Recuperando il senso della storia

Scrive Ezio Mauro su La Repubblica di ieri: «Il racconto oggi egemonico parla di un’Europa stanca di sé, incapace di manifestare una personalità istituzionale seducente e un carattere politico convincente, […] portatrice di un sistema di vincoli di cui la popolazione non è più in grado di rintracciare la legittimità […]. Ma se recuperiamo il senso della storia, ci accorgiamo che questa stessa Europa è molto di più […]. Ciò che troppo spesso dimentichiamo è che l’Europa non è una costruzione artificiale, per la semplice ragione che ha dato una fisionomia politica e istituzionale a un modo di vivere, a una tradizione, a una cultura […]. Cominciamo così a capire che è di noi che si parla, quando parliamo di Europa. In questo concetto storico, geografico, politico, sociale e soprattutto culturale convergono il seme greco che ha generato l’idea di città e dunque lo spazio pubblico dell’agorà, in cui per la prima volta l’individuo si muove come cittadino, il diritto romano che fissando la regola di convivenza per questi cittadini e riconoscendo i loro ambiti fonda la nozione di persone, il cristianesimo che oltrepassa la stessa invenzione giuridica dei pretori romani introducendo la rivoluzione della misericordia. Arriviamo infine ad altri elementi costitutivi dell’identità europea, che tutelano il suo carattere democratico: lo stato di diritto […]; il pluralismo […]; la contendibilità del potere […]; il rendiconto […]; la libertà di espressione fino al dissenso».

Ha ragione. È proprio recuperando il senso della storia che andrò a votare domenica. Vedete, io non ho un sentimento nazionale particolarmente sviluppato, né mi convincono gli appelli alla centralità della “patria” per la vita degli uomini. Perché so che le nazioni sono una costruzione e perché ho visto gli uomini muoversi sulla terra da quando sono in grado di farlo; nulla vieta alle une di esser diverse (e spesso, nella storia, differenti da come oggi le si ha, lo sono già state), nulla, per me, dovrebbe vietare agli altri di muoversi liberamente fra di esse, attraversandole e rimodulandole. Da questa considerazione muove quindi il mio senso per l’Unione europea, una costruzione figlia come le altre della storia e della somma delle cose fatte dagli uomini, incidentale, certo, non naturale, nel senso di non iscritta per sua stessa essenza nell’organizzazione ineluttabile del mondo, ma opportuna e giusta, per come io vedo il dover essere delle cose in questa parte del pianeta.

Perfetta? E quando mai lo sono le cose degli uomini. L’Unione nasce da uno sviluppo che prende avvio subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e si definisce come spazio veramente unitario, includendo la libera circolazione degli uomini e la cittadinanza europea all’inizio degli anni novanta del secolo scorso. È giovane, per l’arco della storia, una bambina; come questa, a volte può incespicare, sbagliare nel suo cammino, esser sgraziata nel passo: ma chi ha l’ha detto, per parafrasare Ingrao, che un’idea debba «nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia?».

Ancora una citazione, per definire meglio il senso di questo appello a votare per chi o quanti – e sceglieteli voi, questo è un appello al voto per un pensiero, non a votare qualcuno per sé – più di altri vogliono oggi lavorare al rafforzamento di quel progetto, e ancora una domanda. Slavoj Žižek, a Internazionale qualche tempo fa: «nella storia dell’umanità c’è mai stato un così grande numero di persone che ha vissuto così relativamente libero, sicuro e protetto dal welfare come nell’Europa occidentale degli ultimi settant’anni?».

Rispondete su ciò a voi stessi domenica nell’urna, ve ne prego.

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A volte, la rabbia si può fare ragione politica (con tutte le conseguenze)

«I francesi filonazisti più radicali presenti a Parigi costituirono un gruppo eterogeneo in cui confluirono ex comunisti, antisemiti militanti, fascisti, pacifisti dogmatici e giornalisti, scrittori e poeti vanitosi e autoreferenziali. […] Quello che gli estremisti filonazisti parigini ebbero in comune fu l’odio nei confronti della defunta Terza Repubblica, rea di non aver apprezzato abbastanza il loro talento, e il disprezzo che nutrirono per i conservatori e gli opportunisti di Vichy». István Deák, Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, 2019, pag. 83.

L’odio per gli uni, che li avevano ignorati, il disprezzo per gli altri, che anche nel rovesciamento delle sorti collettive avevano ancora una volta trovato il modo di sistemarsi. Il professore emerito della Columbia University, fra quelli di cui parla, cita pure Céline, stigmatizzando il suo razzismo ma riconoscendone il talento, a dimostrazione di quanto l’accolita filonazista parigina non fosse solo una ciurma rancorosi buoni a nulla. Mi ha fatto pensare, però, a quanta gente è spinta su posizioni politiche disastrose non dalla convinzione radicale nella loro bontà, quanto dal fatto che, dalle altre parti, sono stati troppo spesso ignorati o messi di lato. Nessuna giustificazione per le scelte fino a tal punto sbagliate, solo una domanda (che non trova risposta) su quanto si possa fare per attenuarne la portata.

Dagli ardori sansepolcristi agli umori nelle birrerie bavaresi, quanta parte di chi finì a ingrossare le forze del male negli anni che prende in esame Deák nel suo saggio fu incentivata a cercare speranze di inclusione per le troppe, ripetute esclusioni patite? Chi da una società è espulso, quante probabilità ha di maturare in sé la ripulsa per quella stessa società? E quanto può essere tentato dai tanti che, con parole suadenti e finti riconoscimenti, cercano di reclutarlo al loro verbo promettendogli quella considerazione che egli sente stata negata?E non è forse questo ciò che vediamo accadere intorno a noi?

E non è forse questo ciò che vediamo accadere intorno a noi, qui, oggi?

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Populisti col Rolex e droite caviar

«L’unica certezza […] è che il demone del lusso sfrenato, quando si trova in presenza dei leader populisti, riesce spesso a trovare terreno fertile». È perfido oltre il consueto Tommaso Labate, nel suo articolo sul senso dei populisti per le sfoggio di pecunia e la vita agiata che prende le mosse dall’affaire Strache che sta portando alla caduta del governo austriaco, scritto per il Corriere di lunedì scorso. Perfido, ma puntuale e preciso.

Lo è nel ricordare gli eccessi cafonal della lussuosissima vita del vate di tutti i populisti, quel Donald Trump da miliardario assurto a difensore del popolo oppresso, il soggiorno di Steve Bannon all’Hotel Bristol, dove la camera più economica costa 1.200 euro a notte, «e lui non ha scelto la più scarsa», le cene a 400 euro a testa organizzate dal partito di Marine Le Pen «al costosissimo Ledoyen di Parigi» e quella organizzata per lo scorso Natale dal gruppo parlamentare europeo dei sovranisti alle ostriche «da 13.500 euro e 230 bottiglie di champagne», o gli auguri fatti erga omnes dal garante dei cinquestelle un paio d’anni fa, proclamando, con le parole di Goffredo Parise, la povertà quale rimedio ai mali del presente, comodamente assiso sulle poltroncine d’un resort «a Malindi». Altro che comunisti col Rolex e gauche caviar; lo sperpero dell’opulenza in faccia alla miseria, se c’è, arriva dai populisti e dalla destra. Come d’altronde sempre è stato.

Anche l’arroganza da Marchese del Grillo (non Beppe, quello di Sordi) è tipica di quelle parti politiche, meno di altre. Fosse solamente per distinguersi, un raffinato intellettuale progressista nel suo studio in centro pieno di libri, più facilmente lo si immagina con un leggero e piccolo orologio dal cinturino in pelle che non con un vistoso e metallico manufatto della nota oreficeria coronata (se steste pensando di citarmi gli sgargianti segnatempo con bracciale di Che Guevara e Fidel Castro a smentire la tesi appena esposta, rischiereste, per curiosa eterogenesi dei fini, di confermarla). Così come per il caviale; il prototipo del bersaglio populista è oggi più facile trovarlo in un ristorante etnico o in una bottega di prodotti tipici “a chilometri zero” che ad acquistare e consumare pietanze ormai appannaggio quasi esclusivo di recentemente arricchiti oligarchi russi.

Battute a parte, la storia è piena proprio di leader populisti, come ricorda pure Labate nel suo pezzo, che preso il comando, e coi soldi del palazzo, si perdono nei lussi e nelle sfacciataggini d’una ricchezza non loro ma tanto, troppo a lungo bramata. Viceversa, non di rado sono i morigerati democratici forgiatisi nell’opporsi a questi che, giunti al potere, lo gestiscono con misura, rigirando il proprio cappotto o vestendo quasi sempre in puntuali grisaglie sottotono.

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Al contrario, sono le nazioni a soffocare l’Unione

Leggendo il mio post di ieri, un amico mi ha scritto: «In parte, concordo. Però, questa Ue che schiaccia le nazioni e limita la loro libertà di prendere decisioni è forse il limite maggiore della costruzione comunitaria. Su ciò giocano i cosiddetti “sovranisti”, e riescono facilmente a raccogliere consensi». Non per prenderlo in giro, ma come scriveva lui anch’io solo in parte concordo.

Concordo parzialmente perché sì, è su quello che giocano i nazionalisti europei, e proprio lì riescono a mietere la maggior parte dei consensi. Ma per il resto no, tutta quella narrazione è falsa. Al contrario, l’Ue è limitata proprio dalle singole nazioni e dalla loro indisponibilità a cedere sovranità alle strutture comunitarie. In questo, sono campioni proprio quanti si dichiarano «oppressi» dalle regole europee. Provo a fare un esempio prendendo spunto da una delle questioni che più di altre scaldano i cuori della destra nazionalista, quella dei migranti. Cosa succederebbe se l’Ue chiedesse la redistribuzione in parti uguali degli arrivi sulle coste greche e italiane? Domanda retorica, lo so; succederebbe quello che già succede, sovranisti danubiani alleati di chi si diceva padano e nazionalisti orfani d’un impero un dì felix  e da tempo andato e freddo come i marmi d’una cripta viennese sarebbero i primi a tirarsi indietro, lasciano ai sodali nell’idea delle nazioni tutto ed esclusivamente l’onere di pensarci.

Vale su questo come su altro. L’Ue non è un’entità federale, ma una somma di Stati sovrani, in cui l’ultima effettiva voce su ogni singola questione è demandata al Consiglio europeo, quell’organismo che fa sedere intorno a un tavolo tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione e dove i veti reciproci spesso fanno più di quello che può il consenso diffuso sulle diverse decisioni. In sostanza, quell’organo è la plastica dimostrazione di quanto l’Ue sia quell’Europa «degli Stati e delle nazioni» che gli stessi sovranisti dicono di volere.

E che criticano però nei fatti e nella pratica.

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The reports of her death are greatly exaggerated (I think)

«Siamo credibili», scrive Timothy Garton Ash in un articolo tradotto per La Repubblica in edicola lo scorso 14 maggio da Emilia Benghi, «solo se ammettiamo che l’Unione Europea sta attraversando una crisi esistenziale ed è sotto attacco dall’interno e dall’esterno. Sta pagando il prezzo dei passati successi che fanno dare per scontati i risultati ottenuti e dei suoi errori di un tempo, molti dei quali hanno come caratteristica comune la supremazia liberale. In una prospettiva storica di lungo periodo questa è la migliore Europa che abbiamo mai avuto. La maggioranza degli europei vive in democrazie liberali impegnate a superare le divergenze restando in riunione tutta la notte a Bruxelles, senza ricorrere ad azioni unilaterali e tanto meno alle forze armate. Questa Unione Europea non è un Paese e non lo diventerà nel prossimo futuro, ma è ben di più di una semplice organizzazione internazionale. Da cittadino di uno stato membro della Ue ti puoi svegliare un venerdì mattina, decidere di prendere un volo per l’altro capo del continente, stabilirti, studiare o vivere là godendo dei diritti di cittadino europeo all’interno di un’unica comunità giuridica, economica e politica. Tutto questo, come la salute, si apprezza di più quando si è sul punto di perderlo. È proprio questo il rischio più grande: bisogna davvero perdere tutto per ritrovarlo? Nato nel fitto della barbarie europea più di settant’anni fa, portato alla crisi da una hybris frutto del trionfo liberale di trent’anni fa, il progetto di un’Europa migliore deve proprio cadere in basso, prima che le persone si mobilitino per riportarlo in alto?».

Questa lunga citazione mi ha riportato alla memoria (non per i temi, ma per il tono e la prospettiva di fondo) un articolo di Benedetto Croce su La Critica, nel 1920 (volume 18 di quella rivista dallo stesso filosofo partenopeo diretta), dedicato al successo che in quegli anni stava avendo un libro per lui impensabile, come Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte di Oswald Spengler. Un saggio la cui fortuna, per Croce, non poteva «non impensierire gravemente coloro che hanno a cuore le sorti del lavoro scientifico», in quanto il suo autore, nel momento di scriverle, «ignora affatto le questioni che sommuove, e le sue idee non meno che la sua erudizione sono da dilettante […]. E poiché ignora la storia delle questioni, anche a lui accade di immaginare, ad ogni sgangherata combinazione di concetti che egli esegua o ad ogni mezza verità che gli baleni nel cervello, di aver compiuto scoperte mirabili, che sconvolgono la scienza generalmente ammessa: l’incauto asserire dello pseudoscienziato va così a braccetto con la più audace sicurezza e vanteria di sé medesimo». Ora, non tanto nella perfetta descrizione dell’approccio spengleriano ai problemi concettuali, che tanto ricorda i moderni complottismi spacciati per scienza, le parole di Croce mi sono state ricordate da quelle di Ash per la conclusione di quell’articolo d’un secolo fa: «Il signor Spengler consiglia di acconciarsi all’imperialismo-socialismo, e poi al dispotismo, e via dicendo, perché ormai siamo alla vecchiaia dell’Europa, e il vecchio deve vivere da vecchio. Ma neppure il vecchio ascolta, nelle cose dello spirito, questi vili consigli, e continua a pensare e ad operare, fino all’estremo anelito […]. Figuriamoci se li debbono ascoltare le società umane, la cui giovinezza e la vecchiaia sono soltanto metaforiche! […] E il signor Spengler dimentica che gli “europei” (dei quali si prende ora a fare strazio) sono uomini, e che serbano perciò molte “sorprese” a coloro che pensano meccanicamente come lui».

Chissà che qualche sorpresa, questi europei, non la riservino pure a quelli che pensano, meccanicamente, che visti i successi dei vari nazionalismi in alcuni Stati e date le forze in campo nello scacchiere mondiale, dagli Usa alla Russia, passando per la Cina, l’Ue è ormai morta e sepolta, e che tanto vale rassegnarsi e acconciarsi alla rinuncia di ogni idea democratica, liberale e solidale, votandosi in tutto e convintamente al culto delle autocrazie e degli uomini forti al comando di nazioni, dietro di questi, compatte e omogenee.

O almeno è quello che penso.

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Dopo potrebbe essere troppo tardi

«Per dirla liscia: si inventano le leggi per come gli gira e se le applicano. Se le costruiscono su misura e se le fanno rispettare. E quando il potere esecutivo e quello legislativo passano sotto un unico controllo, e senza che nessuno abbia la voglia o la forza di contrapporsi, è in quell’istante che le democrazie liberali diventano illiberali». Così, perfettamente, Mattia Feltri nel suo Buongiorno sulla Stampa di martedì.

Nel mai tanto ringraziato cambio di notista del mattino sul quotidiano torinese, spesso si leggono cose interessanti e precise; quanto riportato qui sopra, secondo me, è uno degli esempi migliori. E Feltri è anche puntuale nel ricordare come questa deriva, questo mito del governo al di sopra di tutte le cose, questa pulsione alla stabilità, si potrebbe dirla, volendo esser un filo più polemici, non nasca oggi. Solo che oggi, con le platee date e gli scenari ipotizzabili, assume toni e colori più preoccupanti. Addirittura, con ambizioni potenzialmente realizzabili di costituzionalizzare totalmente questa supremazia del capo attraverso forme stringenti di vincolo di mandato.

Il vero problema, come individua lo stesso Feltri, e che tutto ciò ha a che fare con quello che accade nella repressione del dissenso. Il dramma, invece, è che, a turno, chi è maggioranza non vuole guardare negli occhi il mostro che nutre perché gli fa comodo che sia ben pasciuto, finché è il molosso a guardia del proprio palazzo. Salvo poi scoprire di aver nutrito Cerbero, e che quell’oasi di sicurezza vista tale dal comando, nasconde un inferno di prepotenze al solo guardarla dal di fuori.

Cosa che ben sapevano alcuni di quelli che mai c’erano entrati, tra l’altro.

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E perché diavolo non lo fate?

In un’intervista rilasciata a Goffredo De Marchis per Repubblica, il segretario del Pd giudica «meraviglioso» il gesto del cardinale Konrad Krajewski (l’elemosiniere del Papa che si è calato in un tombino per riattaccare la corrente elettrica al fabbricato ex Inpdap di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, occupato da 150 famiglie, con, fra gli altri, malati, bambini e donne in gravidanza) e annuncia di voler riaprire un circolo a Casal Bruciato per non lasciare «alla Chiesa la lotta alla povertà». Buon proposito, sicuramente, e giusta ammissione dei limiti; mi chiedo, però, perché diavolo non fate subito le cose, o anche solo i gesti, che subito potete fare.

Sembra la vignetta di Biani, sul Manifesto dell’altro giorno. Uno Zingaretti disegnato con tratto leggero, il braccio poggiato al muro, a riposo, riflessivamente s’interroga: «Sarei potuto andare a Casal Bruciato vicino alla famiglia rom, sarei potuto andare a riattaccare l’elettricità nella casa occupata, sarei potuto andare alla sapienza con Lucano (…), chissà domani dove sarei potuto andare». Ed è tristemente così. Perché, infatti, non ci sei andato tu a riattaccare la luce allo Spin Time Labs? Perché non fai presentare oggi stesso in Parlamento una proposta per abolire l’articolo 5 della Legge 47/2014, il cosiddetto “Piano casa” di Renzi e Lupi, nel quale si legge che chi «occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi»? Perché nessuno di voi c’era a far da barriera agli assalti dei neo fascisti, a Casal Bruciato come alla Sapienza?

Certo, mi si potrebbe rispondere, perché non ci fossi nemmeno io. Ma non vale. Uno, perché la gente comune, quella come me, c’era, a prendere gli schiaffi del forzanovista alla manifestazione per Lucano come a cercare in tutti i modi di farvi cambiare idea ai tempi in cui quel “Piano casa” approvavate, ad esempio. Due, perché, insomma, voi siete i leader, tu lo sei; falle le cose che sai dover essere fatte.

Ti seguirebbero in tanti, ti seguirei anch’io.

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Se han dato l’ordine, temo sia stato superfluo

A Brembate, Bergamo, uno striscione con su scritto «Non sei il benvenuto», chiaramente rivolto a Salvini, ma dove non compariva il nome del ministro, è stato rimosso dai Vigili del Fuoco. A Settimo Torinese, una signora ha denunciato che suo figlio e la sua ragazza sono stati allontanati in malo modo da poliziotti in borghese da un comizio del leader leghista. A Milano, due ragazzi sono stati fermati e identificati dalle forze dell’ordine per averlo contestato. Per rimuovere un altro striscione contro di lui, a Salerno la Polizia è entrata in una casa privata e, sempre a Salerno, a una ragazza che gli chiedeva, girando un video con il proprio smartphone, se avesse davvero cambiato idea sui meridionali, lo stesso Salvini ha fatto sequestrare il telefono, pare con un intervento della Digos.

Forse qualche caso mi è sfuggito e penso che altri arriveranno. Nei giorni scorsi, sui giornali ho letto di sindacalisti che ammettevano come, per quelle azioni, siano arrivati ordini «da molto in alto». Potrebbe esser stato così; nel caso, temo, quell’ordine sia stato superfluo. Perché? Perché – ed è la mia paura, che i fatti non s’incaricano di fugare – tra le fila dei tutori della pubblica sicurezza c’è tanta gente che non vedeva l’ora, con il Tacito degli Annales (Libro I – 7), di «ruere in servitium» di uno come Salvini. Per dirla col geniale Makkox, fin quando è Salvini a mettersi la divisa della Polizia, fa sorridere; è nel caso contrario che bisogna cominciare a preoccuparsi. Noi che dobbiamo fare? Rischiamo di arrivare a quel punto o è solo un effetto ottico, dovuto al troppo stress accumulato in questa campagna elettorale, dove il primo garante della tenuta interna dello Stato gira armato di fiammiferi e bottigliette incendiare come il più accanito dei piromani?

Sinceramente, non saprei dire a che punto siamo. So che non è una bella sensazione, quella che provo leggendo di quelle notizie. E, con altrettanta sincerità, devo dire che non vedo prese di posizione chiare nelle forze dell’ordine medesime che possano fugare ogni dubbio a riguardo.

Così come non vedo la reazione che mi aspetterei contro quelli che organizzano presidi in odore di linciaggio contro una famiglia legittimamente assegnataria di un alloggio popolare, minacciano, tentano di intimorire e aggrediscono chi cerca di difendere i valori fondamentali su cui poggia la nostra Repubblica, occupano abusivamente degli stabili di proprietà demaniale per fare propaganda e proseliti per un movimento politico chiaramente in violazione dei princìpi della Costituzione e delle leggi dello Stato.  

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Perché lui è il custode dei suoi fratelli

«Mi assumo tutta la responsabilità. E non devo dare spiegazioni, c’è poco da darne. Ci ricordiamo cosa accadde l’ultima volta che ci fu un blackout a Roma? Mancò la luce per poche ore e fu un dramma. Ecco, adesso s’immagini cosa può significare restare senza luce per sei giorni. Ci sono cinquecento persone, in quel palazzo, un centinaio di bambini…». Così l’elemosiniere del Papa a Gian Guido Vecchi, per il Corriere della Sera di ieri. E da loro, nulla ti aspetti di diverso.

Non è solo il coraggio, a dare spirito alle parole del cardinale Konrad Krajewski e a spingerlo in un tombino per riattivare la luce nell’edificio ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, occupato da 450 persone che erano senza energia elettrica, lasciando sul posto il suo biglietto da visita, a scanso di equivoci. «Violare i sigilli è un reato» e «manomettere una centrale elettrica di media tensione poteva essere pericolo», come dice Acea, la multiservizi municipalizzata capitolina, in una sua nota riguardo l’accaduto? Certo che sì e sono anche certo che il prelato lo sapesse; ecco perché se ne assume la responsabilità. Ma lui è il custode dei suoi fratelli, e loro avevano bisogno d’aiuto. Tutto qui.

Vedete, non sto dicendo che se uno vuole qualcosa è giusto che se la prenda, e non credo che questo volesse dire l’eminenza col suo gesto. Sto dicendo, e penso di interpretare il senso di quel fatto, che l’ingiustizia va combattuta nel momento in cui avviene, per quello che è e per come si manifesta. Lo spiega bene il porporato a Vecchi che gli chiede pure delle bollette non pagate in quello che ormai è noto come Spin Time Labs, bene comune ed esperimento di rigenerazione urbana, oltre che l’unico tetto disponibile per 150 famiglie: «Si parla di soldi, ma non è questo il problema. Ci sono dei bambini. E allora, la prima domanda da porsi è perché siano lì, per quale motivo. Com’è possibile che delle famiglie si trovino in una situazione simile?».

Ora, si può dare a questa domanda e queste necessità la risposta che ha dato lui, oppure quella di chi pensa ai 300 mila euro arretrati che quegli occupanti, che non saprebbero dove altro andare, devono all’azienda dell’energia elettrica, dimenticando i 49 milioni che il proprio partito, non da adesso andato al potere, deve a tutti gli altri, occupanti compresi, comodamente dilazionati in ottant’anni e a interessi zero.

In fondo, è sempre e solo una questione di scelte.

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«I vostri figli torcano il viso da voi»

Ho guardato gli occhi di quella bambina, la figlia degli Omerovic, gli assegnatari di una casa popolare a Roma, nel quartiere di Casal Bruciato, ripresa nelle foto dei giornali durante il loro ingresso in casa, tra ali di folla schiumanti di rabbia. Ho immaginato la sua tristezza, su quel materasso con le pochissime bambole, in quella casa appena avuta e già con la paura di doverla lasciare o di rimanerci imprigionata per non finire nella fauci della belva schierata in cortile. Ho provato a pensare cosa avesse sentito lei, in braccio alla mamma, minacciata di cose che non ha capito, ma che ha avvertito essere orribili nel tono rabbioso di quegli uomini che le urlavano. E ho pensato a cosa ricorderà.

Ha tre anni, quella bambina. Se non lo ricorderà con la sola forza della sua memoria, ci penseranno i racconti dei fratelli più grandi, e il presente eterno della comunicazione, ad aiutarla a farlo. Cosa fareste voi al suo posto? Come guardereste i responsabili di quelle aggressioni? Come quanti nulla hanno detto o fatto per difendervi? Ha la stessa età di mio figlio, e ho il terrore che cresca con quelle immagini sempre davanti, il terrore che entrambi debbano farsi grandi in una società che non solo è capace quasi di linciare una famiglia con bambini, ma che pare non scandalizzarsi perché tutto questo possa accadere, stia accadendo. E non essere in grado di considerare che ciò è già stato, e che cominciò in modi e forme non diverse, persino con le stesse vittime prese per prime.

Non so se quei bambini, negli anni, possano riuscire a seguire l’esempio di quelli che furono in grado di superare la volontà di rivalsa verso i propri carnefici o se, come sarei probabilmente portato a fare io stesso, coltiveranno l’odio fino a rodersi loro stessi, sempre cercando di vendicarsi di chi, da innocenti, tutto questo li ha costretti a vivere. Non lo so. So però che l’indifferenza, in questi casi, è un crimine almeno pari alla complicità, di cui farò di tutto – di tutto – per non macchiarmi.

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