L’operaio voleva il figlio dottore

In questo 2018 sono tanti gli anniversari a cifra tonda: i quarant’anni dal rapimento e dall’uccisione di Moro, gli ottanta dalle leggi razziali (per ricordare i quali credo si sia pensato di far rientrare in Italia i resti del sovrano che le promulgò), i settanta dalla sconfitta del Fronte democratico popolare e l’affermazione, poi duratura, della Dc, e i cinquanta dalla contestazione giovanile, studentesca e operaia, che infiammarono l’occidente, dall’americana Berkeley alla capitolina Valle Giulia, passando per le strade di Parigi e persino nelle piazze di «Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni», come recita il sottotitolo del bel saggio di Guido Crainz, Il sessantotto sequestrato, Donzelli editore. Se mi è permesso, vorrei un po’ soffermarmi sull’oggi alla luce di quella tradizione.

In tanti commenti al voto dello scorso marzo mi è capitato di leggere quale spiegazione dell’esito il tema, volendo estremizzare semplificando, della “società del rancore”. Ecco, in parte, se quella tesi è lecito prendere per fondata, una delle chiavi di lettura di questo livore diffuso potrebbe affondare le radici proprio in quella stagione che del maggio francese fece vessillo. Se c’è stata una colonna sonora di quei giorni qui da noi, sicuramente essa ha suonato sulle note di Contessa, di Paolo Pietrangeli. Ma fra le cose interessanti di quel testo, a me l’attenzione cade su uno dei dialoghi fra i due ricchi, quando, rivolta alla nobile e per stigmatizzare il presunto ambiente di «libero amore», la voce di contraltare al canto dei lavoratori chiosa: «Del resto, mia cara, di che si stupisce?/ Anche l’operaio vuole il figlio dottore». Un po’ burla dei costumi borghesi, un po’ verità non detta delle aspirazioni operaie, quei due versi, a parer mio, colgono un tratto spesso emerso nelle spiegazioni di quell’allora date dopo da protagonisti, ma pure non assenti nei commentatori dell’epoca.

Si ricorderà facilmente Il Pci ai giovani, di Pier Paolo Pasolini, che proprio sugli scontri di Valle Giulia, nel giugno di quello stesso ’68, scriveva rivolto agli studenti protagonisti: «Avete facce di figli di papà./ Vi odio come odio i vostri papà./ Buona razza non mente./ Avete lo stesso occhio cattivo./ Siete pavidi, incerti, disperati/ (benissimo!) ma sapete anche come essere/ prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:/ prerogative piccolo-borghesi, cari».

Se Pasolini era indulgente con gli operai, seppur con la precisazione del loro essere indietro rispetto ai tempi che si erano in quel mentre messisi a correre, un comunista teorico dell’operaismo, e decisamente critico col movimento studentesco, come Mario Tronti, in un’intervista del 2014, quasi cinicamente, spiegava: «Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione». Già, l’aumento di stipendio e il figlio dottore, borghese, sistemato. Ambizione legittima, ci mancherebbe, ma capace di smontare quel racconto su una classe operaia con una coscienza di sé tale da immaginarsi come universale e assoluta e soggetta al rischio di dover scontare una realtà diversa dall’idea.  Non per tutti è stato così, e non poteva essere altrimenti, non tutti hanno preso bene questa impossibilità di progresso individuale continuo e infinito. E molti, pure per questo, si sono arrabbiati.

Una rabbia, un odio, un rancore, che, oltre che dalla considerazione della diversa situazione sociale ed economica che quanti la provano vivono rispetto al suo oggetto, nascono più tristemente da un’aspettativa tradita, dalla promessa non realizzatasi del mito dell’arricchimento e, appunto, della conquista dello stile di vita, e di consumo, borghese. Lo si fosse capito allora il punto di non arrivo delle aspirazioni volutamente incoraggiate, si sarebbe forse riso meno delle intemerate pasoliniane contro la pubblicità e il sistema di cui si faceva veicolo.

Oggi, invece, qui siamo. Sedotti da un mito capace di far leva sull’apparato dei desideri, di generare passioni e promesse a cui non sempre, anzi, quasi mai, dà seguito, infatuazioni persino durature. E come tale, ovviamente, in grado di deludere. Non prima, però, di aver spostato su di altro le ire per l’oggetto desiderato e perduto ancor prima d’esser riusciti a possederlo, sull’altro competitor che, ci raccontano, ce ne ha precluso la conquista: il vicino di casa, il collega di lavoro, il compagno di scuola, il rappresentante della “casta”, il tecnico, il professore, il lavoratore migrante, il cinese laborioso, il sindacato, il sistema dei partiti, il burocrate, eccetera, eccetera, eccetera.

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Dopo 55 giorni

«È il professor Franco Tritto?». «Chi parla?». «Il dottor Nicolai». «Chi, Nicolai?». «È lei il professor Franco Tritto?». «Sì, ma voglio sapere chi parla». «Brigate rosse. Ha capito?». «Sì». «Adempiamo alle utlime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’on. Aldo Moro. Mi sente?». «Che devo fare? Se può ripetere…». «Non posso ripetere, guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’on. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Reanult 4 rossa. I primi numeri della targa sono N 5». «Devo telefonare…». «No, dovrebbe andare personalmente». «Non posso…». «Non può?… Dovrebbe per forza». «Per cortesia, no, mi dispiace (piange)». «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente». «Parli con mio padre, la prego». «Va bene». «Pronto?». «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’on. Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare, basta che lo sappiano, il messaggio ce l’ha già suo figlio». «Non posso andare io?». «Certamente. Purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole, è questa, cioè di comunicare alla famiglia perché la famiglia doveva riavere il suo corpo. Va bene? Arrivederci». «Va bene».

Quarant’anni, oggi. La voce di Morucci sentita altre volte, l’assistente di Moro, Tritto, che non riesce a trattenere l’emozione. Il fino ad allora prigioniero e condannato, nei comunicati delle Br, che ritorna, in quella telefonata (qui come riportata da Sergio Zavoli, ne La notte della Repubblica, pp. 315-316), il presidente, l’onorevole, ma più di tutto, l’uomo. Già, l’uomo. La politica l’aveva e l’ha come nascosto. È accaduto e Moro lo sapeva fin da giovane. Sciveva il futuro statista nei suoi articoli per Rassegna, il giornale che con altri universitari aveva fondato sul finire della guerra, che «senza la politica manca all’uomo l’ambiente nel quale costruire il suo mondo, ma se la politica vuole essere tutta la vita, l’uomo è finito e la vita perde la sua chiarezza e ricchezza… Al di là della politica c’è un residuo immenso che rischiamo ancora di sprecare» (ora in Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, pag. 72). Se era vero nella drammaticità dei momenti che il Paese e il mondo stavano vivendo quando Moro scriveva quelle parole, figuriamoci quanto poteva esserlo nel tempo dell’assurdo in cui si trovò a vivere i suoi ultimi giorni. E quanto può esserlo ora, nella tragicommedia che ci scorre davanti, dove non si trova chi abbia il torto proprio perché nessuno può vantare il diritto alla ragione.

Il Moro politico è il Moro uomo. Non c’è scissione fra le due cose, e l’immagine di un prigioniero ripiegato nella sua disperazione in contrasto con la lucidità che aveva il dirigente di partito e il funzionario di governo quando era libero, fu artatamente confezionata nel tentativo, a tratti riuscito, di delegittimarne le idee e il pensiero. Non ci sono due Moro. Quello che chiede il dialogo per salvare una vita, la sua, è lo stesso che vedeva nelle aperture progressiste verso il Pci l’alternativa unica e possibile al ciclico ricadere nella più retriva destra, sempre spietata e disumana. Come ricordò al congresso della Dc nel ’73, un «conservatorismo spaventato che giunge fino alla reazione, l’incapacità a cogliere il nuovo anche nelle sue forme più umane, una certa ottusità intellettuale e insensibilità morale, un fondo ineliminabile di autoritarismo, tutto ciò spiega la preoccupante rinascita della destra e addirittura del fascismo in Italia». Fino alla conclusione, perla di logica che riunisce in un attimo interi filoni di studio e campi del sapere diversi e differenziati, per provare a esemplificare con dei nomi, da Pasolini a Bauman: «Il fascimo è l’altra faccia, quella negativa, del grande moto rinnovatore del mondo» (in M. Damilano, op. cit., pag. 180).

Lucido al punto di non dimenticare mai che le regole e i funzionamenti delle istituzioni non sono mai neutri rispetto alla visione di società e rapporti di forza che si hanno nel definirli. Nelle pagine di quel Memoriale ritrovato per caso, scriveva dalla sua prigionia: «Ogni volta che c’è una difficoltà politica obiettiva, sembra sbucare lo strumento elettorale che dovrebbe permettere di superarla. Ma senza negare che in qualche caso (v. Francia) un sistema elettorale possa consentire di raggiongere certi obiettivi, in generale si può dire che si tratta di false soluzioni di reali problemi politici e che è opportuno non farsi mai delle illusioni. Non si accomodano con strumenti artificiosi situazioni obiettivamente controrte. […] C’è stata l’epoca della repubblica presidenziale, come forma di massimo ed efficace accentramento dell’esecutivo. Ma che dire ora che questi metodi si mostrano di dubbia validità nei Paesi di loro origine? A che è valso il presidenzialismo di Nixon? E quello, che pareva trionfare, dello stesso Carter? A che è servito davvero il sistema maggioritario a Giscard, Callaghan e in un certo senso Schmidt? Allora mi pare che la prefigurazione del domani, più che in ragione di nuove istituzioni perlomeno ancora non inventate, debba consistere nella preparazione migliore degli uomini nei partiti e nella vita sociale. Kissinger, come dicevo innanzi, lo faceva con estremo semplicismo ed una certa dose di rozzezza. Ma la direttiva è quella, mettere fuori uomini vecchi e inutili, anche se possono avere delle benemerenze, e mandare avanti uomini nuovi» (ancora in M. Damilano, op. cit., pp. 202-203, che ringrazio per la raccolta di testi e parole di Moro. Come ringrazio Paolo, «un amico di Cuneo» comune a entrambi, per avermi fatto apprezzare dettagli che non di rado, grossolanamente, ho ignorato).

Metteteli voi i nomi alle immagini di Moro; stando attenti, comunque, a non appassionarvi a un gioco che, in fin dei conti, vale possibilmente ancor meno delle figurine con le quali è giocato. Per conto mio, ho cercato di non sprecare questa pausa di Filopolitica nel ricordo del professore salentino e questo allontanamento dai vacui ritmi del presente, cercando, attraverso lo studio e la lettura di vari libri, di far di essi un omaggio e un tributo a degli uomini e a una stagione – senza vacue agiografie e conoscendone limiti e mali; dopotutto, nella stessa notte passata di quarant’anni fa, Peppino Impastato veniva fatto a pezzi per le sue battaglie contro un pezzo non irrilevante di quel sistema dominante all’epoca, e non solamente allora – in cui pure i silenzi erano misurati sull’importanza delle cose da dire.

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E poi, un po’ di silenzio

Solo di recente mi è capitato di passare per via Fani. Non avevo mai visto la lapide e nemmeno quando ci sono passato è stato con l’intenzione di vederla; è capitato, e il fatto che il motivo del percorrere quella strada in salita verso via Trionfale non fosse di certo ameno avrà probabilmente aggiunto un supplemento di mestizia nello scoprirla così, per caso, comparire alla mia sinistra. Sia come sia, l’ho guardata di sfuggita e, come non poteva non essere, ho immaginato all’incrocio e sulle strisce la 130 blu, l’Alfetta bianca e quella 128 Panorama, anch’essa chiara e con finta targa diplomatica, usata per bloccare la piccola carovana.

Eppure, voglio provare a ricordare il Moro fuori dall’iconografia drammatica del suo rapimento. Esattamente quarant’anni fa, all’ora in cui pubblico questo post (le 5,55, se proprio ci tenete a saperlo), il presidente della Dc era ancora vivo e libero. Ed era lo stesso uomo che, meno di dieci anni prima, aveva cominciato ad avvertire nei sintomi di quello scollamento che si manifestava nelle piazze una responsabilità piena di chi della rappresentanza del Paese aveva il preciso mandato. Spiegava infatti lo statista di Maglie, durante un intervento al Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana nel gennaio del 1969: «Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale. Ma, a fondamento di questa insufficiente presenza dei partiti, non c’è forse la incapacità di utilizzare anche per noi, classe politica, la coscienza critica e la forza di volontà della base democratica?». Quanto è attuale? Quanto è vivo quel pensiero e quella visione?

Moro era un innovatore. L’immagine che il racconto semplificatorio rende dello studioso e del politico induce a credere il contrario, e il suo stile tutt’altro che brillante, in un’epoca che già allora si votava all’immagine più che alla sostanza, contribuisce a sviare. Ma egli era per definire nuovi equilibri e diverse formule, sociali, culturali e poi, e di conseguenza, politiche. Sempre in occasione di un evento ufficiale della Dc, l’XI congresso nell’estate dello stesso 1969, spiegò: «dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose ho muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime».

Il compromesso storico a cui lui guardava era parte di questa innovazione: fu seppellito sotto il rigido marmo del governo istituzionale che invece nacque il giorno di quel rapimento, e non se ne parlò più, se non come progetto di unione di classi dirigenti e ceti politici, ben lontano dalla sua idea di dialogo e avvicinamento delle masse popolari che sostenevano i principali attori della scena politica di quegli anni.

Parte, però, non tutta l’innovazione a cui pensava. Perché la sua idea era un mondo differente da quello che c’era. Pure economicamente diverso. Una certa formazione forse mi induce a leggere nei processi economici lo svolgimento della storia e mi fa pensare che i rapporti di forza i quei campi determinino, o comunque continuamente tentino di farlo, gli indirizzi che la politica prende, persino quelli a cui la verità giudiziaria (quella storica è altro argomento) dà volti, nomi e pene. Allora mi chiedo, con le parole di Cesare Garboli su l’Unità del 7 giugno 1980, «se non sia il caso d’istituire una relazione, e di riflettere sul fatto che l’economia prevista dal compromesso sarebbe stata verosimilmente “povera” e “stabile”, secondo i tecnici, o, come dicono i nostri più grandi finanzieri, noiosa come un paese di oltrecortina».

In questi giorni ne sentiremo tante di cose su Moro; d’altronde, le ricorrenze questo sono, e quanto vado scrivendo non si sottrae alla teoria. Alcune voglio approfondirle meglio. Per un po’ di giorni non scriverò, e mi dedicherò alla lettura di testi su un paio di queste e su altre ancora che da tempo rimando. Perché stiamo correndo tutti troppo, e quando si corre, la polvere che alziamo raramente aiuta a vedere meglio ciò che si ha intorno.

A presto, se avrete ancora il piacere e la voglia di seguirmi.

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Dalle bottigliette allo stadio ai palazzi del potere: non era questo il senso della democrazia?

«La società meridionale ha risposto con un messaggio forte. Logorata da un tasso di mobilità intergenerazionale estremamente basso, si è ribellata alle dinastie nelle posizioni chiave nelle istituzioni (università, professioni, sanità, politica). Quelle dinastie che hanno mal speso o non speso i fondi europei della coesione territoriale e che difendono da sempre privilegi acquisiti. In questo contesto il M5S è l’unico partito che ha fatto uno sforzo di inclusione e selezionato i suoi rappresentanti (con metodi certamente discutibili) pescando in tutta la società. Questo ha trovato ascolto proprio perché l’ascensore sociale in questa parte del Paese funziona male con la conseguenza che la competenza dei candidati o la incoerenza delle politiche proposte dal M5S con i vincoli di bilancio diventano fattori secondari rispetto al valore simbolico che ha l’aprire le liste a chi è estraneo alle élite».

Col taglio inconfondibile dell’allure accademico, il fondo di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin sul Corriere di martedì scorso coglie un punto che il sentire di pancia e di emozione dell’elettorato medio aveva avvertito in pieno, pur senza saper farne coscienza. Per quanto disarticolate e sgrammaticate, le pratiche dei cinquestelle hanno avuto questo quale tratto distintivo: il far leggere quel movimento come il luogo dove anche un venditore di bottigliette allo stadio potesse ambire a diventare presidente del Consiglio. E non è cosa da poco, guardate. Anzi, arrischierei a dire che fosse il senso implicito della promessa democratica. E prendendo in giro Di Maio proprio per il suo non aver un cursus honorum di prestigio, non ha fatto che rafforzarne quei tratti di immediata empatia proprio negli ambienti dove quel tipo di curriculum raramente è facile farselo.

Ma non doveva essere precisamente il «portare avanti quelli che sono nati indietro», con le parole di Nenni, la missione della sinistra? Sì, doveva. E però s’è smarrita. Non da oggi, però, e non è tutta e solamente colpa dell’attuale classe al comando di quella parte. È un vizio antico di quel lato del panorama politico, almeno quanto la democrazia in questo Paese, e di cui scriveva Miriam Mafai già vent’anni fa, ricordando i primi tempi dopo la guerra, e che nel suo Botteghe Oscure, addio fissò nell’immagine di «due diversi ascensori: il primo, al quale si accedeva direttamente, oltre la vetrata dell’ingresso, era riservato ai membri della direzione e portava ai loro uffici; il secondo, in fondo a sinistra, era per tutti gli altri, compagni dell’apparato, tecnici, e dirigenti».

Adesso, a ciò si aggiunge il tema della qualità di quelli che salgono sull’ascensore migliore.

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Un consiglio di lettura

«In Italia vivono 13 milioni e 800 mila persone con meno di 830 euro al mese. Parliamo del 23% della popolazione, uno su quattro, a rischio di povertà. Un livello “molto elevato”, lo definisce Bankitalia nella nuova indagine campionaria sui bilanci delle famiglie, relativa al 2016. E non solo perché cresciuto di oltre tre punti percentuali in dieci anni, massimo storico. Ma soprattutto perché colpisce i giovani più degli anziani: il 30% degli under 35, solo il 15% degli over 65. Al Sud più che al Nord: 40 contro 15%. Gli stranieri più degli italiani: 55 contro 20%. Trovare in questi numeri una spiegazione al terremoto elettorale è quasi banale. Il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di un punto e mezzo tra 2006 e 2016. E, racconta ancora Bankitalia, si è riportato ai livelli toccati alla fine degli anni Novanta. L’asimmetria nella distribuzione dei redditi è tale che il 5% delle famiglie detiene il 40% delle ricchezze nazionali, in media 1,3 milioni di euro. Mentre il 30% appena l’1%: 6.500 euro in media. Tre quarti di questi nuclei sono a rischio di povertà. Una polarità che si è accentuata negli anni più duri della crisi». Così Valentina Conte, su La Repubblica di ieri, martedì 13 marzo 2018, commentando uno studio della Banca d’Italia.

Poi, per carità, si può credere, con buona pace dell’analisi del voto, di aver perso perché le elezioni sono una ruota che gira (“della fortuna”, immagino), che sia tutta colpa di quelli che, per chiusure ideologiche (e su istigazione dei gufi rosiconi, ça va sans dire), si sono ostinati a non voler vedere le magnifiche sorti e progressive messe in atto dal governo dei giovani e bravi o che il tutto sia accaduto perché il Nord è popolato di razzisti restii a pagare le tasse e il Sud di nullafacenti tesi alla ricerca d’un reddito senza lavorare (gli stessi, gli uni e gli altri, che prima vi avevano votato e a cui, dopo, dovrete chiedere ancora i voti; fate voi). Ma io credo che quanti lo facessero commetterebbero quell’errore marchiano che la tradizione vuole attribuire alla facoltà divina dell’accecare quelli che si vogliono perdere.

Chi fino a ieri ha guidato le sorti e i destini del Paese avrà di certo strumenti e facoltà migliori delle mie per capire cosa sia effettivamente successo. Eppure, se fosse nelle corde del proprio essere ascoltare, il suggerimento di leggere quei dati con la lente e la cartina dell’andamento dei fenomeni anche elettorali, oltre che nella sostanza degli avvenimenti politici, mi sentirei di darglielo.

Ovviamente, sapendo che sarebbe ignorato, come sempre, d’altronde.

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Quei tempi lunghi di cui non vogliamo più sapere

«Mentre in Cina il presidente Xi serra i bulloni di un sistema tranquillamente autoritario, in Russia le elezioni rafforzano la presa sicura di Vladimir Putin, al potere dal Duemila: il 18 marzo “lo zar” correrà in solitaria e senza strepiti verso il quarto mandato. E davanti a questa dimostrazione di accresciuta solidità, l’Occidente democratico in ordine sparso come risponde? Alzando a ripetizione quelle che nel Monopoli corrispondono alle carte degli “Imprevisti” (o delle “Probabilità”). Per molto tempo sono stati autocrati e dittatori, dal re africano Bokassa agli inquilini del Cremlino, a detenere il patentino opaco dell’imprevedibilità al volante. […] Davanti a quello spettacolo fatto di leader inamovibili e scelte arbitrarie, l’occidente offriva di sé l’immagine di un “usato sicuro”, una macchina che basava la sua affidabilità, più che sulla tempra dei leader che si alternavano alla guida, sullo stato di diritto e il libretto di istruzioni. A guardarlo oggi dall’alto, l’“autosalone” mondiale presenta modelli che paiono capovolti. […] Da una parte autocrati posati, dall’altra l’incerto Occidente del “chi lo sa”».

Così Michele Farina, ieri in un corsivo sul Corriere che muoveva dalle ultime decisioni dell’Assemblea del popolo nel grande Paese del dragone. E sembra proprio essere come lui ha scritto: da un lato, forse autocrati, di certo poco democratici ma alla guida di sistemi stabili, dall’altro, indiscusse democrazie che vivono i sobbalzi dei fenomeni spesso scriteriati. Con la diva, potremmo dire anche noi d’andar pazzi per le elezioni, dove non si sa mai chi vince, ma è necessario metter pure l’eventualità di vittorie potenzialmente destabilizzanti, così scriteriate da, quasi (e ci tengo a sottolineare l’avverbio), far rimpiangere stagioni in cui alle decisioni si giungeva per percorsi meno emozionali. Cosa sto dicendo? Beh, in una parola, o meglio, in un nome, Trump. Un cinico aristocratico piombato qui di colpo dalla fine del XVIII secolo potrebbe chiederci, guardandolo: «non era per avere lui al comando che avete fatto a pezzi il nostro mondo e le sue regole?».

Come se ne esce? Non ne ho la più pallida idea. O almeno, non ho alcuna ipotesi da fare che non comprenda un lavoro lungo che in questi tempi di brevità scambiata per celerità, probabilmente sacrilego al solo pensarlo, nel tempo in cui subiamo la tirannia del ticchettio della sfera dei secondi persino quando parliamo di processi epocali. Si tratta di costruire quel tessuto che è andato perduto da quelli che avrebbero dovuto custodirlo, e che invece l’hanno ignorato con la stessa supponenza con la quale era dato per scontato quando funzionava.

Ma per i processi lenti, chi ha tempo?

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Per questo sono a favore dei sistemi proporzionali

Mi è già capitato di raccontare questo aneddoto. Qualche anno fa, nel paese in cui sono nato e cresciuto, durante una chiacchierata con un amico, lui lamentava il fatto che lungo il corso e nelle piazze, in fila alle poste o in attesa dal medico, l’ottanta per cento, se non oltre, di quelli con cui gli capitava di parlare si dichiaravano contrari all’azione dell’amministrazione comunale. «È incredibile: se ci sono dieci persone in una stanza, otto parlano male del sindaco. E il bello – aggiungeva – è che se tu glielo chiedi, ti rispondono di non averlo votato. Tutti, ognuno di coloro che ne parla male. Come se a votarlo fossero stati i due, o forse meno, che ne condividono le scelte». «Già, è curioso. Ma il fatto – ricordo d’aver risposto – è che le cose stanno proprio così, nelle percentuali e con i rapporti che hai detto». E stavano così per una ragione numerica banale. Quando nel 2012 a Stigliano, un comune al di sotto dei quindicimila abitanti e pertanto con un sistema elettorale fortemente maggioritario, si è votato per il rinnovo dell’amministrazione cittadina, a competere fra di loro c’erano 4 liste. Quella che vinse ebbe il 28,06%, e le altre rispettivamente il 27,37, il 22,45 e il 22,10. Se a ciò si aggiunge la considerazione che a votare furono il 66,06% degli aventi diritto (risultato di tutto rispetto, se si pensa alle attuali tendenze), il risultato della lista vincente, realmente, corrisponde a un consenso pari al 18,54 per cento degli aventi diritto al voto; l’uno o i due cittadini su dieci che si incontrano quando si va a far spesa, all’ufficio postale, dal medico.

In fondo, non è tanto diverso da quello che abbiamo scoperto con le recenti elezioni. Pur potendo contare su una maggioranza parlamentare notevole, assoluta in una camera e relativa nell’altra, il Pd si è scoperto minoranza nell’elettorato. Il fatto, però, è che era così pure prima. Quella maggioranza, infatti, era tale solo in virtù del moltiplicatore dell’Italicum; numeri alla mano, invece, il partito al governo dal 2013, alle elezioni, aveva preso solo un quarto dei voti, mentre il 75% aveva votato altro. Francesco De Sanctis (citato da Pietro Secchia in un intervento al Senato il 17 dicembre del 1968), diceva: «La maggioranza legale è essa che deve governare, ma perché un Governo sia accettato dalla coscienza pubblica si richiede che la maggioranza legale sia insieme maggioranza reale nel Paese, altrimenti del sistema parlamentare c’è soltanto l’apparenza». E non è il migliore dei viatici possibili per un sistema democratico che sull’accettazione e la condivisione delle scelte deve basarsi.

Ecco perché io sono un inguaribile proporzionalista. Con un dubbio, però, datomi dalla mia natura cafona. Se il governo di una nazione è percepito come il risultato di accordi e numeri presi e formatisi al di sopra delle teste dei cittadini, in un certo qual modo è più facile tollerarne le decisioni anche quando non piacciano, per la semplice ragione che si può nutrire la speranza di un’alternativa nella considerazione della propria alterità. Se, al contrario, lo si legge come il frutto effettivo delle personali scelte, allora la faccenda si complica, e alla frustrazione di non vedersi riconosciuti e considerati dal sistema che sarebbe chiamato a rappresentarci si aggiunge la disperazione del sapersi artefici della propria esclusione.

Una condizione ai limiti dell’estraneità cantata nel Winterreise, ma molto meno romantica.

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Avevo capito che si fosse votato per delle coalizioni

Continuo a leggere di un incarico di governo ai cinquestelle perché primo partito. E non capisco: a me sembrava che si fosse votato per le coalizioni, e la prima fosse risultata quella del centrodestra, numeri parlamentari compresi.  Sento i vertici del Nazareno ripetere il mantra del «siamo stati votati per stare all’opposizione»; ma che significa? In un sistema parlamentare e con una legge proporzionale, si è votati per rappresentare qualcuno e provare a dar corso alle cose che si propongono, maggioranze e minoranze le si decidono sul da farsi, non a prescindere da questo.

E poi, di nuovo i numeri. E leggendo quelli, davvero la vedete così strana l’ipotesi di un incarico a uno del centrodestra che possa ottenere la “non sfiducia” del Pd? Siamo con margini stretti, certo, appena giusti per tentare la manovra e un governo così avrebbe sempre il fiato corto. Però, qualcuno si potrebbe aggiungere ai non sfiducianti dalle parti dei sempiterni “responsabili” di sinistra, qualche altro dai dissidenti pentastellati già espulsi, ché, insomma, di far finire presto la legislatura in pochi fra gli eletti hanno tanta voglia. Se ci pensate, andrebbe bene a molti, grillini compresi. Anzi, grillini per primi. Non sto dicendo che mi piacerebbe; sto pensando che sia, nel novero delle cose possibili, una delle probabili.

Un governo Di Maio, per nascere, avrebbe bisogno dei voti attivi del Pd. Per un governo “non-Salvini” (pure lui sa che, messa così la situazione, presidente del Consiglio è difficile che ci diventi, e tanto vale farsi scendere un moderato alla Tajani, fare la vittima e chiedere qualche ministero e sottosegretariato in più, magari di peso, mettere la felpa e fare un abbonamento dalla Gruber), ma comunque di quella parte che fino a prova contraria ha preso più voti delle altre, basterebbe il non esprimere un voto contrario.

Nell’ipotesi, sarei pure pronto a scommettere sulla scelta dei toni e dei temi per la retorica giustificazionista che metterebbero in campo vertici e militanti del partito del governo uscente. Una cosa del tipo «non possiamo non assumerci le nostre responsabilità nei confronti della nazione, il Paese rischia lo stallo, anche il Pci di Berlinguer nel ‘76», eccetera, eccetera, eccetera.

Inoltre, al Pd, dal suo segretario in procinto di dimissioni già annunciate al futuro leader in corso d’incensamento e passando per i tanti del #senzadime, di appoggiare un governo grillino non ne vogliono sentir parlare. E posso capirli, senza ironie: anni trascorsi a essere insultati non sono il miglior viatico per un accordo. Roba che verrebbe da rispondere a Di Maio: «sì, dai, facciamo un incontro in streaming nel quale tu ci spieghi il significato di “non impedire” e noi il senso implicito nel V-day».
No, ripeto, vedo più probabile l’altra soluzione, con il Pd disposto a far partire un governo del centrodestra, perché, di nuovo, hanno preso più voti degli altri, mancano a loro meno parlamentari e insieme, alcuni fra le relative parti, hanno già più volte governato. In fondo, anche se si vuol stare all’opposizione, come da Renzi in giù van dicendo dal minuto successivo alla chiusura dello spoglio, un governo serve. Al momento, quello che c’è, è guidato da uno del Pd; difficile essere all’opposizione di un esecutivo tuo in carica solo per gli affari correnti, diciamo.
In alternativa, il Pd può star fermo, cosa che in molti spiegano di voler fare, aspettare un accordo M5S-Lega per godere i frutti delle relative contraddizioni o, più realisticamente, lo stallo, con la prospettiva di nuove elezioni in autunno. E col rischio che siano a quel punto lette come il ballottaggio fra i due vincitori del turno elettorale appena trascorso, Di Maio e Salvini, appunto.
Cari amici dem, sicuri di essere voi quelli con i popcorn in mano?

Prevengo una domanda e un’obiezione allo stesso tempo: «tu che ne scrivi, cosa faresti?»: Io? E che c’entro io? Faccio ipotesi; le soluzioni le devono indicare quelli che possono pure dar corso a queste con degli atti. E quelli, gli atti, non competono a me. Ah, già: se io fossi al loro posto, dite? Beh, come dire, «se fossi stato al vostro posto…/ ma al vostro posto non ci sono stare».

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Quello che abbia senso sapere è da voi che l’ho appreso

Quello che abbia senso sapere è da voi che l’ho appreso,
in voi ho scoperto la gentilezza che non cede alle sorti.
E perdonatemi se più che chiederne altro non riesco 
a fare per riscattare le colpe di un genere che troppe,

infinite volte mi fa avvolgere fra strati di vergogna,
teli di scorno intessuti da criminali gesti, o solo atti
e parole arroganti, irragionevoli per durezza e toni. 
Intristisce l’uso a merce delle vostre figure, il divenire

loro simili a oggetti fra cose che vendono e comprano
uomini da tempo ormai stanchi per amare. Quasi
come si iscrivessero su di essi i segni di un potere

vecchio e solo maschile, quei corpi che danno forma
al vostro stare nel mondo diventano teatro di lotta.
E il chieder scusa nel dirvi grazie è il debito più lieve.

 

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Bene, grazie (e con la consapevolezza che non fa per me stargli più d’appresso)

«Poi ci farai sapere com’è stata la tua “prima volta”… lontana», mi chiedeva Enrica in un commento a un mio articolo di qualche giorno fa. E in effetti, da quando ho preso la mia prima tessera di un partito, ormai un quarto di secolo fa, non ho mai seguito una campagna elettorale da tanta distanza come mi è capito di fare in questa che si è chiusa domenica scorsa.

E com’è stato? Non saprei dire. Diverso, certamente, nuovo, ovvio. Irrimediabilmente triste. No, non io, che ho argomenti fondati per non sentirmi tale; parlo della situazione, almeno da come l’ho osservata io. In particolare per la mia parte politica, o meglio, per quella che sarebbe potuto esserla, visto che, in fondo, una non l’ho presa. Perché è lì che ho visto tanta gente che c’era stata negli anni delle sconfitte andare via progressivamente proprio nel momento della vittoria. Un abbandono che oggi ha consegnato una disfatta ancora peggiore. Quelli che generosamente e in silenzio erano arrivati al Pd e al centro sinistra quando tutto pareva perduto, che non chiedevano nulla e che nulla avrebbero potuto pensare di avere, che hanno contribuito a far classe dirigente persone che spesso erano state messe ai margini, ora non ci sono più. Anche perché quelle stesse rinnovate élites nulla hanno fatto per tenerle vicine. Anzi: «lasciateci lavorare», è stato il loro motto. E sono stati lasciati, appunto, da chi se n’è andato nello stesso silenzio in cui era arrivato. Ma c’è un di più in questa tristezza di scenario, se mi permettete l’abbrivio d’un passaggio sul personale, ed è la considerazione della mia inutilità sul piano della politica, almeno di quella delle istituzioni e dei partiti.

Vedete, ho sempre pensato che dovessi in qualche modo “impegnarmi” nelle vicende politiche, e che ciò non potesse che avvenire attraverso una partecipazione al loro svolgersi nei canoni e con gli strumenti precisamente istituzionali e di partito. Ecco, non ne sono più convinto. Non che quelle vie non esistano tuttora e siano funzionanti e piene di significato oggi. Al contrario, ci sono e quotidianamente spiegano la loro portata. È che non credo più siano la mia strada, quella che io possa o debba percorrere.

Se in venticinque anni non sono riuscito a contribuire realmente a qualcosa che sentissi anche mio, allora vorrà dire che quel modo non fa per me. Ce ne sono altri, altri ancora ce ne saranno. E guardate che non sto affatto sminuendo la mia persona o, peggio, fingendo modestia. Tutt’altro; sono così presuntuoso da citare un mio conterraneo per nascita fattomi amare da un mio concittadino per residenza, quando scriveva che «è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile».

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