Se ciò che dice Di Maio è vero, han ragione i falchi nordeuropei. Se non lo è, pure

A Porta a porta, mercoledì scorso, Di Maio ha portato una pagina del decreto fiscale, con evidenziato un comma in un articolo, e ha detto che quello arrivato al Quirinale non è il testo licenziato dal Governo il giorno prima. Di più, ha annunciato querela presso la Procura della Repubblica l’indomani stesso. Ma al Colle non è arrivato alcun testo, così, almeno sull’annunciata denuncia, il ministro ha dovuto fare un passo indietro. Rimangono le parole, e quell’accusa a «una manina», che lo stesso Di Maio non sa dire se politica o tecnica, che ha truccato le carte dell’Esecutivo.

E rimane il problema di credibilità del Paese. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, non un troll sui social, afferma che il testo del decreto fiscale mandato al capo dello Stato per la firma non è conforme a quanto collegialmente deciso e votato dal Governo di cui fa parte. Dice, inoltre, che ricorrerà ai giudici per accertare l’accaduto. E anche se dall’ufficio stampa della massima istituzione nazionale si apprestano a far sapere di non aver ricevuto alcunché su quel provvedimento e se lo stesso Di Maio, poi, non procederà ad alcun esposto alla magistratura (che sarebbe stato un ulteriore gesto di debolezza, certificando l’incapacità del Governo di agire, in via politica e amministrativa, per tutelare l’integrità dei suoi provvedimenti), la questione rimane tutta sul tavolo. Inoltre, il suo alleato Salvini lo smentisce maliziosamente, dicendo che il provvedimento è stato votato all’unanimità, senza trucchi, e che, al massimo, è l’inserimento della sanatoria per le case abusive di Ischia infilata nel cosiddetto “decreto Genova” ad averlo contrariato. Un quadro triste, e che dà ragione a quanti, a Bruxelles, non si fidano dell’Italia.

Perché mentre Conte era tra i suoi omologhi europei a spiegare come l’intera nostra manovra finanziaria e gli atti a essa strettamente collegati fossero stati approfonditamente analizzati e di difficile modifica e revisione, uno di essi veniva certificato dal suo vice come il frutto di una modifica e di una revisione a insaputa dello stesso Governo, o di una sua parte, almeno. Ora, però, se Di Maio ha ragione, cioè se gli atti del Governo possono essere cambiati nelle poche centinaia di metri che separano Palazzo Chigi dalla residenza che fu di Paolo V, figuriamoci con quanta poca considerazione possano essere presi in esame da chi è già su di essi critico a migliaia di chilometri di distanza. Se ciò che dice il ministro, al contrario, non fosse vero, e cioè se avesse ragione il suo omologo a dire che il testo era già quello “scoperto” nel salotto di Vespa, i falchi nordeuropei che non perdono occasione a dipingerci come un Paese poco serio, sempre alla ricerca dell’escamotage e della scorciatoia per uscire dai problemi, avrebbero ragione ancora una volta.

Il dubbio non solo mio è che questa storia sia solo l’ennesima dimostrazione di quanto vedesse lungo Ennio Flaiano nel definire la situazione politica italiana grave, ma non seria. Perché il testo, molto probabilmente, era quello fin dalla riunione del Consiglio dei ministri, e così è passato, con tanto di scudo fiscale per i capitali all’estero e di soglia a 100.000 euro di evasione per singola imposta e per singolo anno. Poi, a cominciare da Travaglio, il mondo vicino ai Cinquestelle a iniziato a definirlo per quello che era: un condono peggiore di quelli di Berlusconi, perché pure ipocrita nella sua definizione di «pace fiscale». E così, da par suo, il buon grillino ha gridato al complotto, pensando di compattare le truppe contro i terribili e oscuri nemici esterni o i perfidi e obbligati alleati interni.

E queste tentate macchiette le capiscono persino oltralpe; infatti, non ci prendono sul serio.    

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Siamo ricchi, evviva!

E noi che ci preoccupavamo tanto delle coperture finanziarie: evidentemente, c’erano e le hanno trovate. Tutto va bene, in questo tempo di magnifiche sorti e progressive, rese possibili dalla perizia e dal coraggio del «Governo del cambiamento» che, finalmente, ha definito e approvato la tanto attesa e auspicata «manovra del popolo». Dite che sono ingiustamente sarcastico e inutilmente divertito? E perché mai? Siamo ricchi, evviva! Non ci credete? Sbagliate, dovreste fidarvi; lo dicono quelli assisi a Palazzo Chigi, in cui la stragrande maggioranza degli italiani si identifica, almeno stando ai sondaggi.

In Italia, mette infatti nero su bianco l’Esecutivo nella nota di aggiornamento al Def, ci sono le risorse per dare 780 euro al mese a chi purtroppo non lavora, mandare la gente che lavora e ha lavorato in pensione con “quota 100”, quale somma fra età e anni di contributi versati, e condonare le evasioni e le pendenze col fisco fino a 100.000 euro. Certo, uno potrebbe obiettare a chi governa che, se ci sono i soldi per fare tutte insieme queste cose, dando ai nostri connazionali trattamenti più generosi, vantaggiosi o del tutto sconosciuti nel resto dell’Unione, l’euro e le politiche precedenti non hanno ridotto il Paese sul lastrico, come pure essi stessi per anni ci hanno spiegato. Ma lasciamo perdere; il dato importante è che i soldi, nell’Italia del 2018, ci sono e sono tanti. Meno male.

Ora, se pensate che io sia contrario a forme di sostegno ai disoccupati o a mandare la gente in pensione prima di quello che prevedono le attuali norme, sbagliate ancora. Io chiedo – anche cantando, come si faceva negli anni della mia gioventù – il «salario minimo garantito» da quando Di Maio era alle elementari (perché le ha fatte le elementari, giusto?) e sono contro l’innalzamento repentino dell’età “pernsionabile” dai tempi in cui la Lega, con Maroni, era al governo. Contro i condoni (ancor più se ipocritamente chiamati “pace”), invece, lo sono sempre stato, almeno dalla stagione in cui li faceva Berlusconi.

Perché è lì il problema, dal mio punto di vista. Per pagare quelle misure, io vorrei una patrimoniale. E vorrei pagare l’Imu sulla mia prima casa. E vorrei un’imposta di bollo doppia sulle giacenze medie superiori ai 50.000 euro, e tripla su quelle che superano i 100.000, conteggiate per codice fiscale dell’intestatario, così da non poter essere nascoste con una semplice frammentazione in conti diversi. E vorrei che i guadagni realizzati con i Bot fossero tassati un punto in più dell’aliquota più alta per i redditi da lavoro, cinque punti quelli fatti con azioni e altri strumenti finanziari. E questi soldi vorrei usarli per un piano di salvaguardia del territorio in cui impiegare parte dei disoccupati, per dare assegni di solidarietà più generosi dell’attuale Rei e per concedere, a chi ha lavorato per anni, il meritato trattamento di quiescenza, come dicono all’Inps.

L’attuale Governo, al contrario, intende mandare in pensione la gente prima (anche delle europee, per incassare il dividendo in voti delle sue speculazioni) e promettere un reddito per tutti, e per finanziare queste misure, vuol fare un po’ di cassa scontando quanto dovuto per le tasse ed emettendo altro debito, cioè caricandone i costi sulle spalle di quelli delle generazioni più giovani e di quelle future.

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Quel mondo alla rovescia che funziona nel racconto

In un esame all’università (in un’altra vita, in un tempo diverso), mi toccò di leggere, e con estremo piacere, À rebours, di Joris Karl Huysmans. Tra gli agi di una condizione privilegiata e le nevrosi d’una vita ritirata, in quel libro il protagonistra, Jean Floressas Des Esseintes, scopre un suo peculiare modo di fare al contrario le cose che la mondanità chiede e l’esistenza impone a tutti gli altri, fino alla follia di una tartaruga intarsiata di gemme, fino al capovolgimento della natura in clisteri nutritivi, di cui egli già si immagina gran mastro in ricette e preparazioni. E al contrario mi sembrano andare anche le cose dell’oggi, qui dove viviamo.

Leggo dall’account ufficiale del Movimento 5 Stelle su Twitter, il partito di maggioranza relativa nel Governo del Paese: «Che La Repubblica sia diventato un quotidiano di regime è sotto gli occhi di tutti, basti pensare che tra i senatori del #Pd c’è Tommaso Cerno, fino allo scorso gennaio condirettore de #LaRepubblica». Ora, per questa tesi, cosa sarebbero le testate per cui lavoravano i giornalisti finiti nell’area della maggioranza attuale, da Emilio Carelli, un passato a Mediaset e poi direttore di SkyTg24, a Gianluigi Paragone, già direttore de La Padania e una carriera fra Rai e La7, fino a Dino Giarrusso, ex “iena” di Canale5, non eletto nelle file del M5S perciò premiato con un importante incarico nel ministero dell’Istruzione? Ma lasciamo perdere. Il dato più interessante di quel tweet è l’idea che il «regime» sia quello dell’opposizione. Insomma, il mondo al contrario, come si diceva.

Se un regime c’è (e io non lo credo, non ancora, almeno), al massimo è rappresentato da chi è al potere: loro. Gli altri, nella migliore o peggiore delle ipotesi, a seconda del lato da cui si giudica, fanno ciò che possono per opporsi; definirli regime è un modo preoccupante di intendere la vita politica. Una sorta di «neolingua» (a proposito di Orwell, ricordate i tre slogan sulla facciata del
Ministero della Verità? La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza? Appunto) nella quale non può esserci il dibattito e il contraddittorio democratico, ma solo lo scontro tra i buoni e i cattivi, il bene e il male. E se il bene coincide col potere, allora a questo non è legittimo opporvisi, a meno di non ricadere nel male, nell’errore, nel problema da risolvere, magari estirpandolo.

La tentazione di rispondere col sarcasmo a uscite del genere è sempre alta, però qui rischiamo di essere a un livello più profondo e raffinato di aggiramento della realtà nel discorso pubblico e nel racconto politico. E fino a quando questo tipo di narrazione farà presa nell’elettorato, un problema, meglio, il problema, lo avremo tutti. Non esclusi quelli che credono di stare dalla parte giusta della discussione.

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«Oro alla Patria». Ovvero, il Governo vuole i soldi da voi

«La forza dell’Italia, che nessun altro degli amici seduti al tavolo oggi ha, né i francesi, né gli spagnoli, è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano». Lo ha detto Salvini, quello che nel giorno dell’anniversario della nascita di quell’altro aveva twittato «molti nemici, molto onore», quello che in più occasioni ha ricordato il «me ne frego» di più triste memoria. In effetti, la campagna «oro alla Patria» gli mancava; adesso, abbiamo pure quella.

Che poi, anche sotto il profilo della loro stessa narrazione le parole dei vicepremier sono contraddittorie: se la tesi dei legastellati è che gli italiani siano un popolo pressoché ridotto sul lastrico dai vampiri di Bruxelles amici di Soros, sostenere che gli stessi abbiano un patrimonio buono per investimenti che altri europei si sognano, non è molto logico. In ogni caso, però, c’è una certa dose di coerenza nelle parole di Salvini, e non capisco perché non stia già succedendo quanto lui preconizza. In effetti, miei cari connazionali che in stragrande maggioranza – almeno a voler ascoltare i vaticini degli gli aruspici della demoscopia – confidate nel Governo, il vostro capitano vi sta solamente chiedendo dei soldi, in cambio del paradiso realizzato che il suo esecutivo promette di realizzare per voi; non siate avari, correte a sottoscrivere e acquistare titoli di Stato, e dimostrate a Soros e ai mercati che non contano più nulla, fategli vedere cosa possono farsene dello spread e di tutti i loro rating, perché «prima gli italiani» comprano e compreranno il debito del Paese.

Peraltro, non servono nemmeno grandi capitali o ingenti ricchezze, il taglio minimo per Bot, Ctz, Btp e Cct è di appena mille euro, meno di quanto costi l’ultimo modello di smartphone da cui i vostri amati leader postano le loro mirabilia e sui quali non pochi di voi si consumano i polpastrelli per apporre like, cliccare sul condividi, postare commenti di apprezzamento, eccetera, eccetera, eccetera. Forza, dunque, fora li palanchi.

Avviso ai naviganti al bagnet giàun-verd: eh no, dire «e tu, perché non compri i buoni del tesoro?» non vale. Uno, perché così facendo state implicitamente dandomi ragione nella mia richiesta a voi d’esser consequenziali alle vostre professioni di fede, visto che, se posso io, lavoratore a reddito medio, a maggior ragione potete voi in tanti, eppure non lo state facendo. Due, perché io non ho alcuna fiducia in questi governanti; immaginate se, come e quanto possa accoglierne e sostenerne le richieste. Siete voi che credete in loro, auguri.

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Siete i potenti, non fate le vittime

«Ad rivum eundem, lupus et agnus venerant, siti compulsi: superior stabat lupus, longeque inferior agnus». Ricordate la favola di Fedro? Bene; a me l’hanno rammentata i toni vittimistici degli esponenti dell’esecutivo legastellato, Di Maio e Salvini in primis. Ma provo ad andare con ordine e cerco di spiegarmi per quanto sono capace di fare.

La nuova élite di governo, da un po’ di tempo (in realtà, si potrebbe dire dal giorno stesso del suo insediamento) sta facendo la parte della vittima. A sentirli parlare, tutti ce l’hanno con loro e tutti tramano contro le magnifiche sorti e progressive che altrimenti si dispiegherebbero immediatamente all’orizzonte: i migranti (vuoi non partire da lì), l’Ue, i mercati, Soros (onnipresente, ça va sans dire), la sinistra, i giornali, i poteri forti (ma non erano tutti morti?), le borse, lo spread, gli uffici parlamentari di bilancio, i risparmiatori che hanno troppi soldi da parte («oro alla patria»?), la Corte dei Conti, il Fondo monetario intenazionale, la Merkel, Macron, il piano Kalergi (che dev’essere la versione 2.0 del protocollo dei savi di Sion), Bankitalia, la Bce, Mario Draghi, Moscovici, la Commissione europea, Juncker, l’Ocse. Ci manca solo l’internazionale demo-pluto-giudaico-massonico e il caleidoscopio classico delle figure retoriche dell’autocommiserazione di regime è completo. Signori assisi a Palazzo Chigi, vi svelo un segreto: siete voi al comando, smettete quelle maschere da offesi e vinti, battuti e scossi.

Nessuno vi ha impedito di arrivare là dove volevate giungere; se quello che vi si disvela dinanzi non è quanto pensavate di poter fare, o erano illusorie le vostre speranze, o non sono adeguate le competenze che avete. Non è colpa degli altri, che d’altronde vi si oppongono come voi avete fatto a essi e come (se è vero che volete rivoluzionare il mondo intero) non potevate non attendervi. Il giochino del dare la colpa al prossimo, può funzionare nei sondaggi e persino alle urne, se queste si aprono prima che il bluff sia scoperto. Ma alla lunga, mostreranno la corda.

Per quanto, va detto, non siete soli e di certo non i primi in questa pantomima.

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«Non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente»

Quanto mancano la voce e le parole di un Maestrone in quest’epoca forgiata dai «personaggi cicaleggianti dei talk-show». Come vorrei avere una sua canzone per Mimmo Lucano (il sindaco di Riace arrestato su ordinanza del Gip di Locri con l’accusa di non aver messo a bando l’affidamento del servizio di raccolta rifiuti nel paesino calabrese, andato poi a una cooperativa composta da migranti e riacesi, e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso presunti matrimoni combinati fra stranieri che rischiavano l’espulsione e cittadini italiani), per Cédric Herrou (il contadino di Breil-sur-Roya mandato a processo davanti al tribunale di Nizza, e poi quasi del tutto assolto, per aver aiutato centinaia di migranti a passare dall’Italia alla Francia), per Carl Peter Reisch (il comandante della Lifeline posto sotto indagine dalle autorità maltesi per aver ignorato l’ordine, datogli dalla Guardia costiera italiana, di consegnare i migranti salvati in mare alle autorità libiche), per Marta Pacor, Mario Pozzan, Giulia Sezzi e tutti gli altri volontari e armatori della Mare Ionio, in navigazione col solo scopo di salvare vite umane nel Mediterraneo, che potrebbero venirsi a trovare nella condizione di dover disobbedire per giustizia, nel tempo in cui gli Stati fanno norme contro i poveri.

Colpevoli? Sì; per la legge dei forti e dei potenti, probabilmente lo sono o potrebbero esserlo. E non si dichiarano innocenti in quel senso, si dicono pronti a rifarlo dieci, cento, mille altre volte. Perché le leggi valgono per tutti, possono addirittura essere uguali per tutti, ma non sono mai di tutti. Il senso del giusto, l’umanità in ognuno di noi, la legge morale in ciascun essere umano, possono non farci sentire nostra una norma legittimamente valida. E allora, che fare? Non è facile rispondere, ma dire «quelle sono le leggi, si deve rispettarle anche se non le si condividono», in alcuni casi, quando di mezzo c’è la vita delle persone – e parlando di migranti che rischiano la propria nella speranza di un’esistenza accettabile, proprio di questo stiamo discutendo –, può somigliare troppo dappresso a quel «eseguivo solamente gli ordini» di più triste e non così lontana memoria.

Un amico, pochi giorni fa, mi faceva notare che c’è differenza fra l’obiezione di coscienza e la diserzione, così come tra la disobbedienza civile e il semplice non rispetto delle regole. Perché le prime sono dichiarate, le seconde no. Ed è vero. Ma nel suo esempio, quella di quanti ho citato all’inizio di questo post è al massimo renitenza. Non si fanno arruolare fra gli esecutori della norma, fra i militari della legge; oppongono a essa la resistenza di cui sono capaci, con i mezzi e gli atti che possono usare e assumere.

Visto che il paragone col ben più nero periodo l’ho ormai tirato in ballo, provo a spiegarmi con un esempio noto, pure per la sua trasposizione cinematografica. Se Giorgio Perlasca avesse rispettato le leggi, quanti ebrei avrebbe potuto salvare nell’Ungheria occupata e nazificata? E se avesse dovuto proclamare la sua volontà di non rispettare la legge, per far della sua azione bandiera e manifesto, concretamente, quante speranze di successo avrebbe avuto? E infine, non avrebbe avuto ragione un magistrato che lo avesse perseguito, per reati che indubbiamente stava commettendo?

Tutta qui è la questione: non m’interessa affatto discutere della giustizia in senso legale. Ognuno di quelli che ho citato, e gli altri che vi potrebbero venire in mente per comportamenti simili, sanno benissimo di poter commettere illeciti, nel fare quello che vogliono fare. Ma lo fanno perché ritengono giusto farlo, per aiutare chi ha bisogno del loro aiuto. È la giustizia nella dimensione morale quella che spiega e motiva le loro azioni, persino quelle in aperta violazione delle leggi vigenti. I magistrati, i giuristi, i tutori della legge, fanno e facciano il proprio mestiere; agli uomini rimanga e rimane la facoltà di scelta per i loro comportamenti e degli ideali ai quali ispirarli.

Di questo parlo, non di altro.

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La moral card

Quelli che fanno un condono fiscale chiamandolo pace, spiegano, come ha fatto la sottosegretaria (absit iniura verbis) Castelli, che se con i soldi della social card, pardon, della carta su cui sarà caricato il reddito di cittadinanza, vai all’Unieuro, ti arriva la Guardia di Finanza a casa. E il capo politico di quel movimento, nonché, per la questione, ministro competente (ibidem), chiarisce che con quello strumento di pagamento elettronico che verrà non saranno possibili «spese immorali».

In effetti, prima ho sbagliato. Non è affatto una social card rivisitata: al massimo, è una moral card, sorta di benevolo ausilio sulla via dello Stato etico prossimo venturo che annunciano quelli che, con i soldi dati loro dallo Stato laico esistente, tutto possono fare, pure lamentarsi per non essersi riusciti a fare un ponte di Ferragosto in santa pace per un ponte reale e di cemento caduto, con tanto di morti, feriti e sfollati. L’atteggiamento che i governanti stanno assumendo in questa vicenda è proprio del ricco che dà l’elemosina, non dell’istituzione che garantisce un diritto. Perché se quello al reddito di base lo si intende un diritto, allora lo si garantisce a coloro a cui spetta, senza invadere per questo le loro vite. Se invece è visto come una concessione, un favore, ecco che si pongono le basi per una valutazione etica del suo utilizzo. E quindi si vieta di accumularlo non spendendolo e si giudica sul suo uso o si proibisce di impiegarlo secondo le esigenze e le inclinazioni di chi lo riceve.

Vedete, io non sono affatto contrario al reddito minimo garantito; lo chiedo da quando lo cantavamo ritmando nelle strade del Paese, oltre un quarto di secolo fa, chiedendo che a finanziarlo fossero le tasse sui grandi patrimoni, a cui oggi si potrebbero aggiungere quelle sugli immensi profitti dei big della Rete. Sono fermamente contrario, però, a una misura che, in fondo, nasconde altro: il paternalismo dei potenti che accarezzano il popolo con la promessa di soddisfarne i bisogni e la minaccia di bloccare quella magnanima elargizione se chi ne beneficia non segue l’ordinamento morale di chi la consente.

Così, non va bene; anzi, così fa veramente schifo.

Note a margine – Mi rimane un dubbio, e una paura. Il dubbio è sulla effettiva entità di questa misura. Da mesi, i Cinquestelle strombazzano in giro che essa servirà a combattere la povertà, perché, dicono, «in Italia ci sono cinque milioni di poveri». E più o meno questo hanno urlato pure dal balcone (incuranti dell’effetto sudamericano) di Palazzo Chigi nelle scorse settimane. Bene, ma i conti rischiano di non tornare, visto che loro stessi parlano di 10 miliardi di euro, di cui due per il funzionamento della stessa misura, attraverso il potenziamento dei centri per l’impiego. Ora, 780 euro al mese sono grosso modo 10.000 l’anno, senza contare eventuali contributi o altri oneri. E con 8 miliardi, di redditi così fatti ne garantisci più o meno 800mila, che anche a contarli e aggregarli per famiglie, difficilmente soddisferanno i 5 milioni di bisognosi a cui dicono di voler dar risposte, abolendone, per decreto, la povertà.

E poi, dicevo, ho una paura, che un mio caro amico esplicitava meglio di come potrei fare qui in un messaggio inviatomi ieri. Il timore, spiegava, «per questa legge finanziaria, oltre ai possibili danni economici per il Paese, è quello per i pericoli politici a cui espone. Se dovesse fallire, sarà il fallimento di politiche giudicate di sinistra, e quindi ci sarà un ulteriore spostamento a destra dell’opinione pubblica. Non a caso, la destra lascia su questo la ribalta al M5S. Insomma, l’incubo politico cresce». E il mio col suo.

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Belle piazze. Per il resto, temo sia presto

Piazze piene, non c’è che dire. Urne non vuote, se si pensa che l’onnipresente Salvini e il suo partito hanno raccolto, alle ultime consultazioni elettorali politiche e al di là dei sondaggi, meno del solo Pd. Eppure, il fu centro sinistra appare ancora smarrito. I toni a tratti trionfalistici di certa stampa non mi convincono, anche perché, insomma, la notizia della morte della sinistra in Italia, per parafrasare Mark Twain, è sempre stata «grossolanamente esagerata». L’entusiasmo di esponenti e militanti, invece, lo capisco, per quanto non lo sento giustificato dallo stato delle cose.

Il fatto (dal mio punto di vista limitato e personale, s’intende) è che mancano le ragioni per poter pensare davvero a una ripartenza da sinistra in questo Paese. Ne accennavo prima: il Pd, in fin dei conti, alle scorse elezioni ha preso più voti della Lega. Ma mentre gli ex secessionisti reinventatisi nazionalisti dettano oggi l’agenda politica, esprimendo addirittura l’egemonia nel discorso pubblico, gli altri, quelli fino a ieri al governo di tutto il governabile, al massimo inseguono, dissentono, spiegano che se i risultati ci sono, persino in quei temi eletti a core business dai rivali, è merito loro, legittimandone di conseguenza le scelte perseguite. Quel che non si vede e non si capisce – limite mio, ovviamente – è l’orizzonte ideologico in cui inserire i pensieri, le parole e le azioni del far politica a sinistra. Mancando questo, o semplicemente non essendo chiaramente definito e univocamente determinabile, il resto è demandato all’estemporaneità delle scelte. E può non bastare.

Chiaramente, a sbagliare sono io. Però temo che la grande soddisfazione per il risultato delle due manifestazioni di domenica scorsa, una più istituzionalmente politica, l’altra maggiormente di movimento, rischiano di essere potenziali bacini di delusione. Se non altro perché c’è la forte e fondata probabilità che l’illusione prospettica con la quale si guarda a quelle piazze contrapponendole ai balconi degli altri non racconti il vero d’un possibile progresso vicino, quanto nasconda col suo velo la realtà d’una profonda incomprensione che viene da lontano.

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«Non mi dire che son quelli lì!»

Confesso che non è tra i miei cantanti preferiti. Di Vasco Rossi non ho mai comprato un disco, tantomeno ho mai visto un concerto. Però alcune sue canzoni mi ritrovo anch’io a canticchiarle quando le passa la radio, e certe ammetto che son proprio belle. L’altro giorno mi è capitato di ascoltare …Stupendo, scritta così, preceduta dai tre puntini di sospensione, come appare nell’album Gli spari sopra. «E mi ricordo chi voleva/ al potere la fantasia./ Erano giorni di grandi sogni sai,/ erano vere anche le utopie./ Ma non ricordo se chi c’era/ aveva queste, queste facce qui;/ non mi dire che è proprio così,/ non mi dire che son quelli lì».

Perché cito Vasco Rossi? Perché credo che alcune delle ragioni della perdita di credibilità che oggi sembra aver colpito la sinistra abbiano motivazioni e radici più antiche rispetto alle ultime esperienze di governo che ne vengono incolpate. Quella canzone è stata pubblicata nel 1993, un’altra stagione di diffusa sfiducia nei confronti delle élites politiche e dei rappresentanti istituzionali. Anzi, sarebbe meglio dire che gli inizi degli anni Novanta rappresentano i prodromi di un’epoca che ancora non è finita. Ma al di là di questo, rimane un fondo di verità che il testo di Rossi coglie: il senso di una disillusione forte, pesante almeno quanto lo era stata l’illusione che l’aveva preceduta. Perché sì, vedere «impiegato in una banca» quello che si era ritenuto il leader di un movimento rivoluzionario, vederne più di uno «andato per età, qualcuno perché già dottore/ e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera…» (ché ci sono cantautori migliori, ovviamente), poteva far crollare le idee, persino quelle utopie, per stare alla canzone con cui si è iniziato, credute vere.

Colpa loro, di quelli “normalizzatisi”? No, ovviamente. Colpe non ce ne sono. Se proprio volessimo trovarne alcune, potremmo provare a cercare fra quelli che ancora non si sono accorti che «il peccato fu creder speciale una storia normale» (e dai), fatta di gente incapace di lottare (e qui il Poeta lo è davvero) «per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone». Ma forse, tutto questo non è altro che l’ennesima, solita e ripetuta storia degli uomini nel mondo.

«Ed è una morte un po’ peggiore».

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Quanto è analogico il voto di protesta nell’era digitale?

«Lui ha vinto con il voto piccolo borghese, sì, ma anche di molti operai che non amano le élite liberali di area democrat. I suoi elettori han detto “Trump è vanitoso, avido, volgare, stupido, corrotto…”. Sì! È quello che pensiamo di voi politici! È come se avessero scelto un personaggio di finzione, un Presidente da cartoni animati per denunciare la politica da cartoni animati». Lo scrive David Graeber nel suo Bullshit jobs (da pochi giorni in libreria nella sua traduzione italiana per Garzanti). Il testo dell’antropologo newyorkese parla d’altro – dell’insoddisfazione per lavori ritenuti inutili da chi li fa, al di là, spesso a discapito, di quanto agli stessi rendano in termini economici; che poi è altro solo fino a un certo punto –, ma questa sua lettura dell’elezione del 45° inquilino della Casa Bianca mi ha colpito. Soprattutto per il parallelo con quello che succede in diverse parti del mondo, compreso qui da noi.

In effetti, può essere una curiosa chiave interpretativa di quello che elettoralmente sta succedendo nell’era digitale, almeno nelle democrazie occidentali. Prendiamo il nostro caso. Parlando con elettori del M5S, spesso mi sono trovato a dover registrare da parte loro dubbi e perplessità rispetto alla scelta da essi stessi fatta. Eppure, la risposta era quasi sempre purtroppo iscrivibile in quel motto beffardo che i detrattori delle loro tesi usano sui social: «E allora il Pd?». È triste, ma ha un fondo di verità; se hanno votato questi che abbiamo, non è perché (o almeno voglio sperare che così non sia) davvero credevano in personaggi improbabili, capaci di dire, come ha fatto Di Maio – e usando il modo indicativo, perché lui ne è certo –, che «noi, in maniera decisa, con questa manovra, con questa legge di bilancio, avremo abolito la povertà». È più probabile, al contrario, che lo abbiano fatto come una sorta di gesto futurista, come provocazione, come spunto per future riflessioni (e lasciatemi, vi prego, nella convinzione che l’elettore medio italiano sia più colto e saggio di me). Del tipo: cari politici, se continuate a propinarci dirigenti a ribasso che fan piangere quando non ridere, noi vi scavalchiamo e votiamo direttamente per comici veri o personaggi da operetta.

Difronte a tutto questo, allora, non ci rimane che fare come i delegati alle Nazioni Unite l’altro ieri, che al cospetto di un pomposo Trump che orgogliosamente rivendicava come in soli due anni la sua amministrazione avesse fatto di più di qualsiasi altro governo nella storia degli Stati Uniti, hanno cominciato a rumoreggiare e ridere, credo pienamente consci che quello che andava in scena dall’importante podio che ben altre dichiarazioni ha negli anni accolto, altro non fosse che la performance di un personaggio, come dice Graeber, da cartoni animati.

Se poi tutto ciò faccia realmente ridere e non temere, è altro argomento.  

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