Cuperlo, l’astensione e una peculiare “statolatria”

Domenica, per eleggere il presidente del X Municipio capitolino, quello di Ostia, ci sono andati solo tre elettori su dieci. Un dato che fino a qualche tempo fa avremmo definito «preoccupante», ma che oggi appare normale, dopo che per risultati non tanto diversi (ricordo, ad esempio, che nella patria dell’impegno politico quale dover civico, l’Emilia Romagna, alle scorse regionali votò una percentuale simile di aventi diritto) i massimi vertici politici del Paese hanno fatto “spallucce”, parlando di «problema secondario». Ovviamente, la disattenzione e la superficialità dei rappresentanti istituzionali nel rapportarsi a questa tendenza ha delle eccezioni, alcune lodevoli. È il caso di Cuperlo, che pur di non darla vinta a quelli che rinunciano, a Ostia sarebbe andato a votare, e avrebbe votato per il candidato dei Cinquestelle.

Nemmeno a dirlo, il solo pronunciare quell’ipotesi ha attirato sul buon Gianni le ire dei suoi colleghi di partito. E però, fra lui e loro, una differenza c’è. Perché Cuperlo «ha fatto le scuole», e sa che in politica ogni cosa ha più d’un risvolto. Al netto della scelta di campo in questo caso, per lui non votare è il problema. Sinceramente, tra l’una e l’altra candidata, fossi stato ostiense, domenica avrei fatto un giro sul litorale a ricordare Pasolini. Ma se mi astengo io, cafone inguaribilmente sedotto dai propri sogni d’anarchia, è un conto, se un partito o dei rappresentanti delle istituzioni elettive lo fanno, o addirittura chiedono di farlo, è un altro. Astenersi è legittimo, lo penso anche quando sostengo referendum abrogativi con l’incognita del quorum, dove l’astensione danneggia la parte che ho scelto, come quello sulle trivellazioni, per capirci. A essere rischioso, invece, e lì Cuperlo cerca di dire qualcosa (secondo me inutilmente) ai suoi compagni, è l’appello all’astensione fatto da quanti parlano da un posto a cui con un voto sono stati eletti. Se chi fonda la propria legittimità rappresentativa sul consenso popolare ha di questo una così bassa stima da scoraggiarlo quando in esso la sua ipotesi politica o il suo partito non sono contemplati, allora come si possono poi biasimare quanti dubitano di quello stesso percorso di legittimazione o che, in definitiva, nell’intero sistema non nutrono alcuna fiducia?

Questo è il ragionamento implicito che si fanno quelli che, come Cuperlo, dello Stato e dei meccanismi della democrazia rappresentativa hanno fatto religione. E in quella religione, in quella peculiare forma di “statolatria”, l’astensione è blasfemia, peccato mortale, percorso che porta alla scomunica, che nei fatti è la delegittimazione indiretta perpetuata attraverso la poca legittimità e, esagero, “sacralità” che si riconosce ai percorsi che sostengono il sistema. Come dicevo, Cuperlo coglie un aspetto che vale anche per i suoi colleghi, ma difficilmente, i più fra questi, avranno la sensibilità necessaria a capirlo.

La sua, in fondo, è una fede incrollabile nel voto come via prevalente e ineludibile della partecipazione dei singoli alla vita politica e democratica della società. Un comportamento e una convinzione ammirevoli, lo dico senza alcuna ironia. Ma pure vani, considerato oramai «lo stato presente dei costumi», e non solo degli italiani.

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Rispettare la maggioranza non vuol dire doverne per forza far parte

«Pur tenendo conto delle posizioni delle minoranza, bisogna rispettare il parere e il volere della maggioranza; la democrazia funziona così». Su un concetto simile, per quanto banale, credo che difficilmente non potremmo non concordare. E personalmente, a quanti quasi me lo tirano dietro ogni qualvolta provo a eccepire rispetto alle idee dei più, non ho mai replicato dicendo che non sia vero (e ciò potrebbe aprire un discorso approfondito sul che cosa sia, qui e ora, la democrazia, ma soprassiedo). E però c’è un «ma» ineludibile rispetto a quanto in quell’asserzione si definisce.

Rispettare il volere della maggioranza, infatti, è un conto, farne parte un altro. Io non dico che un governo non abbia il diritto (nei limiti del possibile, s’intende) di provare a fare quello che crede giusto, oppure, per stare all’esempio che viene puntualmente usato come clava nei confronti di quelli che, da sinistra, dissentono sulle politiche del Pd, che il partito di Renzi non possa o non debba fare le cose che ha fatto fin qui. Non capisco perché, però, io dovrei dare una mano a farle. Qui non stiamo parlando di un processo obbligatorio, tipo quello che ci costringe a pagare una tassa pure se la riteniamo ingiusta, ma di una libera partecipazione spontaneamente data attraverso il voto. Per farla breve (e per stare al caso tutt’interno a una sola parte che ricordavo prima), Renzi vuole fare il Jobs Act con Sacconi, le grandi opere con Lupi e fermare i migranti con la mano di Minniti e l’ausilio delle milizie libiche? Ci provi; non avrà il mio voto, tutto qui.

Quando me ne sono andato dal Pd, in molti mi spiegarono, non di rado con intenti polemici, il rispetto, appunto, del volere delle maggioranze definitesi in quel partito. Dal mio punto di vista, avevano ragione: proprio in rispetto a quelle volontà io lasciavo il partito, dando alla maggioranza che lo componeva e, ancora, lo compone tutto l’aggio di farsi totalità togliendole anche l’assillo di dover mediare col mio dissenso.

Il quale, radicalmente, rimane intatto ed espresso in luoghi, tempi e modi diversi.

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Eppure, a me sembra una stampa e una figura con quello della «vocazione maggioritaria»

«In questo momento sento che è in gioco qualcosa di molto importante, la possibilità per la sinistra di svolgere un ruolo rilevante. Credo non ci sia bisogno di tatticismi, bisogna andare alla sostanza delle cose. È possibile non ritrovarsi tra persone che hanno valore e idee comuni? Questa è la semplice domanda che si pongono i milioni di elettori di centrosinistra». Così Walter Veltroni, durante la trasmissione Circo Massimo, condotta da Giannini su Radio Capital.

Come non condividere, in linea generale, le parole del primo segretario del Pd. Ma appunto, solamente in linea generale. Nello specifico, invece, siamo proprio sicuri della condivisione di quei valori? Perché, ad esempio, il non cedere alla retorica muscolare del fermare i migranti prima del bagnasciuga, per me è un valore. Il non piegare i diritti dei lavoratori alle volontà del mercato, per me è un valore. Il non cercare risposte securitarie e ipocrite ai problemi sociali e di disuguaglianza, per me è un valore. Però, in questi anni mi sono accorto che per chi governava o sosteneva il Governo non era altrettanto, che questi miei valori essi non li condividevano. E di contro, ho dovuto prendere atto, giorno dopo giorno leggendo i provvedimenti e le norme approvati, che io non condividevo i loro, incentrati com’erano su logiche esclusivamente competitive e, passatemi il termine, “vinciste”.

D’altronde, pure la fanfaronata della “meritocrazia” a questo serviva, a mettere a nanna le coscienze dei più: quelle dei vincitori, con la rassicurazione morale di non aver tolto nulla a nessuno perché loro erano i migliori nella concorrenza; e quelle dei vinti, con la spiegazione rassegnata che se han perso, non è colpa d’altri che non siano i propri limiti.

Infine, non posso non farmi una domanda. Ma quel Veltroni che oggi chiama all’union sacrée nel motto del «se no, vince la destra», è lo stesso che teorizzava la «vocazione maggioritaria»? Bene, Walter, l’occasione che volevi e volevate è lì, davanti a voi: prendetevela. Se, come dici, «i milioni di elettori di centrosinistra» spingono per quell’unità di cui tu parli, altro non potranno fare che punire chi non la vuole e festeggiare nelle urne quelli che, a parer tuo, ora la chiedono.

Come accadde quando eri tu a guidare il Pd, no?

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Allo stesso modo in cui lo siete stati voi, diciamo

«Le hanno già detto: il tempo è scaduto», ricorda Alessandro De Angelis ad Andrea Orlando, in un’intervista per l’Huffington Post. E il ministro risponde al vicedirettore: «Ma, mi domando: come può Bersani restare insensibile alle parole di chi come Romano Prodi ha fatto vincere l’Ulivo, il centrosinistra? L’argomento del tempo scaduto è di grandezza incommensurabilmente più piccola rispetto al rischio di involuzione della democrazia che abbiamo di fronte. Le parole di Prodi, con il quale domani ci confronteremo a Bologna sull’immigrazione, confermano un fatto, sia pur con la severità del suo giudizio: e cioè che non si può fare un centrosinistra senza il Pd».

Lo stupore di Orlando non è del tutto fuori luogo. Si chiede, infatti, il leader della minoranza dem come possa Bersani rimanere distaccato rispetto all’appello all’unità di personalità alle quali è stato, negli anni, molto vicino, come il Prodi che cita, ma si potrebbero aggiungere anche i Fassino o i Veltroni. Ed è giusto chiederselo. Anzi, sarebbe. E sì, perché Bersani è «insensibile» oggi allo stesso modo in cui lo sono stati loro, Orlando e tutti gli altri del Pd, dai vertici ai più anonimi rappresentanti, quando quelli a cui dicevano d’essere vicini, che li avevano sostenuti (e votati) durante anni di percorsi comuni non sempre agevoli, spiegavano le proprie ragioni e idee, segnalavano le sempre crescenti difficoltà a seguire la strada presa, e poi ancora, nel silenzio quando non per la gioia dei piani alti del Nazareno, lasciavano il partito per manifesta sopravvenuta differenza di obiettivi.

Ecco, mio caro Orlando e miei cari dirigenti e militanti Pd, è accaduto tutto questo, e la posizione di Bersani è simbolo e fenomeno di quella rottura, non la rottura in sé. Per questo potete pure provare a recuperare alcuni di loro, e magari anche riuscirci, ma è ciò che si è rotto collettivamente mentre vi godevate i vostri successi individuali o di piccola parte che difficilmente, io credo, riuscirete a riparare.

Ma non è un problema: avete fatto tutto così bene, vincerete di sicuro e senza problemi.

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Giusto. Ma allora perché un’eventuale sconfitta sarebbe colpa loro?

«C’è un solo problema che la forza nascente alla sinistra del Pd non ha: la mancanza di leader. Le truppe scarseggiano; i generali abbondano. E non uno la pensa come l’altro. A fronte di infinite difficoltà, l’esercito della nuova sinistra ha due certezze: un’ampia pluralità di posizioni; e una vasta schiera di condottieri. Ognuno si considera il comandante in capo, nonché l’ideologo. Peccato che nessuno abbia le stesse idee degli altri».

Iniziava così Aldo Cazzullo, in un suo commento di qualche giorno fa sul Corriere della Sera di ieri. Per poi concludere, dopo la disamina, a tratti godibilmente ironica, delle diverse posizioni, con un fatale: «Sarebbe anche uno spettacolo bello e variopinto. Il problema è che i mille coriandoli in cui si è frammentata la sinistra rischiano di essere dispersi dal vento. Che in tutto il mondo, Europa e Italia comprese, tira verso destra». Bello, e scritto pure in modo piacevole. Però la chiusura stride con l’apertura: se le formazioni a sinistra del Pd sono così irrilevanti da poter essere prese in giro con quel «le truppe scarseggiano; i generali abbondano», come possono essere proprio loro a determinare, per rinuncia ad allearsi col grande e responsabile Partito Democratico,  la vittoria delle destre?

Dico, delle due, l’una. O il panorama di tutto quel che si oppone, da sinistra, al renzismo realizzatosi nella pratica di governo è inconsistente al punto di essere minore della somma dei leader che lo rappresentano, e a quel punto, che ci siano o meno, non determineranno per questo alcunché, oppure, al contrario, contano qualcosa. Ma nel caso, mi permetto di azzardare, non sarebbe opportuno ascoltarle nel merito delle cose che dicono, e provare a fare un accordo sulle cose da fare, che molto spesso, per queste, sono il contrario di quelle che sono state fatte?

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Questa che c’è ora è la nuova classe dirigente

Ci voleva il pallone. Da sempre sfera in cui leggere i costumi e i destini di questo Paese, la palla che fu di cuoio cucito (e ora ignoro davvero come sia fatta, a vederla volare così lontano e con traiettorie tanto complicate), anche questa volta, nella sconfitta, sembra divenuta unica chiave di lettura dello stato delle cose nei tempi presenti.

E così, quegli stessi ragazzotti in calzoncini e scarpette che se avessero vinto sarebbero stati portati in trionfo come la «meglio gioventù», diventano l’emblema del declino dei processi di formazione e selezione. E di pari passo, i loro responsabili e allenatori il simbolo dell’inadeguatezza delle italiche classi dirigenti, di cui, partendo da dal mondo pallonaro, se ne chiede completamente la sostituzione e il rinnovamento in tutti gli ambiti, politica compresa. Ecco, però, in quest’ultimo caso, farei un’eccezione; non perché quelle élites siano di qualità differente dalle altre, ma semplicemente perché lì quel rinnovamento c’è già stato, e quella che vediamo oggi esprimersi e agire è già la nuova classe dirigente, entrata in campo, per continuare a parafrasar versi migliori delle mie parole, con i congiuntivi, le nozioni di storia e geografia e la finezza dell’eloquio che aveva.

Dal Di Maio e il suo Venezuela grande quanto l’Argentina alla ladylike Moretti, passando per le ruspe di Salvini, i condizionatori della Lezzi e i #ciaone di Carbone, questi sono il nuovo che ci aspetta, e un altro, almeno io, non lo vedo all’orizzonte, o quantomeno, non vedo per esso alcuna possibilità di farcela davvero. Sto dicendo che dobbiamo rassegnarci al crepuscolo di questa nazione, almeno per quanto riguarda la sua politica istituzionalizzata? Non saprei.

Fossimo poeti come quelli che citiamo, potremmo almeno saper dire, dovendoli poi votare, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

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La barbarie sta nel cinismo di certa concretezza

Diciamoci la verità, quante volte abbiamo riso delle eccezioni di Bertinotti? Quante volte ne abbiamo criticato le scelte? Quante volte la sua rinuncia a sostenere i governi di centrosinistra è divenuta archetipo della sinistra-sinistra intenta a farsi del male? Tante, e non in tutte senza motivo. Però ricordo un’intervista in cui proprio questo gli veniva rinfacciato, il suo mancato appoggio, nel caso, al governo D’Alema (chissà, forse se ne ricorda pure Pisapia). Bene, in quell’occasione, l’allora segretario di Rifondazione rispose con l’elenco delle cose che proprio non andavano giù al suo partito, fra queste, e soprattutto, la guerra, quella in Kosovo, nello specifico.

Plausibili o infondate, sincere o meno che fossero quelle parole, lì diceva sostanzialmente qualcosa di preciso: c’erano valori su cui, facendo politica, lui e i suoi compagni non potevano soprassedere. Nemmeno sotto la minaccia di far perdere la propria parte, o quella che avrebbe potuto esser tale. Per me è ancora così, per me quei valori ci sono ancora. E quindi, quando leggo l’Alto commissario Onu per i diritti umani scrivere in una nota ufficiale che «la politica dell’Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel mediterraneo è disumana» e «la sofferenza dei migranti detenuti in Libia», quella stessa Libia dove, oggi, si fanno le aste aste di esseri umani, come all’epoca della tratta degli schiavi, «è un oltraggio alla coscienza dell’umanità» non posso non dimenticare come si sia arrivati a quella politica o ignorare che  si facciano le aste di esseri umani, e chi se n’è fatto interprete, oltre a quali reazioni entusiaste qui abbia prodotto nei risultati sbandierati da quella stessa parte che ora chiama all’unità, cercando di sollevare in tutti i suoi potenziali elettori, e quindi anche in me, lo scrupolo del «se no, arrivano i barbari». Io però la barbarie la vedo già, e son già molto pentito di avervi contribuito col mio voto, al tempo in cui tutt’altra storia si raccontava.

Ed è una barbarie che vedo emergere da molti comportamenti cinici ammantati di quell’assioma che sempre più sta divenendo ideologia, quella concretezza che spesso piega a un “concretismo”, mito e modello dell’agire politico sul genere dell’uscita epifanica di quel senatore che spiegava come le istituzioni, a suo dire, non potessero permettersi di pensare «solo a salvare vite umane».

Forse non sarò in grado di fermarla, di certo non so come a questa possa essere, qui e ora, posto un rimedio efficace e definitivo. Sicuramente, però, so che ad essa non presterò le mie mani, nemmeno attraverso una matita copiativa. Sarà poco, anzi, probabilmente lo è; ma è tutto ciò che posso fare, e non intendo rinunciare a farlo. Con le parole di Thoreau (da La disobbedienza civile): «un uomo non ha il dovere di consacrarsi a raddrizzar torti, fossero anche i più grandi; può aver l’assillo di altri problemi. In tal caso è suo dovere almeno lavarsi le mani di tutto ciò e, se non ci pensa più, negare il proprio appoggio a ciò che è ingiusto».

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Semplicemente, è accaduto quel che volevate accadesse

Volendo ridurla a una battuta, potrei rispondere con un modo di dire delle mie parti: «dove avete trascorso l’estate, là passatevi anche l’inverno». Ma siccome la questione, per alcuni, pare essere diventata così seria da lanciare (solo ora) appelli a reti e media unificate, provo a rispondere con un ragionamento che parte da una domanda: ma non dovevate farvene una ragione?

Insomma, il popolo del Pd voleva che le minoranze dissidenti se ne andassero (o meglio, andassero «Fuori! Fuori!», con tanto di urla ritmate), e ora che se ne sono andati, li cercano perché «se no, vince Berlusconi»? Ancora lì siamo, alla paura del Caimano? Ma non dovevate «asfaltarlo» in agilità? E poi, chi dovrebbe tornare indietro? I “rottamati”? Siate seri; volevate liberarvi di tutto ciò che si opponeva alle magnifiche sorti e progressive del renzismo inveratosi nella pratica di governo, ora dovreste essere felici della solitudine che vi consente di far quel che volete. Dicevate che la sinistra che resisteva a Renzi era composta da «gufi e rosiconi», antiquata e inadatta come «un gettone  in un iPhone», irrilevante e con «percentuali da prefisso telefonico»; di cosa vi preoccupate adesso? Le cose sono andate così come auspicavate che andassero: perché non ne siete contenti?

Ma siccome non voglio evadere del tutto il problema, e non voglio che appaia solo una questione sentimentale, o peggio, “risentimentale”, provo a fare alcune ipotesi. Il prossimo centrosinistra a cui dite di voler lavorare, avrà come obiettivo quello di cancellare gli accordi con le discutibili milizie libiche fatti per tenere i migranti lontani dalle telecamere e senza preoccuparsi delle loro sorti e aprirà un discorso serio sull’immigrazione, a partire da canali umanitari capaci davvero di ridurre i morti in mare? Butterà via le logiche che hanno portato al Jobs Act, ripristinando le norme contro i demansionamenti, i controlli a distanza e i licenziamenti senza giusta causa, mettendo a punto un percorso d’investimenti per rilanciare sul serio l’occupazione? Ridimensionerà il piano delle grandi opere scritto da Lupi, eliminando la questione del presunto «interesse strategico» buono solo per militarizzare i cantieri e porrà il tema della riduzione del consumo di suolo e della manutenzione del territorio come obiettivo primario? Casserà la cosiddetta Buona Scuola, mettendo risorse concrete contro la dispersione scolastica e per sostenere l’accesso all’istruzione soprattutto per le fasce più povere e deboli della popolazione? Abolirà il decreto Minniti-Orlando? Riprenderà il filo del discorso con le parti sociali da dove si era spezzato con quell’incontro durato meno di un’ora? Eviterà di provare a cambiare le regole comuni «a colpi di maggioranza»? Ripristinerà le tasse sulla prima casa e alzerà quelle sulle successioni per estendere e incrementare i servizi sociali?

Renzi, pertanto, ha ragione a dirsi indisponibile a qualsiasi forma di «abiura» (che brutta parola); sarebbe irrispettoso chiederla, ipocrita farla. Il Pd è le politiche che ha fatto in questi anni: votandolo, quelle si votano, alleandocisi, per far quelle ci si allea. E quindi, proprio per questo, se le cose che dicevo poco prima, e le altre ancora che si potrebbero elencare in un programma politico, e che sono il contrario di quelle fatte, non si ha intenzione di farle, di quale «unità della sinistra» (e per fare che cosa) si starebbe parlando?

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Quei cieli azzurri che in pochi vedono

Le elezioni siciliane, come tutte le elezioni, lasciano al giorno dopo la conta dei vincenti: quasi tutti, ovviamente. Quello reale, ça va sans dire. E gli altri, che, chi più, chi meno, trovano il modo di dire che, in fondo, non hanno così perso e che, insomma, i loro rivali hanno perso di più. E poi ci sono quelli che «sì, abbiamo perso, ma per colpa di quanti se ne sono andati, di chi non è arrivato, di quell’altro che non ha avuto il coraggio di candidarsi», ed è una giustificazione tristemente patetica. Il tutto, però, per il partito di governo non torna. O quantomeno, stride con la narrazione che lo stesso fa della situazione. Mi spiego meglio.

Il Pd in Sicilia ha preso i voti del 13% di quelli che a votare ci sono andati, e che sono la metà di quanti avrebbero potuto andarci. Nel X Municipio di Roma, nell’era del disastro Raggi, ugualmente, ma qui, a votare, si sono recati appena un terzo degli aventi diritto. E prima ci sono state le amministrative non andate proprio benissimo e ancora il referendum costituzionale, con tutto quanto ne è seguito. Ogni volta, il racconto dei governanti ha cercato di vedere in quel voto la coalizione («accozzaglia», dicono loro) di quelli che ce l’hanno col Governo, sebbene, ed è qui il tema, gli stessi ripetano con squilli di tromba come sul destino dell’Italia, da quando ci son loro e proprio perché ci son loro, splenda un sole chiaro in cielo azzurro. Ma se è così, perché le folle festanti non corrono ad applaudirvi?

Perché se io fossi al posto vostro, prima di sbandierare numeri probabilmente malintesi, questo avrei cercato di capire: perché la lettura che si dà dal Palazzo non è la stessa che ne danno le piazze, perché quei dati che l’Inps certifica sull’aumento degli occupati non si traducono in soddisfazione diffusa, perché quella felicità che si disegna sui volti delle élites corrisponda sempre più spesso a un odio di classe, che voi chiamate «rancore» perché siete convinti d’essere post-ideologici, che quando non spinge all’astensione si trasforma in un voto vergato forte, e non di rado in nero, per segnare protesta.

Ecco, tutto questo mi sarei chiesto io al vostro posto, invece di inseguire il primo che lancia sfide televisive, cercare improbabili colpevoli per gli errori della mia parte, consolarmi con la solita arroganza che dimentica come sia in virtù delle scelte fatte che alcune cose, anche le semplici dinamiche delle alleanze politiche, si sono determinate, e che se rivendico quelle, non posso poi meravigliarmi di queste.

Ripeto, «se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare».

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C’è del fanatismo nella tensione a conformarsi

Nel secondo dei piccoli saggi che compongono Cari fanatici, intitolato Tante luci e non una luce, Amos Oz scrive: «ci ripetono giorno e notte che “la nostra forza sta nell’essere uniti”. La nostra forza sta in effetti nell’essere tutti uniti intorno al nostro diritto di essere diversi gli uni dagli altri. La diversità non è un male passeggero bensì una fonte di benedizione. Il fatto di non pensarla tutti nello stesso modo non è una fastidiosa debolezza ma il clima giusto per il fiorire della vita creativa. […] Quando siamo bambini, qui ci raccontano che i precedenti stati ebraici sono caduti per colpa di divisioni interne, sono andati distrutti a causa “dell’odio gratuito”. Ultimamente ci propinano anche la manfrina che se solo accantonassimo una volta per tutte le divergenze d’opinione fra di noi e fossimo uniti come un sol uomo, vinceremmo di sicuro sul mondo intero. […] No. La distruzione del Tempio non è stata causata dall’“odio gratuito”. Le precedenti distruzioni sono accadute per colpa dei fanatici, degli oltranzisti che, perso ogni senso della misura e della realtà, trascinarono il popolo d’Israele verso uno scontro fatale contro potenze immensamente più grandi di lui» (Op. cit., Milano, 2017, pp. 51-52).

In effetti, lo scrittore israeliano ha molte ragioni. Quelli che ci raccontano come basterebbe mettere da parte le divisioni e votarsi tutti al bene della patria, quasi sempre mentono. Non di rado, lo fanno per interesse. Ma ancor più del loro tentativo di spiegare agli altri quale sia il pensiero giusto da pensare, pericoloso è il fanatismo che spesso la tensione a conformarsi per rispondere a quell’appello all’unità nell’identità porta con sé. È quello stesso fanatismo per cui se metti in dubbio la verità degli assunti dei più passi per disfattista, peggio, per traditore, mentre stai solo esercitando il diritto a dire la tua. Più pericolosa, questa pulsione lo è nelle democrazie, che formalmente tutelano la libertà dell’opinione diversa e della parola differente, ma nei fatti vedono le relative maggioranze lavorare per divenire totalità.

Tendenza che nei regimi autoritari si fa atto, ma che, allo stato latente, è presente anche in quelli più libertari che sovente questi precedono. Lo spiegava già Piero Gobetti, nel suo Elogio della ghigliottina, l’articolo su La Rivoluzione Liberale che molti ricordano per la definizione di «autobiografia della nazione» applicata all’allora nascente regime mussoliniano, e che, per certi versi, è ancora la migliore sintesi di quel Ventennio che finì nel dileggio del corpo e delle effigi del sedicente duce da quella stessa folla e in quelle medesime piazze che più e più volte l’avevano acclamato dal giorno del trionfo e fino a pochi mesi dalla caduta.

Scriveva Gobetti: «I l fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure».

In fondo, per crescere davvero bisogna fare delle esperienze. Non solo quelle belle.

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