Quei curiosi sinistri patrioti

A Prodi che immaginava per ieri, inizio di primavera, fiorire i balconi del Belpaese con vessilli blustellati dell’Unione europea, subito ha risposto il neo patriota (costituzionale, non si dica altro) Fassina, inalberando la bandiera bianca, rossa e verde sul pennone di casa sua. La mia mente è corsa all’agosto del 1914, quando immagino che alla borghesia e alle nobiltà europee non parve vero che da Vienna a Parigi, da Berlino a Londra, su entrambi i lati degli schieramenti bellici, i socialisti votarono per i crediti militari e a favore delle politiche di guerra dei rispettivi governi. Con quel voto, e non poteva essere diversamente, finì pure la II Internazionale e si incamminò, senza resistenze culturali adeguate, il processo di disfacimento della fraternità fra le classi subalterne d’Europa, per l’interesse e l’arricchimento delle élites.

Sinceramente, la difesa del sacro principio della nazione da parte di quelli che si dicono di sinistra non la capisco. Non perché la mia cultura anarchica mi canti continuamente che «nostra patria è il mondo intero» e la mia natura contadina sappia che questa, per noi, sempre «è dove l’erba trema», ma anche perché l’ideologia che ci ha informati, da questa parte del mondo politico, parlava di superare il destino delle nazioni. Se non è troppo di destra per il buon Fassina, fin dal Manifesto del partito comunista si leggeva: «I lavoratori non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. […] Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli tendono sempre più a scomparire già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà del commercio, con il mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle condizioni di vita che ne derivano. Il potere proletario li farà scomparire ancora di più. L’azione comune almeno dei paesi più civilizzati è una delle prime condizioni della sua liberazione. […] Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni cade la reciproca ostilità fra le nazioni». Che non è, in fondo, dimenticarsi della propria patria, ma concepirla e sentirla più grande; quanto «il mondo intero», appunto.

Ogni volta, però, che si parla di Unione europea o di rinuncia a pezzi e parti di sovranità nazionale, spunta fuori qualcuno a sinistra che ci spiega come non si possa essere così «rinnegati» al punto da tradire la fede in quella realtà geopolitica che la storia e il momento hanno stabilito con precisi confini e peculiare nome. Non ha senso, almeno non da questa parte della barricata.

Lasciateli pure e senza alcun timore alla destra, i temi e i concetti della nazione e dell’onore dell’appartenenza a un solo luogo e un unico paese: prendetevi tutto il resto, e non sarà poco. Se invece è a un campionato che riducete il mondo, in cui ciascuno sventoli una bandiera contro le altre stabilita solo in ragione del posto dove si è nati, non della classe e della situazione in cui ci si trova, allora è giusto che siate succubi della loro egemonia culturale e ideologica.

E di questa politicamente periate.   

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Se qualcuno non esegue solamente gli ordini, c’è ancora speranza

Dal ritratto che ne fa Nello Scavo, per Avvenire: «non ha avuto dubbi, e quando con il capo missione Luca Casarini ha lanciato in acqua i due gommoni veloci sulle coordinate indicate dall’aereo Moonbird, ha puntato la prua di Mare Jonio spingendo avanti tutta verso i migranti alla deriva da due giorni. Pietro Marrone sa che lo impongono le convenzioni internazionali, e che abbandonare esseri umani tra i flutti per un pescatore non è solo un reato umanitario, è prima di tutto un tradimento. Consegnarli ai libici, poi, equivale a commettere il reato di “respingimento”, previsto dalle norme internazionali per chiunque consegni i naufraghi alle autorità di un Paese in alcun modo considerato “porto sicuro”. E neanche il governo italiano ha mai riconosciuto la Libia come tale». Questo è Pietro Marrone, il comandante della nave Mare Ionio, della missione umanitaria Mediterranea.

Uno che in mare ha perso un fratello, uno che sa che la vita viene prima delle leggi, che, come dice anche il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, non è che si può dire a chi sta annegando, «guarda, vorrei darti una mano, ma c’è il “decreto Salvini” e non ti aiuto». E così, quando una motovedetta Guardia di Finanza gli ha ordinato di spegnere i motori, Pietro Marrone ha risposto, senza scomporsi: «Abbiamo persone che non stanno bene, devo portarle al sicuro e ci sono onde di due metri. Io non spengo nessun motore». Ora il suo operato sarà passato al vaglio della giustizia della legge, e non sappiamo cosa questa dirà; ma quello del diritto alla vita di quanti ha salvato dai flutti e della sua morale di uomo, di sicuro, l’ha già superato.

Solo vanesi ministri possono pensare che il salvataggio fosse pianificato per arrivare in prossimità del voto al Senato col quale si nascondono dal rendere conto ai magistrati sulla base alle norme che dovrebbero far rispettare; la misura di quanto essi valgano è nell’idea che hanno, e che immagina una cinquantina fra bambini, donne e uomini mettersi in mare e rischiare di affogare, non per disperazione, ma per dispetto. Valutate voi.

Chi non si piega all’obbedienza cieca dei loro ordini, invece, dà speranza al mondo.

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«Dietro la collina non c’è più nessuno»

«Al romanzo politico del populismo e del sovranismo serve un nemico e uno dei problemi del momento, per dirla con Francesco De Gregori, è che “il nemico è scappato, è vinto, è battuto”. La chiusura dei porti e la sostanziale interruzione dell’Operazione Sophia hanno fermato gli sbarchi: lo spettro dell’invasione africana, della sostituzione etnica, dell’orda musulmana alle porte si è fatto più tenue e assai meno spaventoso. Senza il caso Diciotti sarebbe stato praticamente dimenticato. La vecchia Casta è stata neutralizzata e sostituita ovunque fosse possibile, dalla Rai al largo spettro delle nomine fatte e in fieri. Sì, si può attaccare la Giuria di Qualità di Sanremo che sceglie il vincitore sbagliato, ma è davvero poca cosa rispetto alla guerra contro le élite che ha infervorato per anni gli elettorati del Movimento Cinque Stelle e della Lega». Flavia Perina non è di certo una delle mie firme di riferimento, però nel suo articolo sul «bisogno populista del nemico», scritto per La Stampa del 28 febbraio scorso, aveva molte ragioni da far valere. Sopra tutte, quella velata del vittimismo insopportabile di chi è al comando.

Sì, perché in effetti quell’aspetto del racconto politico che animano è fortemente abusato da parte dei nuovi politici influenti nell’oggi. Guardate, cari i miei governanti delle due leghe (quella con le stellette sulla giacca e quella con le cinque stelle nel blog), adesso i potenti siete voi. Non avete rivali, non avete avversari che possano intimorirvi, per continuare col De Gregori citato dalla Perina, «dietro la collina non c’è più nessuno»; basta dipingervi come assediati da temibili avversari. Non ci sono, li avete battuti, avete vinto. Il vittimismo non vi veste al meglio, si vede il difetto, di logica e di taglio. Novelli Gulliver, dei dardi dei lillipuziani della stampa e dei politici sconfitti dovreste sorriderne accorgendovene appena. Se così non fosse – e non ho io elementi per non creder che tale sia effettivamente lo stato dei rapporti di forza, nell’Italia del tempo presente – l’intera assegnazione delle parti, fra nani e giganti, e il relativo discorso pubblico che su questa per tanta parte del Paese s’è andato sviluppando, andrebbero quantomeno ridiscussi.

Purtroppo per il, soi-disant, «governo del cambiamento», nemmeno in questo sono innovativi. Di forti che si atteggiano a vittime delle mire predatorie da parte di quelli di loro più deboli è pieno il racconto della storia. E ne sono piene pure le favole, come l’eternamente valida Lupus et agnus di Fedro, che, scritta per quegli uomini qui fictis causis innocentes opprimunt, che con falsi pretesti opprimono gli innocenti, parla anche di quella bugiarda autocommiserazione che dalle parole degli stessi ipocritamente promana.   

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Vedremo i fatti, ma il discorso è stato buono

Spiegano, quelli che fanno alta formazione nella comunicazione politica e istituzionale, che a decidere le sorti delle elezioni alla Casa Bianca fra Kennedy e Nixon contribuirono non poco quelle gocce di sudore insistenti sul mento del repubblicano, riprese e mandate in onda da una tv di Chicago nel primo dibattito in diretta fra i pretendenti a quella carico e divenute, di fatto, il segnale d’inizio della teledemocrazia occidentale. Se fosse vero (o se io ci credessi), consiglierei subito al neo segretario del Pd di cambiare mestiere.

Dato che non credo che la comunicazione sia più importante della politica, il discorso di Zingaretti l’ho ascoltato non facendo caso alla sua camicia chiazzata e al fazzoletto più volte intento a tergerne la fronte. E devo dire che non è stato un discorso debole, tutt’altro. Ci si può divertire a cercare i limiti, che ci sono stati, o fossilizzarsi in quel passaggio inutile e sterile sul referendum costituzionale (Nicola, ma non potevi sorvolare?), ma un leader appena eletto capace di dire, nel suo discorso d’insediamento, «anche noi, dalla cima di questa montagna di frasi fatte, di intenti roboanti, di schemi politici, abbiamo perso di vista la quotidianità della vita» e un politico del Pd che non si nasconde nell’affermare che «non abbiamo compreso quanto, negli ultimi vent’anni, un becero liberismo, ringalluzzito dalla fine così poco dignitosa del socialismo reale, avesse ripreso le redini del comando», non è poca cosa e non era, e non è, scontato.

Aspetterò i fatti, certo, e di vedere come quelle parole si consumeranno nelle scelte politiche e delle persone chiamate a realizzarle (non affiderei, infatti, ancora il mio voto a chi ieri ha messo in atto, sostenuto e rivendicato le scelte che avversavo e domani si facesse, con altrettanta convinzione, araldo e campione del loro contrario), ma per il momento, per quanto e per quello che ho sentito, il tono e le idee sono buoni.

Soprattutto, son lontani da quelli sentiti attraverso camicie bianche intonse e ben stirate.

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E adesso, abbassiamo il Pil

Fridays for FutureGlobal Strike for FutureYouth for Climate; comunque l’abbiate chiamato, ragazzi, l’altro giorno siete stati meravigliosi. E gli adulti che vi hanno sostenuto hanno fatto benissimo il loro dovere, visti gli errori fin qui compiuti. Quelli che vi hanno criticato, deriso, addirittura insultato, beh, le loro storie, opere, vicende e lo stato in cui è ridotto il mondo che vi lasciano parlano in loro accusa meglio di quanto potrei fare io.

Ora, per dar seguito e senso a quello che dicevate in piazza, vogliamo tutti, da oggi, consumare decisamente di meno, ognuno riducendo le sue spese, il proprio utilizzo di risorse, il personale accesso a beni e prodotti non strettamente necessari? Perché, vedete, l’inquinamento contro cui lottate, giustamente, altro non è che il risultato del consumismo che per anni, tutti, ci ha sedotti. Lo abbandoniamo, o il giorno dopo le manifestazioni riprendiamo a desiderare altri prodotti e nuove cose? Insomma, con le parole di un nonno dei vostri genitori, Riccardo Lombardi nel ’67, siamo capaci di uscire dal paradigma di questo tipo di benessere, «che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse»?

Nessuna esagerazione o pratica da mendicante scalzo: quello che intendo è che bisogna cambiare un paio di scarpe solo quando sono davvero consumate, non perché non più di moda. Che un telefonino va bene finché funziona. Che un’auto si sostituisce quando non si può più riparare. Che, in inverno, 18-19 gradi in casa sono sufficienti. Vi sembrano cose ragionevoli? Bene. Allora, pensate a quante scarpe si accumulano negli armadi, lontane dai piedi che dovrebbero calzarle, invecchiando ancora intonse o quasi, a quanti telefonini sono sostituiti con altri solo per una prestazione migliore, che comunque non sarà usata, a quante auto fiammanti sostituiscono altre ancora funzionanti, a quante case ospitano gente in maglietta quando fuori c’è la neve. Di questo, solamente di questo, sto parlando.

E della successiva e relativa riduzione del Pil, ovviamente.

Un’osservazione che mi si potrebbe fare: «Eh, ma questi sono sacrifici che ricadrebbero più sui poveri che sui ricchi». Vero. Dopotutto, il consumismo è l’altro aspetto dell’accesso ai beni e ai prodotti dell’industria da parte dei meno abbienti; i ricchi vi accedevano anche prima. Se per ridurre l’inquinamento dobbiamo restringere il consumo di questi su larga scala, saranno inevitabilmente quelli dei ceti medi e bassi che si dovranno contrarre. Come, se ciò non dovesse accadere, saranno loro le case a finire sott’acque nelle alluvioni sempre più frequenti prodotte dal climate change, loro i figli a morire nei quartieri operai a ridosso delle fabbriche che avvelenano l’aria, loro a fare più fatica a reperire gli alimenti quando i prezzi saliranno per colpa della siccità o sobbarcarsi i costi della lotta fra poveri a seguito della riduzione delle risorse della terra. I ricchi, pure allora, giocheranno in un altro campionato.

Però, con il Lombardi di prima, è il paradigma del modello di benessere che va cambiato, per andare verso un tipo diverso, «che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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«Dio. Patria. Famiglia» è uno slogan fascista

Portava un cartello, la senatrice Monica Cirinnà durante una manifestazione per l’8 marzo, con su scritto: «Dio. Patria. Famiglia. Che vita de merda». Scontate e nemmeno da tenere in considerazione, dato l’argomento, le critiche della più becera delle destre europee in questo momento, che sfortunatamente, nel nostro Paese, è pure al governo. Curiosi, al contrario, gli attacchi all’esponente dem da parte di alcuni ambienti politici e intellettuali, diciamo così, di quel vario mondo che guarda alle forze di sinistra o liberali. Dall’ex ministro renziano Carlo Calenda alla già direttrice della web-tv del Pd ai tempi della segreteria Bersani Chiara Geloni, passando per il direttore del tg di La7 Enrico Mentana.

L’ansia di attaccare i dirigenti e gli esponenti del Pd può fare brutti scherzi, questo ci sta. Così come un certo loro ripiegamento borghese, che li ha portati a concentrarsi esclusivamente sui diritti civili dopo aver scordato la difesa di quelli sociali, li pone facilmente nel mirino delle critiche da sinistra. Ma rimane il fatto che «Dio. Patria. Famiglia» sia uno slogan fascista, e non si può difenderlo in nessuna chiave ermeneutica, a meno di non essere emuli e sodali dei vari Salvini e Meloni, ovviamente. Mettendolo alla berlina, il cartello impugnato dalla Cirinnà mandava un messaggio antifascista, in una manifestazione, peraltro, che si batteva pure contro alcune derive che vorrebbero il ruolo della donna relegato all’esclusiva cura della famiglia per il bene della patria, e in nome di dio, ça va sans dire; come i fascisti volevano che fosse, appunto.

Dinanzi a un’ipotetica pari superficialità di lettura fatta dai grillini, gli stessi che oggi criticano la Cirinnà sarebbero stati pronti a rinfacciare loro la poca conoscenza della storia. Invece, spiegano che non si possono ridicolizzare quei concetti perché, altrimenti, si rischia di perdere il contatto con il popolo vero e la gente comune, che in essi crede e si riconosce.

E che c’entra? Quella triade così concentrata era un messaggio politico e ideologico forte; è questo che contestava il cartello, non i concetti in sé stessi considerati. Non coglierlo, è triste. Che a farlo siano persone che leggono e scrivono libri, è persino preoccupante. Per non dire, inoltre, che in quegli stessi ambienti da cui giungono tali stigmatizzazioni, proprio del superamento della visione restrittiva di quelle definizioni insieme considerate s’è da sempre fatto impegno e missione ideologica, culturale e sociale.

Tre aggettivi, gli ultimi, per tre nozioni, queste sì, oggi davvero fatte a brandelli e dissacrate.

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A che serve?

Non ero in Italia domenica 3 marzo, ma anche ci fossi stato, non sarei di certo andato a votare per alle primarie del Pd. Non per mancanza di rispetto del lavoro di quelli che, per un bel tratto di strada, sono stati i miei compagni di partito, tutt’altro: è proprio perché ne stimo l’impegno che non mi sarei mai presentato a un seggio per scegliere il segretario di una forza politica a cui non sono iscritto, che non ho votato e che, stando così le premesse, non so ancora se voterò in futuro. Ma questo non toglie che più di un milione e mezzo di elettori l’abbiano fatto; e ciò, in una situazione dove il partito di maggioranza relativa prende le sue decisioni affidandosi al voto online di qualche migliaio di attivisti sulla piattaforma digitale di una s.r.l., non è poco.

Come dicevo, non è il mio più il mio partito, né penso che lo sarà nuovamente nell’immediato futuro, senza rotture serie con la recente storia, da consumarsi nelle politiche e nelle persone (non mi affiderei, infatti, il mio voto a chi ieri ha messo in atto, sostenuto e rivendicato le scelte che avversavo e domani si facesse, con altrettanta convinzione, araldo e campione del loro contrario). Le premesse, dicevo, non vanno in questo senso – con tutte le scelte che aveva a disposizione, proprio dai “Sì Tav” doveva andare Zingaretti nella sua prima uscita pubblica? Non era meglio, per esempio, scegliere la baraccopoli di San Ferdinando, il polo della logistica piacentino, le strade sarde con i pastori in lotta o una qualsiasi delle altre ferite aperte nella carne viva del lavoro e della società? –, ma questo non toglie abbiano partecipato a quelle elezioni una volta e mezza quanti hanno votato per Leu alle scorse politiche, più dei voti presi dalla lista guidata da Grasso e da quella di Potere al popolo messe insieme. A che serve, soprattutto da sinistra, fare le pulci a un tale dato di partecipazione?

Ripeto, è poco probabile che io torni nel breve a frequentare il Pd, né come sostenitore, né, ovviamente, quale militante, però non capisco perché ironizzare sulla volontà di quegli elettori e di quel partito di provare a riprendere il filo della propria azione politica. Aspetto le prime decisioni, le scelte e i voti che arriveranno dai vertici del Pd e dai suoi gruppi parlamentari, e allora dirò la mia, come ho sempre fatto, spiegando ciò che non mi piace e cosa mi convince e perché.

Sminuire il risultato di partecipazione a queste primarie, invece, non lo capisco.  

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Definendole «piccole» si disprezzano le cose di tutti i giorni; per molti, le uniche

«Noi vediamo il grande problema delle città. Chi vi risiede è divenuto estraneo agli altri. La convivialità di un tempo ha lasciato il posto all’indifferenza se non alla diffidenza. Non ci si parla più. Non si conoscono più i vicini che, tuttavia, vivono e condividono gli stessi problemi: la difficoltà di trovare un posto all’asilo, l’alloggio troppo piccolo o troppo rumoroso, i problemi di impiego, i risultati scolastici dei figli, la sicurezza nel quartiere – in una parola –, la vita. […] Potrei dirvi che occorre riconciliare urbanità e urbanismo, riapprendere a parlarsi […] è questa la democrazia di tutti i giorni, quella che non trascura alcuna difficoltà della vita reale dei francesi, che sa che non ci sono da una parte i grandi problemi e dall’altra i piccoli […]. La speranza si iscrive in tale democrazia di ogni giorno, si radica nella riconciliazione dell’azione politica con la vita quotidiana, nella riconciliazione dello Stato con la società civile, trae la sua forza nella riconciliazione dell’istante con la durata».

Trent’anni fa, il 29 giugno del 1988, da poco più di un mese nominato primo ministro, con quelle parole Michel Rocard pronunciò il suo discorso di politica generale all’assemblea nazionale francese. Riconciliare l’azione politica con la vita quotidiana, lo Stato con la società civile, l’istante con la durata. Se fosse ancora fra i vivi, si potrebbe consigliare a Macron di andarci a parlare. Ma l’attuale inquilino dell’Eliseo ha una visione più simile a quella tutta interna alle strutture di comando e alle élites di potere di Mitterrand (che pure nominò Rocard primo ministro, nonostante fossero acerrimi rivali nel partito socialista) che a ciò che quello che fu ironicamente definito «il discorso del pianerottolo» disegnavano. E infatti, da allora, negli anni in Francia quei vicini che non comunicano più hanno molte volte riversato in piazza le loro frustrazioni e le proprie difficoltà. Rocard si dimise a meno di un anno da quel discorso; non lo presero sul serio i deputati francesi, non lo ascoltò nessun altro. Ma quante ragioni ancora oggi si potrebbero trovare.

Erano passati vent’anni da quell’intervento che ancora, al tempo, non conoscevo. Eppure, commentando il pessimo risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno, mi chiedevo se non fosse stato in virtù, o per colpa, di un certo strabismo intellettuale che la parte politica a cui guardavo, e guardo, non avesse compreso quello che stava avvenendo nella realtà, quale fosse davvero, con Rocard, il «grand problème des villes». C’è una verità che non riusciamo a dirci fino in fondo: i problemi non si possono dividere superficialmente in grandi e piccoli. Perché ogni tassello di quella percezione individuale crea «il problema» della città e della società tutta: definire «piccole» le cose che ogni giorno affannano la vita è disprezzarle. E non di rado, per molti quelle sono le uniche cose che si hanno e si vivono.   

Guardo intorno, nel mio campo; mi sento come allora. E non è una bella sensazione.

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Il razzismo è una montagna di merda ancora più grande

«Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda!». Aveva ragione Peppino Impastato, e voglio immaginarla proprio come Marco Tullio Giordana la fa gridare a Luigi Lo Cascio ne I cento Passi quella frase, urlata nel cuore della notte sotto le finestre di Tano Badalamenti. La mafia è solo questo: volontà di dominio con la violenza, sopraffazione, esclusione di quanti non sono del clan, del gruppo, della famiglia, sfruttamento dell’altro, crudeltà. Nulla in essa si può salvare; la mafia è una montagna di merda. E il razzismo lo è ancora di più.

Perché metto in parallelo la mafia e il razzismo? Perché gli elementi più deleteri ci sono tutti in entrambi i fenomeni: la sopraffazione e il dominio attraverso la forza e con metodi violenti, l’esclusione di quelli che non fanno parte del gruppo che rivendica la superiorità e il potere, lo sfruttamento dell’altro, la crudeltà inflitta senza motivazioni ad altri esseri umani. In più, il razzismo ha la dimensione potenzialmente universale. Al razzista non basta il controllo sul suo habitat immediatamente prossimo, vuole la supremazia completa della propria etnia su tutta l’umanità, vorrebbe che ogni uomo si sottomettesse alla sua Weltanschauung, che ciascun abitante della Terra riconoscesse, e di conseguenza accettasse, la superiorità sua e della sua «razza». Altrimenti, ogni mezzo coercitivo vale: dalla segregazione all’espulsione e fino alla riduzione in schiavitù o allo sterminio totale e assoluto degli altri gruppi. Tutte cose che abbiamo già visto, e in misure enormi e folli.

La mafia è da combattere e cancellare in ogni sua diversificazione. E il razzismo da estirpare in tutte le sue forme. Niente «ma», nessun «però»; sono due mali senz’appello, uno dell’altro più grande e capace di portare a stermini e delitti incommensurabili, enormi per dimensione e virtualmente assoluti nelle intenzioni di chi li attua o pensa che sia lecito dar loro corso.

E una montagna di merda, più è grande, più appesta l’aria.

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Rompere il giocattolo o semplicemente giocarci? Una storia privata

«Beh, dopo aver passato anni a spiegare che bisogna rompere il giocattolo per capire come funziona, ti sta bene; avessi dato ragione a me, ora ci starebbe semplicemente giocando». Ha commentato così, sarcasticamente, il mio caro amico artista, dopo che il mio bimbo, in cinque minuti primi, aveva già tolto le ruote al pulmino appena comprato in un esoso negozietto di souvenir in Portobello Road. In fondo, se non aveva tutte le ragioni, di certo non gli si poteva dare ogni torto.

Mi fa sempre piacere parlare con lui, anche se ormai accade sempre più di rado, e quella sua rapida battuta m’ha portato indietro di almeno vent’anni. A una questione, in verità, per me ancora irrisolta: quella cioè se sia meglio smontare le cose che si hanno davanti, per capire come siano fatte e perché funzionino, o semplicemente usarle, un po’ come si fa con alcuni tipi di salsicce, che difficilmente mangeremmo se sapessimo cosa c’hanno messo dentro? Mah, non saprei. Lui, esteta d’istinto e talento, propendeva per l’uso; io, sedotto da un’improbabile epistemologia presa a prestito da libri probabilmente mal capiti, per la via tortuosa e tetra del capire per forza. In fondo, un dilemma ancora oggi.

Se non nella risposta che a entrambi ha dato spontaneamente il piccolo Claudio: si può giocare smontando un giocattolo, divertendosi nel farlo, e si può smontare un giocattolo giocandoci, in modo da sapere su di esso qualcosa di più, ma senza nulla togliere al piacere di averlo fra le mani, rigirarlo, farlo correre giù da una tavolo o su un tronco.

E seminare minuscoli pneumatici per Kensington Gardens.

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