Ma perché, vota qua?

Ospite della Luiss a Roma dove, insieme a Emma Marcegaglia, ha premiato gli studenti vincitori della seconda edizione della Rotman European Trading Competition, Sergio Marchionne ha parlato loro della necessaria moralità nell’economia e dei limiti oltre i quale il profitto deve fare i conti con la coscienza di ognuno. Limite che, evidentemente, il suo reddito pari a quello di qualche migliaio di dipendenti che dirige non raggiunge, altrimenti, qualche problema di coscienza dovrebbe averlo anche lui.

A parte questo, le parole dell’ad di Fca m’hanno stupito. No, non per il fatto che lui si sia schierato a favore della riforma di Renzi pur senza entrare nel merito della stessa, un po’ come fece l’allora sindaco di Firenze sul referendum a Mirafiori, senza approfondire il Wcm e le incompatibilità fra i suoi ritmi di produzione e i tempi di vita dei produttori, ma che il ricco manager si interessi alle questioni di quaggiù. Dopotutto, lui che risiede in Svizzera e che amministra un gruppo che, sotto la sua guida, ha spostato le sedi legale e fiscale in Olanda e Gran Bretagna, il tutto per pagare meno tasse e, di conseguenza, contribuire meno al benessere italiano, di cosa serva all’Italia se ne intende, giusto? Ecco, prima che ci consigli di spostare la capitale in Lussemburgo e la tesoreria di Stato nel Liechtenstein, però, vorrei poter diffidare dei suggerimenti di uno come lui.

Sinceramente, poi, sono anche sorpreso dal fatto che il buon principale in maglioncino voti qua. Insomma, avesse preso casa e residenza nella collina torinese e fatto di tutto perché la multinazionale che dirige rimanesse, con tutti gli annessi e connessi, là dov’era nata, uno se lo sarebbe aspettato. Ma così come sono andate le cose, sinceramente, è un po’ curioso.

D’altronde, come non capirli, lui e gli Agnelli ora Elkann: questo Paese, per decenni, gli ha fatto l’affronto di finanziare la loro industria e comprarne le produzioni, roba che nemmeno se i governi avessero imposto il protezionismo automobilistico per legge, perché avrebbero dovuto essergli riconoscenti?

Poi, è chiaro, danno consigli e si aspettano d’esser ascoltati; son pur sempre i padroni.

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La fine della filosofia. Ovvero, il racconto d’un dubbio (prima di comprare o demolire una baita a Todtnauberg)

C’è una foto di Lenin a Capri, dove i bolscevichi russi organizzarono nel 1908 una scuola di formazione, che lo ritrae, forse annoiato, data l’espressione, o teatralmente contraddetto dall’andamento della gara, mentre gioca a scacchi. A guardare la partita e ospite dell’incontro, arcigno nel suo baffo vistoso e con i capelli insubordinati, solamente Gorkij. All’altro capo del tavolino, a sfidarlo, Bogdanov.

Uno dei fondatori della corrente bolscevica che portò alla rivoluzione, prima nel 1905, fallendo, poi, facendosi partito, vittoriosa nel 1917. Anno in cui, però, Bogdanov non era più un bolscevico, espulso dallo stesso Lenin nel 1909 a Parigi per dissensi profondi sulla visione della classe che avrebbe dovuto guidare quella rivoluzione, che per il medico di Tula difficilmente avrebbero potuto essere gli operai, dato che il superamento del capitalismo, a suo giudizio, sarebbe potuto avvenire solo ponendo le basi per una società della conoscenza, da favorire attraverso la creazione e la diffusione di una nuova cultura, altrimenti l’azione rivoluzionaria non avrebbe potuto che condurre alla presa del potere da parte di una élite di tecnocrati.

Ma l’autore de La stella rossa diceva pure altro: per lui, come ricorda Paul Mason in Postcapitalismo (p. 259), «il lavoro intellettuale avrebbe sostituito quello manuale, e tutte le occupazioni sarebbero diventate tecnologiche. A quel punto, la nostra comprensione del mondo sarebbe dovuta andare oltre il metodo dialettico che Marx aveva ereditato dalla filosofia. La scienza avrebbe sostituito la filosofia, prediceva Bogdanov, e saremmo arrivati a vedere la realtà come una connessione fra “reti d’esperienza”. Le diverse scienze sarebbero diventate parte di una “scienza universale dell’organizzazione”, lo studio dei sistemi».

Bene, così su due piedi, qual è l’ultimo vero filosofo che vi viene in mente? Non credo di sbagliare se provo a suggerirvi la risposta: più o meno, qualcuno nato e operante prima della Seconda Guerra Mondiale, o comunque a cavallo di essa. E poi? Se n’è avuto qualcuno dopo, di filosofi puri ed esclusivamente tali, intendo? Lo so, sembra una forzatura, però pensateci: con tutte le eccezioni che riusciremmo a trovare e che in una storia della materia non si esiterebbe ad archiviare quali “minori”, dopo abbiamo avuto semiologi, epistemologi, sociologi, eccetera, eccetera, eccetera, e alcuni fra essi erano anche filosofi. Ma “anche”, appunto, non esclusivamente tali.

Sembra quasi che di quella sciagurata e drammatica definizione heideggeriana, Selbstvernichtung, a rendersi protagonista sia stata la filosofia medesima. L’autore di Sein und Zeit, in effetti, un po’ l’aveva pure detto, quando spiegava come fu la stessa metafisica, figlia della filosofia, a fornire i presupposti per la razionalità vuota e il pensiero calcolante, che se lui vedeva come il compimento logico di un mondo incapace di un vero Dasein (e però quanto sbagliava sull’attribuzione delle responsabilità), oggi che lo sradicamento è il metro dell’uomo nel mondo globalizzato e che l’algoritmo ne è divenuto oracolo, guida e divinità, il fantasma dal vecchio professore di Friburgo evocato fantasma, la sua Seinfrage, sprofonda nell’abisso dell’inutilità, come l’intera filosofia, vano sforzo di lentezza e profondità nell’era in cui serve esser leggeri per correre velocemente di superficie in superficie.

Finisce la filosofia, forse, pure perché è la medesima Europa a perdere la sua centralità proprio in concomitanza di quel conflitto pur da essa stessa avviato. Un’umanità che si muove su altre coordinate ha altre coordinate su cui far muovere i propri pensieri, e la parentesi aperta da Talete si chiude con il tramonto dell’europeo (ché quello americano è altro) Occidente, che in tedesco suona già non come luogo, ma come momento della storia, Abendlandes, il paese, la terra della sera.

Adesso, per fortuna o purtroppo, il giorno è nuovo e, purtroppo o per fortuna, ha altri modi per camminarvici all’interno e per cercare e trovare il corretto orientamento. E a chi vuole ancora cimentarsi con i ricordi di quello che è stato e la forza di strumenti del pensiero che ormai più nessuno ha voglia di stare a sentire e imparare, non pare rimasta altra strada che comprare o demolire una (dannata) vecchia baita a Todtnauberg.

 

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Non saprei se poco o tanto; necessario

Quanti saranno alla fine? Troppi, già ora. Anzi, troppi anche se nella notte del 24 agosto la terra dell’Italia centrale non avesse deciso di muoversi, scrollandosi involontariamente di dosso i borghi arroccati sui suoi rilievi, spazzando via case, cose, vite, per le tante altre volte in cui è già successo. La conta dei morti è un triste rituale in queste situazioni, eppure ineludibile. La commozione che spinge all’aiuto e alla donazione, pur mai sufficiente a ristorare di quanto perso, è stata immediata. La rete dei soccorsi, rapida e generosa, è come sempre encomiabile; è il momento di stare accanto a chi la guida e la dirige, le polemiche sono sterili, se non direttamente dannose, oltre che pessime. Poi ci sarà da far ripartire la vita quotidiana nei luoghi colpiti e ancora la ricostruzione, indispensabili. Il problema è che tutte queste, nella loro differente natura e sostanza, arrivano dopo, e a noi sarebbe necessario qualcosa che arrivasse prima.

Prevedere i terremoti è impossibile; non avremo mai uno strumento, un software o un algoritmo in grado di darci la possibilità di svegliare un paese nella notte e far uscire in strada gli abitanti prima che le scosse arrivino. Però sappiamo che arriveranno e dove; ce lo dice la storia e ce lo insegna la scienza. Per i prossimi eventi, che facciamo? Lasciamo che i fatti accadano di nuovo? O pensiamo a mettere in sicurezza i posti in cui, non sappiamo quando e con che forza, ma di sicuro accadranno? Quanto costerebbe riqualificare il patrimonio edilizio italiano, minacciato tutto dallo stesso suolo che occupa, al fine di evitarne il più possibile il crollo è un calcolo che non so fare e non so nemmeno se qualcuno abbia mai provato a immaginare. Ma sarebbe, meglio, è una spesa necessaria. E non più rinviabile.

Forse perché il mio primo ricordo chiaramente identificabile dell’infanzia è legato al tremare di una stanza, in quella maledetta sera del 23 novembre del 1980, ma quando sento di un sisma non posso evitare di cercare il modo, non sempre trovandolo, di dare un contributo. Mi chiedo: perché non è possibile immaginare di destinare, ogni anno e fino alla fine del lavoro, l’uno per cento della spesa pubblica — circa 830 miliardi di euro nel 2015 — per il miglioramento della tenuta dei nostri edifici? Togliendoli a migliaia di interventi inutili almeno quanto dispendiosi, dai buchi nelle montagne fondamentali solo per chi li fa, alle macchine per uccidere dall’aria, dal mare o da terra e fino alle manifestazioni tutte lustrini e cerimonie d’inaugurazione, credo che si possano trovare senza grosse difficoltà.

E se così non fosse, se quegli sforzi non dovessero bastare (dopo aver avuto cura di sottrarre i fondi necessari alla loro realizzazione al novero dei calcoli per il rispetto di una stabilità tracciata sulle coordinate di alienati matematici finanziari), potremo sempre rinunciare a qualche comodità o aspirazione; quando hai una crepa nel muro di casa, non ti compri una nuova giacca solo perché quella che hai è un po’ lisa o non più alla moda.

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Le idee: ci fossero, si potrebbero discutere

«Avendo dimenticato che la tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali nel terreno delle ideologie non è di carattere psicologico o moralistico, ma ha un carattere organico gnoseologico, si è creata la forma mentis di considerare la politica e quindi la storia come un continuo marché de dupes, un gioco di illusionismi e di prestidigitazione. L’attività “critica” si è ridotta a svelare trucchi, a suscitare scandali, a fare i conti in tasca agli uomini rappresentativi». (Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, XIII, § 18).

La pochezza dei tempi che stiamo vivendo era già tutta descritta in quelle parole del grande sardo. Oggi, però, a quel fenomeno che Gramsci aveva intuito e così bene descritto se ne aggiunge un altro: il fatto che quel metodo semplicistico d’analisi trovi sostegno e vigore in una effettiva vacuità di quegli uomini rappresentativi, che provano a riempirla con i trucchi, gli scandali e quei quattro soldi in tasca. Insomma, anche se sul punto la visione del cofondatore del Pci era già abbastanza negativa, i tempi che stiamo vivendo l’han di gran lunga superata.

Ecco perché in tanti s’avventano sulle notizie di malcostumi e s’indignano, e su ciò s’innesta una pseudo battaglia politica, dinnanzi agli (invero spropositati, è una verità rimane oggettiva) emolumenti che percepiscono i parlamentari, come i dirigenti pubblici nei più svariati ambiti e ruoli o quelli di fondazioni bancarie create sul risparmio dei cittadini.

“Giudicate i politici per le idee, non sullo stato dei loro conti correnti”, si sente dire dai difensori della linearità del sistema rappresentativo. Come se fosse facile. Su cosa diavolo dovrebbe giudicare l’ipotetico commentatore nella gara a chi fa peggio, fatta di accuse circa i probabili finanziamenti ai partiti e stigmatizzazioni sugli ipotetici rimborsi di benzina e pedaggi autostradali? Giudicare un’idea; “a trovarla!”, dovremmo aggiungere.

Il tenore del confronto politico è stato portato a livello dei dibattiti pomeridiani nelle tv un tanto al chilo, in cui si gareggia a chi la spara più grossa con la voce più alta: perché stupirsi che in quello non si cerchi più il dato di differenziazione sostanziale, ma semplicemente la nota di colore che rende simpatico il siparietto altrimenti triste come quei quiz in cui i concorrenti sarebbero in grado di confondere il re di Franchi con il formaggio della Val Grana?

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Cinquanta profughi spiegano il mondo dei ricchi benpensanti

C’è una scena del film di Coline Serrau, La Crisi, che sembra girata proprio per spiegare quello che sta accadendo a Capalbio in questi giorni. In un salotto alto-borghese, un senza fissa dimora, Michou, illustra la sua Weltanschauung. In sintesi, dice ai ricchi che ha di fronte che sì, lui è razzista, non parla né pensa bene come loro. Non capisce quello che loro intendano per accoglienza e diritti universali, ma sa che ci sono posti della Terra dove si sta malissimo, e che chi vive lì vuole andare dove si sta un po’ meno male, e allora viene nel suo Paese, e ci si deve stringere per fargli posto. Solo che, a stringersi, non sono quelli che vivono in centro, ma quelli come lui che sopravvivono nelle periferie, e che dovrebbero fare spazio rendendosi più difficile l’accedere al poco che intravedono con il sorriso, altrimenti, quelli dei quartieri agiati li accusano d’essere immorali.

Ecco, nella gemma tirrenica degli intellettuali e della bella società, molto spesso di sinistra e con idee progressiste, sta succedendo una cosa che dà ragione a Michou. La sintesi perfetta la fa il sindaco della cittadina toscana, Luigi Bellumori. Dal Corriere della Sera di sabato 13 agosto: «Cinquanta profughi abiteranno nel centro di Capalbio. A settembre, forse prima, arriveranno in un comprensorio del borgo medievale dalla torre merlata, adottato dalla sinistra radical chic, tutta cuoio, giacche da caccia, pianelle e politically correct che storce il naso alle sparate anti-immigrati. […] E così il capoluogo dell’estate vip si indigna, sospetta un “dispetto” e si prepara, il 25 agosto, alla vigilia del Premio Capalbio, a protestare contro “la scelta assurda”. Sindaco, ma lei non era del Pd? “Sono del Pd, diamine. Bisogna accogliere, per carità. Ma queste so’ vil-le. E di gran lusso. Con giardino. Finemente arredate. Nel centro storico. Per un cittadino di Capalbio ho 31,28 euro l’anno da destinare allo stato sociale. A un poveraccio sfrattato non posso pagargli una stanza. E per queste persone, dallo status da accertare, se ne spenderanno 33,50 al giorno. Il problema è la concentrazione nell’area più residenziale della perla della Maremma che, come Capri e Portofino, attrae turismo culturale. In 19mila ettari bisognava metterli proprio là?”».

Cosa c’è di diverso in queste parole rispetto al senso di quanto si sente dire ai comizi di un Salvini qualsiasi? Il tono non è evidentemente lo stesso, non si minaccia ruspe e pulizie, magari non aveva indosso una felpa (peraltro difficile da immaginare ad agosto sul litorale maremmano), ma il senso, quello sì, è praticamente identico. Aiutiamoli da un’altra parte, danneggiano il territorio, si spende più per loro che per i nostri, eccetera, eccetera, eccetera.

E gli intellettuali, i ricchi frequentatori di quel magnifico borgo, l’élite culturale, politica e dirigenziale che ha eletto Capalbio a residenza estiva privilegiata? Ne ho sentiti pochi, ma da nessuno ho ascoltato quelle alte ed eleganti parole che spesso elargiscono a beneficio del mondo intero quando si tratta di sistemare profughi o migranti in una struttura, spesso fatiscente, riadattata e posta ai margini di qualche periferia: bisogna accoglierli, perché è immorale pensare che non si possa trovare posto per loro.

Soprattutto là dove vivono i ricchi, verrebbe da aggiungere.

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I costumi non si decidono per legge

L’idea per cui la legge, nelle sue facoltà positive, sia in grado di cambiare costumi e culture è un limite che l’Illuminismo ci ha lasciato, e non poteva non esser in Francia lo strascico maggiore di questa visione. Semmai, al contrario, è la legge che si adegua e cerca di “normare” comportamenti e situazioni esistenti, senza eccezione alcuna per le pratiche e le disposizioni delle differenti religioni, cercando, quando esse sono in disaccordo con i comportamenti più accettati o praticati, di attenuarne portato e potenza. Sul divieto di indossare il burkini in spiaggia, di conseguenza, sono abbastanza dubbioso, per non dire apertamente contrario.

Chiariamoci: a me i veli non piacciono, ma se qualcuna o qualcuno vuole portarli, affari suoi. Ancor meno mi piacciono quelli imposti, da una cultura o da una persona, come non mi piacevano gli scialli scuri ripiegati sul capo delle donne delle mie parti, delle quali, anche vicine, non ho mai saputo lunghezza e colore dei capelli. Però, pure qui, non sarà, come non fu nelle nostre campagne, una legge a toglierli. Anzi, quella potrebbe peggiorare la situazione. Cosa credete infatti che accadrà alle donne a cui qualche governo in crisi di consensi o qualche forza politica alla ricerca di voti vorrebbe proibire il burkini? Pensate che si riveleranno libere emule di Brigitte Bardot e Ursula Andress, o più semplicemente si terranno, per scelta o imposizione, lontane da lettini e ombrelloni? E in quel caso, la vostra stanca e normalizzata emancipazione avrà fatto un passo avanti o uno indietro?

La legge sulla via della parità deve garantire condizioni paritarie, appunto, non imporre in un senso o nell’altro. Perché, alla fine, in un senso o nell’altro, allungando o accorciandone le vesti per decreto, è sempre sul corpo delle donne che si sta giocando quella battaglia, e a me non piace. Obbligarle a coprirsi fino a farne dei fantasmi o volerle nude per vendere, col desiderio sessuale, quella carne e qualsiasi merce ci venga in mente, dallo yogurt al silicone, sono vizi della medesima cultura maschilista. Che in questa, chi la pratica, fa a gara a chi ce l’ha più corto, lo sguardo, velando la propria donna perché non la guardi con voluttà un altro uomo, come se lei non potesse guardare con identico sentimento un corpo, maschile o femminile, già scoperto, o portando gli occhi lussuriosi sulla pelle di quelle che considera funzionali al suo piacere, quasi a dimenticare che è lui l’unico anello debole, e perfettamente funzionale, del meccanismo che lo costringere a desiderare ciò che altri desiderano che faccia.

E quindi, sto dicendo che mi vanno bene le cose così come sono? Nient’affatto. Ma è attraverso la promozione di una cultura diversa che si arriva all’emancipazione. Ci vogliono scuole e insegnamenti, capacità di confronto e tempi lunghi per raggiungere risultati duraturi in quei campi. La logica semplificata per cui, fatta la legge, raggiunto lo scopo è una banalizzazione che lascio volentieri ad altri perseguire.

Ah, quasi dimenticavo. Quanto poi ai valori di rispetto dell’altro e integrazione dei quali la Francia di cui discutiamo si fa da tempo portatrice e paladina, come se nessun altro nel mondo fosse capace di altrettanta apertura mentale e disposizione al dialogo, credo che siano gli stessi che quotidianamente vengono messi in pratica verso chi chiede aiuto alle sue frontiere.

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Se non altro, erano meno ipocriti

Mentre scrivo, ho negli occhi le immagini di Milwaukee, nel Wisconsin, e della protesta degenerata in scontri dopo l’uccisione di un afroamericano, l’ennesimo, da parte della polizia. Poco importa che il ragazzo fosse armato e avesse rivolto la sua arma conto l’agente, di colore anch’egli: un uomo in divisa ha sparato, un uomo nero è morto. Tanto basta a una parte esasperata della popolazione per non voler sentir più ragioni, per non voler più ragionare.

Milwaukee, ma poteva essere Baltimora o Ferguson, per citare due soli casi di rivolte simili, vive quello che vivono troppe, tutte le città e le periferia di un’America povera o impoverita. La popolazione di colore e altre etnie “non bianche” soffrono e pagano maggiormente questa situazione. Dicono che il razzismo non c’entri; può essere. Intanto, a dispetto dell’essere minoranza, sono neri la maggior parte dei poveri, neri la maggior parte degli emarginati, neri la maggior parte dei detenuti; anzi, per qualcuno sono proprio “negri”. Bianchi, e integrati, e influenti, e benestanti, sono invece i volti dei potenti e quelli della politica, come i due candidati alla Casa Bianca, Hillary Clinton e Donald Trump.

La corsa per la presidenza degli Stati Uniti è il simbolo della democrazia in Occidente, nel “mondo libero”, si sarebbe detto qualche decennio fa. A quella competizione partecipano due persone che, per censo e per reddito, fanno entrambe parte dello 0,1% degli americani più facoltosi. Sia l’una che l’altro si rivolgono agli elettori col piglio di chi può capire i loro problemi e mentre la prima ha fatto soldi con la politica, il secondo grazie ai politici. In tutto questo, quanti protestavano a Milwaukee, Baltimora o Ferguson, o gli altri che quelle elezioni non le vivono nel proprio Paese, ma è come se così fosse, dato che la tv globalizzata ce ne racconta tutta la campagna elettorale, Stato per Stato, e che però soffrono situazioni di marginalità non diverse da quelle dei neri statunitensi, dovrebbero immedesimarsi nel meccanismo e credere che quello democratico sia il modello giusto per le loro esigenze e necessità.

Ho provato, per mia fortuna solo come esercizio intellettuale, a immedesimarmi al contrario in una persona in difficoltà che vive sulla sua pelle il disagio per una società che non lo comprende: perché dovrei guardare al sistema politico che gira intorno a figure come quello e ritenerlo anche mio? Quello, mi son detto, è affare per ricchi, io che c’entro? Davvero da lì, ho pensato, da chi gira in un aereo col suo nome sulla fusoliera o da chi viene finanziata con milioni di dollari da altri miliardari, possono venire risposte per quelli come me?

L’immedesimazione in chi a stento arriva alla fine del mese e quando guarda una divisa teme sempre qualcosa, perché da quel lato mai arrivano notizie buone, per me che giro con i miei precari milleduecento euro al mese non è stata agevole: immagino che per quelli che contano i loro redditi a milioni, come la Clinton, o a miliardi, se non è un bluff pure quello in Trump, possa essere più agevole, almeno a sentirne i toni.

Rimane un dato: agli occhi di conta due volte gli spiccioli in tasca sperando siano di più di quel che ha pensato, questa democrazia, di cui gli Usa da tempo sono modello in questa parte del globo, è roba per i ricchi o per gli amici dei ricchi. Cosa che non è una novità, ovvio. Era così pure prima che questo modello di governo s’imponesse come unico e migliore. Ma almeno, c’era meno ipocrisia.

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Preferendo non tifare

«Tu, mi pare di capire, voterai “no” e tifi perché questo tentativo di riforma della Costituzione fallisca, non è vero?». Così un amico, incontrato sul far del tramonto nella strada centrale cittadina. «Non esattamente: voterò “no”, certo, ma non tifo affatto perché il “sì” perda», rispondo. «Ovvio, tu sei di quelli che “la politica non è tifo”, giusto?», rimbrotta col sorriso. «Quando mai; è solo che davvero non tifo per la vostra sconfitta referendaria. Anzi, un po’ sono tentato dal vederla realizzata e applicata a Italicum vigente», dico con lo stesso sorriso. «Come no, e poi?», fa lui quasi ridendo. «Hai presente Torino?», e a queste mie parole si rabbuia. «Beh», replica, «ma la legge elettorale va cambiata». E stavolta a ridere sono io.

Davvero, voterò convintamente “no” al referendum sulla riforma Renzi-Boschi. Però di desiderare con tutte le forze che ho perché i “sì” perdano non è nelle mie corde. E non so nemmeno se ne ho voglia. Come un Bartleby capitato per caso davanti a una scheda elettorale, farò stancamente quel che devo, ma potrei risponde «avrei preferenza di no» a chi dovesse chiedere impegno immane per respingere quelle leggi. Le giudico potenzialmente pericolose? Sì, soprattutto in combinato disposto fra di loro, cosa che ci sarà, se dovesse passare la nuova Costituzione ed essendo già in vigore il nuovo sistema elettorale, con ballottaggio, super premio di lista e nessuna coalizione, così come l’hanno voluto, valutato e votato. Ma è quello che la maggioranza chiede, nei modi in cui è stato realizzato, con tanto di “canguri”, “ghigliottine” e “questioni di fiducia”; come impedire che l’abbia? O che a vincere al prossimo giro sia un’altra maggioranza, di questi strumenti dotata? E che voglia cambiarli ancora, con le identiche maniere indisponibili al dialogo con cui son stati conseguiti?

Perché una maggioranza eletta con un sistema giudicato non costituzionale dalla Consulta ha voluto cambiare da sola, nella teatralità di un’aula svuotata dalle minoranze, la Carta in base a cui non era pienamente adeguata piuttosto che essa stessa per legittimarsi politicamente all’ambito compito. E allora, la prossima potrà disporre di un’altrettanta libertà e l’accresciuta forza datale da queste riforme e, facendo proprie le parole di Shylock, seguire l’esempio dei predecessori, magari superandoli in chiusura al dialogo e tensione “governamentale”, se Foucault m’è concesso.

A rassicurarmi che un’eventuale vittoria elettorale di quelli che vengono oggi definiti quasi quali potenziali pericoli non costituirà un reale problema sono gli stessi che li avversano: se loro hanno definito il sistema che verrà, e se la loro perizia era grande almeno quanto la voglia di fare, che problema potrebbe mai esserci?

Il mio amico ritiene che l’Italicum vada cambiato; io non credo, però, che la classe politica attuale, soprattutto la sua parte di governo, possa essere così cialtrona da modificare una legge elettorale che tutto il mondo doveva copiarci, a sentir gli artefici, e che, entrata in vigore da un mese e mezzo, non si è nemmeno avuto modo di testare. Anche perché, le due cose si tengono assieme. I costituenti del dopoguerra, pur non avendo l’acume e la statura degli attuali, pensarono a un assetto in cui il Parlamento era centrale per garantire la rappresentatività politica e istituzionale del Paese prima che l’esecutivo tenuto a guidarlo e di conseguenza, recependo in legge il metodo che aveva permesso la composizione di quell’assemblea, pensarono a un sistema elettorale proporzionale che dello stesso Paese rispettasse gli equilibri e le forze. Non posso non immaginare che le mani che hanno scritto la riforma della Costituzione ora non l’abbiano fatto pensando alla norma che stabilisce l’elezione dei parlamentari che a questa dovranno dare corso e viceversa, essendo le stesse e non potendo difettare di visione organica e funzionale.

Jon Elster riteneva che una costituzione fosse «quella cosa che ci si dà quando si è sobri per poterla utilizzare nel momento in cui si è ubriachi», secondo la strategia per cui è il sé lucido che vincola il possibile sé alterato e simile, in ciò, a Ulisse che detta la rotta per la navigazione, tappa le orecchie ai suoi marinai e si fa legare all’albero della nave prima che il canto delle sirene – in questo caso potremmo dire “il fascino del potere” – lo inebri e lo rapisca. Vista l’assoluta ed evidente sobrietà dei nostri “riformatori”, soprattutto nei toni che avvisano di immense sciagure se dovessero perdere e magnifiche sorti e progressive in caso contrario, di cosa dovremmo aver timore?

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I campioni del volere della maggioranza

A chi protestava contro l’inaudita sostituzione di alcuni componenti dalla commissione parlamentare chiamata a discutere sulla sua riforma della Costituzione, Matteo Renzi dalla propria pagina Facebook spiegava che «questo è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici del rispetto della maggioranza: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non quella in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze».

Se è così, se quella di cui parlava il presidente del Consiglio nell’aprile dello scorso anno, e in quei termini, è la democrazia, allora sono pienamente democratici anche Vladimir Vladimirovič Putin e Recep Tayyip Erdoğan, così curiosamente seduti uno accanto all’altro sulle prime pagine dei quotidiani di oggi. Pure loro, infatti, vogliono un sistema che approvi le leggi volute dalla maggioranza e nel quale alle minoranze non sia concesso di “bloccare”, o semplicemente limitare e modificare, l’azione di governo di chi ha vinto le elezioni. In cosa sarebbe diverso, quindi, il loro dirsi “democratici” da quello di tutti gli altri?

Bene, a mio giudizio, la questione è il frutto di un fraintendimento originario. Se la democrazia è intesa come quella cosa in cui conta solo il pensiero della maggioranza, che ritiene un attentato alle sue prerogative ogni tentativo di discussione, allora la democrazia è perfettamente inutile. Se non tende a tener conto della rappresentanza di chi è minoranza, non serve. Se evita di caricare su di sé la pluralità delle visioni, delle opinioni e dei punti di vista, ma si limita a imporre quello di chiunque abbia maggior potere o numeri, che a questo punto si equivalgono, tanto valeva tenerci la “legge del più forte”.

Perché se quel regime che si voleva partecipato e inclusivo si limita a essere il terreno privilegiato per la garanzia del dominio della maggioranza esclusivamente titolata alla gestione della cosa pubblica, ecco che esso diventa la traduzione in voti della più primitiva delle regole sociali: chi vince, comanda. E anche Putin ed Erdoğan, appunto, hanno vinto, ergo, comandano, senza impedimenti da parte di chi ha perso ed è, pertanto, condannato a rimanere ai margini del potere e della sua gestione.

Però, questo ragionamento, come dicevo, nasce da un malinteso. Non ha senso, in democrazia, pensare a un potere assoluto (ab solutus, slegato), libero da qualsiasi intromissione, nemmeno, e forse soprattutto, quand’è quello della maggioranza. In essa, al contrario, si presuppone che il potere non sia esercizio esclusivo di una sola parte, per quanto supportata dal consenso, ma gestione inclusiva del governo e confronto continuo col possibile dissenso. Capisco che sia faticoso, fiaccante e lento, come è chiaro che un governo senza impedimenti sarebbe più efficiente, probabilmente di maggiore efficacia e garantirebbe rapidità, e magari, addirittura, i treni in orario. Ma la democrazia è un’altra cosa, in cui chi governa non esercita il potere, bensì lo gestisce tenendo conto di una serie di meccanismi di controllo e bilanciamento, che servono proprio a impedire che quel potere diventi eccessivo (è il più volte citato ruolo dei check and balance che nelle democrazie moderne traducono in istituzioni le dinamiche di divisione dei poteri teorizzate da Montesquieu ne Lo spirito delle leggi).

The winner take it all può andar bene come titolo per una canzone degli Abba, non certo come spiegazione della democrazia, a meno di non pensare a una forma arcaica di questo modello di governo degli uomini, direi “ateniese”, che non di rado riservava ὄστρακον d’infamia e cicuta da bere a quanti rivendicavano il diritto a sostener ragioni non contemplate fra le convinzioni dei molti, o quella “post-moderna”, se siete appassionati del genere, messa in atto dai presidenti di Russia e Turchia.

Ho iniziato dal nostro per arrivare ai loro non perché ritenga l’uno e gli altri governanti della stessa qualità, ma perché, nella stessa deriva logica, la strada che separa il ritenere «non solo normale ma addirittura necessario» sostituire in un organo parlamentare i componenti del partito di governo che non si adeguano al volere della maggioranza dalla “sostituzione” di tutte le minoranze che non si conformano non è poi tanto lunga, e non è detto che qualcuno, non chi c’è ma chi potrebbe arrivare, non sia in grado di percorrerla.

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Marcinelle: il dovere di far vivo quel ricordo

Questa mattina c’era il presidente del Senato Pietro Grasso, la seconda carica dello Stato. E a Marcinelle, l’ex pm antimafia ha saputo trovare le parole giuste per il ricordo: «Il ricordo di come eravamo», ha detto, «ci fa solidarizzare con i migranti di oggi». Peccato che non sia vero; perché non solidarizziamo con i migranti di oggi e perché non vogliamo ricordare come eravamo. Anzi, non volevamo saperlo nemmeno allora, sessant’anni fa.

Non c’era nessun rappresentante della Repubblica Italiana in quell’estate del 1956. Meglio, ce n’erano a centinaia, e molti sotto la terra del Bois du Cazier, a Charleroi, esplosa di rabbia alle 8 e 20 dell’8 agosto. E non c’erano le istituzioni italiane perché quegli uomini li avevano scambiati con delle merci. «Sapete perché finirono lì sotto i nostri compagni?», chiede ricordando un minatore abruzzese. «Perché la nostra vita valeva meno del carbone», risponde egli stesso allo sguardo impietrito dell’interlocutore. Lui sa, l’ha sempre saputo, che furono solo il prezzo pagato dal Paese per far parte della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, non avendone in patria né dell’uno, né dell’altro.

Ecco perché ha ragione Grasso, nei migranti di questo secolo ci sono i nostri volti del passato, respinti da casa da incubi che han sempre lo stesso nome, fame, miseria, disperazione, e scambiati in giro per il mondo a fronte di qualche barile di petrolio, tonnellata di “terra rara”, gemma preziosa o legno pregiato. In più, ad essi si aggiunge lo smacco di dover lasciare i luoghi che quelle stesse ricchezze producono, ma la storia, si sa, è sempre prodiga di simili paradossi.

«Partite per far grande l’Italia», era stato detto a quei nostri nonni da chi guidava il Paese allora, ma trovarono ad attenderli selezioni umilianti, baracche dei tempi della guerra usate per i prigionieri e lo stesso disprezzo che già avevano conosciuto a ogni passo e che adesso, immemori nipoti, riversano sugli ultimi, credendo che il loro precederli sia attestazione di primato. Furono venduti allora, e tanti non vollero più tornare, dimenticando una lingua che li aveva cacciati e cercando di dimenticare una patria che li aveva rinnegati.

Ci sono i loro occhi in quelli che sbarcano a Pozzallo, che s’ammassano a Ventimiglia o che dormono a Como. Se con i nostri non possiamo ormai far nulla per chi è andato, se non piangerne il ricordo, non chiudiamoli verso chi è vittima degli stessi drammi in modi non sostanzialmente diversi.

È la memoria della mia schiatta migrante a impormelo, ed è un dovere a cui non voglio sottrarmi.

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