O torcano il viso da noi

«Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi./ Ripetetele ai vostri figli./ O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi». La poesia di Primo Levi ce la ricordiamo sicuramente, soprattutto in questa settimana che volge alla Giornata della Memoria. È il suo insegnamento profondo che abbiamo dimenticato. Meglio, che vogliamo dimenticare. E allora, proviamo a viverlo.

«Sai, mamma, ho deciso: la pagella non la lascio, la porto con me. Così potrò far vedere quanto sono bravo». «Hai ragione, figlio mio». «Però ho paura di perderla nel viaggio». «Sì, può succedere. E allora, come facciamo?». «Se la mettessi in una tasca chiusa, di quelle con la cerniera?». «È un’idea. Anzi, di più: possiamo cucirla nella fodera della giacca, così resterà sempre con te, per tutto il tragitto». No, i nomi non posso metterli perché non li so. Perché non li sappiamo. Perché quel ragazzino di 14 in fondo al mare con la pagella cucita nella fodera della giacca (la cui storia, per quel briciolo che ne sappiamo, l’ha raccontata Cristina Cattaneo, nel suo Naufraghi senza volto, e con dolcezza infinita l’ha immaginata continuare Makkox), non si sa come chiamarlo. E allora lo chiamerò Claudio, come mio figlio.

Perché l’altra notte mi sono alzato quando ho sentito tossire il mio bambino, e temevo potesse essersi scoperto e aver freddo, nella nostra tiepida casa. E mi chiedo adesso quanto fredde siano le notti in cui si addormentano i bambini nei campi allestiti per profughi e migranti lungo frontiere pensate solo come muri, sul ponte di una nave che nessuno vuole accogliere nei porti per la paura di non riuscir più, per quello, a raccoglier voti nelle urne, quando ad accoglierli rimane solo l’abbraccio eterno e ultimo del mare.   

Ha solo tre anni, mio figlio. Il compito che ho è quello che mi dicono le parole di Levi, di tutti quelli che l’abisso del dolore lo hanno conosciuto, che l’hanno vissuto. Lui, per la sua età, deve addormentarsi sereno alla sera, e questo tocca a me. Ma io ho anche il dovere di non prendere sonno facilmente, sapendolo dormire nella stanza accanto e considerando che tutto quell’orrore ancora è. Serbando per lui il ricordo del dramma di oggi, raccontandoglielo e ripetendogli il racconto quando saprà capire, perché pure in lui si scolpisca il senso vivo e il significato ultimo di quelle e di queste parole.

O torca il viso da me.

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No, è più grave di quanto sembri

«La tua enfasi che ti fa venire la bava contro chi è stato eletto dal popolo è vomitevole. […] Siete degli sfascisti che sperano che si affondi come hanno fatto i vostri padri assassinando molti soldati in Africa. […] Presto vi puniremo, sappiamo tutto di voi, punirvi è un dovere». E poi insulti – anche sessisti, perché la bestia usa così – al destinatario della missiva, il direttore del telegiornale di La7 Enrico Mentana, al suo editore, Urbano Cairo, e ai colleghi Lilli Gruber, Francesca Fanuele, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Massimo Giannini e Marco Damilano.

Definirle parole in libertà di un cretino è troppo rassicurante. Dopo l’aggressione ai giornalisti de L’Espresso, dopo il blitz e le minacce al gruppo di cui, oltre al settimanale diretto da Damilano, fa parte il quotidiano La Repubblica, dopo i continui segni di aggressività e attacchi ingiuriosi o addirittura violenti rivolti a giornalisti e testate sempre e solamente schierati contro un certo modo di fare e intendere la politica è diventato pure pericoloso. Se ne dev’essere accorto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in merito alle minacce a Mentana e agli altri ha dichiarato (perfettamente, aggiungo): «Le intimidazioni rivolte al direttore Mentana sono un atto vile e inqualificabile. Le minacce a chi esercita la professione di giornalista sono inaccettabili in sé, ma anche perché costituiscono un grave attentato alla libertà di stampa. Sono molto preoccupato perché questo episodio segue di pochi giorni un altro fatto gravissimo, un’aggressione fisica di cui sono stati vittime il giornalista Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti del L’Espresso. […]Dobbiamo difendere i valori della nostra Costituzione che innervano il patto fondativo della nostra convivenza civile». Ecco, questa è una difesa legittima su cui mi troverete sempre d’accordo.

Il resto è barbarie. L’idea per cui la democrazia sia la contrapposizione fra parti in cui la più numerosa (cioè la più forte, che non è sempre la maggioranza, anzi, spesso è appena la migliore e più organizzata delle minoranze) s’imponga sulle altre. Il pensiero che vuole venduti al nemico tutti quelli che non danno ragione agli amici. La parola che chiama «disfattista» chiunque persegua semplicemente una visione diversa rispetto a quella dei governanti.

E ovviamente, l’offesa e l’oltraggio a chiunque tutte queste cose cerchi di raccontare.

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Ma perché, voi quanto avreste dato per aiutare la Grecia?

Juncker ha dichiarato che negli anni passati c’è stata poca solidarietà con i greci. Vero. I dipendenti indiretti di una società di Milano, atteggiandosi a tribuni del popolo, si sono subito sperticatamente lanciati nell’accusa al presidente della Commissione europea di piangere oggi «lacrime di coccodrillo». Su queste pagine non si sono mai lesinate critica ai maggiorenti Ue e alle tesi liberiste che pure hanno innervato buone parti delle politiche continentali (per quanto non manchino quelli che considerino queste, nei fatti, praticamente una rarità, secondo quanto Alberto Mingardi argomenta nel suo libro, in libreria oggi per Marsilio, La verità, vi prego, sul neoloberismo), e  non servirebbe a nulla ricordare che la procedura il bail out della Grecia è iniziato quando non era a Juncker a capo della Commissione e che, anzi, egli è stato spesso tra i più ragionevoli e mediatori ai tavoli di Bruxelles, anche nel caso italiano, per dire.

È un fatto che quelle pulsioni di eccessiva austerità ci siano state e che a queste grossa parte della politica continentale si sia conformata. Ma è singolare che nella denuncia di poca solidarietà con i greci, i coreuti del «prima gli italiani» si sentano arruolati fra gli accusatori, non contati fra gli accusati. Perché, vedete, cari mie “governanti per mandato della gente”, ammettiamo per un attimo che abbiate ragione a rinfacciare tutti e solamente a Juncker e ai suoi sodali gli errori del passato, ma voi, davvero, quanto avreste dato per aiutare la Grecia? Voi che la solidarietà, informati ai precetti del corifeo vostro capitano, la relegate fra le professioni di buonismo inutile, cosa avreste fatto? Sareste davvero stati disposti a metterci dei soldi vostri – cioè anche «degli italiani», perché così è composto il bilancio Ue – per evitare ai governi ellenici di dover varare misure di stringente privazione per i loro concittadini?

Certo, ci credo, come no. Come so che, nella vostra idea, i ministri del Pasok hanno probabilmente «goduto» nel vedere vecchi senza pensione, bambini con riduzioni nelle cure mediche, donne in cerca di qualcosa nei supermercati che potesse rientrare nei propri budget sempre più esigui, e tutto per le misure da loro prese dopo gli sperperi di chi, i governi Karamanlis di Nuova Democrazia, negli anni proprio con quelli si era garantito un facile e illusorio consenso. Ignari, a vostro giudizio, quei distaccati governanti, delle conseguenze che ciò avrebbe avuto sulle loro politiche e di quelle del proprio partito. Perché questi, voi pensate, ignoravano che quei connazionali erano pure i loro elettori, giusto?

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Morire a Danzica

Si chiamava Pawel Adamowicz, era sindaco di Danzica, di idee liberali e con una visione politica europeista e aperta sul mondo, ed è stato assassinato durante un evento di beneficienza da un ventisettenne appena uscito di prigione, che si dice volesse vendicarsi dell’arresto a suo dire ingiusto. Scritta così, potrebbe sembrare una notizia in cronaca, senza altre motivazioni politiche che non siano quelle derivanti dalla carica ricoperta dalla vittima del folle attentato.

Però, il ventisettenne omicida ce l’aveva con il sindaco della cittadina affacciata sul Baltico in quanto esponente di quell’opposizione liberale al governo nazionalista polacco che accusava di averlo «torturato» con una detenzione immotivata e ingiusta. Lui è affetto da disturbi psichici, stando ai medici che lo hanno avuto in cura. «Tuttavia», scrive nel suo commento per Repubblica Lucio Caracciolo, «l’assassinio di Adamowicz ci invita a riflettere sullo stato di un grande Paese europeo che si sta avvitando in una spirale nazionalista». Una «deriva», aggiunge il direttore di Limes, «che ci riguarda direttamente. Mai come ora», spiega in un pezzo che ha per titolo, terribilmente, Un demone in Europa, «Polonia e Italia sono state vicine e assonanti, entrambe cavalcando una piattaforma islamofobica (dietro cui si nascondono spesso riflessi antisemiti). Tanto da indurre i leader di Polonia, Italia, Ungheria a tratteggiare un asse dei nazionalisti, quasi una “triplice alleanza” anti-migranti, destinata a salvare l’Europa da chi vorrebbe “scristianizzarla”». «Sarebbe ingenuo», è il monito che l’esperto di geopolitica aggiunge subito dopo, «declassare tali intese a pura manovra pre-elettorale, in vista del voto europeo di maggio. Quando il dibattito democratico si colora da scontro di civiltà, tutto diventa possibile. Anche il deragliamento violento, o comunque l’eccitazione di qualche mente malata, troppo sensibile alla retorica della demonizzazione di chi la pensa diversamente».

E al netto dell’evidente paradosso dell’internazionale sovranista nascente nell’Unione, di cui dice lo stesso Caracciolo, il pericolo c’è. Possiamo ignorare quello che sta succedendo o addirittura disinteressarcene di proposito, perché non ci riguarda e perché, insomma, nessuno è chiamato a caricarsi di tutto. Dopotutto, ci si chiese un tempo se davvero valesse la pena «morire per Danzica», mentre tutta la Polonia veniva invasa dai carrarmati nazisti, figurarsi se qualcuno non può giustamente invocare il rifugio nel proprio particulare se un matto accoltella un tale a migliaia di chilometri di distanza. Solo che quella domanda, quella chiamata al ritiro, al farsi i fatti i propri, non è mai disinteressata: non lo fu allora, lanciata da chi, Marcel Déat, poi s’incaricò di fondare in Francia un partito d’ispirazione nazionalsocialista e collaborare con il Reich di Hitler, non lo è oggi.

Quello che succede quando si esasperano – che avvenga per ragioni misere di calcolo elettorale o per convinzione ideologica radicata e profonda, da questo punto di vista, non fa alcuna differenza – i toni del dibattito pubblico e i temi del discorso politico, non è mai secondario e non è mai casuale. Sta a noi, a ciascuno di noi singolarmente inteso, trarne le conseguenze.

E stabilire cosa, ognuno, può e deve fare.

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Gli uni m’han convinto ad andare, gli altri mi inducono a non tornare

«Il M5S conferma di saper ottenere il consenso, ma di non saper gestire il dissenso: non hanno alcuna attitudine democratica». Commenta così la propria cacciata dell’ultimo dell’anno il senatore Gregorio De Falco, in un’intervista al Corriere del 2 gennaio. Non avevo certo bisogno di leggere le sue parole per confermare le mie idee su quel movimento. Il quale, peraltro, non ha mai fatto nulla per nascondere la sua natura: da sempre, infatti, ha trattato con fastidio ogni opinione eterodossa al proprio interno, ponendosi come tesi istituzionale quella del vincolo di mandato, a mio giudizio, poco meno di un abominio, nelle democrazie liberali.

Ma se nei grillini non ho mai nutrito speranze palingenetiche di nuovi e migliori stagioni democratiche, devo pur ammettere che il panorama è triste anche girando l’occhio intorno, sul resto della situazione partitica italiana. Se guardo alla mia parte d’elezione, lo spettacolo è quel che è. E se il renzianesimo di governo m’ha convinto a lasciar perdere il Pd, i già antirenziani per convinzione prima e renzisti di complemento poi, oggi tra i primi a dirsi «mai stati renziani», mi confermano ora nella mia decisione. Ci sono certo gli amici di Leu; nel senso che quelli che ci sono, sono tutti, e solamente, fra loro amici. E infine altre formazioni interessanti, a cui io non sono riuscito a contribuire fino a qui e non vedo come possa farlo con maggiore efficacia da adesso in avanti.

Triste prospettiva? Sì, per me lo è. Ho preso la mia prima tessera di partito che nemmeno avevo l’età per votare (e pensate che il segretario della formazione a cui aderii era un tale Nicola Zingaretti; io, da allora, mi sento invecchiato, lui probabilmente no), e da quel tempo ho sempre cercato di fare ciò che riuscivo e potevo per partecipare a un progetto collettivo più grande. Fino a periodi recentissimi, appunto. Fin quando, cioè, quelli dei partiti a cui guardavo – non tutti, ma davvero troppi – intendevano quel partecipare al massimo come un contribuire con un voto alla loro affermazione.

Su quel sentiero, lo iato fra questi e i grillini non è poi così ampio.  

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Accuse indirette e impropri ricatti. Stralci da una conversazione

I chilometrici portici di Cuneo sono l’ideale per una passeggiata domenicale, particolarmente in quest’inverno che non pare, all’ombra delle Alpi, voler fare il suo mestiere. Le tappe, le solite. L’edicola, la vetrina del negozio di giocattoli, con lui che li sceglie tutti, ma fortunatamente procrastinando per l’indomani il «me compri quello?», il bar, per un caffè, un succo alla pera e una brioche, «ma non diciamolo a mamma, mi raccomando».

E così, al tavolo vicino, mi capitano seduti due conoscenti, più di vista che di fatto, uno rappresentante e dirigente del Pd, l’altro non più. Un saluto veloce, e poi attento a che non si versi il succo sul maglioncino. Tra un «lascia che ti aiuti» e molti «attento, fa’ piano» – «statt sod», ché le lingue sono importanti –, dalla conversazione dei provvisori vicini non cercate mi giungono un paio di battute. «Questi del Governo sono pessimi», fa l’uno. «Assolutamente. Aggiungerei, pericolosi», risponde l’altro. E il primo: «Vedi? Alla fine era meglio che rimanevi con noi, che fossimo stati tutti insieme, per avere più forza ed evitare una simile sciagura». «Beh», è la risposta, «ma la tua suona come un’accusa indiretta e un improprio ricatto, e sono entrambi inaccettabili». «Non esagerare». «Non esagero. Sembri volermi dire: “Ecco, se non te ne fossi andato, loro sarebbero stati meno potenti”, che è la tesi indimostrabile dell’indiretta accusa. E ancora: “la prossima volta, vota noi altrimenti rivincono loro”, il sapore urticante del ricatto improprio». «Te l’ho detto, esageri: parlavo semplicemente di stare insieme per comunanza di idee e visioni politiche, tutto qui». Il secondo, ridendo: «Le mie idee? Se vi foste interessati a queste, come a me, d’altronde, non avreste cercato in ogni occasione di “asfaltare” le une e ignorare l’altro, negli anni in cui v’è toccato in sorte d’esser maggioranza».

Non so se l’ex dem pensasse esclusivamente agli equilibri all’interno del suo vecchio partito o se si riferisse tout court alle politiche messe in campo da questo e alla sua azione complessiva a livello istituzionale e di governo. Fatto sta che, sentendole e non conoscendo il resto della conversazione, ho sorriso in parte riconoscendomi. L’elenco delle idee e delle tesi che mi son trovato a sostenere mentre i maggiorenti del Pd (che pure un tempo le dicevano loro) le distruggevano sommergendole di atti contrari, ignorando chi le ricordava con la stessa superficiale arroganza con cui si twitta un #ciaone, sarebbe lungo e d’inutile ripetizione.

Ora siamo qui, colpevoli tutti della deriva che vi ci ha condotti. E certo, ricominciare da qualche parte si dovrà anche, ma sento come insopportabile la malcelata voglia di affermare l’ineluttabile verità della fatale e tragica urgenza di un personale ritorno da parte di quei dirigenti e rappresentanti delle stesse forze politiche che potrebbero, in un futuro più o meno prossimo, rappresentare ancora una volta l’alternativa alla triste stagione che stiamo vivendo e che pare non esser pronta a lasciarci nel breve periodo.      

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Non era la contessa a voler dottore il figlio dell’operaio

Il caffè di ieri sul Corriere rendeva conto dell’ultima uscita del campione nazionale di trumpismo (e chissà che non ce lo si ritrovi presidente), Flavio Briatore, impossibilitato a non farci sapere che suo figlio non lo manderà all’università. Cosa della quale m’interessa il giusto, sia detto per inciso. Gramellini, però, non sbagliava (anche un orologio rotto un paio di volte al giorno può dire l’ora esatta) a mettere in relazione le sue idee con quelle di Marchionne, comunque queste le si giudichi. Mentre per il proprietario del Billionaire la cultura accademica non è importante, per il fu amministratore di Fca solo questa aveva rappresentato la possibilità avuta di accedere a fortune e potere. Più che punti di vista diversi, storie differenti.

Ma quella rubrica mi ha fatto tornare alla mente una notizia distrattamente letta, per mia colpa, poco prima di Natale, a proposito di una circolare del ministro Bussetti emanata con l’intento di sensibilizzare i docenti alla riduzione dei compiti assegnati per le vacanze. Notizia che ricordo aver appreso dalle colonne di un giornale sfogliato al bar con un amico, il quale, stupendomi, se ne uscì con un rotondo «finalmente», forse più pensando alle sue esperienze andate che alle future fatiche del figlio ancora troppo piccolo per porsi il problema. In quella sua espressione di liberazione si coglieva però un sottotesto, poi ritrovato in altri commenti alla questione, sul genere delle briatorate di cui si dava conto. Quello, cioè, per cui lo studio sui libri sia fondamentalmente una perdita di tempo; meglio imparare un mestiere e via, a farsi ciascuno la propria vita, guadagnandosi da subito i soldi che in quella possono e devono essere spesi.

Lungi da me voler dileggiare la scelta di chi si dà a un lavoro manuale, considerato che quello che svolgo non di certo è superiore. Ciò che un po’ mi fa male è l’idea che si debba per questo rinunciare ad avere una cultura necessaria a capire anche le cose che vanno oltre quel che si fa quotidianamente. Inoltre, la tesi di Bussetti è quanto di più classista possa esserci. Perché riducendo quanto imparato a scuola, saranno i figli dei poveri a rimetterci. Quelli dei ricchi, dei colti, con o senza compiti a casa, faranno tante esperienze, conosceranno molte cose. Chi danneggeranno le rinunce alla cultura che in nome d’un cambiamento solo a sé finalizzato si stanno imponendo?

Era l’operaio che voleva il figlio dottore, per non esser più alla mercé, con la sua poca conoscenza, dei padroni. Alla contessa e ai suoi amici, al contrario, tale prospettiva non era molto gradita; meglio lasciarlo operaio come il padre, al lavoro da subito e via dai libri, che magari mettono strane idee in testa. Così saranno quel tipo di potenti gli unici a poter festeggiare per il dato dei laureati italiani e delle loro capacità scolastiche, fra i più bassi della media Ocse. A noi, rimarrà solo il rammarico di non aver seguito strade che pure un tempo avevamo tracciato. Con le parole di Riccardo Lombardi, pronunciate a Torino un anno prima di quella canzone di Pietrangeli, alle celebrazioni del primo maggio del 1967: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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Siete al governo, fatevene una ragione

Della vicenda che da tempo vede opposte la cialtroneria ben educata di Macron e il pressapochismo sguaiato di Salvini e Di Maio non discuterò i particolari. Così banali gli argomenti, tanto infimo il registro su cui si sviluppa che persino su questo blog decisamente naïf trovo imbarazzante il farne menzione. L’uno è semplicemente la versione in grisaglia degli altri, e gli altri niente di più che il primo con maggiore approssimazione e diversa presunzione. «E non ho altro da aggiungere su questa faccenda».

Quello che invece mi ha lasciato perplesso nell’endorsment di Di Maio ai gilets jaunes è stata la prospettiva nella quale il potente ministro del lavoro italiano si è confuso. Onorevole, mi permetta: lei non è più, e semplicemente, Gigino da Pomigliano d’Arco. Lei, eccellenza, è un uomo di governo, e fra i più importanti di questo (alcuni aggiungono «perciò», ma la ritengo una comoda spiegazione, mi creda) sciagurato Paese. Come può pensare di inverdire il suo partito ormai istituzionalizzatosi richiamandosi all’esperienza di chi le ruspe non le usa contro gli ultimi e i diseredati della nazione, ma cercando di abbattere, da fuori, le porte dei palazzi del potere?

Non perché sia atterrito io dalla prospettiva rivoluzionaria; perché non si addice questa alle vostre attuali collocazioni, alla vostra «passione ministeriale», alla «devozione alle cariche finalmente conquistate», per dirla con le parole che Canfora v’ha dedicato pochi giorni fa. Insomma, voi siete quelli che hanno ripristinato il reato di blocco stradale depenalizzato dal 1999 (guidava l’Italia il governo D’Alema, per dire), come potete fingere di essere pure quelli capaci di scendere in strada e dar fuoco alle vie della capitale?

Ripeto, siete al governo, fatevene una ragione.

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Se fossero stati azionisti di banca li avrebbero salvati in 10 minuti

Cosa stavate facendo il 22 dicembre scorso? E cosa avete fatto in questi giorni, fino ad oggi? Andate bene le feste? Bello, sono contento. Pensate, invece, che da quella data delle persone sono state costrette su delle navi. In balia delle onde che si facevano via via sempre più grosse, con bambini che, ragionevolmente, piangevano per il mal di mare, madri affrante e impaurite, uomini abbattuti e umiliati dal non poter far altro che sperare. Che gli si aprissero i porti, che li facessero scendere a terra, che un continente di 500 milioni di abitanti, la parte più ricca del mondo, smettesse di aver paura di 49 disperati, vittime di trafficanti e aguzzini, schiavi della miseria e del terrore, miracolosamente scampati a un naufragio.

Già, ma a chi importa davvero? Non di certo ai governi dei popoli più benestanti del pianeta. Ovvio, dopo il clamore suscitato dalla vicenda, dopo che il papa li ha ricordati più volte, dopo che da una ventina di giorni la Sea Watch e la Sea Eye hanno inondato di tweet la coscienza degli europei, pure la sonnolenta UE ha speso parole per favorire l’attracco dei due natanti delle Ong tedesca e olandese. Ma se quei 49 migranti fossero stati migliaia di azionisti di banche affondate dai propri dirigenti, e non bambini, donne e disperati su due barche messesi a mare in loro aiuto, li avrebbero probabilmente salvati con una riunione straordinaria del consiglio dei ministri in dieci minuti.

Tanto è infatti durato il vertice di governo italiano convocato nella notte di lunedì sulla questione Carige che ha deliberato la concessione della garanzia governativa per i titoli e le obbligazioni emesse dall’istituto genovese. E no, non si tratta di questioni diverse e quindi non paragonabili. Perché sì, sono differenti, ma il confronto è necessario: là, esseri umani alla disperazione bloccati in mare dalla paura di perdere consensi nei sondaggi; qui, soldi, soltanto soldi, nient’altro che soldi.

So che potreste obiettarmi che anche quella è vita, e che i risparmi degli italiani vanno pur tutelati. Vero. Ma non sappiamo se in quei conti ci siano solo risparmi onesti, e non, per esempio, soldi fatti immoralmente, per quanto magari in modo legale, per esempio arricchendosi sulle ludopatie o con le storture normativa del sistema di accoglienza, che ci sono e vanno denunciate. E non è detto, lo dico nella per nulla celata speranza di disturbare il sonno o la digestione a qualche sovranista al pesto, che siano tutti italiani quei correntisti.

Ma si sa, come ci insegna il sermone di Padre Mapple ascoltato da Ismaele nella Cappella del Baleniere di New Bedford la domenica prima di raggiungere Nantucket da cui salperà col Pequod, in quel grande affresco sul mondo che Hermann Melville ha tracciato nel suo Moby Dick: «Now Jonah’s Captain, shipmates, was one whose discernment detects crime in any, but whose cupidity exposes it only in the penniless. In this world, shipmates, sin that pays its way can travel freely, and without a passport; whereas Virtue, if a pauper, is stopped at all frontiers». Nella traduzione di Cesare Pavese: «Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentre la Virtù, se è povera, viene fermate a tutte le frontiere!».

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Ma quanti voti prenderebbe, per voi, uno come Mattarella?

Ha condannato la «tassa sulla bontà», ha stigmatizzato l’uso delle forze dell’ordine e delle loro divise per fini elettorali, ha invitato a una maggiore coesione sociale e solidarietà fra tutti i cittadini e gli stranieri residenti nel Paese. Non c’è dubbio che il tradizionale saluto del presidente della Repubblica in occasione di fine anno, per le parole usate e per i toni in cui si è articolato, sia stato di un livello decisamente diverso e superiore rispetto a quanto la politica nel quotidiano ci abbia ormai abituati.

Insomma, forse perché da sempre sensibile al fascino della retorica democristiana, a me il discorso di Mattarella della sera di San Silvestro è piaciuto. E questo non m’ha stupito. A sorprendermi, e non poco, è invece stata l’accoglienza da rock star (e non è solo un modo di dire, visti i meme con tanto di grafica in stile Metallica col nome del capo dello Stato) che gli ha riservato l’internet, almeno nella parte social nostrana. Come dire: spazi virtuali che solitamente s’infervorano per l’ultimo hashtag di successo e arrembante si sono accesi di passione per un discorso impossibile a ridursi in tweet, persino ora che ne è stato raddoppiato il numero massimo di caratteri.

Mi direte: meglio così. In un certo senso, sì, ovviamente. Ma credo che ci sia una buona dose di ipocrita conformismo in quegli applausi. Non si spiegherebbe, altrimenti, come quelli che negli anni hanno attaccato i politici deboli sul piano della comunicazione, per non esser capaci di urlare e trovare la battuta pronta, possano oggi entusiasmarsi per un discorso dal tono piano e dal ritmo lento, come una birra weisse bevuta in solitudine al tavolino di un bar rivedendo un documento.

Un po’ come il comodo opportunismo che si cela dietro la sacrosanta polemica per la costrizione dei tempi parlamentari nell’iter di approvazione della legge di bilancio: perfetta, se a farla è l’attuale inquilino del Quirinale; stonata, se a cantarla sono quelli che, nel passato recente, hanno abusato dei voti di fiducia e inventato trucchi regolamentari per sterilizzare il dibattito in aula.

O ancora, come l’acclamazione di un modo di far politica, quello di Mattarella, appunto, che gli stessi ritenevano piatto e debole, utile solo a favorire le politiche urlate dei populisti, mentre loro, i giovani effervescenti, si ponevano quale unica ed efficace soluzione. Incuranti, infine, anzi, superficialmente arroganti verso quelli che li avvertivano di quanto, al contrario, proprio il loro modo di fare, la via del governare “a colpi di maggioranza”, conducesse a pericoli come quello che pare concretizzarsi nel tempo che stiamo vivendo.

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