Giustizia è disobbedire

«Se questa è la Legge», titolava ieri in prima pagina Avvenire, a proposito di quanto sta avvenendo nel sud degli Stati Uniti, al confine con il Messico, dove, scrive nell’editoriale sullo stesso quotidiano Eraldo Affinati, «duemila bambini divisi a forza dai genitori […] sono stati acciuffati dalle guardie di confine e portati in una struttura di detenzione in attesa di venire espulsi […] distesi sui tappetini del magazzino trasformato in reclusorio, con la carta stagnola usata come coperta e le bottigliette d’acqua minerale poste ai lati, ci fanno capire dove conduce la politica dei respingimenti: in un vicolo cieco, in un pozzo scuro, sull’orlo del baratro».

Non solo un osservatorio come il giornale dei vescovi italiani la vede con quei toni. La stessa Melania Trump ha fatto sapere di «odiare il vedere bambini separati dalla loro famiglie», e una ex first lady del calibro di Laura Bush non ha esitato a scrivere che «questa politica di tolleranza-zero è crudele. È immorale. E mi spezza il cuore». Più diretto il deputato Peter Welch, dopo un’ispezione sul posto: «La mia visita al confine meridionale del Texas, ieri, è stata straziante. Ho visto dei bambini rinchiusi in una fila di gabbie. Ho incontrato madri sconvolte, in lacrime perché non sanno dove siano i loro figli o se li vedranno mai più. Questa politica è vergognosa. È non-Americana». Eppure, tutto questo avviene nel rispetto della legge, come titola Avvenire, e, come scrive il suo editorialista, non possiamo nemmeno incolpare le storture dei totalitarismi, perché «sul piatto abbiamo i frutti marci della democrazia: la prima del mondo moderno, quella da cui prendemmo esempio, anche se gli angeli della natura ai quali Abramo Lincoln avrebbe voluto affidare il coro dell’Unione, preferirebbero, ci scommettiamo, spezzare le proprie ali piuttosto che accompagnare il pianto dei bambini reclusi nelle gabbie texane». E se quella è la legge, la giustizia non può non stare nel disobbedirle. Anche in uno Stato di diritto, pure in un sistema democraticamente definito e regolato.

Vengono in mente i Thoreau, e il suo rivendicare quale obbligo morale quello di non piegarsi a leggi ingiuste, di non rispettarle, o le Arendt, col monito, ancor più vero in un Paese formalmente libero, rivolto a quanti sanno di poter dissentire e che, nel non farlo potendo, esprimono un tacito assenso. Oppure, per tornare alla dimensione culturale da cui sono partito, i don Lorenzo Milani, e il suo ricordare che non di rado è nell’obiezione, non nella sterile obbedienza, la salvezza del mondo.

Ma mi viene in mente anche altro, e cioè che in fin dei conti, come spiegava nello stesso brano in cui elogiava le ragioni della coscienza contro l’assuefazione all’obbedire lo stesso parroco di Barbiana, la divisione più profonda e vera su questa terra passa sempre fra i ricchi e i poveri. Infatti, gli stessi Usa che consentono alla legge di usare la mano forte contro gli ultimi stranieri, accolgono senza difficoltà i forestieri danarosi, pensando per loro un apposito visto, l’EB-5, con tanto di lista di realtà economiche approvate dal governo, i Regional Centers, in cui investire i propri soldi per facilitare l’ottenimento di quella green card che per le moltitudini in cerca della promessa gridata al mondo dalla poesia di Emma Lazarus è poco meno di un miraggio.

Per citare un coevo di Thoreau, quel Melville troppo noto solo per le versioni in pellicola della sua grande opera: «Now Jonah’s Captain, shipmates, was one whose discernment detects crime in any, but whose cupidity exposes it only in the penniless. In this world, shipmates, sin that pays its way can travel freely, and without a passport; whereas Virtue, if a pauper, is stopped at all frontiers». Nella traduzione di Cesare Pavese: «Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentre la Virtù, se è povera, viene fermate a tutte le frontiere!».

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Morrò pecora nera

L’impressione che ho è che sette (almeno) persone che incontri al bar, in fila alle casse del supermercato, per strada, la pensino (absit…) come Salvini. Certo, potrebbe essere una sensazione ingigantita dall’attenzione che io stesso presto a quegli argomenti, ma l’espressione politica del Paese non pare dire cose molto differenti: i due partiti del governo fanno il 50 e rotti per cento del responso elettorale, e se a questi si aggiungono le altre forze della coalizione di centrodestra, tutte concordi con la linea dura contro donne incinte e bambini spaventati, e (temo non pochi) di quelli che, pur avendo votato da altre parti, non sentono con dispiacere le voce dell’uomo forte al comando, lo scenario non è tanto lontano dalla realtà. Per quanto mi riguarda, rimango con le mie idee, indisponibile a rientrate con le tante, stanche pecore bianche; col Guccini di Canzone di notte n. 2, «morrò pecora nera».

E sempre il Maestrone mi dà il suggerimento per un discorso ai pentastellati iperattivi in questi giorni , come sempre, d’altronde, sull’Internet: amici – si fa per dire –, non cercate di spiegarcela troppo. Avete combattuto, a chiacchiere, il sistema, oggi quel sistema siete voi, «adesso avete voi il potere,/ adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia,/ gli dèi, i comandamenti ed il dovere». E se tutto ciò ha il volto, le movenze e le parole di Salvini, è perché così avete scelto – e continuate a farlo – che fosse.

Vi inviterei a seguire «quel tarlo mai sincero che chiamano “Pensiero”», però potrei rischiare di farvi più un torto che un favore. Si sa, «per chi non è abituato/ pensare è sconsigliato», e non vorrei mi esser io la causa d’un vostro mal di testa. Ché se da soli ci arrivaste, capireste il senso incomprimibile della contraddizione tra il volere – e votare, se così si può dire – Gino Strada al Quirinale e divenire gli ascari obbedienti e i giannizzeri ossequiosi di Salvini al Viminale.

Ora, scatenate i commenti, che in quello, lo so, siete bravi, sagaci e coraggiosi.

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Etiamsi omnes, ego non

In questi giorni, il caso dell’Aquarius mi ha dimostrato in pieno quanto, sulle questioni legate alle migrazioni, io sia largamente in minoranza. La maggioranza, ho appreso sui social media, dai sondaggi e nelle discussioni al bar, non la pensa come me. Anzi, a dirla meglio, la maggioranza la pensa esattamente come Salvini. Lo sospettavo, eppure, sbatterci contro non è stato piacevole. Comunque, etiamsi omnes, ego non.

Non mi piegherò a quelli che dicono che i miei sono solo pensieri intrisi di «»buonismo, anche perché non saprei cosa potrebbe essere il loro contrario. Non mi farò dire che ho idee radical chic, soprattutto se chi lo dice è molto più chic e agiato di me. Non mi lascerò chiudere nell’angolo dei «benpensanti dei centri storici», non fosse altro per la semplice considerazione che in centro non vivo e non ho mai vissuto e l’unico quartiere storico che sento mio è l’ Cuosal, e dubito che sia a rioni del genere che ci si riferisca quando si parla di sinistra colta e borghese. No, non sono tutto quello, perciò sento nei migranti i miei fratelli. Perché là dove alcuni vedono confini di Stati e colori di pelle, io scorgo i segni dell’ingiustizia e lo scontro fra le classi.

Se qualcosa ci è stato tolto (ma ci è davvero stato tolto qualcosa, a noi che viviamo nelle nostre tiepide case?), è in alto che bisogna cercare colpevoli e bottino, non presso chi sta peggio, gli ultimi, i più deboli. Il resto, sono discorsi buoni per far di tutti gli uomini cani a guardia della terra dei padroni, compreso il concetto stesso di patria. Che poi, pure io ne ho una, solo che non può e non riesce a stare fra i tristi limiti delle cartine politiche. Per dirla con le parole del Poeta: «Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema./ E la mia patria è dove l’erba trema./ Un alito può trapiantare/ il mio seme lontano».

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Ma di che cosa vi state vantando?

Nella mattinata di lunedì, ne dubitavo, memore delle incivili prove date dalla Spagna nelle sue enclaves africane, e che non si cancellano con un unico gesto nobile. Eppure, Sánchez mi ha stupito, e si è ricordato che il socialismo è anche una risposta alla barbarie, sebbene, nel momento in cui scrivo, non sappia ancora se la nave Aquarius arriverà nel porto di Valencia o se questo sarà troppo lontano per il suo carico di umanità. Quello della solidarietà era forse il tema più importante su cui non prendevamo lezioni da nessuno; non è più così, e me ne dispiaccio. Da noi, ora, si fanno le prove di forza sulla pelle dei deboli e si festeggia persino per essere riusciti a minacciare mezz’Europa con le vite di centinaia esseri umani?

Ecco, precisamente, di che cosa vi state vantando? Del fatto che uno Stato tanto potente da sedere al tavolo dei grandi del mondo abbia piegato un piccolo vascello? Di aver respinto dal suolo patrio il pericolo rappresentato dall’invasione di 600 persone fra uomini disperati, donne incinte e bambini soli in fuga da un futuro di privazioni e miseria? Non vi capisco, ma vi leggo e vi ascolto, tutti. E sento per questo un dovere di onestà intellettuale verso me stesso: più che la crudele bramosia di potere di figure tristi come Salvini e i pentastellati ministri per caso che gli reggono il trono, e che mi aspettavo, è il consenso di cui hanno goduto e l’entusiasmo che hanno generato le loro brutali posizioni ad avermi colpito. Dopotutto, se quelli sono i rappresentanti della nazione, una ragione ci dovrà pur essere.

Ho letto e ascoltato, dicevo, un mare di cose che non capisco, più grande di quello in cui si perdono le speranze dei migranti. «Salvini ha vinto, alzare la voce paga». Sarà, a me interessano le sorti dei vinti, non i destini dei vincitori e il loro bottino elettorale. «Finalmente un governo che si fa valere e che difende gli interessi dell’Italia in Europa». Davvero credete che il bene del Paese e di chi lo abita coincida con il respingimento degli ultimi che vorrebbero viverlo o solamente attraversarlo? Sono così mesti e cupi, violenti e crudeli questi «nostri interessi»?

Ma soprattutto, in cosa è migliora la vostra vita grazie al respingimento di quei disperati?

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I tempi sono bui. E manca la credibilità per l’alternativa

«Lasciamoli provare e vedremo di cosa sono capaci, se sapranno dar corso alle loro promesse». Questo, in sintesi, uno dei ragionamenti che ho sentito di più in questi mesi post-elezioni. Tra chi si sperticava nel fare il tifo e quanti auguravano buon lavoro al nuovo governo, l’idea di vederli all’opera e poi costituirsi «parte civile» – e qui siamo al dadaismo applicato alla politica – impegnata nella verifica dell’attuazione del loro programma era quasi maggioritaria; non mi sono unito a quegli auguri per il semplice motivo che le loro promesse erano quelle che vediamo adesso realizzarsi nel respingimento in mare di uomini, donne e bambini disperati.

E ora che, cari amici e compagni per un tratto di strada, le istantanee rimandano la vostra immagine di fieri oppositori a quelli che un tempo, contro di voi, frequentarono tegole e grondaie (e con toni e modi non diversi dai loro, che già all’epoca non mi piacquero), dovrei riandare con la mente ai tempi in cui, insieme, ci opponemmo in altre stagioni a diversi governi e maggioranze, dato che a questi anch’io mi oppongo. Eppure, nei vostri visi non posso che scorgere i lineamenti di quelli a cui già affidai il mio consenso, facendo il poco o il tanto che potevo per sostenerli. Gli stessi che, poco dopo, mi spiegarono come le mie idee fossero solo un fastidio, che era meglio non dirle, per non disturbarli e lasciarli lavorare, che simile al bubolare dei gufi era il ricordare le parole che tutti insieme dicevamo. Come potrei ancora fidarmi, dopo avervi visto fare il contrario di quello che dicevate, festeggiare la fine degli sbarchi incuranti delle sorti di quelli che non arrivavano più in forza dei vostri accordi, mutuare persino le parole (da «aiutiamoli a casa loro» fino a «invasione») di quanti per cui in queste ore giustamente vi ergete a censori?

Sì, forse è anche il mio disimpegno un tassello, piccolo e inutile, nella costruzione della situazione attuale. Ma è pure probabile che l’impegno vostro sia stato più incisivo nel guidarci allo stato in cui siamo. Non foss’altro che a voi era demandata la scelta della strada da seguire, e non di rado l’avete fatto col piglio (lascio ad altri giudicare se più entusiasta o arrogante) degli arrivati a detenere quel potere che, prima, a parole contestavano.

Lo stesso che vediamo realizzarsi oggi con tutte le sue brutture, che al peggio mai v’è fine.

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Su quello, almeno, non hanno tutti i torti

Vedete, io, se il M5S fosse l’unica alternativa accettabile sulla scheda elettorale, rinuncerei del tutto al mio diritto di voto. Quindi, se dico che su una cosa hanno ragione, non è certamente per partito preso nella difesa delle loro tesi. Ancora di più se il qualcosa a cui mi riferisco, incidentalmente, è pure una considerazione che non li pone certo in una condizione ottimale per essere ammirati o solamente lodati. Ma provo ad andare con ordine.

Nel resoconto stenografico della seduta del Senato dello scorso 5 giungo, leggo le parole della senatrice Paola Taverna: «E alle opposizioni, che stanno esprimendo il loro dissenso a questo Governo, voglio dire solo una cosa: se il MoVimento 5 Stelle oggi è al Governo del Paese, è perché voi avete fallito. (Applausi dal Gruppo M5S). Noi siamo il prodotto del vostro fallimento. (Applausi dal Gruppo M5S)» (il testo è qui, «V» maiuscola compresa, che ovviamente non è mia). Bene, dicevo, su questo, tutti i torti non li ha. Primo, perché, in effetti, loro sono il prodotto di un fallimento, e, pertanto, nulla di più triste poteva augurarsi la sorte della nostra repubblica. Secondo, perché, ovviamente, se chi li ha preceduti avesse agito diversamente o fosse, davvero, stato di qualità e competenze migliori, a loro non si sarebbe giunti.

Cos’altro è, infatti, lo spettacolo che vediamo dato dai nuovi arrivati, se non la sintesi applicata del gran ballo della sostituzione continua dei governanti fatta sull’adagio per cui il rinnovamento sarebbe un valore di per sé? Certo, assume i tratti e i toni della commedia il vedere i profeti del cambiamento di ieri, pronti ad ascrivere alla voce «rancore» ogni dubbio nei loro confronti espresso, astiosi nei riguardi di quelli che si professano il cambiamento dell’oggi. Però, i fatti hanno una loro logica: se postuli il concetto che cambiare quelli che ci sono sia l’unica cosa che conti, perché il cambiamento, si diceva, è intrinsecamente un fattore positivo, cambieranno te alla prima occasione. E quelli di adesso, alla prossima, presto o tardi che sia.

Lasciando intatto tutto il resto, ovviamente.

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Ha altre forme, ma c’è ancora

«Noi sappiamo che la maggior parte dei nuovi schiavi lavora senza contratto. Sappiamo che mai si è visto da quelle parti un ispettore del lavoro per esaminare le irregolarità e colpire gli imprenditori italiani che approfittano del lavoro nerissimo. Noi sappiamo che per una manciata di euro i nuovi schiavi si piegano al lavoro stagionale della raccolta agricola, ma anche a massacrarsi di fatica (regolare?) nella distribuzione dei pacchi che noi siamo contenti di ricevere in casa con la fatica di un clic. Davvero non immaginiamo in che condizioni vivono e lavorano i lavapiatti pagati in nero? Chi pulisce i servizi igienici negli autogrill, nelle stazioni ferroviarie, nei grandi outlet? Di che colore è la pelle, nella maggior parte dei casi? E chi li assume, e che punizioni incombono per chi si avvale di quella manodopera sottopagata violando la legge? Non è che non sappiamo, è che facciamo finta di non sapere, avvolgendoci nel calore della retorica dolciastra dell’accoglienza, e delegando il lavoro duro di denuncia e di battaglia a Soumaila Sacko, eroe misconosciuto, assassinato come in una riedizione di Mississippi Burning. Isolato dai “cattivi”, abbandonato anche da noi “buoni”, dai liberali, dai tolleranti, dai moderni, che la sanno lunga ma sono incapaci di vedere che in Italia è rinato lo schiavismo».

Ieri, sul Corriere, Pierluigi Battista non lesinava parole dure su quello che è accaduto a San Ferdinando, in Calabria. E ha ragione: un uomo è stato ucciso (se per il solo colore della sua pelle o pure per il suo attivismo lo definiranno le indagini) e nessuno ha parlato. Non il Governo, non le istituzioni del Paese, ma nemmeno tutti gli altri, noi, quelli che, per usare le parole del giornalista, «facciamo finta di non sapere». Eppure, oltre a questo già enorme, commettiamo un ulteriore errore nel leggere quegli accadimenti o altri “da sinistra”, nel senso di quello a cui la tradizione ci ha abituati e nel solco di come lo farebbe, e lo fa, chi scrive. L’idea che molti abbiamo avuto, e io fra questi, è che lì, dove si dovrebbe manifestare, mancano ancora di più le realtà e i movimenti della sinistra ampiamente intesa, i sindacati, ad esempio, o le forze politiche organizzate. Ebbene, è un pensiero sbagliato perché lì, quelle, c’erano; infatti, era un sindacalista Soumaila Sacko e lo erano i suoi compagni che hanno manifestato dopo la sua uccisione. E facevano e fanno politica loro, in prima persona, tutti i giorni, nei modi e con le forme in cui riescono.

Il fatto che noi fatichiamo a riconoscere e inserire queste dinamiche negli schemi che ci siamo formati culturalmente è solo un problema e un limite nostro. Ma ci sono e agiscono nella società. E non solamente per quanto riguarda i migranti organizzati nelle campagne meridionali, novelle leve bracciantili della questione dei rapporti fra capitale e lavoro, ma anche nei servizi, pensiamo alla logistica a cui pure si riferiva Battista o ai fattorini della consegna di cibo a domicilio, dove hanno dato vita a un loro sindacato autonomo, o a tutti quei mondi del precariato che, spontaneamente, si danno da fare e agiscono per come possono.

Forse con delle imprecisioni, magari con meno efficacia di quanta che ne aspetteremmo, però sono lì. E poi, per usare le parole di Ingrao, chi lo dice che una spinta nuova, una realtà che si affacci solo adesso al mondo, debba nascere così, tutta compiuta, come fosse in bella copia? Il quadro di Pellizza oggi avrebbe i loro sguardi, gli abiti, le scarpe e le andature che hanno, parafrasando Scotellaro. E sì, anche con i loro colori di pelle; ché pure quella monocromia eurocentrica credo sia un vecchio arnese che spesso ci intralcia nel giudizio sul tempo presente.

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Ma quali auguri?

Alla fine, un governo è nato. Quelli che volevano mettere il presidente della Repubblica in stato di accusa hanno poi giurato nelle sue mani. Altri, per cui non era questione di nomi ma su un nome si erano impuntanti tanto da far saltare tutto al primo giro, si sono acconciati a spostare quel nome pur di non rischiare di spostarsi loro. Lo spread scende. La Borsa sale. All’estero dubitano della serietà di un Paese che ha per governanti quelli che si producono nei gesti che abbiamo ammirato. Il presidente della Commissione europea dice che al sud si lavora poco e c’è molta corruzione; deve averlo appreso da una parte dell’attuale maggioranza di governo. Ad alcuni rischiano d’andar di traverso i popcorn, sebbene siano stati accontentati nella richiesta di fare senza di loro. I mercati aspettano. E in tanti augurano buon lavoro al nuovo esecutivo. Io no.

Io non auguro buon lavoro a Conte e ai suoi. Non voglio che realizzino le loro promesse elettorali, anche perché, alcune di queste, suonano alle mie orecchie come i peggiori toni della storia del secolo passato. A dirla tutta, spero esattamente che un governo con dentro Salvini fallisca al più presto, che sbandi alla prima curva, che vada a casa prima di cominciare. Come si può dire «buon lavoro» a quanti vomitavano parole che parlavano di cacciate e «pulizia di massa» per i migranti, di ruspe sulle baracche fatte abitazione dagli ultimi nelle nostre città, di stranieri e omosessuali come di un pericolo e una minaccia per la società? Perché questi sono oggi al governo, a loro farò opposizione in tutti modi e le forme che troverò per farla.

Con quelle premesse e i loro programmi, non posso che augurarmene il fallimento, come dicevo. E agire perché nessuna di quelle idee trovi applicazione. Altro che vigilare affinché realizzino le loro promesse; al contrario, fare tutto ciò che riesco e posso per impedire che lo facciano, mettere loro sabbia negli ingranaggi e bastoni fra le ruote, sfidarli in piazza apertamente e culturalmente ogni giorno in qualunque luogo. Con le parole che riuscirò a usare, con la forza di cui sarò capace, con le idee che ho con me, dall’altra parte rispetto ai loro provvedimenti figli di cui ricordavo toni e slogan puntualmente mi troverò.

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Guidavate voi. E non volevate essere disturbati

«Come giudica i 5 Stelle?», chiede Aldo Cazzullo a Yanis Varoufakis, per il Corriere della Sera in edicola ieri, giovedì 31 maggio. «Non sono di sinistra, ma nascono dal fallimento della sinistra. Mescolano idee che gioverebbero alla gente comune con inaccettabili visioni xenofobe», risponde l’ex ministro greco. E credo colga il punto della genesi della situazione attuale, non solo da quel lato dello scacchiere politico, per giunta.

Il fatto, a parer mio, è che i protagonisti di oggi sono il risultato della competenza di quelli che li hanno preceduti. Quelli per i quali bisognava andar veloci e dritti come un treno sulla strada che avevano scelto e quelli di ancora prima, convinti d’essere i soli ad aver capito le cose giuste da fare. Loro gli unici titolati alla guida, e gli altri, che si astenessero pure dal parlare, per non disturbarne l’azione. E qui, al punto in cui siamo, la perizia di cui sono stati capaci ci ha condotto.

Gioisco di tutto questo? Tutt’altro; ne pagherò le conseguenze come tutti gli altri che non potranno sottrarsi alla faciloneria sgangherata della probabile futura classe di governo, pericolosa ancor più per il suo essere ignara del pericolo. Ma non posso non ricordare che il timore di finire così come siamo finiti era proprio quello che animava molti di quelli che criticavano l’azione dei piloti di un tempo, e non parlo solamente dell’ultima stagione.

Nell’idea che i chiamati al governo fossero pastori a guidare le greggi, gli stessi si fecero arroganti e indisponibili ad ascoltare i consigli che venivano suggeriti dal basso. Eppure, so per conoscenza contadina, per quanto messa in poesia, che «anche le mandrie rompono gli stabbi», come persino i cafoni incolti a cui, forse ultimo superstite, ancora appartengo, possono dare e dire parole e pensieri d’una quale certa saggezza: «Noi pur cantiamo la canzone/ della vostra redenzione./ Per dove ci portate/ lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione./ Noi siamo le povere/ pecore savie dei nostri padroni».

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Servi dei mercati? Sì, in questo sistema, lo siamo

Lo scrive meglio di come potrei fare io la firma de L’Espresso Alessandro Gilioli: «E viene a mente un altro caso, un caso di tre anni fa probabilmente molto presente nell’animo di Mattarella, da giorni. Il caso di Yanis Varoufakis, certo uomo di altra estrazione politica rispetto al governo gialloverde, eppure di idee così simili a Savona per quanto riguarda il giudizio su quest’Europa e sulla sua moneta, e quindi (come Savona) inaccettabile per Bruxelles e Berlino, che l’osteggiarono fino a chiudere i rubinetti dei bancomat a un intero Paese – e a ottenerne la testa. No, Mattarella non è uomo della Troika, dei mercati, dei poteri forti europei, di Berlino e delle banche. Ma è cosciente che quei poteri esistono e soprattutto che sono capaci di mettere in ginocchio un Paese. Perché questa è la realtà, al momento. Una realtà atroce – e già in Grecia si era visto quanto violenta era stata l’imposizione su un governo eletto dal popolo, su un referendum in cui aveva votato il popolo. Ma una realtà fatta di condizioni oggettive».

Quindi, seppur giusta nelle motivazioni e sul principio, l’irritazione per le parole attribuite a Oettinger e poi meglio precisate è vana. E ipocrita, se viene da chi della minaccia dello spread e del crollo degli indici azionari ha già fatto materia di campagna elettorale. Nei fatti, servi dei mercati lo siamo tutti. In questo sistema e con la necessità di farci prestare dei soldi per far andare avanti l’infrastruttura del Paese (questo sono, in sostanza, e a ciò servono le aste dei titoli di Stato), non possiamo che conformarci a quello che i creditori ci chiedono prima di aprire il loro portafogli. Dire «ristrutturiamo il debito ed evitiamo di dare tutto quello che ci chiedono» sarebbe un po’ come scendere in strada, riempire di ingiurie l’uomo più nerboruto che incontriamo e non solo sperare che non ci riempia di botte, ma pretendere pure che ci presti senza garanzie due euro per un caffè con la mancia al barista. Provateci; magari vi riesce e ci spiegate dopo come si fa.

Credo che in fondo l’idea di Gilioli non sia lontana di molto da quelle passate per la testa di Mattarella.  Poi, per carità, magari per una forte e dirompente eterogenesi dei fini, la storia andrà al contrario di quanto al presidente dettava la sua visione delle cose del mondo e della politica nel momento in cui ha detto no a Savona, così come non è da escludere, anzi, in molti lo ritengono altamente probabile, che al prossimo giro gli euro-critici possano essere ancora di più e schiacciante maggioranza. Però, alla fine, immaginate cosa sarebbe successo se fosse andata come paventa Gilioli o cosa succederebbe se, come brutalmente riassumeva il tweet dell’intervistatore di Oettinger, i mercati si mettessero davvero a spiegarci «come votare».

Sto dicendo che non ci sono alternative ai precetti della finanza e al ricatto dei prestatori di denaro? Non esattamente; sto dicendo che i limiti di manovra sono risicati e che, in fondo, l’ultima parola spetta a quelli che hanno più soldi, ai più forti. E non siamo noi. Sempre che non se ne voglia uscire, ma non dall’euro o dall’Europa «delle banche e dei burocrati di Bruxelles», che di questo schema sono solo una manifestazione, e non la peggiore o la più brutale, quanto proprio dalla società affluente, dal sistema dei consumi, in definitiva, dal capitalismo.

E non mi sembra che sia quanto di cui si discuta, diciamo.

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