Il rischio del cortocircuito

«Dovresti cambiare la tua vecchia auto diesel; ti ho dimostrato quanto consumi, e di conseguenza inquini, meno la mia nuova ibrida», mi spiegava un amico incontrato al bar. «Certo», rispondevo, «e più volte e sono convinto che sia così. Ma non mi hai mai dimostrato come il produrla per sostituirne una che, per quel che serve, ancora funzioni e faccia pochi chilometri all’anno sia un vantaggio, in termini di consumo e, di conseguenza, di inquinamento, oltre che rispetto alle tasche di chi dovrebbe provvedere alla sostituzione, s’intende».

In inverno e negli ultimi anni, testate giornalistiche locali e tg regionali sono sempre più un bollettino lungo di chiusure al traffico e blocchi cittadini per i veicoli più vecchi e, per forza di cose e tecnologia, inquinanti. Giusto, per carità; un’auto come la mia, sebbene abbia solamente una quindicina d’anni e si avvicini stentatamente ai 250.000 km, inquina sicuramente di più di una ibrida nuova, appena uscita dal concessionario. Ma se la cambiassi oggi (al di là delle considerazioni sui costi di acquisto, ovviamente), l’inquinamento prodotto nella fase di realizzazione della nuova e quello relativo allo smaltimento della vecchia, davvero sarebbero compensati dal minor consumo nell’utilizzo? Ecco, su questo, da tutti i discorsi in merito sentiti, «non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso».

Ripeto, le polveri sottili che il mio vecchio diesel immette in atmosfera sono innegabilmente più alte di quelle della fiammante nipponica che tutte le mattine incrocio sulla via per recarmi al lavoro. Però, mi chiedo, esistono dati che mettano in correlazione l’intera «impronta inquinante» dei due veicoli? La somma del consumo giornaliero e quella dell’energia e delle risorse consumate per farle? E procedendo a una sostituzione non strettamente necessaria in relazione all’uso, non si fa forse un danno maggiore, sulla via di un corto circuito risolvibile, a mio avviso, solo con un taglio netto al consumo inteso come acquisto di prodotti, beni e servizi sempre nuovi e non di rado superflui?

Domande meste, da tempi quaresimali. Buona Pasqua.

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La prossima libertà limitata sarà la vostra

Scriveva qualche settimana fa Luigi Ferrarella in un editoriale sul Corriere, a proposito del voto al Senato sull’autorizzazione a procedere per Salvini sul caso della nave Diciotti: «Nel proclamare che “la configurazione di ministerialità di un reato si arresta alle soglie della lesione irreversibile di diritti fondamentali”, e che perciò la categoria del reato ministeriale non varrebbe “in relazione a fattispecie criminose che ledano in modo irreversibile determinati diritti fondamentali”, la relazione votata aggiunge infatti che “i diritti compressi” sulla nave, cioè quelli di circolazione delle persone, “non possono annoverarsi tra i diritti fondamentali per così dire ‘incomprimibili’, quali la vita o la salute”. Ciò significherebbe che un ministro, per “il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”, non potrebbe arrivare a ordinare un “omicidio di Stato” (come già notava una nota del professor Luca Masera), ma potrebbe invece ledere “diritti fondamentali”, a condizione che siano diversi da quelli “incomprimibili” di “vita o salute”, e che la “lesione” non sia “irreversibile”. Dunque potrebbe ordinare la tortura, giacché ogni buon manuale di supplizi è ideato proprio per non lasciare conseguenze permanenti: e la stessa conseguenza potrebbe trarsi per i trattamenti inumani e degradanti, per la compressione della libertà morale, persino per la schiavitù».

In buona sostanza, dicendo che limitare la libertà senza alcun pronunciamento dell’autorità giudiziaria – ché di questo si è trattato – delle persone a bordo della Diciotti, migranti e non solo, è una cosa che un ministro può fare, purché la sua maggioranza politica lo ritenga nell’interesse della nazione, si dice che un ministro può andare contro un principio fondamentale, tipo quello, appunto, tutelato dall’articolo 13 della nostra Costituzione. Badate bene: purché lo ritenga ammissibile la sua maggioranza politica. Perché è quella che basta a che, per il Parlamento, sia «licito in sua legge» quanto fatto da un esponente del Governo. L’ipotesi di reato sollevata contro il ministro dell’Interno era quella di sequestro di persona. Nessuno di quanti, a prescindere, l’hanno ritenuto legibus solutus ha inteso valutare il fatto in sé, la privazione della libertà a cui sono state costrette decine di persone che non avevano fatto nulla, ma ha invece voluto affermare il principio secondo il quale, per una presunta ragione di sicurezza che loro stessi hanno valutato esistere, un ministro poteva farlo. Domani, su questa linea e in tale deriva, cosa vieterà a lui o ad altri di disporre il carcere per chi, da essi medesimi, sarà ritenuto un pericolo o una minaccia per lo Stato?    

Continuando, cosa impedirà di farlo sempre e in ogni occasione lo ritengano necessario? E non è forse proprio in quel modo, derogando ai princìpi fondamentali un passo alla volta, che alla fine ci si ritrova immersi in una situazione da cui non si sa più uscire? Non sono queste distrazioni, queste pieghe prese quando il prenderle sembrava anche comodo e confortevole, pure giusto e necessario, che conducono non di rado ai regimi autoritari e liberticidi, per cui arriva sempre troppo tardi e quando si hanno meno forze il momento di accorgersi dell’incubo in cui si è finiti?

Come la rana di Chomsky, sì.

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L’han fatta degli uomini, la rifaranno altri uomini

Parigi non è, nella realtà, una delle città che amo particolarmente. Bella è bella, emozionante, non so negarlo. Ma ne preferisco altre. Ripeto, nella realtà; perché nel suo portato letterario, Parigi sono i versi di Baudelaire nel lento scorre della Senna, infinitamente amata come l’uomo cantato dal poeta difronte al mare, la rive gouche dei poètes maudits e la droite di Proust, perfino i degradati sobborghi del Viaggio di Céline, raccontati così bene che quasi si dimenticano le colpe assolute del loro autore.

Eppure, ieri non ho pensato alle pagine lette. Non era la Notre-Dame di Hugo a bruciare, ma quella davanti alla quale correva l’anno scorso il mio bambino. Non il simbolo, ma la sostanza di cui è fatta a cadere giù. E la sostanza, su questo ha ragione Macron, la si ricostruisce. Non stava andando e non è andata in cenere la civiltà europea in quel rogo, ma un tetto, le sue travi in legno e anche, ovviamente, qualche importante opera d’arte. Solo dei folli sedicenti fedeli d’altro credo o dei cristiani per mero gagliardetto possono – in quest’estremismo idiota ovviamente uniti – vedere tra quelle fiamme il giudizio divino o il segno della decadenza culturale d’un continente.

Non finisce una civiltà domani perché un suo monumento cade oggi. È grave quanto accaduto, certo, e fa male al cuore vedere quel fumo dove c’era alcune tra le volte più belle al mondo. Le lacrime e i visi terrei nel guardare quelle immagini ci stanno tutti; leggerci di più di quello che è accaduto, con meglio o peggio celata soddisfazione, ancor più squallida quando veste l’ipocrisia della posa triste mentre arma il dito accusatorio verso la modernità causa della presunta perdita della tradizione, è più dannoso di quel tetto nel nero affondato.

L’han fatta degli uomini, la rifaranno altri uomini. Dèi e demoni non c’entrano.    

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Ma volete o meno i loro voti?

A un certo onorevole Borghi che, sul suo profilo Facebook, rinfacciava a D’Alema di smentirsi, perché nel ’95 apriva al centro e ora guarda a sinistra, non saprei cosa rispondere, se non che l’Italia della metà degli anni Novanta non è proprio l’Europa all’alba del terzo decennio dei Duemila. È cambiata «la fase», si sarebbe detto un tempo; ma dubito che Borghi l’abbia mai sentito dire.

Ai tanti militanti che qua e là leggo scrivere cose non diverse sulle apparenti contraddizioni della sinistra, prima allontanatasi dal Pd e oggi disposta a dialogarvi, invece qualcosa la vorrei chiedere: ma voi, i loro voti, li volete o no? Perché, a parte che non c’è contraddizione nel dire che il partito renziano non è il partito di Zingaretti e non era quello bersaniano (lo dicono per primi i renziani medesimi), e quindi dall’uno ci si può tenere lontani e con gli altri cercare un accordo, la strategia per cui bisogna dare in testa a chi si dice disposto a darti una mano non la comprendo. E guardate che, a meno di concrete modifiche alla linea politica negli ultimi cinque anni seguita dai dem, io non sarò fra quelli che sosterranno il Pd. Tuttavia, non colgo il senso ragionamento insito nel respingere quei voti che, andandosene, hanno comportato il peggior risultato di quel partito da che esiste.

Poi, fate voi, ripeto: non ci sono e, finché non vedrò la cancellazione da parte di quella forza politica delle cose per cui me ne sono allontanato – dal Jobs Act alla Buona Scuola, “dallo sblocca trivelle” alla negazione della residenza per gli occupanti senza titolo di immobili altrimenti vuoti e fino all’introduzione di princìpi di diritto diseguale, addirittura etnico, si potrebbe dire citando due esponenti del Pd quali Tocci e Manconi, disposta con il decreto Minniti-Orlando –, di sicuro non ci sarò. Me lo chiedevo solo per capire un po’ meglio la Weltanschauung di quelli con cui, per un periodo più o meno lungo della mia esperienza politica, ho condiviso il cammino.

Tutto qui.

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La questione si fa ideologica. Finalmente

«Astenersi dal tifo. Se una cosa ci insegna il nuovo giro di montagne russe nella vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano è che servirebbe testa fredda. Perché, sia santo o imbroglione, riabilitato cum laude o scaraventato alla sbarra quale presunto capo di una repubblica autonoma di furbacchioni, l’ex sindaco di Riace ha invece il potere di radicalizzare il tema già più divisivo di questi tempi cupi: l’accoglienza dei migranti; avendo fatto del suo paesino sulle montagne calabresi il modello planetario di un sostanzialismo che travalica forme e leggi ed è dunque ontologicamente destinato a osanna o vituperio. Lui stesso del resto si è sempre a suo modo “autodenunciato”, persino nella scelta del proprio eroe d’infanzia, Cosimo ‘U Zoppu, l’antico ciabattino di Riace spesso incarcerato perché, regalando le scarpe ai poveri era “costretto” a rubare ai ricchi per campare». Così Goffredo Buccini, nel suo commento al rinvio a giudizio per il sindaco sospeso di Riace, disposto dal Gup di Locri, Amelia Monteleone.

Ora, però, dove la firma del Corriere si fa scura nelle parole, io quasi mi rassereno. Anzi, mi rallegro. No, non del rinvio a giudizio per Lucano, a cui va tutta la mia stima e solidarietà, ma per il farsi ideologico della vicenda, come sottintende con rammarico Buccini. Perché, infatti, la questione non è da determinare in punta di legge, bensì per ragioni di diritto. Mimmo Lucano, politicamente e moralmente, ha fatto bene o no a cercare un modo per aiutare i migranti, anche con la consapevolezza di poter per questo violare le norme? Di contro, sbaglia Salvini a fermare con durezza gli sbarchi solo perché ciò può costituire un reato in base alle leggi esistenti? Non è forse vero che, pure facesse approvare dalla sua maggioranza delle leggi per rendere ciò lecito (come ha nei fatti compiuto, facendosi “immunizzare” da un voto del parlamento), per chi quel modo e quella visione contrasta, rimarrebbe inaccettabile e da combattere strenuamente il suo comportamento?

Se vira sul piano ideologico, meglio, se ritorna a ciò, la questione ha più senso. Robin Hood, con cui ironizza Buccini, è un ladro o un eroe a seconda che lo si guardi sul piano della legge dello sceriffo (per la quale senz’altro ruba) o del diritto dei poveri a campare (per cui direttamente si spende). E se la scelta è su quel piano, allora è al singolo, a ciascuno di noi che a essa si rapporta, non tanto a un giudice che su questa è chiamato a esprimersi, rimessa la valutazione del giusto.

«Ci hanno insegnato la meraviglia/ verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto/ il non rubare quando si ha fame».

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Ho visto un pezzo di futuro. Come in un déjà-vu

L’istituto scolastico si chiama Jiangnan, di Hangzhou, in Cina. E sperimentale deve esserlo davvero, almeno da quanto si vede nella foto a corredo dell’articolo di Guido Santevecchi, per Il Corriere della Sera in edicola martedì scorso. In un’aula che altrimenti sembrerebbe non avere nulla di particolare, si vedono una ventina di alunni, seduti ai loro posti, che guardano davanti, verso la cattedra. Tutti con un cerchietto sulla testa.

E la notizia è proprio in quella fascia sulla fronte. Focus 1, si chiama, e le produce una ditta del Massachusetts sostenuta dall’università di Harvard. A cosa serve? A leggere la mente, ovvio. Non scherzo: è in pratica uno scanner per l’attenzione, che dice all’insegnante, con tanto di indicazione su lavagna luminosa, quanti e quali alunni sono attenti alla sua spiegazione. Per migliorare la qualità delle lezioni, spiegano gli ideatori e chi ha deciso di adottarla, e limitare le carenze di apprendimento dovute alle distrazioni che costringono ragazzi e famiglie a sobbarcarsi onerosi e dispendiosi corsi di recupero. E noi ci crediamo, certo.

La società del controllo assoluto, il Panopticon di Jeremy Bentham, non c’entrano nulla. Nulla, ancor di più, c’entra la volontà di punizione del comportamento scorretto, sempre connessa, ci spiegava Foucault, all’ansia della sorveglianza continua insita in ogni organizzazione autoritaria. Per carità, solo pregiudizi figli di qualche libro sommariamente letto e capito meno. Eppure, a me quel futuro mi sa di già visto.

Un déjà-vu distopico, da 1984, diciamo.

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In effetti, «il centro» ce l’hanno già

Ho sempre riconosciuto all’uomo politico una certa profondità di analisi non comune. Non è un caso se è al suo Pd che mi sono iscritto, e dalle derive del corso successivo al suo ho maturato la decisione di lasciarlo. Ma quando Bersani, come l’altra sera dalla Gruber, dice che il problema del Pd non è tanto di recuperare al centro quanto di ricucire ai margini, credo che affermi una verità oggettiva. Mi spiego meglio.

Come l’ex segretario dem, credo che oggi il centro sia già compreso nel perimetro degli elettori del Pd. Così come, in quel perimetro, ci sono gli europeisti convinti e molti di quelli che rifuggono dalle tentazioni semplificatorie e ingannatrici del populismo. Come diceva Bersani, non è questo il problema. È che non basta. Perché se il Pd non si allarga oltre il centro, politico e urbanistico, e va verso i margini, non cresce.

Il centro, l’area dei Calenda e delle Bonino, dei Tabacci e dei Della Vedova, per capirci, ce l’hanno già. Sono gli altri a mancare all’appello, quelli a cui le politiche dell’ultimo periodo sono sembrate un dito nell’occhio, e che per questo se ne sono andati, o quanti non si sono mai sentiti compresi, e perciò non sono mai arrivati.

Purtroppo, non ho ancora capito se a chi oggi guida quel partito interessino o meno.

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Che possiate vivere la stessa disperazione

«O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi». Ci ammoniva così, minacciandoci, Primo Levi: non dimenticate quello che è stato e raccontatelo ai vostri figli. Dite loro ogni cosa, di come andò a finire quella storia, ma soprattutto di come iniziò, in quale indifferenza e con quanta malcelata soddisfazione dei presunti salvati. Lui lo sapeva: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire». Non lo abbiamo fatto o non abbastanza, evidentemente, e oggi siamo qui.

Siamo qui, al punto che oggi il ministro dell’Interno può chiudere i porti in faccia ai disperati della terra. Può proporre, quale beffa atroce, di smembrare le famiglie di quelli a bordo, fingendosi magnanimo per aver concesso a donne e bambini di sbarcare. Può, al loro rifiuto, crudelmente sarcastico augurare, a gente che si trova in balia delle onde a poche miglia da Lampedusa, «buon viaggio verso Berlino». E può, per questo, ricevere migliaia e migliaia di attestazioni di sostegno e milioni di voti e consensi. Allora, e davvero, che possiate un giorno, voi che twittate malvagi e insensibili dalle vostre tiepide case, la stessa disperazione che quegli occhi sono costretti a guardare in faccia oggi, qui, a pochi passi da noi.

È solo per una circostanza fortunata che non siate voi i naufraghi e loro quelli a cui chiedere aiuto, che non abbiate dovuto voi sobbarcarvi un viaggio nel deserto e violenze e sevizie in fucine del maleficio come i centri a cui subappaltiamo la nostra codardia, che non vi sia toccato in sorte di dover rischiare di morire con i vostri figli in braccio, o peggio, di perderli, per tentare di dar loro una vita migliore di quella a cui la sola nascita li aveva condannati.

No, non cercate altre scuse: assumetevi in pieno la responsabilità e il coraggio delle vostre parole. Non tergiversate, non rimettetevi a un ipocrita e stupido «ci sono anche poveri italiani a cui pensare». Perché sì, ci sono; ma voi nemmeno per questi fate qualcosa, e comunque in mare, di migranti, ne sono morti a decine di migliaia negli ultimi anni, e ogni cinque minuti, nei luoghi da dove partono, un bimbo si spegne per stenti e fame.

E adesso, sputatemi addosso i vostri inutili commenti.

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Ma a lei chi l’ha detto?

Simone di Torre Maura, Roma, ormai lo conosciamo quasi tutti. E devo dire, senza inutili giri di parole, che il ragazzo ha coraggio. Tanto. Affrontare come ha fatto quei tizi difendendo un principio che sarebbe normale, se non vivessimo in tempi impazziti, non è da tutti. Infatti, nessun altro l’ha fatto e nessuno a gli ha dato una mano nel farlo. Poi, dopo, in tanti l’abbiamo condiviso; a livello di social, non di strada. Ed è tutt’altra situazione.

Nei giorni a seguire, si è anche discusso del tweet sulla vicenda scritto da Elena Stancanelli, firma de La Repubblica e Il Manifesto e autrice, fra gli altri, dei romanzi Benzina e La femmina nuda. Le sue parole le abbiamo lette e commentate in molti, ma io avrei un’altra domanda da porle, se mai potessi farlo: come può lei dire che Simone «non sappia parlare in italiano»? Cioè, indipendentemente dal fatto che possa o meno essere come scrive, a lei chi l’ha detto, da cosa l’ha capito? Perché l’ha sentito parlare per cinque minuti in una strada del quartiere dove lui è nato e cresciuto? Non credo basti. Perché, a parte che il contesto era poco adeguato allo sfoggio di un registro aulico, io conosco tante persone che parlano e scrivono bene in italiano, eppure in casa, in famiglia, con gli amici e nei luoghi dove sono nate e cresciute non lo usano mai.

L’uso del gergo di una periferia o del dialetto di un paese nulla tolgono, immagino, alla conoscenza dell’italiano convenzionale e codificato. E per quanto la Stancanelli abbia poi spiegato meglio il suo pensiero, aggiungendo che «quel ragazzo verrà schiacciato dal mondo se non trova parole vere, comprensibili fuori dal suo quartiere», la mia domanda rimane tutta in piedi: come fa a dirlo? La cultura e la conoscenza delle parole per comprendere e farsi comprendere sono importanti; non credo che questo la scrittrice possa saperlo quanto i figli dei cafoni per quello andati a scuola. Tuttavia, con un curioso processo induttivo, da quei pochi secondi in video, lei stabilisce che lui, tout court, «non sappia l’italiano» e quindi sia condannato a essere «schiacciato dal mondo».  

Non le usava in quel contesto; non è detto che non le abbia trovate e che continui a cercarne.

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Così è perché non avete vinto voi

Mi è tornata in mente l’altra sera, guardando in televisione una specie di dibattito in cui un tale (non ne ricordo il nome, ma nulla aggiungerebbe a questa riflessione il saperlo) citando in modo approssimativo il Voltaire di Tallentyre, spiegava che gli oscurantisti riunitisi a Verona, gli alunni del sole nero di Bannon e i neo sansepolcristi avevano tutti diritto di dire la loro, sebbene lui, bontà sua, di quelle tesi non condividesse nemmeno un preambolo. E così si è fatto largo nei miei ricordi un aneddoto raccontatomi da un amico, al quale ho pure chiesto di definirlo meglio.

In un’intervista concessa a Isabella Insolvibile (ora in Meridione. Nord e Sud del Mondo, anno IX, num. 1, gennaio-marzo 2009), Vittorio Foa ricordava: «A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme ad un senatore fascista [Giorgio Pisanò, NdA] che faceva dei grandi discorsi di pacificazione: “In fondo eravamo tutti patrioti… Ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore…”, etc., etc. Io lo interruppi dicendo: “Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore”. Questa è una differenza capitale». E quelli che inneggiano a passati dittatoriali o a periodi bui della storia dell’umanità non esprimono solamente una loro opinione, vorrebbero vincere e farsi potere. E già sappiamo come andrebbe a finire in quel caso.

Per questo non ci sto al racconto stucchevole per cui la libertà di espressione e parola vale per tutti e per ogni cosa si voglia dire; perché non è così. Se vincessero alcune idee, quella libertà di fatto sparirebbe, e sarebbero stati proprio i difensori e i propugnatori del principio della sua intangibilità a rendere possibile e a propiziare quella sparizione. Se, al contrario, è quella libertà che si vuole difendere non si può concederla con tanta superficialità a chi, una volta presa nel suo diritto, ne farebbe strame.

Contradditorio? Sì, come sempre lo sono le cose che non si piegano a un’unica verità.

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