrati che è diventata un male da sanare, subito, con la forza delle istituzioni, prima che qualcuno, appunto, lo faccia da sé, con la violenza di cui può esser capace. E che tutto questo sia semplicemente folle, oltre che non vero, non lo dice più nessuno.

Così, come nelle parole del Malcom X in Selma, il pelato con il dente di lupo tatuato sulla tempia è «l’alternativa che spaventa» e la destra low and order (ma solo con gli ultimi, ovviamente) si candida a essere «il male minore», quando non, per un sempre crescente numero di persone, lo strumento migliore per combattere la battaglia contro l’immigrazione, prima che diventi un ingestibile scontro sociale, una terrificante guerra civile.

Le Marche non sono l’Alabama degli anni ‘60. Macerata non è una banlieue abbandonata. Traini non è la punta avanzata di un’organizzazione neonazista radicata nel territorio e nella società, pronta a prendere il potere e il controllo dello Stato. Sono sintomi, sì, tendenze, in qualche caso epifenomeni d’un malessere reale, ma non viviamo la situazione da periferia sudamericana che una certa narrativa punta a disegnare. Ingigantire i problemi fa il gioco di quelli che promettono di avere la soluzione più dura e immediata per risolverli prima che degenerino, almeno quanto è dannoso e inutile sottovalutarli o, peggio, ignorarli. Bisogna studiare le questioni, le dinamiche che le hanno generate, le parabole che, nel loro farsi, disegnano, provare a capirle e poi cercare parole di verità e azioni consequenziali e mirate, nonché misurate, per dare le risposte necessarie e opportune.

Ma il tutto, nella campagna elettorale permanente in cui viviamo, è dannatamente difficile.

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Nell’atto terroristico, un’eterna rivelazione

«“E cché, se spara così? Poteva piglia’ qualcuno!”. Uomini e no, l’allucinato nazista Luca Traini ha tracciato un solco nelle anime di Macerata. Dunque Stefano, il salumiere storico di corso Cairoli, sospira severo ma in fondo sollevato nella bottega davanti alla quale sono fischiate le pallottole sabato mattina. Così, come pallottole involontarie, fischiano adesso gli spropositi, in quest’Italia che ha perso misericordia e misura, e dove in fondo Gideon e Mahmadou, Kofi e Festus, Omar e Jennifer sono nessuno: invisibili e senza identità perfino nelle corsie d’ospedale dove il raid suprematista di Traini li ha ridotti a vittime innocenti. L’idea surreale che, non essendoci bianchi feriti, sia andata pure bene sgorga naturale, persino senza cattiveria, dalle crepe di questa città spaccata nel profondo, stravolta da un’immigrazione inattesa e d’un tratto ostile quando le giostre dei bambini di piazza Diaz sono diventate sedili per spacciatori nigeriani come Innocent Oseghale, accusato di avere fatto scempio della giovane Pamela Mastropietro».

Raccontando quanto ha sentito parlando con i cittadini di Macerata, Goffredo Buccini, su Il Corriere della Sera di ieri, disegna un quadro preciso di quello che è lo scivolamento graduale verso l’accettazione del male fatta all’altro. Si divide, si separa, si allontana da sé quello che accade per sentirsi al sicuro. Come nella poesia di Niemöller, si ignora che quell’alterità progressivamente si riduce, e alla fine scompare, per consegnarci tutti nelle mani della barbarie. Ma nel momento in cui appare, la si vive quasi fosse la normalità, addirittura un’àncora di salvataggio nel mare della possibile disperazione. «Sono cose che accadono a quelli lì», sembra di leggere nelle parole del pizzicagnolo, «però, ti puoi trovare in mezzo, pure se non c’entri nulla». E allora, se anche quello che avviene non lo si giustifica, un po’ alla volta lo si accetta. In fondo, «questi qui che vogliono? Restassero a casa loro, sarebbe meglio per tutti!»; è il sentimento più o meno celato che gira nelle menti di tanti che han visto e sentito quanto successo. E in questo modo, piano si rassicura e s’addormenta la coscienza d’una nazione sempre pronta a farsi raccontare da quell’eterna sua «autobiografia», secondo la parola di Piero Gobetti.

O come scriveva Giustino Fortunato, non casualmente di Gobetti amico, in una lettera a Giovanni Ansaldo nel febbraio del ’30 (in Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185): «Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro. Oggi come ieri, non sarà affatto rivoluzione; al massimo, rivelazione».

Poi, sono tutti giusti e opportuni i ragionamenti sugli speculatori e i mestatori nell’odio sociale, però presuppongono che questo già ci sia, che non lo si crei dal nulla con un manifesto, una dichiarazione, un tweet o un post. Il gesto assurdo – ma lucido, ponderato e organizzato, come tutti gli atti di terrorismo; non si tenti la carta della follia – di Traini ha il portato rivelatorio di sentimenti pessimi che ancora vivono fra di noi. E che forse con troppa fretta e superficialità abbiamo dato per scomparsi, come si può pensare spenta una brace solamente perché la cenere ce ne preclude la vista.

Precisazione inutile, quanto preventiva. «E della giovane fatta a pezzi da quel negro non dici nulla?». Quanto successo mi addolora. Il crimine di cui è stata vittima Pamela Mastropietro è assoluto; chi l’ha commesso deve essere assicurato alla giustizia e punito come questa prescriverà. Le indagini e gli accertamenti ci diranno se è stato Oseghale, peraltro già in carcere, e a fare cosa, e quanto dovrà pagare per quel che si accerterà abbia fatto. Ma in tutti casi, lui o altri che siano stati, a commettere quel delitto è stato un uomo, non una «razza», un colore di pelle, una nazionalità; le persone colpite in strada a Macerata non c’entrano nulla con quel delitto, che ha una dimensione esclusivamente criminale, e non sono in nessun modo corresponsabili. Al contrario, se non riusciamo a elaborare un concetto migliore di quello sintetizzabile in uno squallido «se non ci fossero stati, non sarebbero stati colpiti», allora noi abbiamo delle responsabilità per quanto ha fatto Traini, per le sue implicazioni di carattere ideologico e culturale.

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E noi, quanto siamo complici?

Ha destato scandalo il brevetto d’un braccialetto elettronico pensato dalla Amazon  per, dicono, aiutare i dipendenti a trovare con più rapidità la merce sugli scaffali e, è lecito pensare, controllare ancor meglio i lavori già continuamente sotto lo sguardo vigile e attento di qualche capo reparto in un ambiente fatto apposta per essere sotto stretta e ininterrotta sorveglianza.

La possibilità di sapere cosa stiano facendo e dove si trovino i propri dipendenti in ogni momento della loro giornata lavorativa è il sogno d’ogni «MegaPresidente Galattico, Duca Conte, Lup. Man., Gran Ladr., Farabut., Multinaz., Figl. di Putt.» che si rispetti. E volendo qualcosa di meno impegnativo delle pellicole di Neri Parente, si potrebbero sfogliare le pagine che Michel Foucault dedica al processo di creazione dei «corpi docili» attraverso la continua osservazione, a cui è funzionale un’istituzione perennemente osservante, come il Panopticon ideato da Jeremy Bentham. E qui, infatti, non è tanto il controllo a destare stupore, che già, come dicevo, lì c’è ed è invasivo. Così come poco tempo lasciano le osservazioni degli stessi governanti che all’uso della tecnologia per il controllo a distanza hanno aperto, seppur sui soli strumenti di lavoro (come un braccialetto elettronico pensato, a parole, per aiutare nei normali compiti il dipendente), mentre nulla si ricorda da loro detto quando un’azienda partecipata dallo Stato che rappresentano pensò all’inserimento dei un chip direttamente nelle scarpe dei lavoratori (per la sicurezza, è ovvio). No, qui c’è altro: la società di uno degli uomini più ricchi al mondo cerca un modo per risparmiare ancora sul costo del lavoro. E dopo aver impiegato i robot nel processo produttivo, robotizza direttamente gli umani che vi sono rimasti all’interno. Per questo, la mia domanda: quando compriamo qualcosa su Amazon, i soldi che risparmiamo, a chi li togliamo, chi stiamo arricchendo e chi impoverendo in quella transazione? Quale voce viene compressa, e in che modi, per consentirci di comprare quel che vogliamo a quanto possiamo? Come viene garantito il nostro risparmio di tempo?

In una frase, quanto siamo complici noi di quello che accade? Al tribunale della storia e alla voce della coscienza, cosa risponderemo? «Io cercavo solo di spendere meno»? Non credo basti più, non credo potremo – possiamo – dirci assolti, se di tutto quello che accade abbiamo piena contezza. No, il problema è più complicato. E per quanto potrebbe essere vero, non è sufficiente dire «se anche io smettessi di comprare in internet, non migliorerei la condizione generale», perché qui non sto parlando di quella, non sto chiedendo cosa possiamo fare tutti insieme per correggere queste storture. Mi sto interrogando su cosa possa fare io, «quel singolo» in senso kierkegaardiano, per non essere connivente e per non contribuire a un sistema di sfruttamento ai limiti (quando non direttamente oltre) del tollerabile.

Pure mettendo in conto che non sappia trovare la risposta adeguata, ovviamente.

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La forma e i fatti

«Per la commissione elettorale della Corte d’Appello di Milano un conto è infatti l’allegazione, cioè che la lista “Noi con l’Italia” abbia indicato nel modulo di essere in coalizione con il centrodestra; altro conto è la documentazione di quella allegazione, e cioè la dichiarazione (dai giudici ritenuta mancante) di apparentamento della lista alla coalizione, da cui discendeva l’importante beneficio per la lista apparentata di poter fare a meno della sempre ardua raccolta di firme. I rappresentanti delle liste ribattono che in realtà quella dichiarazione esiste e la Corte avrebbe potuto ritrovarla in cancelleria in un altro fascicolo, perché in effetti a depositarla per tutte le componenti è stata (come intesa tra i partiti) la “capofila” lista di Forza Italia. Ma dai giudici non è esigibile un autonomo potere di integrazione. Controreplica dei partiti: sarebbe bastato avvisarci e farci integrare le carte. E poi — insistono — perché (a parità di modalità di deposito) in tutta Italia le candidature sono state accettate, e la medesima Corte milanese ha dato l’ok alle circoscrizioni Lombardia 2 e 3?». Così il riassunto, senza fronzoli e chiaro, che della vicenda, poi risoltasi al meglio per gli interessati, delle candidature alla Camera del centrodestra a rischio di esclusione nella circoscrizione Lombardia 1 ne fa l’ottimo Luigi Ferrarioli, per Il Corriere della Sera in edicola ieri.

Chiariamoci, se tutti i candidati di centrodestra e le liste che li contengono, non solo il Lombardia, dovessero sparire, non me ne dorrei affatto. Detto questo, è curioso che, per un allegato mancante in una pratica, ma della cui sostanza c’era già esplicita traccia in un altro fascicolo riguardante la medesima procedura, si possa, direttamente, cassare l’intero procedimento, annullando una lista di candidati e, in concreto, rendendo impossibile l’espressione di un diritto all’elettorato passivo e attivo per un certo numero di cittadini. Per fortuna degli interessati, il pericolo è poi rientrato presto, ma rimane, tutto e intatto, il tema. E guardate che non la pensavo diversamente quando alcune giunte di centrosinistra sono state a rischio per errori formali legati alla raccolta delle firme o alla presentazione dei fascicoli, né lo penserei se riguardasse un’amministrazione grillina. Perché un conto è evitare il dolo, e se lo si riscontra, punirlo; altro è legare l’esercizio effettivo della democrazia a dettagli formali perfettamente sanabili. Davvero non era possibile chiedere subito, all’atto della consegna delle liste, un’integrazione di documenti? O approvare comunque le candidature, dato che la dichiarazione di apparentamento era già riscontrabile in altri documenti e che, in ogni caso, da altre parti è stato fatto? Realmente la mancanza nella forma, cioè il rigoroso e spesso ridondante rispetto di un iter, può, pur solo in ipotesi, negare il compiersi del fatto, vale a dire l’espressione del consenso attraverso il voto?

Perché di questo stiamo parlando, di democrazia e del suo funzionamento. Tra quanti hanno rischiato l’esclusione, ho letto i nomi, per non parlare dell’intera lista di Noi per l’Italia e solo per fare due esempi noti, di Valentina Aprea e di Michela Vittoria Brambilla. Ora, se entrambe non facessero mai più parte della vita pubblica e politica di questo Paese, non sarei certo io a darmi cruccio. Ma è possibile, così, in astratto, che qualcuno, al contrario, si riconosca nella visione e nelle proposte della prima sul sistema educativo o nelle idee della seconda su (su cos’era? Ah, sì, che sbadato) animali da compagnia e altri dettagli; negando a queste di partecipare alle urne per, ripeto, questioni banali e rimediabili, non si sarebbe precluso a quelli, se mai ci fossero, la possibilità di votarle e di essere, in quel voto, rappresentati?

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