E di conseguenza?

Pier Luigi Bersani è l’incarnazione dell’idea politica che mi convinse più di altre ad aderire, nel 2010, al Partito democratico. La compostezza del ragionamento, l’umiltà del discorso, la definizione delle idee. Tutto quello che oggi in quel partito non vedo più, e anche per questo, circa un anno e mezzo fa, ne sono uscito, nel momento in cui esso raggiungeva il massimo del suo splendore numerico e del suo potere di governo, smarrendo però, a mio avviso, le ragioni della sua azione.

Questa breve premessa non è per parlare delle mie decisioni, che non interessano a nessuno, ma per chiarire che nel giudizio che sto per esporre non sono mosso da nessun pre-giudizio negativo, anzi, se mai sono coinvolto da un apprezzamento aprioristico. Quando, nei giorni scorsi, ho letto le parole di Bersani consegnate a Goffredo De Marchis per la Repubblica del 14 settembre scorso, purtroppo, mi sono accasciato sconfortato sulla sedia. Dice l’ex segretario del Pd: «Io e Renzi abbiamo due idee opposte della democrazia». All’anima della pluralità di visioni nell’unità dell’azione! Qui siamo all’incomponibile distanza sui princìpi di fondo del sistema. Bersani, che è uomo colto e sa usare le parole, non ha detto «diverse», «differenti», che già sarebbe stato problematico, ma «opposte». E come si fa a sostenere un partito guidato da uno di cui non si condivide, meglio, si avversa l’idea di democrazia? Come se ne può sostenere il Governo? Come se ne può garantire col proprio voto e con il personale impegno la permanenza alla guida del Paese?

Perché vedi, caro Pier Luigi, io stesso mi sono accorto di avere un’idea opposta di democrazia rispetto a Renzi. Per lui, infatti, essa è semplicemente la condizione in cui la maggioranza decide e la minoranza tace e si fa da parte, altrimenti è “gufa” e va asfaltata. Per me, al contrario, questa vive proprio nel rapporto costante e continuo fra assenso e dissenso, nel conflitto tra visioni differenti, nel faticoso quanto ineludibile farsi carico della rappresentanza delle diversità, non nella ricerca di quel “più uno” che dà diritto a immaginare il mondo omogeneo e semplificato.

Ed ecco perché, quando ho visto e constatato che tutti voi la pensavate come lui, altrimenti non lo avreste acclamato e sospinto, nel partito e al governo, con simile forza e tali percentuali, ho tratto le conseguenze di quel ragionamento e, magari velleitariamente, forse senza alcuna speranza, di sicuro non seguendo nessun mio interesse, ho salutato e sono andato via. Perché, caro Pier Luigi, e so che non devo spiegarlo a te, “l’idea di democrazia” non è una variabile fra le altre che compongono il complesso delle sfaccettature di un soggetto politico, ma è fra le ragioni prime dell’impegno da una parte piuttosto che da un’altra.

Se sono opposte, come possono convivere?

90 Visite totali, 90 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

No, nessuno sbaglio: il mondo lo vediamo proprio così

La polemica sul secondo atto della campagna promozionale del fertility day pensato dalla ministra per la Salute Beatrice Lorenzin è doverosa almeno quanto sarà inutile. Doverosa, perché quel manifesto che associa i comportamenti corretti e sani ai bianchi e biondi e quelli errati ai neri e ricci è intollerabilmente razzista, e la questione non può essere taciuta o ignorata. Inutile, perché, dopo la polemica, non cambierà nulla e non cambieremo noi.

Noi italiani, dico. Ci è sempre piaciuto autorappresentarci come “brava gente”, ma non siamo diversi da altri popoli che spesso abbiamo accusato di quella macchia della divisione per razze del mondo. Anzi, per alcuni aspetti siamo pure peggio. Non abbiamo mai fatto fin in fondo i conti con i nostri limiti in quel senso anche perché siamo vissuti per molto tempo in una società “monotona”, dal punto di vista della pelle. Questo non vuol dire che non abbiamo avuto contaminazioni, ovviamente, ma che queste si sono allungate nella storia e nella geografia della nazione, tanto da formare ceppi sostanzialmente omogenei. Però razzisti lo siamo sempre stati, e lo siamo ancora.

Bastò il semplice confronto fra due “Italie” cresciute lontane fra loro a generare diffidenza e chiusura, fino agli estremismi pseudo-scientifici dei vari Lombroso (e l’ironia cinica d’un tempo che trascorre ignorando le nostre miserie lo volle ebreo a pochi anni da una tragedia “giustificata” su teorie dalle sue non dissimili), e ora che ci tocca il confronto col mondo, ci scopriamo timorosi verso visi, colori e lingue diverse dalle nostre.

È curiosa, piccola nota “di colore”, se mi si passa la celia, la circostanza per cui, in quel manifestino per l’elogio della copula solo se finalizzata alla procreazione (cos’altro dovrebbe essere un fertility day se non quello?), i bianchi sarebbero stati troppo bianchi anche per la Danimarca, mentre noi italiani venivamo ritenuti «non-bianchi» dagli altri europei come noi emigrati in America, sebbene giunti con qualche ora d’anticipo sull’orologio che segna gli eventi e le vicende umane. Eppure, è così: noi ci riteniamo bianchi, ma soprattutto non siamo convinti che i neri siano proprio come noi.

La brochure della Lorenzin — non si nasconda, ministra, e non sia modesta: lo sappiamo che lei quelle cose le pensa davvero, e se ci pensa, lo sa da sola che la stessa idea della fertilità procreatrice come esigenza della nazione è implicitamente razzista, perché punta a evitare che altri ne “contaminino” il corredo genetico —, per usare un’espressione di Gaetano Salvemini legata a epoche di diversa, e imparagonabilmente più truce, fenomenologia, quanto d’identica sostanza, non è, nel suo messaggio, né restauratrice, perché non v’è nessun avanti da cui tornare indietro, né tantomeno rivoluzionaria, dato che nulla cambia di ciò che pensiamo e diciamo. Semplicemente, meglio, banalmente, essa è rivelatrice.

Di quello che siamo, di quanto pensiamo, di come guardiamo.

108 Visite totali, 7 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

«Quelli che stanno a posto in ogni posto»

«Coppoloni… gente da macello. Gente all’avventura. Gente senza istruzione. Gente da battaglia… Carne avvezza a patir, che dolor non sente… Gente da trapazzo, gente da lavoro. Gente da portare pane onesto alla sacrosanta casa e famiglia. Non siamo i Trozzoli, i Berrilli, gli Zampaglione. Le grandi famiglie… i notabili… Quelli col cappello. Quelli che ti fanno levare il cappello. Quelli stanno a posto in ogni posto. Noi siamo coppoloni e basta, ma la coppola che ci oscura la testa pure ci fa prendere il volo nel cielo».

Sono parole di Vinicio Capossela, da Il paese dei Coppoloni. Me le ha sbattute in faccia la memoria l’altro giorno, quando un’amica mi ha fatto notare che le mie osservazioni sull’ultima intervista di Giuliano Pisapia, in fin dei conti, si potevano analizzare anche con un altro metro: «lui», era la sua tesi, «è della stessa natura degli altri, perché è della stessa classe sociale degli altri». «E pure quelli che sono contro», aggiungeva, «se appartengono a quella cerchia, non possono non condividerne le tesi di fondo. Ecco perché io starò a casa; perché lì, fra schede e voti, non è più il mio posto, se mai lo è stato». Non è il suo posto, non è il posto di quelli come lei, col cappellaccio o con le scarpe grosse. Lì, lasciava intendere, è il posto di quelli con le calzature gentili e i copricapi eleganti. E quelli, si sa, «stanno a posto in ogni posto».

I “Coppoloni” di Capossela come i “Cafoni” di Silone o i “Contadini” di Levi: «carne avvezza a patir, che dolo non sente». Tutto il resto, le mie comprese, anzi, le mie per prime, sono elucubrazioni sterili di gente che sta troppo bene e ha tanto tempo da dedicarvici. Lei non ha tempo, loro non hanno tempo, né voglia di dedicarsi a riflessioni inutili che, scava, scava, non spostano nulla nella vita e nelle difficoltà di tutti i giorni.

«Divertitevi voi con le figurine», sembrano dirci, «per noi, semplicemente, ciò di cui parlate è il gioco di quelli che stanno bene, quelli che ti fanno, o vorrebbero farti, levare il cappello. Quelli che stanno a posto in ogni posto. Che non fingano almeno di stare dalla nostra parte. O meglio, facciano quel che vogliono; tanto noi sappiamo come davvero stanno le cose che ci riguardano».

117 Visite totali, 6 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

Dei dati sull’occupazione e di altre stranezze

Ci voleva Crozza, con la sua solita sagacia e puntualità, a spiegare l’arcano che sta dietro le ballerine e intermittenti rilevazioni dei dati sull’occupazione, che un mese segnano dei “più” così consistenti da far “cinguettare”, nel senso di Twitter e non solo, tutto il governo su quanto sia bello e forte il Jobs act, mentre l’altro spiegano che gli occupati sono un po’ meno di quello che si crede e soprattutto più precari, generando atterriti silenzi sui profili social-ministeriali.

Dice l’autore della copertina in Di martedì, la trasmissione di La7 condotta da Floris: «Poletti, nel conto degli occupati, calcola anche chi, con i voucher, lavora solo un’ora alla settimana, che è come se tu calcolassi tra i romanzieri anche quelli che scrivono i post su Facebook». Precisamente quello che avviene. E i governanti di questo dovrebbero averne contezza. No, non perché si debbano preoccupare delle sorti degli altri, figuriamoci. Semplicemente per capire l’orizzonte delle loro. Pensateci: se l’esplosione di occupati fosse avvenuta nei termini in cui essi l’hanno decantata, non avrebbero avuto altri e migliori risultati elettorali? Invece, dal “voto della speranza”, quel 40,8% stampato a caratteri cubitali nelle kermesse del partito del governo, si è scesi a livelli molto più bassi, perdendo in qualche caso le competizioni in città importanti contro quelli che loro stessi chiamano «dilettanti». Domande? Dubbi? Quando mai! E infatti, qui siamo ora, a raccontarci di cifre che nessuno incontra nella sua vita.

Credo pure, per quanto non ne abbia conferma empirica, che il continuare a comunicare un balzo in avanti dell’occupazione e del benessere della nazione sia, per ciò che riguarda le sorti degli annunciatori, fortemente controproducente. Se io sono disoccupato nel concreto, ma vengo contato fra gli occupati perché la settimana scorsa ho fatto due giorni di lavoro con i voucher nell’impresa di pulizie d’un mio conoscente, potrei non essere contento di vedere che di quella mia disperazione qualche governante fa motivo di giubilo.

Poi, certo, il competente, absit iniura verbis, ministro del Lavoro Poletti, con una paternalistica versione da bar dello sport del monologo di Menenio Agrippa, potrebbe spiegarci che un giorno di lavoro è sempre meglio che niente, e i suoi figli han spostato cassette ai mercati per quattro soldi. Però non è scontato che chi non è più un giovanotto come loro e anzi ne abbia alcuni dei suoi da mantenere corra ad applaudire simili perle di saggezza, se nel frattempo è impegnato nella difficile operazione di far quadrare il mutuo con la cena.

437 Visite totali, 5 visite odierne

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , | 2 commenti

La festa appena cominciata è già finita

Sulle note della canzone di Sergio Endrigo, la storia dell’Italicum potrebbe anche essere tutta qui. Appena ieri, infatti, il primo luglio scorso, il nuovo sistema elettorale era entrato in vigore. Già oggi, tristemente, è orfano di padri, meglio, i suoi stessi genitori sono pronti, lesti e attenti a disconoscerlo, immaginandone sostituti e correzioni. Sia chiaro: se l’Italicum sparisse domani, non me ne dorrei per nulla, ma nemmeno nei miei sogni più perfidi avrei immaginato un simile scenario.

Insomma, la legge che mezz’Europa avrebbe dovuto copiarci è pronta per essere cambiata. Di più, i suoi stessi artefici sono convinti di doverla sacrificarla prim’ancora d’averne provato il funzionamento, dimostrando in questo una cialtroneria che difficilmente si ricorda nella storia della nostra pur divertente Repubblica. Come non ritornare alle parole di Renzi sull’Italicum nelle fasi della sua approvazione? Come dimenticarne i toni? Come scordarne l’afflato retorico? «Se questa legge elettorale non passa», scriveva all’epoca rivolto, per tramite dei responsabili dei circoli locali a tutto i militanti della forza politica che guidava e guida, «è l’idea stessa di Partito Democratico come motore del cambiamento dell’Italia che viene meno. Se davanti alle prime difficoltà, anche noi ci arrendiamo come potremo costruire un’Italia migliore per i nostri figli? Se gli organi di un partito (primarie, assemblea, direzione, gruppi parlamentari) indicano una strada e poi noi non la seguiamo come possiamo essere ancora credibili? Abbiamo portato il Pd a prendere tanti voti degli italiani: davvero oggi possiamo fermarci davanti ai veti? Ecco perché nel voto di queste ore c’è in ballo la legge elettorale, certo. Ma anche e soprattutto la dignità del nostro partito». Appunto.

Vorrei rammentare, se servisse a qualcosa farlo, che le stesse mani che forgiarono la legge elettorale hanno riscritto la Costituzione. E che le due cose non sono scollegate. Oltre che figlie dello stesse membra, sono pure parto della medesima idea, suppongo. I costituenti del ’46-’47 , per quanto lungi dalla statura degli attuali, disegnarono un sistema nel quale il Parlamento fosse centrale e, pertanto, pensarono a un modello proporzionale, lo stesso usato per la composizione dell’Assemblea, capace di rispettare e riprodurre nelle istituzioni gli orientamenti dell’elettorato, rispettandone forze e composizione.

Non potendo nemmeno lontanamente immaginare che chi ha disegnato la nuova Costituzione non abbia avuto a mente, essendo il medesimo personale politico, anche il rinnovato sistema elettorale con cui eleggere l’unica camera chiamata a dare la fiducia e i parlamentari che a quella riscritta Carta dovranno dare corso, devo supporre che la qualità dell’arte e del pensiero sottesi a entrambe sia d’identico valore. Appunto.

403 Visite totali, 2 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , | 8 commenti

Sempre viva la Prima Repubblica

Per il proporzionale con preferenze ero prima, quando solo a pochi “romantici rottami”, nel senso di bersagli della retorica renziana per eccellenza, appassionava la Prima Repubblica, per il proporzionale con preferenze sono ora, che a proporlo è una mozione messa nero su bianco da una delle maggiori forze politiche italiane, il M5S, sebbene non è da scartare l’ipotesi, per quanto al momento non suffragata da prove, che quella depositata ieri non sia altro che una provocazione, un modo per “tirarla per le lunghe” e non discutere in concreto di nulla. Sia come sia, io sono, sempre più, convintamente “proporzionalista”.

Perché? Perché credo che l’unico modo per ristabilire la rappresentatività sia quello di adottare una legge elettorale che preveda il riparto dei seggi in maniera alle proporzioni dei consensi espressi: si vota, si eleggono dei rappresentanti in forza dei voti reali, si decidono i governi in base alle rappresentanze effettive. Al di là dei tecnicismi su eventuali correzioni e sbarramenti, il dato è che non si può rendere, ope legis, maggioranza chi nei numeri non lo è, come accade oggi in Parlamento. Se il sistema non è più bipolare ma si hanno tre o più forze che si confrontano fra loro con ragionevoli ambizioni e possibilità di successo, non ha senso imporne per decreto la semplificazione. Perché le democrazie sono sì chiamate a governare, però allo stesso tempo hanno il compito di rappresentare nel Palazzo il Paese. E se un partito o una parte può esprimere il governo, fare le leggi, approvare le riforme avendo contro di sé, o comunque non dalla sua parte, il voto espresso da ben più della metà degli elettori, che rappresentanza assicura? Da qui la sfiducia, il distacco, l’astensione.

La mia, nella parte in cui mi riconosco e nella forza politica a cui sono iscritto, non è una posizione molto accettata. Pazienza. Ma se la democrazia è scelta, cosa c’è di meglio che far scegliere, con le preferenze e in ragione proporzionale, quelli da cui si vuol essere rappresentati, e poi delegare a loro l’individuazione di un esecutivo? Molti obiettano che così si premierebbe una classe dirigente non all’altezza e su meriti non proprio virtuosi, diciamo. Però così si sottintende che ci sia qualcuno disposto a dare il suo voto per interesse, e allora non si risolve il problema con la legge elettorale, e si presuppone che, senza preferenze e proporzionale, la qualità degli eletti sia più alta. Un’occhiata a quel che avviene da vent’anni basta a contraddire questa tesi, credo.

C’è poi una critica apparentemente più pervicace: in quel modo, è il senso del ragionamento, ci teniamo le coalizioni variegate e le “larghe intese”. Sì, può capitare; e quindi? Io non ho nulla contro la pratica della coalizione, al massimo, eccepisco sulla qualità dei risultati coalizzati. Per spiegarmi meglio, il problema non è l’alleanza in sé, ma se quell’alleanza la stabilisci con Alfano per fare lo Sblocca Italia con le trivelle libere che piacciono alla Guidi e le grandi opere gradite a Lupi, il Piano casa per tagliare le utenze ai disperati, la Buona scuola per la contentezza della Aprea e il Jobs act che fa gongolare Sacconi. E mi piace pure ricordare che qui la legge elettorale c’entra poco, dato che quella che c’è è tanto maggioritaria da «alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti», volendo citare la sentenza con cui è stata cancellata dalla Consulta.

Infine, per me va bene anche che qualcuno faccia le “larghe intese”, se è quello che vuole fare e se trova donne, uomini  e idee per farle: ma almeno, che siano senza numeri parlamentari drogati da premi e quorum e con deputati e senatori eletti in ragione dei voti presi da loro, «di persona, personalmente», per dirla con il Catarella di Camilleri.

187 Visite totali, 3 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , | 1 commento

«Altrimenti vince la destra» non è un argomento

L’ho detto più volte che quasi è inutile ripeterlo: io voterò “no” al referendum costituzionale, perché giudico quella riforma sbagliata nel merito, dato che implicitamente rafforza il Governo – come ammettono gli stessi estensori, parlando di maggiore efficacia ed efficienza della sua azione con la vittoria del “sì” – in misura, per me, eccessiva e nel metodo, considerato che è stata fatta dalla sola maggioranza, pensata al di fuori delle aule parlamentari con una forte impronta dell’esecutivo, che infatti su quella si gioca i propri destini, e condotta in porto attraverso “canguri” e “ghigliottine”, aprendo la strada a ogni sosta d’emuli e seguaci che di quest’insegnamento volessero far tesoro.

Ovviamente, rispetto gli argomenti del “sì”, anche quelli che meno condivido, pure gli sterili ragionamenti sul “cambiamento per il cambiamento”, senza premura del come. Tutti, tranne uno: «altrimenti vince la destra», sinceramente, non si può sentire. Perché, col “no”, al massimo ci teniamo la Costituzione che c’è, altro che la destra, e perché proprio non è un ragionamento accettabile. Per parafrasare Forrest Gump, sinistra è chi la sinistra fa. Se tu fai saltare i capisaldi dello stare insieme da una parte (tipo lo Statuto dei lavoratori, che tutti in piazza dicevamo di voler difendere quando l’attaccava Berlusconi), se tu torci il sistema pubblico secondo le linee che i governi della destra avevano provato a tracciare (ricordate le idee dell’Aprea e la chiamata diretta dei presidi? Bene, le sta realizzando il Pd), se tu con la destra direttamente ti allei (“nuovo” o vecchio che si dica, il centro destra è sempre quello di Alfano), in cosa e perché, poi, chiami all’unità della sinistra «altrimenti vince la destra»?

L’ultimo, in ordine di tempo, a rinverdire i fasti di questa tesi “oppositiva” è stato alcuni giorni fa Giuliano Pisapia. L’ex sindaco arancione, a proposito del referendum e delle posizioni in vista del voto, ha detto: «Mi sembra una guerra fratricida che può portare solo danni enormi a tutti. Il Pd diviso, i sindacati su posizioni opposte, il centrosinistra con posizioni diverse, parte della sinistra contro il Pd, l’Anpi che ha preso una posizione ufficiale ma singoli partigiani che si esprimono in dissenso… Sono un sostenitore accanito del valore dell’unità del centrosinistra perché sono consapevole – e lo dimostra la storia – che il centrosinistra vince solo se è unito. Ci si può dividere su singole scelte, ma bisogna avere lo sguardo lungo. E invece mi sembra di assistere, tra persone che hanno la stessa storia e gli stessi valori, a una continua e disastrosa polemica con grande gioia della destra e dei suoi compari».

«La stessa storia e gli stessi valori», evidentemente, “a chiacchiere”. Con la mia storia e i miei valori una roba come il Jobs Act non l’avrei mai votata. Con la mia storia e i miei valori una riforma come la Buona scuola sarebbe rimasta nei sogni della Gelmini. Con la mia storia e i miei valori provvedimenti come lo Sblocca Italia e le trivelle libere in ogni luogo e in ogni mare, il Piano Casa con tanto di taglio delle utenze e negazione della residenza per chi occupa per fame alloggi vuoti per speculazione o una legge elettorale che sacrifica la rappresentanza sull’altare di una malintesa “governabilità”, sarebbero stati ancora il miraggio della destra, che per anni li ha predicati e inseguiti.

Perché la domanda è tutta qui: per evitare cosa impediremmo alla destra di vincere?

831 Visite totali, 8 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , , , , | 2 commenti

Se milleduecento euro vi sembran tanti

L’Ape, che non è il triciclo della Piaggio, ma l’anticipo pensionistico proposto dal Governo per i lavoratori che sono vicini alla messa a riposo e che potranno andarci con una forma di autofinanziamento e rate da rimborsare sull’assegno pensionistico comprese fra i 50 e i 200 euro, a seconda dei casi e del reddito, è una possibilità in più. Non risolve i problemi creati dalle riforme degli ultimi anni, però non si può dire che sia inutile o sbagliato.

Quello che mi ha fatto riflettere della misura del Governo per i, diciamo così, “pensionandi” è un altro aspetto. L’Ape, si legge nelle prime anticipazioni di stampa, sarà completamente gratuito per i disoccupati e i lavoratori in condizioni disagiate, e questo lo ritengo giusto e ben fatto. Inoltre, nessuna trattenuta a carico dei futuri neo-pensionati sarà effettuata nei casi in cui l’assegno previdenziale non arrivi a 1.200 euro netti. Pure qui, la scelta è opportuna e condivisibile, ma porta a una conclusione; per chi ha pensato quella misura, 1.200 euro netti mensili garantiscono una condizione di vita confortevole. Non lo dico solo per questo caso, dato che anche gli “80 euro” avevano quella come soglia di riferimento, e non intendo nemmeno sostenere che 1.200 euro siano pochi: io che li prendo, per quanto ancora precari e comprensivi del “bonus Renzi”, posso affermare che consentono di vivere senza particolari rinunce. Ma loro che fanno le leggi possono sostenere che siano così tanti da far decadere, raggiuntili, ogni ulteriore beneficio o aiuto?

Sì, voglio fare un po’ di sano e chiaro populismo: pensando, come i legislatori fanno, che per un lavoratore o un pensionato quella cifra sia «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», per dirla nella lettera costituzionale, non hanno alcun imbarazzo a considerare il loro emolumento? Più o meno 5.000 euro netti di indennità, 3.500 di diaria, circa 3.700 di rimborso spese per l’esercizio di mandato, di cui la metà forfettariamente e l’altra a presentazione di fatture per collaborazioni e consulenze, tra i 3.300 e i 4.000 di rimborso spese per il tragitto casa-aeroporto e anche 100 euro mensili per le telefonate (fonte Camera dei deputati). Non ero particolarmente bravo in matematica, però facendo a occhio la somma, quei mille e duecento euro di cui si parlava chi fa le leggi li prende in meno di tre giorni.

Qualunquismo? Forse; ma non sono i vertici della politica a parlare di tagliarne stipendi e poltrone?

156 Visite totali, 3 visite odierne

Pubblicato in economia - articoli, libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Come al Romanische Café

Il Romanische Café era un locale di Berlino, molto in voga negli anni della Repubblica di Weimar. Ai suoi tavoli si potevano trovare persone interessantissime, come Bertolt Brecht ed Erich Maria Remarque, il pittore simbolo della Neue Sachlichkeit Otto Dix e il cantore migliore, ma è un giudizio personale, della finis Austriae Joseph Roth, e ricchi imprenditori della cultura, attori spiantati, personaggi in cerca di autore per ogni genere artistico. Verso la fine di quella Repubblica, il caffè che prendeva il nome dallo stabile, Romanisches Haus, che l’ospitava, a sua volta chiamato così in virtù dello stile neo-romanico della costruzione, ritrovo di intellettuali e artisti di forte convincimento democratico e con idee liberali o di sinistra, divenne un simbolo dell’iconografia del “nemico” frutto della potente e troppo feconda mitopiesi nazista, e fatto oggetto di attacchi e assalti delle camicie brune. Un bombardamento alleato nel ’43 rase poi al suolo l’intero palazzo, ponendo irreversibilmente fine alla sua storia.

Nel 1926, allo scrittore Matheo Quinz toccò in sorte di descriverne l’ambiente (cfr. Matheo Quinz, Das Romanische Café, Der Quersehnitt 6, no. 8, 1926, pp. 608-6016, ripreso da Eric D. Weitz in La Germania di Weimar. Utopia e tragedia, 2008, pp. 88-89). Tratteggiando quello che vide, parlò dei tanti rappresentanti della vita culturale berlinese che si incontravano in quel luogo, ma raccontò anche come ognuno sedesse al proprio tavolo, col suo gruppo di contatti e amici, incapace o non disposto a relazionarsi con quanti non appartenessero alla stessa cerchia, quasi a rendere emblematica la situazione di incomunicabilità che parevano vivere le diverse parti in cui quella società era frammentata e dispersa. È curioso, e forse pure preoccupante, che per la seconda volta in due giorni, immagini di quell’ieri m’abbiamo fatto pensare all’oggi, però è così: i tavolini del Romanische Café sono ancora qui a segnare il mondo che viviamo.

Nella interconnessione globale, ci scegliamo gli altri con cui vogliamo avere a che fare, ignorando quelli che maggiormente da noi differiscono, e che non smettono di esistere solo perché li escludiamo dal giro del nostro sguardo. Così, le élites non capiscono la sofferenza dei ceti medi, questi ignorano le difficoltà di chi aspirerebbe a alla loro “medietà”, i penultimi non capiscono gli ultimi e tutto ricomincia nell’elencare queste categorie – ah, che nostalgia per quando erano “classi”! – al contrario, in un ripetersi infinito di “noi” e “voi” che non vuol dire assolutamente più nulla. Da questa incomunicabilità, l’indifferenza e il non capirsi, fino alla parcellizzazione delle esistenze che, in definitiva, diventa cinismo senza averne perpetuato la scelta, ma solo per non capire più il senso di un’appartenenza.

Come al Romanische Café. E con la paura di sapere dove condusse quel sentiero.

114 Visite totali, 3 visite odierne

Pubblicato in libertà di espressione, società, storia | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

L’economia come destino

«Die Wirtschaft ist das Schicksal», l’economia è il destino. Lo scrisse Walter Rathenau, idealista, imprenditore e ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar. A pensarci, è fatalmente così: se solo la prima fosse stata diversa, anche il secondo di quell’esperienza in cui si ritrovò a ricoprire un ruolo di governo sarebbe stato notevolmente differente. Non andò in quel modo, e sappiamo quanto di peggio successe dopo quella breve parentesi di una democrazia forse giunta troppo presto.

Ormai da tempo, gli Stati moderni hanno scelto quella economica come unica dimensione del loro farsi e sostenersi e le società di cui questi sono espressioni non fanno altro che ripetere il senso di una simile decisione. I tg della sera chiudono dicendoci i dati delle Borse e aprono con quelli dell’andamento del Pil; nel mezzo, la vita delle donne e degli uomini diventa un accidente, un aneddoto, al limite, un incidente da raccontare per i suoi toni e colori. Perciò, può accadere che si discuta di indici e percentuali, traendone giubilo o maturandone depressione, senza che in effetti essi significhino niente nel concreto. Ma se di quello fai destino, su quello rischi di schiantare la tua vita, vera, da vivere.

Vale per i singoli come per i governi, per questo sono state un passaggio molto commentato nei giorni scorsi le parole del ministro Padoan sulla necessità di rivedere al ribasso le stime di crescita per l’economia dell’Italia, come i dati diffusi dal centro studi di Confindustria, latori di scenari ancor meno rosei, se così si può dire. D’altronde, come si diceva, se su quell’aspetto, e solo su quello, i rappresentanti si giocano la loro stessa esistenza è normale che solo su quegli argomenti vengano giudicati e commentati.

Avendo festeggiato la fine delle ideologie, distrutto ogni legame che non fosse interesse (in economia, infatti, non ne esistono di diversi), dissipato e arso sull’altare di un malinteso e vuoto rinnovamento qualsiasi senso di appartenenza inteso come stare da una parte nella coscienza che altri facciano altrettanto, non rimane che il tornaconto, immediato quanto inesaudibile. E non sto dicendo che l’economia sia una variabile insignificante o che possa essere trascurata con leggerezza; sto dicendo che, con le parole di Rathenau, se n’è fatto un destino universale.

E quello che viviamo è quanto da quella scelta è disceso.

140 Visite totali, 12 visite odierne

Pubblicato in economia - articoli, filosofia - articoli, libertà di espressione, politica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento