E poi, un po’ di silenzio

Solo di recente mi è capitato di passare per via Fani. Non avevo mai visto la lapide e nemmeno quando ci sono passato è stato con l’intenzione di vederla; è capitato, e il fatto che il motivo del percorrere quella strada in salita verso via Trionfale non fosse di certo ameno avrà probabilmente aggiunto un supplemento di mestizia nello scoprirla così, per caso, comparire alla mia sinistra. Sia come sia, l’ho guardata di sfuggita e, come non poteva non essere, ho immaginato all’incrocio e sulle strisce la 130 blu, l’Alfetta bianca e quella 128 Panorama, anch’essa chiara e con finta targa diplomatica, usata per bloccare la piccola carovana.

Eppure, voglio provare a ricordare il Moro fuori dall’iconografia drammatica del suo rapimento. Esattamente quarant’anni fa, all’ora in cui pubblico questo post (le 5,55, se proprio ci tenete a saperlo), il presidente della Dc era ancora vivo e libero. Ed era lo stesso uomo che, meno di dieci anni prima, aveva cominciato ad avvertire nei sintomi di quello scollamento che si manifestava nelle piazze una responsabilità piena di chi della rappresentanza del Paese aveva il preciso mandato. Spiegava infatti lo statista di Maglie, durante un intervento al Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana nel gennaio del 1969: «Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale. Ma, a fondamento di questa insufficiente presenza dei partiti, non c’è forse la incapacità di utilizzare anche per noi, classe politica, la coscienza critica e la forza di volontà della base democratica?». Quanto è attuale? Quanto è vivo quel pensiero e quella visione?

Moro era un innovatore. L’immagine che il racconto semplificatorio rende dello studioso e del politico induce a credere il contrario, e il suo stile tutt’altro che brillante, in un’epoca che già allora si votava all’immagine più che alla sostanza, contribuisce a sviare. Ma egli era per definire nuovi equilibri e diverse formule, sociali, culturali e poi, e di conseguenza, politiche. Sempre in occasione di un evento ufficiale della Dc, l’XI congresso nell’estate dello stesso 1969, spiegò: «dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose ho muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime».

Il compromesso storico a cui lui guardava era parte di questa innovazione: fu seppellito sotto il rigido marmo del governo istituzionale che invece nacque il giorno di quel rapimento, e non se ne parlò più, se non come progetto di unione di classi dirigenti e ceti politici, ben lontano dalla sua idea di dialogo e avvicinamento delle masse popolari che sostenevano i principali attori della scena politica di quegli anni.

Parte, però, non tutta l’innovazione a cui pensava. Perché la sua idea era un mondo differente da quello che c’era. Pure economicamente diverso. Una certa formazione forse mi induce a leggere nei processi economici lo svolgimento della storia e mi fa pensare che i rapporti di forza i quei campi determinino, o comunque continuamente tentino di farlo, gli indirizzi che la politica prende, persino quelli a cui la verità giudiziaria (quella storica è altro argomento) dà volti, nomi e pene. Allora mi chiedo, con le parole di Cesare Garboli su l’Unità del 7 giugno 1980, «se non sia il caso d’istituire una relazione, e di riflettere sul fatto che l’economia prevista dal compromesso sarebbe stata verosimilmente “povera” e “stabile”, secondo i tecnici, o, come dicono i nostri più grandi finanzieri, noiosa come un paese di oltrecortina».

In questi giorni ne sentiremo tante di cose su Moro; d’altronde, le ricorrenze questo sono, e quanto vado scrivendo non si sottrae alla teoria. Alcune voglio approfondirle meglio. Per un po’ di giorni non scriverò, e mi dedicherò alla lettura di testi su un paio di queste e su altre ancora che da tempo rimando. Perché stiamo correndo tutti troppo, e quando si corre, la polvere che alziamo raramente aiuta a vedere meglio ciò che si ha intorno.

A presto, se avrete ancora il piacere e la voglia di seguirmi.

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Dalle bottigliette allo stadio ai palazzi del potere: non era questo il senso della democrazia?

«La società meridionale ha risposto con un messaggio forte. Logorata da un tasso di mobilità intergenerazionale estremamente basso, si è ribellata alle dinastie nelle posizioni chiave nelle istituzioni (università, professioni, sanità, politica). Quelle dinastie che hanno mal speso o non speso i fondi europei della coesione territoriale e che difendono da sempre privilegi acquisiti. In questo contesto il M5S è l’unico partito che ha fatto uno sforzo di inclusione e selezionato i suoi rappresentanti (con metodi certamente discutibili) pescando in tutta la società. Questo ha trovato ascolto proprio perché l’ascensore sociale in questa parte del Paese funziona male con la conseguenza che la competenza dei candidati o la incoerenza delle politiche proposte dal M5S con i vincoli di bilancio diventano fattori secondari rispetto al valore simbolico che ha l’aprire le liste a chi è estraneo alle élite».

Col taglio inconfondibile dell’allure accademico, il fondo di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin sul Corriere di martedì scorso coglie un punto che il sentire di pancia e di emozione dell’elettorato medio aveva avvertito in pieno, pur senza saper farne coscienza. Per quanto disarticolate e sgrammaticate, le pratiche dei cinquestelle hanno avuto questo quale tratto distintivo: il far leggere quel movimento come il luogo dove anche un venditore di bottigliette allo stadio potesse ambire a diventare presidente del Consiglio. E non è cosa da poco, guardate. Anzi, arrischierei a dire che fosse il senso implicito della promessa democratica. E prendendo in giro Di Maio proprio per il suo non aver un cursus honorum di prestigio, non ha fatto che rafforzarne quei tratti di immediata empatia proprio negli ambienti dove quel tipo di curriculum raramente è facile farselo.

Ma non doveva essere precisamente il «portare avanti quelli che sono nati indietro», con le parole di Nenni, la missione della sinistra? Sì, doveva. E però s’è smarrita. Non da oggi, però, e non è tutta e solamente colpa dell’attuale classe al comando di quella parte. È un vizio antico di quel lato del panorama politico, almeno quanto la democrazia in questo Paese, e di cui scriveva Miriam Mafai già vent’anni fa, ricordando i primi tempi dopo la guerra, e che nel suo Botteghe Oscure, addio fissò nell’immagine di «due diversi ascensori: il primo, al quale si accedeva direttamente, oltre la vetrata dell’ingresso, era riservato ai membri della direzione e portava ai loro uffici; il secondo, in fondo a sinistra, era per tutti gli altri, compagni dell’apparato, tecnici, e dirigenti».

Adesso, a ciò si aggiunge il tema della qualità di quelli che salgono sull’ascensore migliore.

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Un consiglio di lettura

«In Italia vivono 13 milioni e 800 mila persone con meno di 830 euro al mese. Parliamo del 23% della popolazione, uno su quattro, a rischio di povertà. Un livello “molto elevato”, lo definisce Bankitalia nella nuova indagine campionaria sui bilanci delle famiglie, relativa al 2016. E non solo perché cresciuto di oltre tre punti percentuali in dieci anni, massimo storico. Ma soprattutto perché colpisce i giovani più degli anziani: il 30% degli under 35, solo il 15% degli over 65. Al Sud più che al Nord: 40 contro 15%. Gli stranieri più degli italiani: 55 contro 20%. Trovare in questi numeri una spiegazione al terremoto elettorale è quasi banale. Il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di un punto e mezzo tra 2006 e 2016. E, racconta ancora Bankitalia, si è riportato ai livelli toccati alla fine degli anni Novanta. L’asimmetria nella distribuzione dei redditi è tale che il 5% delle famiglie detiene il 40% delle ricchezze nazionali, in media 1,3 milioni di euro. Mentre il 30% appena l’1%: 6.500 euro in media. Tre quarti di questi nuclei sono a rischio di povertà. Una polarità che si è accentuata negli anni più duri della crisi». Così Valentina Conte, su La Repubblica di ieri, martedì 13 marzo 2018, commentando uno studio della Banca d’Italia.

Poi, per carità, si può credere, con buona pace dell’analisi del voto, di aver perso perché le elezioni sono una ruota che gira (“della fortuna”, immagino), che sia tutta colpa di quelli che, per chiusure ideologiche (e su istigazione dei gufi rosiconi, ça va sans dire), si sono ostinati a non voler vedere le magnifiche sorti e progressive messe in atto dal governo dei giovani e bravi o che il tutto sia accaduto perché il Nord è popolato di razzisti restii a pagare le tasse e il Sud di nullafacenti tesi alla ricerca d’un reddito senza lavorare (gli stessi, gli uni e gli altri, che prima vi avevano votato e a cui, dopo, dovrete chiedere ancora i voti; fate voi). Ma io credo che quanti lo facessero commetterebbero quell’errore marchiano che la tradizione vuole attribuire alla facoltà divina dell’accecare quelli che si vogliono perdere.

Chi fino a ieri ha guidato le sorti e i destini del Paese avrà di certo strumenti e facoltà migliori delle mie per capire cosa sia effettivamente successo. Eppure, se fosse nelle corde del proprio essere ascoltare, il suggerimento di leggere quei dati con la lente e la cartina dell’andamento dei fenomeni anche elettorali, oltre che nella sostanza degli avvenimenti politici, mi sentirei di darglielo.

Ovviamente, sapendo che sarebbe ignorato, come sempre, d’altronde.

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Quei tempi lunghi di cui non vogliamo più sapere

«Mentre in Cina il presidente Xi serra i bulloni di un sistema tranquillamente autoritario, in Russia le elezioni rafforzano la presa sicura di Vladimir Putin, al potere dal Duemila: il 18 marzo “lo zar” correrà in solitaria e senza strepiti verso il quarto mandato. E davanti a questa dimostrazione di accresciuta solidità, l’Occidente democratico in ordine sparso come risponde? Alzando a ripetizione quelle che nel Monopoli corrispondono alle carte degli “Imprevisti” (o delle “Probabilità”). Per molto tempo sono stati autocrati e dittatori, dal re africano Bokassa agli inquilini del Cremlino, a detenere il patentino opaco dell’imprevedibilità al volante. […] Davanti a quello spettacolo fatto di leader inamovibili e scelte arbitrarie, l’occidente offriva di sé l’immagine di un “usato sicuro”, una macchina che basava la sua affidabilità, più che sulla tempra dei leader che si alternavano alla guida, sullo stato di diritto e il libretto di istruzioni. A guardarlo oggi dall’alto, l’“autosalone” mondiale presenta modelli che paiono capovolti. […] Da una parte autocrati posati, dall’altra l’incerto Occidente del “chi lo sa”».

Così Michele Farina, ieri in un corsivo sul Corriere che muoveva dalle ultime decisioni dell’Assemblea del popolo nel grande Paese del dragone. E sembra proprio essere come lui ha scritto: da un lato, forse autocrati, di certo poco democratici ma alla guida di sistemi stabili, dall’altro, indiscusse democrazie che vivono i sobbalzi dei fenomeni spesso scriteriati. Con la diva, potremmo dire anche noi d’andar pazzi per le elezioni, dove non si sa mai chi vince, ma è necessario metter pure l’eventualità di vittorie potenzialmente destabilizzanti, così scriteriate da, quasi (e ci tengo a sottolineare l’avverbio), far rimpiangere stagioni in cui alle decisioni si giungeva per percorsi meno emozionali. Cosa sto dicendo? Beh, in una parola, o meglio, in un nome, Trump. Un cinico aristocratico piombato qui di colpo dalla fine del XVIII secolo potrebbe chiederci, guardandolo: «non era per avere lui al comando che avete fatto a pezzi il nostro mondo e le sue regole?».

Come se ne esce? Non ne ho la più pallida idea. O almeno, non ho alcuna ipotesi da fare che non comprenda un lavoro lungo che in questi tempi di brevità scambiata per celerità, probabilmente sacrilego al solo pensarlo, nel tempo in cui subiamo la tirannia del ticchettio della sfera dei secondi persino quando parliamo di processi epocali. Si tratta di costruire quel tessuto che è andato perduto da quelli che avrebbero dovuto custodirlo, e che invece l’hanno ignorato con la stessa supponenza con la quale era dato per scontato quando funzionava.

Ma per i processi lenti, chi ha tempo?

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Per questo sono a favore dei sistemi proporzionali

Mi è già capitato di raccontare questo aneddoto. Qualche anno fa, nel paese in cui sono nato e cresciuto, durante una chiacchierata con un amico, lui lamentava il fatto che lungo il corso e nelle piazze, in fila alle poste o in attesa dal medico, l’ottanta per cento, se non oltre, di quelli con cui gli capitava di parlare si dichiaravano contrari all’azione dell’amministrazione comunale. «È incredibile: se ci sono dieci persone in una stanza, otto parlano male del sindaco. E il bello – aggiungeva – è che se tu glielo chiedi, ti rispondono di non averlo votato. Tutti, ognuno di coloro che ne parla male. Come se a votarlo fossero stati i due, o forse meno, che ne condividono le scelte». «Già, è curioso. Ma il fatto – ricordo d’aver risposto – è che le cose stanno proprio così, nelle percentuali e con i rapporti che hai detto». E stavano così per una ragione numerica banale. Quando nel 2012 a Stigliano, un comune al di sotto dei quindicimila abitanti e pertanto con un sistema elettorale fortemente maggioritario, si è votato per il rinnovo dell’amministrazione cittadina, a competere fra di loro c’erano 4 liste. Quella che vinse ebbe il 28,06%, e le altre rispettivamente il 27,37, il 22,45 e il 22,10. Se a ciò si aggiunge la considerazione che a votare furono il 66,06% degli aventi diritto (risultato di tutto rispetto, se si pensa alle attuali tendenze), il risultato della lista vincente, realmente, corrisponde a un consenso pari al 18,54 per cento degli aventi diritto al voto; l’uno o i due cittadini su dieci che si incontrano quando si va a far spesa, all’ufficio postale, dal medico.

In fondo, non è tanto diverso da quello che abbiamo scoperto con le recenti elezioni. Pur potendo contare su una maggioranza parlamentare notevole, assoluta in una camera e relativa nell’altra, il Pd si è scoperto minoranza nell’elettorato. Il fatto, però, è che era così pure prima. Quella maggioranza, infatti, era tale solo in virtù del moltiplicatore dell’Italicum; numeri alla mano, invece, il partito al governo dal 2013, alle elezioni, aveva preso solo un quarto dei voti, mentre il 75% aveva votato altro. Francesco De Sanctis (citato da Pietro Secchia in un intervento al Senato il 17 dicembre del 1968), diceva: «La maggioranza legale è essa che deve governare, ma perché un Governo sia accettato dalla coscienza pubblica si richiede che la maggioranza legale sia insieme maggioranza reale nel Paese, altrimenti del sistema parlamentare c’è soltanto l’apparenza». E non è il migliore dei viatici possibili per un sistema democratico che sull’accettazione e la condivisione delle scelte deve basarsi.

Ecco perché io sono un inguaribile proporzionalista. Con un dubbio, però, datomi dalla mia natura cafona. Se il governo di una nazione è percepito come il risultato di accordi e numeri presi e formatisi al di sopra delle teste dei cittadini, in un certo qual modo è più facile tollerarne le decisioni anche quando non piacciano, per la semplice ragione che si può nutrire la speranza di un’alternativa nella considerazione della propria alterità. Se, al contrario, lo si legge come il frutto effettivo delle personali scelte, allora la faccenda si complica, e alla frustrazione di non vedersi riconosciuti e considerati dal sistema che sarebbe chiamato a rappresentarci si aggiunge la disperazione del sapersi artefici della propria esclusione.

Una condizione ai limiti dell’estraneità cantata nel Winterreise, ma molto meno romantica.

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Avevo capito che si fosse votato per delle coalizioni

Continuo a leggere di un incarico di governo ai cinquestelle perché primo partito. E non capisco: a me sembrava che si fosse votato per le coalizioni, e la prima fosse risultata quella del centrodestra, numeri parlamentari compresi.  Sento i vertici del Nazareno ripetere il mantra del «siamo stati votati per stare all’opposizione»; ma che significa? In un sistema parlamentare e con una legge proporzionale, si è votati per rappresentare qualcuno e provare a dar corso alle cose che si propongono, maggioranze e minoranze le si decidono sul da farsi, non a prescindere da questo.

E poi, di nuovo i numeri. E leggendo quelli, davvero la vedete così strana l’ipotesi di un incarico a uno del centrodestra che possa ottenere la “non sfiducia” del Pd? Siamo con margini stretti, certo, appena giusti per tentare la manovra e un governo così avrebbe sempre il fiato corto. Però, qualcuno si potrebbe aggiungere ai non sfiducianti dalle parti dei sempiterni “responsabili” di sinistra, qualche altro dai dissidenti pentastellati già espulsi, ché, insomma, di far finire presto la legislatura in pochi fra gli eletti hanno tanta voglia. Se ci pensate, andrebbe bene a molti, grillini compresi. Anzi, grillini per primi. Non sto dicendo che mi piacerebbe; sto pensando che sia, nel novero delle cose possibili, una delle probabili.

Un governo Di Maio, per nascere, avrebbe bisogno dei voti attivi del Pd. Per un governo “non-Salvini” (pure lui sa che, messa così la situazione, presidente del Consiglio è difficile che ci diventi, e tanto vale farsi scendere un moderato alla Tajani, fare la vittima e chiedere qualche ministero e sottosegretariato in più, magari di peso, mettere la felpa e fare un abbonamento dalla Gruber), ma comunque di quella parte che fino a prova contraria ha preso più voti delle altre, basterebbe il non esprimere un voto contrario.

Nell’ipotesi, sarei pure pronto a scommettere sulla scelta dei toni e dei temi per la retorica giustificazionista che metterebbero in campo vertici e militanti del partito del governo uscente. Una cosa del tipo «non possiamo non assumerci le nostre responsabilità nei confronti della nazione, il Paese rischia lo stallo, anche il Pci di Berlinguer nel ‘76», eccetera, eccetera, eccetera.

Inoltre, al Pd, dal suo segretario in procinto di dimissioni già annunciate al futuro leader in corso d’incensamento e passando per i tanti del #senzadime, di appoggiare un governo grillino non ne vogliono sentir parlare. E posso capirli, senza ironie: anni trascorsi a essere insultati non sono il miglior viatico per un accordo. Roba che verrebbe da rispondere a Di Maio: «sì, dai, facciamo un incontro in streaming nel quale tu ci spieghi il significato di “non impedire” e noi il senso implicito nel V-day».
No, ripeto, vedo più probabile l’altra soluzione, con il Pd disposto a far partire un governo del centrodestra, perché, di nuovo, hanno preso più voti degli altri, mancano a loro meno parlamentari e insieme, alcuni fra le relative parti, hanno già più volte governato. In fondo, anche se si vuol stare all’opposizione, come da Renzi in giù van dicendo dal minuto successivo alla chiusura dello spoglio, un governo serve. Al momento, quello che c’è, è guidato da uno del Pd; difficile essere all’opposizione di un esecutivo tuo in carica solo per gli affari correnti, diciamo.
In alternativa, il Pd può star fermo, cosa che in molti spiegano di voler fare, aspettare un accordo M5S-Lega per godere i frutti delle relative contraddizioni o, più realisticamente, lo stallo, con la prospettiva di nuove elezioni in autunno. E col rischio che siano a quel punto lette come il ballottaggio fra i due vincitori del turno elettorale appena trascorso, Di Maio e Salvini, appunto.
Cari amici dem, sicuri di essere voi quelli con i popcorn in mano?

Prevengo una domanda e un’obiezione allo stesso tempo: «tu che ne scrivi, cosa faresti?»: Io? E che c’entro io? Faccio ipotesi; le soluzioni le devono indicare quelli che possono pure dar corso a queste con degli atti. E quelli, gli atti, non competono a me. Ah, già: se io fossi al loro posto, dite? Beh, come dire, «se fossi stato al vostro posto…/ ma al vostro posto non ci sono stare».

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Quello che abbia senso sapere è da voi che l’ho appreso

Quello che abbia senso sapere è da voi che l’ho appreso,
in voi ho scoperto la gentilezza che non cede alle sorti.
E perdonatemi se più che chiederne altro non riesco 
a fare per riscattare le colpe di un genere che troppe,

infinite volte mi fa avvolgere fra strati di vergogna,
teli di scorno intessuti da criminali gesti, o solo atti
e parole arroganti, irragionevoli per durezza e toni. 
Intristisce l’uso a merce delle vostre figure, il divenire

loro simili a oggetti fra cose che vendono e comprano
uomini da tempo ormai stanchi per amare. Quasi
come si iscrivessero su di essi i segni di un potere

vecchio e solo maschile, quei corpi che danno forma
al vostro stare nel mondo diventano teatro di lotta.
E il chieder scusa nel dirvi grazie è il debito più lieve.

 

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Bene, grazie (e con la consapevolezza che non fa per me stargli più d’appresso)

«Poi ci farai sapere com’è stata la tua “prima volta”… lontana», mi chiedeva Enrica in un commento a un mio articolo di qualche giorno fa. E in effetti, da quando ho preso la mia prima tessera di un partito, ormai un quarto di secolo fa, non ho mai seguito una campagna elettorale da tanta distanza come mi è capito di fare in questa che si è chiusa domenica scorsa.

E com’è stato? Non saprei dire. Diverso, certamente, nuovo, ovvio. Irrimediabilmente triste. No, non io, che ho argomenti fondati per non sentirmi tale; parlo della situazione, almeno da come l’ho osservata io. In particolare per la mia parte politica, o meglio, per quella che sarebbe potuto esserla, visto che, in fondo, una non l’ho presa. Perché è lì che ho visto tanta gente che c’era stata negli anni delle sconfitte andare via progressivamente proprio nel momento della vittoria. Un abbandono che oggi ha consegnato una disfatta ancora peggiore. Quelli che generosamente e in silenzio erano arrivati al Pd e al centro sinistra quando tutto pareva perduto, che non chiedevano nulla e che nulla avrebbero potuto pensare di avere, che hanno contribuito a far classe dirigente persone che spesso erano state messe ai margini, ora non ci sono più. Anche perché quelle stesse rinnovate élites nulla hanno fatto per tenerle vicine. Anzi: «lasciateci lavorare», è stato il loro motto. E sono stati lasciati, appunto, da chi se n’è andato nello stesso silenzio in cui era arrivato. Ma c’è un di più in questa tristezza di scenario, se mi permettete l’abbrivio d’un passaggio sul personale, ed è la considerazione della mia inutilità sul piano della politica, almeno di quella delle istituzioni e dei partiti.

Vedete, ho sempre pensato che dovessi in qualche modo “impegnarmi” nelle vicende politiche, e che ciò non potesse che avvenire attraverso una partecipazione al loro svolgersi nei canoni e con gli strumenti precisamente istituzionali e di partito. Ecco, non ne sono più convinto. Non che quelle vie non esistano tuttora e siano funzionanti e piene di significato oggi. Al contrario, ci sono e quotidianamente spiegano la loro portata. È che non credo più siano la mia strada, quella che io possa o debba percorrere.

Se in venticinque anni non sono riuscito a contribuire realmente a qualcosa che sentissi anche mio, allora vorrà dire che quel modo non fa per me. Ce ne sono altri, altri ancora ce ne saranno. E guardate che non sto affatto sminuendo la mia persona o, peggio, fingendo modestia. Tutt’altro; sono così presuntuoso da citare un mio conterraneo per nascita fattomi amare da un mio concittadino per residenza, quando scriveva che «è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile».

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Han scelto il cambiamento che lì c’era. Che poi era quello che volevano

«L’Italia ha votato per ciò che nella scheda elettorale rappresentava il cambiamento, esattamente come alle Europee scorse. Non vuole né andare a destra, né a sinistra, cerca solo disperatamente di cambiare. Di cambiare il sistema e gli attori che lo governano. Ora sarebbe bello che i conservatori lasciassero libera la sinistra, che gli imperituri e imprescindibili si cercassero altre attività ricreative, o se proprio non riescono ad allontanarsi, scendessero dal carro e cominciassero a spingere». Quella del mio amico Alberto Spadafora è una delle migliori analisi del voto che in queste prime ore io abbia letto.

Ho ascoltato troppe letture irrispettose degli elettori; gli stessi che votano bene quando scelgono noi, di colpo diventano incapaci se preferiscono altri. Vedete, in queste elezioni, la mia parte – o quella che avrebbe potuto esserlo – ha perso. E gli elettori, evidentemente, hanno avuto ragione. Per quello che diceva il mio amico poco sopra: cercavano il cambiamento, e sulla scheda elettorale, un altro non l’hanno trovato. E forse, nemmeno lo cercavano, ma su questo punto ci torno alla fine. Il Pd ha poco da recriminare da altre parti che non siano casa sua: ha governato per cinque anni, aveva preso 11 milioni di voti appena quattro anni fa, oggi, cinque milioni di quegli elettori l’hanno lasciato. E non gli avevano chiesto nulla, anche perché molti di loro erano arrivati quando niente c’era che si potesse avere. Alla sua sinistra, gli errori sono gli stessi. Faccio un paio di esempi: come pensava Leu di potersi vestire di “cambiamento”, se nei posti di possibile elezione presentava gli stessi che già avevano avuto la fiducia altre volte, con i risultati che abbiamo avuto? I ragazzi di Potere al popolo ce l’hanno messa tutta, e sono stati bravi; però, carissimi, se da dieci anni non si riesce a passare per quella strada, qualcosa vorrà pur dire, non credete? Perché, a sinistra, non siamo riusciti a provare a cambiare con un po’ più di coraggio?

Di tempo per analizzare i dati ne avremo tutti tanto, e in luoghi sicuramente migliori e meglio deputati a farlo di quanto non lo sia questo spazio. Il tema sul tavolo della discussione, però, rimane: perché con quel voto, che per oltre la metà è andato a quelli che una facile narrativa iscrive complessivamente sotto la categoria dei «partiti populisti», gli elettori hanno voluto dire che delle forze politiche tradizionali e variamente di sinistra che in questi anni si sono rese protagoniste di differenti, e spesso contrastanti fra loro, stagioni di governo ne hanno abbastanza, che vogliono qualcosa di diverso, persino radicalmente nuovo. E che non vogliono vedere ancora le stesse facce negli stessi posti, ovvio.

Ma c’è altro, secondo me, ed è quello a cui accennavo poco sopra. Per carità, questo è solo un abbozzo di riflessione, certamente non esaustivo, eppure, a mio avviso, non troppo distante dai fatti che sono accaduti. Domenica, a votare, sono andati in tanti. Per rispettare il verdetto delle urne, come si dice in questi casi, va tenuta in debito conto l’ipotesi che il loro non sia stato un voto “per sottrazione”, dato per protesta o all’unico cambiamento che hanno trovato perché altri non gli erano stati proposti, perché un conto è non votare qualcosa per i suoi limiti e i suoi errori, le sue mancanze e ciò che ha dimenticato, dai poveri alle periferie, passando per il ceto medio, un altro è votare per il suoi contrario, per idee opposte, per chi propone soluzioni che vanno in tutt’altra direzione.

E in quella ipotesi, al contrario, c’è da supporre che essi abbiano, volutamente e democraticamente, scelto chi parlava di escludere gli ultimi chiudendo i confini a quanti arrivano spinti dalla disperazione, chi vomitava odio contro diritti civili appena accennati, chi tutto prometteva fuorché equità e progressività fiscale, ipotizzando pari tasse per i ricchi e per i poveri, chi, in sintesi, disegnava un mondo diseguale da garantire nel suo ordine con la forza della sicurezza e la durezza di parole d’ordine urlate in faccia ai più deboli.

Non sono sicuro che avrebbero votato altro. Anzi, sono propenso a pensare che abbiano scelto precisamente quello che volevano. Io vorrei una maggiore eguaglianza, uno Stato più inclusivo e accogliente, una società in cui nessuno debba subire torti per quello che è; ma io sono minoranza, da ieri con la consapevolezza di esserlo ancora di più, nello scenario che le elezioni hanno tracciato.

Quello in cui la sinistra non è divisa; non è ciò che vogliono quelli a cui vorrebbe parlare.

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Le parole che non ho sentito

Si è chiusa la campagna elettorale. Finalmente. In queste ore stanno ancora finendo di capire come sia andata davvero, poi verranno assegnati tutti i seggi, si definiranno al meglio le squadre, ci sarà da capire quale sarà il governo, come sarà composto e chi lo sosterrà, ma per fortuna è finita. Un rumore assordante, questo è stata. Si è parlato di tutto, ha parlato chiunque; ho ascoltato mille campane e cento opinioni. Eppure, quello che avrei voluto, non l’ho sentito.

Povertà, guerra, carestie: noi, che facciamo? Ancora prima, noi cosa diciamo? Perché ho sentito riversarsi torrenti di inutili parole in piena di sé stesse sui (e in molti, troppi, casi contro) chi queste cose è costretto a subirle, ma non una fra sulle cause, suoi responsabili. E su cosa fare per eliminare le une e nei confronti degli altri. Perché se c’è la guerra da cui scappano a milioni non è per disgrazia; è perché qualcuno la vuole fare. Se c’è la povertà e se le carestie colpiscono di più chi già ha di meno non è in virtù della cecità del destino; è perché qualcuno non vuole distribuire la ricchezza che esiste e viene prodotta, e qualcun altro, speculando, su queste stesse disuguaglianze si arricchisce. E allora, e di nuovo, noi che facciamo, cosa diciamo?

No, non sono «pensieri buonisti», come una certa retorica sempre attenta a non stancarsi troppo nel capire le cose che accadono facilmente archivierebbe. Sono le questioni con cui ogni giorno abbiamo a che fare. Solo che viverle e doversi confrontare con le loro conseguenze è la dimensione del quotidiano di tutti; individuarle e definirle per poterle, se non risolvere, almeno affrontare dovrebbe essere il compito della politica.

Quello da cui in questi mesi ho visto i politici abdicare.

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