Il duro male

L’architrave spezzato a serrare definitivamente una porta da tempo chiusa,
il segnale che lì dove per anni vissero uomini e storie non entrerà più nessuno.
Come d’invero lo dice la neve, che sui comignoli si raccoglie senza sciogliersi,
ché nessun fuoco è acceso in quelle case da cui dipartono, nessuno vi si scalda.
Gli scuri delle finestre o son già divelti dal vento scendono sghembi, semiaperti,
o contorti dal sole, ingialliti. Là un intonaco si stacca e cade a pezzi sul selciato,
anch’esso mancante di molti pezzi che in epoche vicine sostennero pesi e passi,
mentre ora si aprono in buche ad accogliere la pioggia, a sconnettersi ancora.
E immagini di ascoltare le voci che pure per quei vicoli dovettero risuonare,
quasi rivedessi i volti che le emisero, vorresti parlarci e chiedere dove siano,
in quale luogo siano andati, come fuggiti o nascosti a causa d’un duro male
che questa terra ha avvolto e non pare essere intenzionato a lasciare a breve.
Ma ti accorgi che è a uno specchio che rivolgi quell’ipotetica vana domanda,
e nel conoscere la risposta, si perde in dolore l’antico animo che interrogava.
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Non è il migrante che ti ruba il lavoro, è il padrone a sfruttarvi entrambi

«Per gli esclusi che sospettano di essere ormai relegati tra gli ultimi, scoprire che sotto di loro c’è qualcun altro è una sorta di evento salvifico, che restituisce loro dignità umana e salva quel poco che rimane della loro autostima. L’arrivo di una massa di migranti senza dimora, cui si negano i diritti fondamentali non solo in pratica ma anche sulla carta, crea una rara occasione per il verificarsi di un simile evento. […] accadde ai cosiddetti white trash, cioè il sottoproletariato bianco del sud rurale americano che, anziché scivolare in un’autodenigrazione lacerante e autolesionista, trovò un’ancora di salvezza nella presenza dei negroes, visti come esseri subumani cui era negato persino l’unico privilegio che essi invece pensavano di poter vantare: la pelle bianca. Per i loro omologhi seguaci di Marine Le Pen, essere francesi è una caratteristica (forse l’unica possibile) che li accomuna al mondo buono e nobile dei piani alti, ai grandi e potenti, e che al tempo stesso li pone al di sopra di quegli estranei (anch’essi miserabili) che sono i nuovi venuti privi di cittadinanza. I migranti simboleggiano quegli ultimi, tanto ardentemente desiderati, e relegati ancora più in basso dei misérables indigeni, il cui destino diventa così leggermente meno umiliante, e dunque leggermente meno amaro, intollerabile e inaccettabile. Affinché i francesi possano sentirsi chez soi, nella buona e nella cattiva sorte, ai migranti bisogna far capire che hanno i giorni contati, e che le cose per loro non cambieranno». Così Zygmunt Bauman, in Stranieri alle porte (Laterza, 2016, ed. sp. per Corriere della Sera, 2018, pp. 12-13), e non riesco a non dargli ragione.

Perché, nelle reazioni scomposte, nell’odio che leggo negli occhi, nella rabbia che sento tra le parole dei tanti che, a prescindere, ce l’hanno con i migranti, soprattutto se neri, non posso non scorgere un senso di quasi appagamento, di sollievo, direi, di compiacimento. «Finalmente», paiono pensare molti di quelli che lo fanno, «ho qualcuno sotto di me da poter vessare, qualcuno a cui, pure io, far pesare la sua condizione, qualcuno che non mi faccia sentire ultimo». Che sia di breve durata o di forte intensità, non importa; l’emozione di sentirsi dalla parte giusta del mondo ripaga delle quotidiane umiliazioni, di quel senso di frustrazione che l’impossibilità di avere per sé ciò che la società spinge a desiderare continuamente genera. Ci si può sentire finalmente vivi e compiuti anche nel dileggio e nell’aggressione dell’altro, soprattutto se ciò dà l’impressione d’essere compresi tra quelli che si ammirano e invidiano. «Ed è una morte un po’ peggiore».

Europei diversi sulle sponde americane d’Atlantico hanno spiegato alla mia schiatta il non esser bianchi, altri italiani lungo le rive del Po le hanno insegnato a non sentirsi uguali nella stessa nazione; sarà per questo che non subisco la fascinazione della Patria, né il richiamo del colore di pelle. Ma è altresì curioso e inspiegabile come, i vessati, sbaglino mira così clamorosamente, e se la prendano col compagno, più che con chi l’uno e l’altro colpisce. Non sono i migranti a rubarvi il lavoro, ma i padroni che entrambi vi sfruttano, ponendovi tutti in competizione più che in accordo, per speculare sulle vostre rivalità e guadagnare nella guerra che inspiegabilmente vi date.

Non sembrano, però, i colpiti da questo incantesimo voler sentire ragioni. E mi tornano altre pagine del libro che ho citato all’inizio. «Fu proprio traferendo la questione filosofica su questo terreno [quello della sociologia, della psicologia sociale e dell’arte della conversazione] che Leon Festinger riuscì a disegnare una mappa molto più completa delle tante vie di fuga dalla dissonanza cognitiva, fenomeno che nasce nello spazio – notoriamente confuso e disorientante – situato tra la conoscenza morale e la condotta morale. Ciò che tute quelle vie di fuga hanno in comune è la determinazione a tenersi alla larga dalle insidie del disprezzo di sé, facendo leva sulla capacità di occultare a chi mente la realtà dell’ipocrisia e della menzogna o d’impedire che arrivino alla sua consapevolezza. Quest’impresa è compiuta dalla fede, ossia da una totale e incrollabile fiducia e sicurezza (di sé) in una determinata convinzione, da una certezza refrattaria a qualsiasi dato e ragionamento contrario, salda e inespugnabile in quanto fondata sulla persuasione interiore anziché su prove (di cui si arriva a negare la necessità) e pronta a rifiutare a priori, o a liquidare prontamente come anomalia o falsità, qualsiasi dato di fatto tale da porre in dubbio quella fede. […] È a questo punto che entra in scena quell’inamovibile elemento che sono i “molti” di cui parla Arendt: nostri indispensabili e inalienabili compagni fin da “quando inizio ad agire” […]. In caso di assenza di prove materiali, […] la mia certezza di “essere nel giusto” e di seguire il giudizio corretto si appoggia al das Man di Heidegger (l’on di Sartre): ossia al fatto che io mi trovi in sintonia con il “si fa così” o con “la (maggior parte della) gente è solita fare così”. Quanto più aumenta il numero di quelli che “fanno così”, tanto più l’imperturbabilità della mia fede si sente al sicuro, e sicura di sé. Das Man e l’on esprimono l’autorità dei numeri» (Ibid., pp. 85-86).

A tutto questo, si affianca la potenza dei mezzi, che se non porta colpa alcuna per le idee che si generano fra gli uomini, di certo dà una grossa mano a far correre le peggiori più velocemente, in una sorta di autoconvincimento di esser dalla parte del bene solo perché, con precisione scientifica e matematica, quell’ambiente ha l’accortezza di tener lontani da noi i possibili dissensi e i potenziali dubbi. Ancora Bauman: «Donal Trump […] è stato descritto da Emma Roller, opinionista del “New York Times”, come “il candidato perfetto nella nostra epoca virale”. Perché? Uno psicologo della University of Hawaii ha osservato che i fenomeni virali più entusiasticamente condivisi sono quelli che attingono alle dimensioni più profonde della psiche. “L’odio, la paura dell’altro e l’ira provengono direttamente dall’inconscio” […]. Quando si è soli davanti allo schermo di un telefono, di un tablet o di un computer, e gli unici “altri” presenti sono “virali”, si direbbe che la ragione e la morale si addormentino, lasciando campo libero a emozioni che di solito sono sotto controllo» (Ibid., pag. 91).

Tutto è perduto? No, non è mai tutto perduto. L’ingigantimento dell’ego degli uomini spesso costringe la storia nell’angustia dei tempi della vita dei singoli, ma sappiamo che il respiro di quella è più lungo, per quanto ci sembri corto il giorno che stiamo vivendo. È solo che, qui e adesso, per citare il Manzoni (I promessi sposi, cap. XXXII), opportunamente ricordato dal capo dello Stato pochi giorni fa, alla fine di questa notte potremmo esser costretti a dover dire della stagione che stiamo vivendo: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

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Identità nazionale: uno strumento dei potenti

Scriveva sulle pagine culturali del Corriere di ieri Carlo Rovelli: «non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Visto dal mio giovane e ancora un po’ disfunzionale Paese, l’Italia, questo è forse più facile da notare che non dall’interno dell’antico e nobile Regno di sua maestà la regina. Ma è la stessa cosa. Non appena emerso, generalmente con fuoco e furia, la prima preoccupazione di qualsiasi centro di potere — antico re o borghesia liberale del XIX secolo — è promuovere un robusto senso di identità comune. “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani” è la famosa esclamazione di Massimo d’Azeglio, pioniere dell’unità d’Italia, nel 1861».

Quello che dice il fisico veronese, è come se la mia gente lo sapesse da sempre. Forse per questo, in fondo, alla nazione, alla patria, a tutta la retorica della «propria terra», non ci abbiamo mai creduto. È una storia che ho già raccontato, ma che in questo tempo che pare voler risvegliare istinti nazionalisti in esclusiva chiave di contrapposizione credo sia il caso di ricordare. Ed è il senso di una conversazione che ebbi anni fa con un anziano delle mie parti. Una vita come tante, la sua: invecchiato prima di poter essere giovane, fatica in campagna per scarso pane, emigrazione, fatica ancora, un po’ più di pane, un principio di tubercolosi, il ritorno in paese per la vecchiaia, a farsi bastare una pensione che altri chiamerebbero misera. Gli chiesi se avesse mai provato nostalgia della sua terra, nei suoi anni di Germania, e sorrise a quel termine, «nostalgia», che evidentemente gli parve roba da ricchi. No, mi spiegò, la sua terra era troppo poca per esser rimpianta, tre tomoli appena, e quanto all’altra, quella nell’accezione ideologica, beh, anche a questa non si sentiva troppo partecipe. «La terra», mi disse, «per poca o tanta che sia, è sempre e solo di chi ce l’ha. E quelli che ne hanno molta, troppa, sono gli stessi che la dicono pomposamente “nostra” quando c’è da difenderla contro qualcosa o qualcuno, ma che son lesti a ribadirla ferocemente “loro” se, per caso, si parlasse di dividerla».

Sì, perché questo è l’identità nazionale, come scriveva Rovelli: una costruzione del potere per legare a sé le persone, sfruttando il bisogno di appartenenza e offrendo ragioni per un impegno generoso, gratuito. Salvo poi, da parte dei potenti stessi, scordarsene appena non più necessarie. E così, i figli dei meridionali arruolati per allargare e difendere i confini alpini divennero i terroni che rubavano il lavoro nelle fabbriche a quelle stesse latitudini, i giovani patrioti chiamati a raccolta e in armi a far grande l’Impero che si voleva a tutti i costi furono gli scarti da scambiare a basso costo per un po’ di carbone negli accordi della nascente Europa e quelli che oggi si immaginano parte a pieno titolo d’una bianca nazione schierata contro il nero migrante invasore, si scopriranno domani abbandonati alla miseria da chi, con loro, non vorrà aver niente da spartire.

Se mi è consentita la citazione, è un po’ come argomentò don Lorenzo Milani, nel suo L’obbedienza non è più una virtù del febbraio 1965: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Ecco perché non mi avrete; perché so che non mi volete.

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«Se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di più»

«Qualunque sia il nome giusto per designare queste persone, quali che siano le loro motivazioni, origini e destinazioni, quale che sia l’effetto della loro partenza sulle società che abbandonano, o quello del loro arrivo sulle società alle quali approdano – una cosa è assolutamente chiara: questa gente rende assai difficile ogni discorso a cuor sereno sulla sorte dello scrittore in esilio. Eppure dobbiamo parlare; e non solo perché la letteratura, come i poveri, è notoriamente portata a prendersi cura dei propri figli, ma più ancora per via di un’antica e forse infondata convinzione, secondo la quale se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di più, sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio». (Iosif Brodskij, La condizione che chiamiamo esilio (1987), in Id., Dall’esilio, trad. it. Di G. Forti, Adelphi, Milano 1988, pp. 14-15)

Brodskij è stato un esule sovietico in diverse nazioni d’Occidente, oltre che uno scrittore e premio Nobel per la letteratura nel 1987, l’anno in cui, in una conferenza a Vienna, pronunciava quelle parole. Drammatiche nella loro semplicità, esse spiegano tante cose. E se state pensando che mi stia riferendo anche alla qualità delle classi di governo e delle élites in generale di questa stagione che sembra non finire mai, sì, avete ragione. Perché qui Trump è il leader del mondo libero, si diceva un tempo, e una tale che dichiara, come se nulla fosse, che non legge un libro da tre anni diventa sottosegretaria di governo, e per giunta, in un impeto di dadaismo, con delega alla cultura. Se avessero letto un po’ di più, come spiegava l’autore russo, non «sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio»?

Sto dicendo che basta qualche libro di poesia o di narrativa per cambiare il mondo? Qualche saggio di filosofia? No (o magari sì, ma in un altro senso); ma figuriamoci a quanto possano servire le migliaia di tweet di qualche politico compulsivamente social. Sto dicendo, però, che la qualità delle idee è spesso forgiata dalla quantità dei concetti che si hanno a disposizione per elaborarle e delle parole che si è capaci di usare per dirle. Le une e gli altri, ovviamente, si trovano in quei libri che sarcasticamente disprezzano i governanti di oggi e i padroni del tempo in cui viviamo.

E questo spiega tante cose.

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Ma voi, invece, dov’eravate, dove siete?

Cresciuto nelle terre μετά τόν πόντον, non riesco a non sentire forte il legame con quel popolo che così le volle intendere. I miei fratelli greci, colpiti dalla crisi economica o dalle fiamme degli incendi, si rialzeranno anche questa volta, pur se provati come il pugile a riposo di Lisippo, opporranno alla sventura la resistenza di cui sappiamo dai tempi di quello scontro alle Termopili. Vorrei abbracciarli tutti, e idealmente lo faccio su queste pagine, in cui grande, fin dal nome, è l’impronta della loro presenza nella storia e nel mondo. Per questo, se possibile, l’attacco alle organizzazioni umanitarie persino prendendo a pretesto un dramma simili mi ha fatto ancora più male.

In sintesi, il network del livore disinformante, mentre ancora fumavano le colline, le foreste e le case dell’Attica, ha subito trovato il modo per colpire i suoi nuovi nemici: «dove sono», si sono chiesti gli astiosi a prescindere, quasi che queste avessero dovuto spegnere subito le fiamme, o addirittura prevenirne il divampare, «le Ong? Non si muovono per i greci? C’è poco da guadagnare con gli europei?». E non è la prima volta, dato che spesso abbiamo letto critiche del genere, rimandando a presunte assenze di quelle organizzazioni nell’aiuto ai poveri italiani, a quanti vivono ai margini e nelle periferie del nostro Paese, ai terremotati. Ebbene, vergognatevi. Sì, vergognatevi, miei per nulla cari odiatori in servizio permanente effettivo. Non solamente perché in Grecia e per i greci ai tempi della crisi le Ong c’erano così come ci sono ora, per aiutare le vittime delle fiamme, perché ci sono state per i terremotati di Lazio e Marche e ogni qualvolta è servito esserci, perché sono presenti nelle periferie e per le persone in difficoltà in vari posti d’Italia, ma vergognatevi perché spesso, se non sempre, a mancare siete e siete stati voi. E visto che vi piace il gioco, ve lo chiedo io: dov’eravate, dove siete?

La solidarietà si dà senza parlarne, è vero. Ma voi siete scorretti, e allora non si può rispondere altrimenti. Nell’agosto del terremoto nel centro Italia, donai alla Croce Rossa per quell’emergenza la stessa cifra che in quei giorni, per me, stavo spendendo per l’albergo delle vacanze, perché ritenevo giusto dare per aiutare qualcuno quanto usavo per diletto. La stessa cosa ho fatto ieri, sul conto attivato dal governo ellenico per le donazioni in favore di quanti sono stati colpiti dai roghi dei giorni scorsi, e nelle altre occasioni in cui mi è stato possibile.

A voi, invece, vi ho sentiti e vi sento sbraitare verso chiunque, schiumanti di rabbia contro chi arriva e chi, sempre e comunque, aiuta tutti, indistintamente, e se vi si chiede perché non contribuite almeno con un decimo di quello che spendete per la connessione a internet che usate per inondare il mondo di insulti, siete pronti a scoprire qualche link con una storia di malversazioni nella raccolta delle offerte, qualche editoriale sprezzante verso questo o quel sodalizio solidale, qualche fusariana analisi zeppa di neo-ismi e parole altisonanti e rumorose come solo sono le cose vuote che spiega quanto sia giusto astenersi dall’aiutare, perché Soros, l’Ue, i mercati, le banche, i lavoratori dimenticati, per non dire dei marò, e allora il Pd, ma anche la Boldrini e l’attico di Saviano a New York, e tutto quel che serve a sedare le vostre coscienze e lasciarvi immobili nell’idolatria del vostro ombelico.

E adesso, insultatemi pure.

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Siete maggioranza, fatevene una ragione

«Abbiamo vinto, abbiamo la maggioranza, fatevene una ragione». Tra pleonastiche punteggiature e ardite ortografie, più o meno questo e quello che incontrano le critiche, politiche o di merito, condotte alle mosse dell’esecutivo, soprattutto quando s’incappa nelle varie piattaforme virtuali in qualche sostenitore della parte grillina del sodalizio di governo. Ora, io non so gli altri e non parlo per loro; ma per conto mio, «una ragione», come dicono, me la sono già fatta. Piuttosto, mi pare che quanti fanno parte della maggioranza non abbiano ancora maturato la coscienza d’esser tali, con tutti gli onori e gli oneri che da lì derivano. E allora, ve lo dico io, signori assisi a Palazzo Chigi e relativi ascari e giannizzeri a mezzo social: siete maggioranza, fatevene una ragione.

Smettete quell’atteggiamento astioso nei confronti degli sconfitti; non si addice a dei vincitori. Che piaccia o meno (e a me non piace), «adesso avete voi il potere,/ adesso avete voi supremazia,/ diritto e Polizia,/ gli dèi, i comandamenti ed il dovere». Fatene l’uso che vi aggrada, ma non provate a indossare la veste delle vittime, è fuori luogo. Avete vinto, cos’altro volete? Non era quello che volevate? Non erano quel refolo di dominio e quella parvenza di autorità in luogo dell’autorevolezza che cercavate, tanto da rinnegare le idee di ieri nelle gesta dell’oggi pur di averli? A meno che non vogliate l’unanimità, cosa andate cercando negli attacchi continui ai perdenti, alla sinistra a brandelli, agli intellettuali inascoltati? Non rappresentano più nessuno, lo dite voi stessi; perché schiumate di rabbia verso quei pochi che ancora si ostinano a ricordare parole opposte a quelle, effettivamente maggioritarie, dure e crudeli sparate in faccia agli ultimi e ai perdenti in ogni tweet del vostro nuovo amico e maître à penser Matteo Salvini?

Il dubbio che sia il dissenso ciò che più di ogni cosa voi odiate, in me cresce e fatica a essere ignorato. Perché nulla possono farvi quanti avete battuto nelle urne, ché voi per primi dichiaravate spacciati da tempo. Ancora meno quelli come me, che al massimo ho le poche parole che reggono gli scarsi pensieri di cui sono capace. Salvo, forse, oppormi al potere quando lo vedo realizzare cose che non condivido. Quel potere ora siete voi, e quanto fate non mi piace affatto.

E finché avrò voce, lo dirò.

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Ma in che modo la chiusura dei porti aiuterebbe i poveri d’Italia?

Ogni volta, alle critiche sulla rabbiosa guerra navale ai migranti dichiarata dall’esecutivo Salvini-Di Maio, la vulgata governativa replicata da mille profili risponde con l’elenco dei mali del popolo italiano. Sempre gli stessi, quelli verso i quali, concretamente, fino a oggi, nemmeno loro hanno fato nulla: i pensionati che non arrivano alla fine del mese, i poveri nelle periferie e nei territori più deboli, i terremotati. Ora, a parte il paragone crudele, perché sì, anche qui ci sono sacche, estese e reali, di disagio che colpiscono i nostri connazionali, ma nei posti da cui partono quelle persone che provano a varcare il Mediterraneo, e quanto vivono nel cammino, è decisamente peggio, pure provando a seguire la logica dei rancorosi al potere, mi perdo nella ricerca di un nesso per la contrapposizione tra i diversi problemi, escludendo quelli di natura squisitamente elettorale.

Allora, vi chiedo: fatemi capire. Chiudendo i porti alle Ong (salvo poi stupirsi che queste non considerino l’Italia un approdo sicuro), sono aumentate le pensioni minime degli anziani a cui dite di pensare? Allontanando i disperati dalle patrie coste (e soprattutto dalle telecamere dei giornalisti nazionali, in particolar modo di quelli che hanno il brutto vizio di pensare a raccontare i fatti, oltre che preoccuparsi di come fare carriera), un solo povero autoctono ne ha tratto beneficio? Ricattando mezza Europa sulla pelle dei naufraghi (ottenendo ascolto solo dalla metà che non vi piace, perché l’altra parte, quella di quanti vi siete scelti come amichetti senza cuore, se ne infischia altamente), si ricostruiscono le case dei terremotati?

Perché poi, il vizioso circolo della vostra retorica, è tutto qui; «prendeteveli a casa vostra!», urlate scompostamente a quanti eccepiscono alla linea della crudeltà verso gli ultimi, dimenticando che questa è casa loro almeno quanto di voi che gridate rabbia e astio. Provando a stare al vostro gioco: vi siete mai presi in casa un mendicate italiano? Avete mai devoluto un decimo del vostro reddito mensile in favore dei terremotati? Fatto qualcosa davvero per quell’anziano di cui tutti i giorni postate la foto mentre rovista fra i rifiuti?

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Immaginate che siano bianchi

«E ora immaginate che sia bianca». Conclude così, trattenendo le lacrime, la sua arringa finale ne Il momento di uccidere, Matthew McConaughey, dopo aver raccontato l’indicibile fatto a una bambina di colore da due energumeni poi giustiziati nell’atrio dal padre, per questo imputato, nel film, Samuel L. Jackson. È una scena che dà i brividi e spezza il fiato in gola. Ma per fortuna, quello, è solo un film. Non lo sono, invece, i corpi che galleggiano, gli uomini, le donne, i bambini che annegano nel Mediterraneo. Di questi, a volte vediamo le foto. Così fu per il piccolo Alan Kurdi, adagiato come in sonno su una spiaggia turca.

Così è stato per il bimbo senza nome, inerme corpicino galleggiante a pochi centimetri da quello della mamma, morta anche lei. Prima di suo figlio, hanno rilevato i soccorritori; e si frantuma il corso dei pensieri perché la logica si arrende, perché non si riesce a immaginare la paura del sapersi solo, in mare, aggrappato a una tavola a soli cinque anni, e non si può ipotizzare il contrario in quella fatale tempistica senza che il cuore provi sgomento e rischi di perdersi nell’orrore. Però non corre l’emozione collettiva come accadde pochi anni fa. Perché? Perché quel morto nell’età dei giochi non muove identico dolore diffuso? Perché, addirittura, si sente parlare di invenzione comunicativa, mentre all’epoca, pure dagli stessi luoghi politici e mediatici, si udiva la chiamata alla responsabilità comune? Allora, voglio farla io l’ipotesi oratoria dell’attore: immaginate che siano bianchi.

Nessuna provocazione, nessuna voglia di colpire allo stomaco; è invece una triste, assurda, idea, che sempre più si sta facendo constatazione. La domanda che si fanno nei loro testi alcuni intellettuali e studiosi che hanno provato a interrogarsi sui perché della Shoah è come sia stato possibile che i tedeschi non provassero empatia per quegli ebrei che venivano cacciati dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dal consesso civile. E la risposta, drammatica, è che, davvero, per i molti comuni cittadini che li osservavano, die Juden, gli ebrei, erano Untermensch, subumani.

Raccapricciante? Sì, molto. Però a quel punto portò la demonizzazione condotta lungo secoli, su cui si innestò la narrazione nazista con la sua retorica di morte, che altrimenti sarebbe stata respinta e ricacciata nella solitudine da cui era uscita, fino al crimine assoluto. Anni di “spersonificazione” di quell’altro da sé, di quel loro, i neri, li hanno resi più distanti dal perimetro emozionale di un noi che si percepisce continuamente sotto assedio e minaccia.

Il risultato è che uno sguardo atterrito, un cadavere riverso su una tavola tra i flutti e le macerie di un naufragio, un corpicino esposto al sole sul pelo dell’acqua e fra le braccia ormai impotenti di un sammaritano provato dal nuoto e dall’orrore, non solo non fanno immediate muover al pianto e alla disperazione, ma sollevano dubbi, animano un terribile, scettico cinismo, reggono urla sgraziate e, queste sì, inumane contro chi ancora prova a resistere, a soccorrere, semplicemente a compatire le sorti di altri esseri umani.

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Vivo ogni minuto col palpito forte di quel giorno

E ancora tremano le ginocchia, come vibrano i polsi,
sudano le mani. Lo fecero quel mattino d’un anno fa,
dall’altra parte del mondo, stranamente sentita casa.
Due passi e un po’ d’ombra, d’aria ad asciugar la maglia,

anch’essa incapace di trattenere le emozioni e la strada.
Il portone, l’atrio, l'ascensore in arrivo proprio allora;
e tu che ne uscivi sorridente, felice, e io che dimenticavo
ogni cosa, forse pure il mio nome, se fosse stato chiesto.

Il tuo pianto alla sera ci gelò il sangue. Sperduti in tre,
spaurito tu. Abbracciarti fu l’unica cosa che seppi fare,
finché, stremati, ci assopimmo, la prima notte insieme,

di tante, infinite altre che con te, fra noi, vorrò avere.
Sarebbe banale un mio altro dire; voglio vivere ogn’ora,
ogni giorno, ogni minuto col palpito forte di quel giorno.


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Cultura e formazione, non solo politica elettorale; i reazionari l’hanno capito, gli altri?

«La politica elettorale non è il solo modo per cambiare le cose. Gramsci insegna che bisogna combattere sul piano culturale per sperare di vincere sul piano politico. Oggi le forze conservatrici avanzano ovunque e la sfida è quella di costruire una classe dirigente in grado di usare questo potere con saggezza e lungimiranza. Perciò abbiamo deciso di creare l’Issep, per formare una nuova élite politica, sociale ed economica che agisca avendo a cuore il bene della propria Patria». Così Marion Maréchal Le Pen risponde a Marco Cremonesi che, per Il Corriere della Sera in edicola lo scorso giovedì 12 luglio, le chiede il perché della fondazione di un’accademia di scienze sociali, economiche e politiche legata al suo movimento, quel Front National arrivato già due volte molto vicino a esprimere l’inquilino dell’Eliseo.

Purtroppo, e lo dico con sgomento e un’infinita tristezza, ha ragione, e ha colto un aspetto che era patrimonio della sinistra, ma che le forze politiche di sinistra sembrano aver fortemente voluto dismettere, per inseguire i miraggi del successo per immagini. Sostituendo le noiose scuole di partito e i lunghi percorsi formativi delle classi dirigenti con il casting per i volti nuovi da candidare (attraverso cui, se ti riesce di azzeccare la performance efficace nell’audizione giusta, puoi ritrovarti proiettato d’un tratto dal tuo circolo di provincia, nella prestigiosa aula parlamentare brussellese), si è pensato di aver definitivamente agganciato la modernità. Salvo poi scoprirsi da questa tradita, ché quello, il tempo, scorre, e ciò che è attuale oggi nell’istante, nel successivo è già andato, e non ha più valore, come l’arena scivolosa su cui era poggiata la costruzione vacua che si vendeva come «strutturata».

Così, l’osservazione della giovane Le Pen è sensata, nella sua terrificante prospettiva. Le forze della reazione hanno capito che non basta prendere i voti, e che il consenso è labile come il vento su cui si muove, perché per costruire qualcosa che abbia senso e durata, ci vogliono fondamenta culturali e capacità apprese lungo percorsi formativi approfonditi. Gli altri (tutti, perché di processi promozionali per le classi dirigenti basati sul «questo buca e prende voti» ne ho visti ovunque nelle forze di sinistra o solamente popolari), quando lo comprenderanno?

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