Sperando che non sia il sintomo d’una malattia autoimmune

Di Maio, Renzi, Salvini; divertitevi a considerarli candidati premier, se vi va. Sempre, in Italia non ha senso parlare di candidati diretti a una carica conferita dal presidente della Repubblica e sottoposta alla fiducia delle due Camere. Ancora di più, ciò è vero oggi, dato che con il sistema di voto che c’è, difficilmente qualcuno di quei tre può realisticamente aspirare di giungere per via elettorale al ruolo a cui dice di prepararsi. Ecco perché non mi appassiono all’argomento.

C’è però una preoccupazione che non riesco a tener lontana nell’approcciarmi alla questione attraverso i giornali o i programmi televisivi: la statura dei leader in campo. Insomma, è credibile che uno dei tre, Di Maio, Renzi o Salvini, stiano pensando a ricoprire la carica di presidente del Consiglio per la semplice ragione che tutti e tre, politicamente parlando, hanno fatto le medesime scuole: nessuna. E siccome uno dei tre quel ruolo l’ha già ricoperto, non si vede perché, per gli altri due, si dovrebbero evocare i canoni dell’impossibilità. La storia, infatti, fa acqua dall’inizio. Ed è, esplicitando il mio timore, la manifestazione del carattere fortemente ideologico del giudizio che tutti noi condividiamo sulla bontà assoluta e permanentemente assunta dei processi democratici. Provo a dirlo meglio; se la democrazia diventa la scelta di uno qualsiasi, di «uno di noi», si diceva un tempo, a qualsivoglia carica, allora è la fine dei possibili discorsi che le si possono fare intorno. O almeno di quelli che posso farci sopra io, che di avere «uno come me» fra gli eletti non ho alcuna voglia, avendo l’ambizione di poterne eleggere uno migliore, ché altrimenti sarei buono pure io, ed evidentemente non è questo il caso.

Le rappresentanze che questo Paese sta esprimendo negli ultimi anni hanno il pregio di presentarsi per quello che sono: banali. Debbo, allo stesso tempo, conceder loro il beneficio del dubbio, ma nell’esplicitarlo si rischia di dipingere con tinte ancor più scure il quadro che si va definendo. Provo dunque a farlo con le parole di Cesare Garboli, di un suo articolo «impietoso ma non spietato», quale egli stesso più tardi ebbe a definirlo: «Molte cose si possono pensare e immaginare intorno al nostro Parlamento e ai suoi attuali e irreducibili membri. C’è chi lo ha definito una tetra associazione; e chi lo dice un terza liceo dove si trova di tutto: la studentessa sussiegosa che si crede granduchessa di tutte le Russie; il giovane appassionato di storia del Risorgimento; il buffone che fa casino sui banchi durante la ricreazione per difendere i diritti dei compagni e poi fa la spia al preside, ecc. ecc. Terribile sarebbe se nessuna di queste ipotesi fosse vera. Ce n’è infatti una peggiore. E se questi impagabili rappresentanti del nostro Paese fossero gente sincera? Un po’ ribalda ma non troppo? Gente che non sa niente di sé, che non ha nessuna idea di se stessa? Gente ottusa e stordita da una trentennale, manicomiale coabitazione col privilegio e con la politica? Che mestiere potrebbe fare tutta questa gente? Dove metterla? Come sostituirla? Non è un problema da poco, essere rappresentati da chi non c’è».

Se così fosse, quale ipotesi di voto ci salverebbe dal tedioso perpetuarsi di tal fatte élites?

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Anch’io avverso le politiche di destra e populistiche

«Alle elezioni sfideremo il Pd, dice Pisapia. Noi invece sfideremo destre e populisti, perché sono quelli gli avversari della sinistra». Cinguetta così, nel senso dello strumento social, il presidente del partito democratico Matteo Orfini, stigmatizzando le affermazioni dal palco della manifestazione delle Officine delle idee di Campo progressista del suo ex alleato ai tempi in cui era di moda parlare di “modello Milano” e facendo maturare in chi legge l’idea che la defenestrazione a mezzo notarile del sindaco Marino, evidentemente, puntava a colpire destre e populismi; anfatti, direbbero fra i Colli.

Però Orfini, in un certo senso, dice una cosa che condivido: anch’io avverso le politiche di destra e quelle populistiche. Per esempio, per iniziare dalle bazzecole, l’idea di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti lo ritengo una resa alla demagogia che ha come effetto solo quello di, progressivamente, impoverire non le forze politiche, ma la qualità della partecipazione alla democrazia da parte dei cittadini, consegnandone le chiavi ai ricchi e famosi che fanno a meno, e con piacere, dal loro punto di vista, dei corpi sociali organizzati. Come sono altre rese, sul versante culturale prim’ancora che sul piano politico, le battaglie a esclusivo uso mediatico sui vitalizi, sui costi della politica, sulle poltrone da tagliare, sui fannulloni e i furbi del cartellino, sugli enti inutili, sulle auto blu da mettere all’asta, «venghino, siori, venghino!». E provando a star sul serio, avverso politiche di destra quali l’abolizione o l’annichilimento delle parti più caratterizzanti dello Statuto dei lavoratori, la chiamata diretta degli insegnanti, la libera trivella in libero mare, il Piano casa come misura securitaria per la felicità dei ricchi e la disperazione dei poveri, il decreto Minniti-Orlando che ha fatto parlare non me, ma due senatori del Pd come Tocci e Manconi, di una norma che «configura per gli stranieri una giustizia minore e un “diritto diseguale”, se non una sorta di “diritto etnico”, la cacciata dei poveri dai centri delle città per “decoro”, le cariche della polizia sui profughi eritrei, gli sgomberi degli occupanti senza titolo di immobili altrimenti vuoti, e su, su, fino agli accordi con la Libia per farne il gendarme cattivo contro i disperati alla ricerca di una vita migliore, come quello, se non peggio, che avevamo criticato ai tempi in cui sulle sabbie di Tripolitania e Cirenaica dominava il Colonnello con la tunica.

Ecco, io non so se Orfini pensasse proprio a queste cose, quando ha scritto che gli avversari della sinistra sono «destre e populismi». È quello che penso io, al contempo, nel declinare e desumere “in concreto”, visto che alle nuove élites piace tanto il lato pratico delle faccende, le idee che si proclamano, quando non a vanvera, almeno in astratto. Ed è proprio avversando quelle politiche che, a conti fatti, non posso votare per Forza Italia e Lega o per il M5S, ma nemmeno voglio più farlo per il Pd, per i suoi alleati o per chi, di dritto o di rovescio, alla fine con loro vorrà allearsi, nella logica, o con la scusa, che la politica è data solamente se è di, ma sarebbe più giusto dire «al», governo.

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Dovreste provar per loro simpatia

Il popolo sbaglia spesso, e la storia degli uomini è lì a raccontarcelo. La gente, che di quello è la versione meno strutturata, non di rado fa scelte sbagliate. Le masse, quel pulviscolo di individui tenuti insieme solo da condizioni incidentali, eccedono sempre verso decisioni umorali e quasi mai logiche, tantomeno giuste. Tutto questo lo so. Eppure, non riesco a non sentire il comune destino che mi unisce loro, a sentirmene in qualche modo parte, pur se d’altra schiatta, quella cafona, forse ormai del tutto estinta o in via di sparizione. M’imbatto frequentemente, mio malgrado, in filippiche e censure delle loro idee e parole d’una durezza sprezzante che sinceramente non capisco. E non perché non sia opportuno riprenderli, ma non mi spiego l’astio che muove le critiche. Soprattutto se ne considero il pulpito. Insomma, a criticare ciò che si pensa e dice in basso non sono mai le classi dirigenti effettive, quanto i loro ascari di complemento, quelle sedicenti élites creative che popolano il mondo dei media e animano le parti più effervescenti del dibattito pubblico.

Quante volte avete letto o ascoltato le prese in giro delle convinzioni sbagliate di chi ha studiato poco o punto nella sua vita? Tante. E da chi le avete sentite? Da quelli che han fatto il liceo e si sono laureati a pieni voti, principalmente. E cosa fanno questi ora? Beh, s’arrabattano fra una consulenza e uno stage, tanto lavoro precario e molta fatica per farsi pagare. Però non dimenticano mai di stigmatizzare i comportamenti di quelli che ne sanno meno di loro. Ebbene, miei cari creativi elitari (o presunti tali), avete ragione quando rimproverate a quello che chiamate «popolino» le pulsioni da guerra fra gli ultimi. Vi sfugge probabilmente il dettaglio per cui voi non vi comportate diversamente: per censo se non per ceto, siete simili a quelli che dileggiate dall’alto dei vostri libri, non a quanti, élite vera, guidano le sorti del sistema che vi spinge a servire ai tavoli di un pub di Londra con un dottorato in bella mostra nella cameretta a casa di mamma e papà, mentre i figli dei detentori dell’ordine costituito diventano professori associati prima dei trent’anni. Dovreste star con chi contesta, spiegando dove erra e come far meglio, ponendovi al loro fianco con il vostro sapere, mentre piegate i vostri studi a far l’eco a chi ne sa molto meno eppure decide anche delle vostre sorti, dando così voi stessi, offesi fra gli umiliati, una patina di giustificazione culturale a un Paese che genera come sue guide le Picierno e i Briatore.

Perché quello che archiviate alla voce «gentismo» non è un male incurabile. Può però diventarlo se continuerete a irriderlo facendo il coro ai ricchi veri contro i poveri, di mezzi e di spirito. Difendere le verità della scienza e l’importanza dell’istruzione è un gesto lodevole e nobile; lo è meno se, nel farlo, l’unico modo che concepite e mettere in ridicolo chi non ha avuto o voluto avere la fortuna di incontrarle. Insegnate loro il bello di quel che sapete, spiegate come esser più efficaci nel tentativo di cambiare il mondo che criticano, spendete le conoscenze che avete accumulato per tentar di prendervi ciò che vi spetta, insieme a quelli che, sapendone meno, come voi annaspano fra le onde di quel che manca.

Oppure no, dileggiateli: a voi costa poco impegno, e inoltre rende felici i potenti.

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L’antifascismo è attuale perché ci sono i fascisti

Trovandomi a riprendere alcune critiche mossemi per un post su Facebook dove (forse con troppo sarcasmo, ma il mezzo è quel che è) stigmatizzavo le parole di un esponente del M5S, sono stato costretto, mio malgrado, a ricordare che sì, ho votato Pd e ne sono pentito, ma che se l’alternativa sono loro, i grillini, allora sarò pienamente corroborato dalle circostanza nella mia scelta, fra gli uni e gli altri, del divano. Eppure, il modesto dibattito nasceva dall’assunto, secondo il mio interlocutore intento a difendere il citato esponente pentastellato, per cui discutere oggi di comunismo e fascismo sarebbe una perdita di tempo. Da lì, spiegava, il senso di quella preferenza per l’evento di lancio di un nuovo modello di cellulare rispetto al dibattito in aula esplicitato da Sibilia. Bene, non sono per nulla d’accordo.

Perché, con tutti i ragionamenti e tutte le parole che si possono fare sul fatto che la cosiddetta “legge Fiano” abbia i suoi limiti e che l’antifascismo si dovrebbe praticare concretamente anche, meglio, soprattutto in modi differenti e ogni giorno — tipo approvando, o cadendo nel farlo, il diritto a essere cittadino per chi nasce in questo Paese, non mandando la polizia a caricare i profughi eritrei, non confinare lontano dagli occhi i migranti in campi di detenzione in Libia — rimane il fatto che di fascismo bisogna ancora parlare. Certo non tanto di quello «archeologico» come l’avrebbe definito Pasolini, morto e sepolto dai fatti e dalla storia, ma di quello ancora vivo sì. E di chi se ne vuole fare interprete oggi, organizzando ronde cittadine, presidiando le omelie di preti ritenuti scomodi, minacciando nuove marce su Roma e, nel caso, promettendo vendetta contro l’approvazione della legge. E come il fascismo, esiste il razzismo, esiste l’idea bacata di difesa della razza (non esclusivamente follia patrimonio della destra dichiarata, come un’alta dirigente Pd non ha mancato di mostrare), esiste perennemente il rischio di dolorosi rigurgiti di ogni più tetro e oscuro fantasma del nostro passato. Per questo l’antifascismo è sempre attuale, e non si può archiviarlo perché, magari, ci sono problemi più importanti: di quelli infatti il fascismo si nutre , e dimenticarlo in un angolo è il miglior modo per ritrovarsi da esso azzannati di sorpresa.

E per questo, infine, non sono cattive le notizie che ci parlano di resistenze persino materiali all’insorgere degli antichi timori (non di rado, perché Marx tanti torti sui tornanti della storia non ne aveva, serviti in forme farsesche degne del migliori titolo di un giornale satirico); perché il fascista picchia, e a volte non basta la parola a fermare chi, per primo e per convinzione e fede, sceglie la violenza in tutte le sue declinazioni.

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Così si rischia di dar ragione a chi parla di «uso politico della giustizia»

Delle sorti della Lega Nord, come immaginate, m’interessa meno di quanto possa essere utile alla storia dell’umanità sapere il colore del gatto che girava intorno al palazzo nobiliare d’una famiglia che nessuna traccia lasciò del suo passaggio nel tempo. Sempreché un gatto lì ci fosse mai stato, ovvio. Eppure, offre materiale di riflessione il fatto che a un partito si possano, quale misura cautelare, bloccare i conti correnti oggi per un reato finanziario fatto da una precedente segreteria, impedendone, in concreto, l’attività politica nel presente. Come non è da sottovalutare la circostanza per cui, ad esempio, la magistratura possa entrare nel merito delle scelte in tema di candidature, cosa che è successa in Sicilia, e prima ancora a Genova, al M5S, altro soggetto delle cui sorti mi preoccupo quasi quanto possa interessarmi conoscere il colore del maglio perduto della campana di una chiesetta abbandonata in un villaggio di cui non so e non cerco di sapere il nome.

In tutto questo, poi, succedono cose curiose. Fra queste, mi ha colpito ieri la scelta degli articoli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Soprattutto, per l’associazione di tesi a cui potrebbero portare. Se da un lato si ammette, quale ipotesi, l’uso di indagini usate per colpire addirittura il vertice del potere politico, come pare voler dire la pm modenese rivelando testimonianze raccolte in precedenza e parlando, si apprende da indiscrezioni sulla sua audizione al Csm, di carabinieri «esagitati» e che, con le loro azioni, puntavano a colpire Renzi, nell’articolo in alto dedicato al “caso Consip”, allora rischia, in linea di principio, di poter aver ragione Salvini che, in quello sotto sugli sviluppo del processo che vede imputati l’ex segretario Bossi e il già tesoriere Belsito, adombra un uso della giustizia teso a colpire il dissenso. E però, e allora, se si postula che la giustizia possa essere piegata a fini politici, che sia per colpire il governo o le opposizioni, è la qualità della democrazia stessa a essere posta in discussione.

Scrivendo quest’ultima frase, mi sono accorto che, in fondo, il problema è forse più serio e magari più profondo. Perché se la giustizia può essere usata per colpire i potenti, ché governo od opposizione, in quello, pari sono, cosa può fare il piccolo, ultimo cittadino. Come può fidarsi? Come esser sicuro che possa esserci un giudice anche per lui, pronto a prender le sue difese quando dovesse subire un torto o un sopruso?

D’altronde, la magistratura è pur sempre Stato. E di sangue e schiatta, una cosa la sento da sempre, da prima che come singolo venissi al mondo: «C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. […] lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi».

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Siamo tutti la conseguenza del dove (e quando) nascemmo

«Un atto di paura grave». È la migliore definizione che Graziano Delrio, ministro nel governo Gentiloni, ha trovano per la marcia indietro che il suo partito, il Pd, ha deciso di fare sullo ius soli, trincerandosi dietro la mancanza di necessari numeri al Senato per approvarlo. Difetto numerico che ha la sua ragione nella politica e nella stessa natura della maggioranza: se questa approva norme come il decreto Minniti-Orlando, non può poi ratificare leggi di segno culturale e ideologico diametralmente opposte, come lo ius soli, appunto. È triste, me ne rendo conto, ma è logico.

Eppure Delrio fa di più con le sue parole: dà voce alla coscienza. Perché lui sa, da credente e cattolico, lui sente che, in fondo, tutti siamo quel che siamo in virtù di una sorta di ius soli universale. Fossi non nato qui e in quest’epoca, avrei potuto essere ciò che sono diventato? Non si ha alcun merito per quel che si è. Delrio lo sa, per questo dice che è «un atto di paura grave» non proseguire su quella strada. La contrarietà a una legge che, un po’, allarghi le maglie di un destino troppo oscuro per alcuni nasce dal timore di doversi confrontare con una platea più ampia di possibili concorrenti, e quindi di esser costretti a dimostrare come le nostre sicurezze siano immeritate, o almeno non scontate. E la paura dei suoi colleghi, in questo caso, è quella di non avere il coraggio di osare e fare quello che, se fossero realmente classe dirigente, dovrebbero: indicare un mondo diverso e cercare il modo di arrivarvi. Se davvero ci credono, ovvio.

Perché il dubbio, mestamente corroborato dai dati dell’esperienza, è che chi sta lì a decidere lo faccia solo in ragione dell’ultimo sondaggio d’opinione. Al tempo in cui il Pd pareva scoprirsi a sinistra, ecco arrivare il via libera alla Camera al provvedimento per dare la cittadinanza ai ragazzi nati e cresciuti qui (e non si capisce perché ancora non lo siano). Quando il populismo sembrava battere i suoi colpi con più efficacia, allora via con lo stop ai vitalizi (ma non erano già stati aboliti?). Ora che le rilevazioni umorali dicono che si potrebbero perdere un paio di punti approvando quella norma, drammaticamente si scopre che al Senato mancherebbero i numeri per farla passare (quasi che fossero diversi quando l’iter di approvazione è iniziato).

Ecco perché Delrio coglie in profondità un punto che, dal suo osservatorio privilegiato, non poteva non vedere e per la sua storia e la sua fede non avrebbe potuto non avvertire e denunciare. Rimane semmai inevasa un’altra domanda, che lentamente potrebbe insinuarsi nella sua mente e in quella di chi, approvandone il senso e il contenuto, come me, ha apprezzato le sue parole: a questo punto della storia, tu, Graziano, che farai?

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Settembre, andate: non è tempo per migranti

Non casualmente, per parlare di diritti dei migranti e di leggi sulle tentazioni di apologia del fascismo, mi permetto di parafrasare D’Annunzio. Nello stesso giorno, a Montecitorio viene approvata una norma per mettere al bando le troppe forme di propaganda fascista surrettiziamente diffuse fra merchandising di dubbio gusto e siti internet di chiaro intento, a Palazzo Madama si arena il percorso di quella, moderata per non dire blanda, sullo ius soli. Il tempismo non credo sia casuale, e dubito che alla prima toccherà sorte diversa dall’altra nel suo passaggio tra i senatori.

La coincidenza è un pugno nello stomaco. E credo che, dovendolo dire con la semplicità che serva a fugare il possibile fraintendimento, ci sia più fascismo nel non voler come concittadini ragazzi nati e cresciuti qui da genitori stranieri, e magari di pelle con diverso colore, o anche nel non voler sapere cosa succeda a quei migranti che, per la gioia nei comunicati dei nostri governanti, non giungono più a toccare i nostri bagnasciuga, confinati in quello che tutto è fuorché un «bel suol d’amore», nella forza usata contro profughi eritrei, sempre per parlar dell’Impero che qualcuno sognò, o nelle norme contro i poveri per il decoro, l’ordine e la disciplina, verrebbe da dire, che non nel saluto romano di qualche testa vuota almeno quanto rasata o nelle scritte su monti e obelischi, che pure qualcuno ora chiede di cancellare. Perché penso che l’antifascismo, per esser tale, debba esser qualcosa di vivo e interessato alle cose vive, non alle gesta di morti che si immaginavano mai tali. E mi torna alla mente Pasolini (intervista a cura di Massimo Fini per L’Europeo del 26 dicembre 1974, in Scritti Corsari): «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più».

Quello che esiste, diceva allora Pasolini, si esprime attraverso la società di mercato, attraverso la globalizzazione che permette al denaro e alle merci di andare ovunque, ma non alle persone, potremmo dire ora. Un’epoca in cui siam pronti a contrirci, e giustamente, nel ricordo degli orrori che son stati, ma nella quale cambiamo con leggerezza canale, o pagina web, se per caso incappiamo in quelli che sono, che avvengono ancora lontano in un tempo che si diceva avesse abolito e annullato tutte le distanze.

Fascismo. Cos’è fascismo, oggi? Un obelisco con una scritta? Un’etichetta su un cattivo vino? O non è forse tener fuori dal consesso della cittadinanza qualcuno solo perché nato da genitori stranieri? Lasciar in mano a milizie armate e criminali chi già fugge da guerre e carestie? Cacciare i poveri dai salotti cittadini, negar loro l’accesso alla residenza o alle utenze minime se costretti a occupar immobili altrimenti vuoti, imporre agli stessi condizioni lavorative sempre peggiori, perché solamente comanda chi ha i soldi per farlo?

Contro questo fascismo, quali leggi state facendo?

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Con quei dati economici, il Pd dovrebbe essere al sessanta per cento

Ancora ieri, altri dati economici e occupazionali diffusi dalle rilevazioni statistiche sul secondo trimestre del 2017 dipingevano un quadro a tinte rosee della situazione del nostro Paese e soprattutto del futuro che lo attende. Da un po’ di tempo, infatti, tutti gli istituti e i centri di studio confermano la crescita del numero dei lavoratori, l’aumento del Pil e della produzione industriale, la ripresa dei consumi interni e delle esportazioni. Insomma, un’Italia in grande spolvero. Merito, dicono gli informati, delle riforme messe in campo dai governi attuale e precedente.

Bene, io non ho motivi per non crederci. Mi domando solamente, a questo punto, da cosa nascano i timori per la possibile ingovernabilità quale esito più probabile delle prossime elezioni nazionali. Qualcosa non torna: se quelli sono i dati di economia e occupazione, e non possiamo non crederci, e se questi sono merito, come dicono quelli che sanno, delle azioni dei governanti, il partito di governo, il Pd, dovrebbe agilmente superare la soglia per l’accesso al premio di maggioranza alla Camera e, credibilmente, aver pochi problemi a trovare una maggioranza al Senato con altre compagini responsabili, ugualmente beneficiate dall’apprezzamento figlio dei traguardi conseguiti e, per responsabilità, off course, pronte a sacrificarsi per soccorrere il (meglio se quasi) vincitore. Anzi, visto che così stanno le cose, se davvero così stanno, non vedo motivi per cui quella forza politica non debba raggiungere la maggioranza assoluta dei votanti da sola, o superarla, per arrivare, che so, al cinquantuno, che dico, al sessanta per cento dei voti. Chi potrebbe non votare gli artifici di un simile miracolo? Giusto quei quattro gufi rosiconi che infestano le paludi del non-cambiamento.

Prima che mi rispondiate con la solita menata sugli invidiosi che masticano sempre amaro e cercano ogni volta di far fuori quelli che vogliono fare, lasciate che vi citi una frase che mi è incidentalmente tornata alla mente in questi giorni, e che incidentale lo è in tutto, scritta tra parentesi, quasi fosse per sbaglio nel libro che la contiene, L’orologio di Carlo Levi: «della forza, della capacità, dell’abilità degli avversari bisogna sempre far conto – ed è la più vana delle abitudini il vezzo italico di accusare, piangendo, i nemici, delle proprie sconfitte».

Ecco, per dire.

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Ma non son sicuro che possiate esser voi la soluzione

«Credo che il problema di questo Paese per il futuro non sia il Pd, ma Salvini e Grillo». Pur se potenzialmente viziata da un evidente e comprensibile interesse, l’affermazione del segretario del Partito democratico durante la trasmissione radiofonica Circo Massimo, condotta da Massimo Giannini su Radio Capital, è sostanzialmente, se non del tutto e pienamente, condivisibile. Però con un “ma”.

Perché se, ripeto, è condivisibile quanto detto da Renzi sulla natura problematica per il Paese dei suoi antagonisti elettorali Grillo e Salvini, rimane inevasa la domanda che vi è di fondo in quell’enunciato: e chi sarebbe allora la soluzione? E qui risiede quel “ma” a cui accennavo. Infatti, sebbene sia concorde nel ritenere Lega e M5S un, anzi, meglio e come dice l’ex presidente del Consiglio, il problema per il futuro dell’Italia, non credo che la soluzione possa essere rappresentata da lui e dai suoi. Come faccio a dirlo? Beh, per la semplice ragione che l’uno e gli altri li abbiamo già visti al lavoro, e quel problema, come egli lo definiva e io di mio pari, non solo non si è ridotto, ma è cresciuto e si è fortificato.

Mi faccio da solo la domanda: e chi credi che possa essere quella soluzione? E che ne so; non penso di doverla indicare io, nel caso immaginassi che ce ne fosse una. Vedete, ormai di politica me ne occupo da osservatore sempre più disinteressato ai risvolti pratici e, soprattutto, alle possibilità concrete di un impegno. Per dirla con maggiore precisione, sono sempre più assolutamente disimpegnato e scevro da qualsiasi ipotesi di partecipazione attiva e diretta.

Dopotutto, non era questo che significavano i sempre ripetutimi «lasciateli lavorare»?

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Ma quelli che ritenevano il Senato tanto inutile da volerlo abolire, mica poi vi si candideranno?

«Chi non muore si risiede». Pare che con questa frase Marcello Marchesi incasellò il divo Giulio Andreotti. E pensare che lo scrittore e registra morì nel ’78; chissà quante volte avrebbe avuto occasioni di riconfermarla nel corso del tempo. Un po’, in dodicesimi, potremmo usarla pure oggi, a guardare come quelli che chiedevano l’abolizione del Cnel si vadano tranquillamente ad accomodarsi nelle sue remunerate poltrone, dagli esponenti della Confindustria a quelli della Coldiretti, strenuamente schierate a difesa delle idee costituenti renziane.

E potrebbe valere anche per quelli che, giudicando il Senato inutile, al punto di chiederne l’abolizione o la trasformazione in un dopolavoro per consiglieri regionali, alla fine vi si candideranno (o ri-candideranno, perché lo giudicavano superfluo nel mentre sedevano sui suoi scranni godendone le relative prebende, e tappezzavano i muri del Paese con manifesti che promettevano di tagliare quei costi di quella politica che loro stessi rappresentano, e in questo, debbo ammettere, non con tutti i torti), dimostrando che, in fondo, sono tutti epigoni e discepoli del povero Cicchitto, raccontato nella tensione del cercar sopravvivenza alla fine della sinistra lombardiana socialista. Ma noi che non siam perfidi come Montanelli, a lui e a loro auguriamo fortuna e successo, tipo quello avuto fin qui.

Ora, voi potreste dirmi che, insomma, se quella camera è rimasta in piedi, è ovvio che i partiti cerchino di mandarci i propri esponenti. E questo chi lo mette in discussione? Quello che mi chiedo è una cosa diversa. Per quasi due anni, stuoli di politici e nugoli di politicanti hanno riempito sale per conferenze, tv, giornali con le loro opinioni sulla necessità di superare il Senato. Bene, se le stesse donne e i medesimi uomini adesso si candidano a farne parte, non è evidenziabile una netta contraddizione su base personale, tale da far dubitare della loro convinzione precedente e, di conseguenza, delle parole che oggi o in futuro potrebbero dire? Parlo di coerenza? No, al massimo, di consequenzialità.

Roba inutile, lo ammetto.

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