Forse è l’offerta a non essere allettante

Tra quelli che ti spiegano che per il diritto di voto sono morti in tanti e non è possibile sprecarlo rinunciando a votare e quanti chiamano alla responsabilità che solamente si può esprimere a sostegno loro e dei loro preferiti, oggi tutti sembrano aver scoperto che in Italia c’è e ci potrebbe essere un problema di astensionismo. Meglio tardi che mai, se le preoccupazioni sono in buona fede e poi, a queste, conseguirà un attento studio sul perché quelle cose accadono. Aspetti questi, entrambi, di cui mi par lecito dubitare, comunque.

Perché è curioso che quelli che oggi temono l’apatia elettorale, ieri la derubricavano a «problema secondario», ne ricordavano la legittimità, attribuendole una sorta di significativo spessore politico, o direttamente invitavano a starsene a casa, che là fuori era un mondo già perfetto così come lo avevano pensato loro. Ora, però, paiono preoccuparsene. Per me, l’astensione era scelta legittima anche quando, approfittandone, veniva penalizzato un qualcosa per cui lottavo, come nel caso del referendum sulle trivellazioni del 2016; forse un po’ da cialtroni, se nel contempo si rivendica d’esser schiacciante maggioranza, ma lecito e corretto nelle forme e nella sostanza. Lo pensavo allora, lo penso adesso. Ma come dicevo al tempo, se proprio chi sulla legittimazione popolare fonda il suo discorso pubblico ne presuppone la valenza politica in guisa di scelta, poi è difficile che essa non diventi una delle forme d’espressione del consenso, pur se in negativo. Perché, ad esempio, se io non dovessi andare alle urne il prossimo 4 marzo, non sarà perché penso che la mia parte non possa vincere e governare. Io credo nella democrazia rappresentativa e parlamentare, non ho ansie da governo e non penso che le elezioni servano a decretare vincitori e vinti; al contrario, il problema è che non so come e in chi individuare il mio rappresentante attraverso quel segno di matita. E per me è un problema un po’ più grave di avere «un vincitore certo la sera delle elezioni».

E poi, chi dice che chi non vota sprechi il suo diritto? Potrebbe anche esser che tenga in così gran conto quella possibilità datagli proprio da quelle lotte a cui, con una retorica veramente stancante almeno quanto sterile e a tratti truculenta e cupa, i critici a intermittenza di quella decisione non di rado fanno riferimento, da non avere alcuna voglia o intenzione di banalizzarla, esprimendola con poca, o del tutto senza, convinzione.

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Se non c’è un’alternativa possibile, perché partecipare?

«Il punto è che meritereste di trovare sulla scheda elettorale delle plausibili opzioni alternative al Partito Democratico: meritereste di avere la possibilità di scegliere un’altra strada, non fosse altro che per il sano principio dell’alternanza, senza per questo temere tragedie. Eppure – guardiamoci negli occhi – sapete anche voi che oggi l’unico governo da paese normale che queste elezioni possano esprimere, l’unica classe dirigente da paese normale che questo paese possieda, sia in questo momento quella del Partito Democratico e dei suoi alleati. Gentiloni, Padoan, Bonino, Calenda, Bellanova, Della Vedova, Boschi, Scalfarotto, Minniti, Delrio, Franceschini, eccetera. Non è la classe dirigente migliore possibile. Orrore, sto allora forse dicendo che è la meno peggio? No, magari. Sto dicendo che è l’unica».

La visione da cui muove il vicedirettore de Il Post nell’articolo che ho appena citato non è diversa da quella di molti che in questo giorni sento chiamare a un’assunzione di responsabilità collettiva, e sostenere con decisione l’unico, a loro modo di vedere, governo possibile per il Paese: quello del Pd e alleati. In effetti, è uno sguardo triste e pessimista sul destino dell’Italia, che gli stessi chiedono di affidare a una classe dirigente non perché sia adeguata al ruolo, ma perché non ne vedono un’altra. Insomma, come direbbero dalle mie parti, «non c’erano persone da bene, fecero nonno sindaco». E sue queste premesse non entusiasmanti, invocano un generale «prendere parte» per evitare l’arrivo dei barbari. Ecco, allora chiariamoci, e come invita a fare lo stesso Francesco Costa, «guardiamoci negli occhi»: voi, della partecipazione degli altri, non sapete che farvene. Voi non volete che si prenda parte, che sia parte di un progetto condiviso. No, a voi interessa che si voti la vostra parte, quella in cui voi o i vostri beniamini siete contemplati; per il resto, che ci si tolga di mezzo e si lasci indisturbati i manovratori. Ma è proprio su quel terreno che state scontando i curiosi esiti d’una particolare eterogenesi dei fini.

Voi cercate di parlare e veicolare un’idea di politica che muova, appunto, dalla responsabilizzazione comune dei partecipanti e che si affidi alle competenze dei più indicati per la messa in atto delle idee condivise. Però, da un lato tradite quel messaggio di partecipazione dimostrando tutta l’insofferenza verso quelli che, realmente, intendono esser parte dei meccanismi che conducono a definire quello che si decide e si sceglie, dall’altro, affossate il mito della diversità della qualità del personale politico nella scelta di élites come quelle di cui diceva lo stesso Costa, o di altre selezionate attraverso l’unica lente della fedeltà al leader di turno, pronta a esser scambiata con quella verso il prossimo come già lo è stata con i precedenti.

Ma alla fine, se Berlusconi può suscitare il voto sull’onda del «ghe pensi mi» e Di Maio confondere la propria inconsistenza dietro i fumi e gli alambicchi della democrazia diretta, perché entrambi da quei discorsi sempre han mosso e quelle sono le risposte che il loro elettorato cerca e dimostra di apprezzare, a voi, cari amici del voto responsabile, la strada del bluff è preclusa. Perché diverso è il discorso politico che fate mentre lo tentate, e perché, nel farlo, cercate di intercettare e convincere a venire sulle vostre posizioni quanti quel raggiro è precisamente quello che da anni vi rimproverano.

Di sicuro, come spesso accade nelle cose della politica che mi è capitato di commentare in questi ultimi anni, voi siete nel giusto, e io continuo a vivere nell’errore. Eppure, mi chiedo, anche se siete davvero l’unica alternativa possibile, come voi stessi dite, anzi, soprattutto in questo caso, a che serve partecipare?

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The De Lucas. Ovvero, della visione ereditaria della democrazia

Quante ne avrete letti di resoconti sulla vicenda che vede al centro Roberto De Luca? Tanti, credo. E questo a quelli non si aggiungerà. Perché delle ingerenze reali o presunte del dimissionario assessore salernitano in questioni di appalti e rifiuti qui non ne parlerò. L’unica cosa che della storia portata all’onore della cronaca dal sito di informazione Fanpage che dirò è che mai pensavo che in un’assemblea del partito a cui per un tempo ho aderito, una giornalista potesse essere aggredita per aver scritto o detto delle cose non gradite. In questo, e senza mezzi termini, tutta la mia solidarietà a Gaia Bozza.

Del resto, sinceramente, non m’interessa. Non m’interessa discutere i mezzi (che non condivido) usati da Fanpage. Non m’interessa cercare di capire se De Luca s’interessava alla questione rifiuti come rappresentante delle istituzioni o, come sostiene la tesi della sua difesa, quale libero professionista (quadro non meno grave). Non m’interessa capire chi e quanti altri siano coinvolti nella gestione dei rifiuti campani (che non è ancora risolta, visto che le ecoballe sono sparite solo dai tg della prima serata). Quello che m’interessa è il contesto in tutto questo è incasellato; un contesto ereditario. Sì, perché di tutta questa storia, quello che rimane è che, in Campania, per la carica di presidente della Regione, di assessore al Comune di Salerno e di candidato alla Camera nel collegio uninominale della stessa città, nel Pd non c’è spazio per chi non si chiami De Luca.

Non ci sono altri capaci e competenti in quel partito per quei ruoli, né, con tutta evidenza, è pensabile che ci siano. De Luca Vincenzo e figli; più che un partito, è una società. Fatta con capitali pubblici, che sono in sostanza i voti dei cittadini che in un progetto politico condiviso probabilmente ci credono davvero, ma con dividendi appannaggio di pochi privati.

Sempre gli stessi, al Comune, alla Regione, alla Camera. Sempre con lo stesso cognome.

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Quando manganellavano migranti e antifascisti, al governo c’eravate voi

Io comincio a stancarmi di vedere la mia parte sempre dal lato sbagliato dei manganelli. E più andiamo avanti, più la cosa si fa preoccupante. Perché è in questi anni, mesi, che le punte stanno raggiungendo livelli mai conosciuti prima, come gli idranti usati per cacciare da una piazza migranti già cacciati dal posto in cui vivevano.

O le cariche contro quelli che si oppongono al fatto che movimenti dichiaratamente fascisti possano agire e far propaganda come se nulla fosse, nonostante leggi e disposizioni costituzionali lo vietino. Ma niente, il nemico, per l’ordine pubblico e i suoi tutori, sono gli antifascisti, addirittura arrivando a dire che il loro antifascismo non è che «un alibi». Un alibi? E per cosa? Per prendere manganellate date sempre con troppa forza da quelle stesse forze di polizia che mai intervengono a fermare quanti definiscono «gli eredi del fascismo italiano», in un tripudio folle e cupo di simboli barbarici e saluti romani? E una cosa devo dirla anche a voi, amici che foste di sinistra: quando vi ergerete ad argine contro la deriva a destra della nazione, ricordatevi che al governo, mentre a colpi di manganello si cacciavano i migranti e si garantiva ai neofascisti spazi e modi per far proseliti, c’eravate proprio voi.

Perché è quello che in molti ricorderemo, al tempo in cui saremo chiamati a scegliere con chi stare. Non tentate, a quel punto, la carta dell’unico baluardo possibile, del «solo noi possiamo opporci a questo scadimento», perché è precisamente mentre eravate voi a guidare che qui siamo finiti, e i vostri uomini li mandavate contro quelli che ai fascisti si opponevano, mai a impedire a questi di organizzarsi e crescere, come peraltro sarebbe compito a voi assegnato dalla Carta che vi siete impegnati a rispettare e attuare.

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Sicuri di saper usare un boomerang?

Una volta mi capitò di guardare una di quelle trasmissioni che precedono i tg, dove i concorrenti cercano di portarsi a casa dei soldi rispondendo a delle domande o cercando di indovinare il pacco che ne contiene di più. E proprio in un caso come questo, il giocatore rimasto con due scatole da aprire, scartò quella con il premio maggiore, 500mila euro, mi pare che fossero, e si tenne l’altro, che ne conteneva qualcosa come 10 o 20mila. Bene, il moto collettivo di delusione dello studio e il viso contrito del conduttore all’apertura dei due pacchi furono in netto contrasto con il sorriso del concorrente: questi gioiva per aver vinto i soldi che un lavoratore si porta a casa in un anno o più, di certo non poteva piangere per la perdita di qualcosa che non aveva mai avuto.

Ecco, a questo episodio ho pensato in questi giorni, quando ho letto della polemica, fatta dai partiti avversari e sui media di certo non amici, sul caso delle mancate restituzioni di parte delle indennità e delle diarie percepite dai rappresentanti del M5S. Ci ho pensato perché mi è sembrato che quel movimento potesse sorridere alla notizia, più che disperarsene, un po’ come il concorrente della trasmissione di cui dicevo, e su proporzioni nettamente ribaltate, per giunta. Infatti, il tentativo di far passare come «buco», o peggio malversazione, la mancata corresponsione di contributi a un fondo a favore delle piccole imprese tenuto presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze per un presunto milione di euro e a opera di dieci o quindici soggetti, rischia di porre in risalto quella effettivamente adempiuta per oltre venti da parte delle centinaia di esponenti di quella forza politica.

Perché che seguo un po’ le vicende dei partiti, prima del clamore (interessato?) fatto sulla questione da alcuni giornali, non sapevo nulla del fatto che qualche centinaio di esponenti del Movimento 5 stelle, dal parlamento europeo alle assemblee locali passando per le camere nazionali, senza che nessuno davvero li obbligasse, avessero donato una parte dei loro emolumenti, fino a una cifra complessiva ben superiore ai venti milioni di euro, a un fondo pubblico per le imprese. E come me, immagino molti altri. Posatosi il polverone sulla decina di protagonisti del gioco dei tre bonifici, versione bancaria delle tre carte, rischia di rimanere sul fondo la notizia; la donazione di tutti gli altri. Con la fondata possibilità che qualcuno cominci a chiedersi se e come e quanti, da qualche altra parte, abbiano fatto altrettanto.

Insomma, è come con il boomerang. Strumento capace di colpire con efficacia e forza il proprio bersaglio, e in grado di ritornare verso chi l’ha lanciato dopo una traiettoria ellittica in caso di tiro a vuoto. Ma anche attrezzo utile per ironiche scenette con maldestri lanciatori colpiti dalla propria arma usata in modo sbagliato.

Ora, voi che tirate al grillino, siete sicuri di saperlo usare quell’aggeggio australiano?

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Tristi doppi

11Un brano musicale e un capitolo di un libro d’un musicista. È strano, ma sembrano due trattati di sociologia. Meglio, di antropologia. E parlano di doppi, tristi doppi, che si son conosciuti perché li si è vissuti, o perché è come loro che si sarebbe potuto vivere, diventare. E si sente il mondo che si chiude, perché il mondo è così che fa: o si apre, spalancandosi e offrendosi nelle possibilità che ha e che si possono cogliere, poche o tante che siano non importa; o si richiude sopra le teste, e allora non c’è nulla, se non disperazione, gelo e cattiveria nata dall’inedia.

Di Caparezza il primo, Una chiave, dall’album Prisoner 709. Di Capossela il secondo, Il doppio, nel libro Il paese dei coppoloni. Col rapper molfettese condivido la generazione, al cantante irpino nato ad Hannover sento una vicinanza per temi e sensibilità. Rispetto a entrambi i lavori sui doppi, invece, avverto un sarebbe-potuto-essere che mi coinvolge e interroga. Davvero c’è un modo di uscire? Davvero fuggire o andarsene dipende da chi vive una situazione come quella che lì è disegnata? Davvero quel giovane che si costruisce un suo mondo per restare in questo mondo rimanendo zitto – nella canzone – o l’altro non più tale che quello stesso mondo lo disprezza invidiandolo – nel racconto – vivono quel che vivono perché non han scelto diversamente come hanno fatto i due – e forse anch’io – o semplicemente, se non dannatamente, loro siamo noi quando non riusciamo a trovar il modo, e la fortuna, di poter scegliere?

Non saprei. Di certo, ho sentito nel brano e avevo letto nel testo un non so che di conosciuto. Un sentimento noto, un non saper spiegare perché si potrebbe essere in grado di saper cosa significa vivere una vita diversa da quella che si vive. Magari perché non fummo fatti per viver quali gentili, e in un abbruttimento ipotetico e potenziale sapremmo sempre come ci si sente. E probabilmente, non saprò mai perché mi prenda «questa assurda nostalgia» di un qualcosa che, nei fatti, non c’è e forse non c’è mai stato.

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Se fossero un po’ riluttanti, quello «spirito di servizio» sarebbe più credibile

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un confronto televisivo, a Otto e mezzo, la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, a cui prendevano parte Matteo Richetti, Piergiorgio Odifreddi e Alessandro Sallusti. Tralasciando quest’ultimo, che noioso e disinteressante lo è a prescindere, lo scambio di opinioni fra i primi due si è svolto fra punte di noia nello scorrere di uscite poco interessanti. Ma come spesso capita in molte occasioni, pure questa ha avuto la sua eccezione.

A un certo punto, il matematico ha dato alla conduttrice una risposta a metà fra il serio e il provocatorio, ma non del tutto insensata: «Mi piacerebbero candidati che non vogliano candidarsi, cioè gente che dica “no, io ho il mio lavoro, devo fare altro”, come Cincinnato. Poi, alla fine, uno magari può accettare controforza, se proprio viene trascinato, ma qui è il contrario; c’è la gente che sgomita, addirittura, nel M5S, ci sono state diecimila persone che hanno offerto la propria candidatura, a volte in maniera anche un po’ ridicola. Non mi fido di candidati che voglio a tutti i costi essere eletti, perché questo fa pensare che, più che essere un servizio fatto alla nazione, ci sia dietro la speranza di avere dei benefici». A questa osservazione, e giustamente, dal suo punto di vista, il deputato ha cercato di obiettare che qualcuno che fa davvero la scelta con spirito di servizio c’è. Ora, in qualunque situazione, mi fiderei più del giudizio di Richetti che di quello di Odifreddi; ciò nonostante, l’osservazione di questi non era peregrina. Infatti, se ogni tanto si notasse un po’ di riluttanza nell’approccio all’assunzione di incarichi pubblici e politici, forse quella retorica sullo «spirito di servizio» e sul «sacrificio» sarebbe maggiormente credibile.

Certo, se tutti rinunciassero si vanificherebbero le possibilità pratiche di dare un corso alla vita sociale e associata di un popolo, e io non parlo di questo. Però, quel sentore di assalto alle postazioni c’è e si avverte con forza. Facciano quello che vogliano i titolati a decidere su cose come questa, per carità; ma ci riflettano un attimo. Forse, e lo dico per mera ipotesi di riflessione, l’effetto da corsa all’oro che certe campagne elettorali danno, giudicandole guardando ai modi e alle maniere dei candidati, sono proprio e precisamente il frutto della scelta di quegli stessi protagonisti.

Insomma, se cerchi gente disposta a correre a perdifiato per un posto, perché grazie a questo correre si avvantaggia la tua parte e il tuo partito, non potrai evitare che dal giudizio sullo stile, non di rado sgraziato in quanto teso esclusivamente alla meta e non al percorso per raggiungerla, dei corridori discenda quello su tutta la gara e sul contesto in cui si svolge.

E difficilmente, in quelle condizioni, potrà essere un encomio.

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«Nulla io vedo che non sia perfetto»

Per qualche giorno non ho seguito le vicende della quotidianità elettorale permanente di questo nostro amato Paese. Il tg guardato l’altra sera mi ha subito risvegliato dal torpore, quasi incolpandomene. E per farmi scontare il fio della dimenticanza, la tv mi ha riproposto il video di Berlusconi che da Vespa firmava il contratto con gli italiani. O almeno, era quello che io ho creduto che fosse.

Controllando che non stessi guardano Blob, mi è sorto il dubbio che quel Berlusconi non fosse lo stesso dei miei vent’anni. Purtroppo, la conferma è arrivata: e niente, ha di nuovo rifatto la scenetta nello studio del gran ciambellano del servizio pubblico radiotelevisivo. Sfogliando le virtuali (e non sempre virtuose, anzi) pagine dell’internet, mi sono poi imbattuto nella notizia della migliore rilevazione sullo stato di salute del Pil italico dal 2010 (La Repubblica, nel senso del giornale, esulta) e delle vicende penose di buchi, ammanchi e rendicontazioni generati dal M5S e nella sua – insensata – gara a chi restituisce di più degli emolumenti che riceve (La Repubblica, sempre il giornale, esulta). Con le parole del Quo vadis? di Sienkiewicz, «nulla io vedo che non sia perfetto». Per il Pd e Renzi, intendo. Berlusconi ripete una pièce che ha stancato notevolmente, condannandosi al ridicolo; Di Maio s’infila nel più inestricabile dei panegirici per uscire da un buco in cui da soli, per quel particolare disprezzo ostentato dei soldi che è solo bramosia mal nascosta, si son cacciati; l’economia va a vele spiegate come da anni non si vedevano: smettete, quindi, cari amici, quelle maschere tristi che invocano un «voto utile», che sempre par richiesta interessata, e volate verso i fasti e gli allori che di certo, la storia e il giusto riconoscimento per le cose fatte, hanno in serbo per voi.

A meno che non siate voi stessi a temere che non sia vero il racconto che della realtà ne fate. Nel qual caso, ma solo per ipotesi e in tutta amicizia, vi consiglierei comunque di far cessare il mantra dell’utilità dei consensi nei vostri confronti. Vedete, io non credo ai sondaggi, ma a quel che sento e a quanto leggo, non siete proprio voi quelli che potrebbero contendere la vittoria al centrodestra e non è dai grillini che potrebbe arrivare il principale periglio. Colpendoli, al contrario, potreste rischiare di favorire il vecchio caimano.

Come spiegava infatti ieri per Il Corriere della Sera Marco Castelnuovo, nei collegi in cui i cinquestelle sono più competitivi, a tallonarli non c’è il Pd, ma Forza Italia e alleati. Siccome ritengo improbabile che quanti si siano decisi per la creatura di Grillo, misurando di questa l’inconsistenza, si spostino verso il partito di Renzi, ma vedo più probabile una loro rinuncia a correre alle urne, di un loro indebolimento potrebbero far buon gioco proprio Berlusconi & C., magari arrivando vicini a quella maggioranza necessaria per l’autosufficienza parlamentare.

Insomma, se qualcuno nel Pd vuole avere una chance di risistemarsi nei posti di comando governativi fosse pur solo in larga e curiosa coalizione, e sappiamo in quanti e quanto vi anelino, sarebbe precisamente attraverso una crescita dei grillini che dovrebbe passare, per impedire al promettitore seriale di ogni balocco di dar le carte da solo nella prossima stagione politica.

Stagione che si prospetta peggiore di questa che si chiude, certo, ma tant’è.

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Non è il «rancore» il motivo dell’astensione

Da un po’ di anni a questa parte, potrei dire dalla comparsa sulla scena istituzionale di una nuova generazione di politici che sempre meno narrazioni complessive hanno per raccontare il Paese a cui pensano e la società che immaginano, alcune categorie sentimentali sono entrate a pieno diritto e totalmente nel dibattito pubblico. Fattispecie che dovrebbero riguardare la sfera interpersonale vengono invece assurte a generi buoni per descrivere eventi squisitamente politici. Dall’amore e l’odio di berlusconiana memoria ai rancorosi di oggi, è tutto un cercare nelle disposizioni individuali spiegazioni per comportamenti sociali e collettivi.

In questo, il concetto del «rancore» è forse il più tipico degli esempi; usato per tutti i casi, non di rado è impiegato quale spiegazione onnicomprensiva di ogni ragione che si opponga alle proprie o a quelle del proprio leader di riferimento. Anche se queste, semplicemente, non conducono a un’opposizione tout court, ma portino verso un progressivo allontanamento dalle vicende che sulle scene, e dai palchi, della politica si vedono prender forma. Insomma, non è infrequente imbattermi in chi, apertis verbis, mi accusa d’esser mosso da astio nei confronti di quelli per cui un tempo votavo pure io se dico che, tutto sommato, quanti non intendono andare a votare li capisco, e non è detto che non mi unisca a loro. Critici di tal sostanza, però, commettono un errore di valutazione causato da un presupposto confuso: se ad animare i miei propositi fosse il livore come dicono, a votare ci andrei. Eccome.

Qualora fosse il risentimento a guidare le mie scelte, più che star lontano dalle urne, con convinzione voterei per danneggiare nel migliore dei modi quelli verso cui lo stesso provassi, magari cercando di convincere altri a far ugualmente. E non varrebbe, in quel caso, la riduzione al “tafazzismo”, né, ancor meno, la banalizzazione ad uso della nota barzelletta del marito intento a farsi del male per danneggiar la consorte. Anche perché, se quell’ipotetica moglie avesse a lui fatto sempre e solo del bene, non avrebbe quel partner nessun motivo per tentare di darle un dispiacere, figuriamoci arrecando danno a sé.

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Di questi dettagli, se ne occupa il mio segretario

Emma Bonino è una figura che di per sé ispira rispetto. La conoscenza della sua storia, la sua biografia affascinante, le battaglie e l’impegno assiduo, costante. Anche quando si è trattato della dimensione più privata, ha saputo interpretare al meglio, e con la maggiore serietà possibile, il senso intrinseco di quella sorta di pensiero panpolitico che ha riempito la generazione a cui appartiene. Però si cambia, nel corso della vita.

Per esempio, io non sono il ragazzo che un quarto di secolo fa prese la sua prima tessera di partito. Non solo per i capelli in meno e le rughe in più, proprio perché i pensieri dell’oggi non sono quelli di un ieri irrimediabilmente andato. Perché dovrebbe scandalizzarmi che pure Emma Bonino possa essere cambiata con gli anni? Infatti, non lo fa. Detto questo, mi ha particolarmente colpito, e non in positivo, il suo rispondere «non me lo ricordo» alla Gruber che, durante la puntata di Otto e mezzo andata in onda giovedì scorso, le chiedeva in quale collegio fosse candidata. Poi, durante tutte tutta la trasmissione, nel suo argomentare lucido e preciso, è stata perfetta, capace di andare contro le paure che spesso i politici hanno nel trattare alcuni argomenti e respingendo, con competenza e precisione, le semplificazioni a uso elettorale che una certa parte di quel mondo continua a fare, in particolare sulla questione dei migranti. Ma quella sua risposta non sono riuscito a cancellarla dalla mente. Non solo io, immagino, se persino la conduttrice ha dovuto ritornarci su alla fine, informandola di come sia il collegio del senato “Roma 1 – Gianicolense” quello in cui, con buone probabilità, sarà eletta.

No, non c’entra nulla la retorica del territorio e il rapporto che con questo dovrebbero avere i candidati, che comunque è un tema e non facilmente sottovalutabile. C’entra, invece, quell’impressione di distacco altezzoso che ne ho tratto. Sembrava quasi, quel «non me lo ricordo», un dire «di questi dettagli non me ne occupo personalmente, ci pensa il mio segretario». E non è stata una bella impressione.

Certo, poi i cittadini di Monteverde (sì, Emma, si chiama anche così la zona in cui ti candidi) la voteranno ugualmente, e magari lei sarà eletta, pronta in parlamento a rappresentarli, insieme a tutto il resto della nazione. Pure se forse non ricorderà da quale parte del Paese gli siano effettivamente arrivati i voti di quei rappresentati che rappresenta, stupendosi, chissà, se una parte di questi – decisamente la più ignorata, presuppongo – non si senta coinvolta in quella cosa curiosa che chiamano partecipazione.

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