Di Burioni e d’altri feticci dem. Ovvero, non sono cose che m’interessano (più)

«In questa situazione (l’impoverimento delle classi lavoratrici e del ceto medio, nota mia), si è fatta largo una destra che dice che se unitaliano sta male, la colpa è di un immigrato che riceve quello che dovrebbe ricevere l’italiano. La sinistra, cioè noi, qui avrebbe dovuto riscoprire le proprie parole e dire che se un italiano sta male, la colpa non può essere di un immigrato che sta male quanto lui, ma dev’essere di un’altra persona, che dallo sfruttamento di entrambi ci guadagna».

Da quando ho deciso di non prenderne più la tessera, non m’interessano tanto le vicende interne del Pd. Me ne sono occupato quando queste avevano comunque effetti sulla vita collettiva, scaricandosi sugli equilibri di un governo che in ogni caso erano chiamati a dirigere, ma oggi nemmeno questa circostanza è più data. Rimanendo però l’unico soggetto tuttora in piedi nella parte politica a cui guarderei – se ci fosse ancora qualcosa da vedere, s’intende –, mi sono imbattuto nelle vicende dell’ultima assemblea. Tra i nomi che già si sapevano e la solita sortita del militante che sogna un destino “alla Serracchiani”, ho letto delle polemiche per l’intervento di uno dei potenziali candidati alla segreteria, Dario Corallo. Il giovane (specie già di per sé rara) dem è balzato agli onori della cronaca politica per aver, così pareva capirsi leggendo distrattamente, «criticato il noto virologo Burioni». Accipicchia, un no-vax, si sarebbe potuto pensare. E lo hanno pensato i suoi compagni, accusandolo di «gentismo» (boh), parlando di gesto «gravissimo» (quale?), porgendo «le più sincere scuse» allo scienziato o dando a quest’ultimo piena «solidarietà». Niente di meno.

Non mi addentro nell’esegesi delle parole di Corallo, né mi azzardo a spiegare l’accaduto meglio di come ha fatto il bravo Leonardo Bianchi sulle pagine di Vice; di chiaro c’è che queste mi hanno spinto a cercare l’intervento incriminato per farmi un’idea di cosa fosse successo. Ora, io sarò all’antica, ma avrei pensato che la parte più interessante della sua breve relazione fosse quella che ho citato all’inizio di questo post.Sbagliando, ovviamente. Tra i feticci dem, ormai Burioni è intoccabile. E anche semplicemente a usarlo come antonomasia, provoca reazioni al limite dell’isteria.Ragazzi, calma: Corallo non ha bestemmiato in chiesa. Ha solo detto che quel Burioni lì è uno che non fa politica, e, non facendola, può permettersi di blastare, come dicono i giovani, quelli che non hanno la sua stessa formazione in campo scientifico. Chi fa politica,invece e al contrario, deve spiegare, convincere, far capire. Dopo aver capito,ovviamente.    

E per capire, anche le parole di un compagno di partito,basta ascoltare. Dice infatti Corallo nel contesto in cui quella frase su Burioni s’inserisce: «Per anni ci siamo limitati, ci siamo occupati di raccontare le eccellenze, drogati di quella favola che è la meritocrazia. Ammettiamo per un secondo che questo sia un Paese effettivamente meritocratico; i migliori vanno avanti, ok. Ma io voglio un partito che si domandi, innanzitutto: «ok, i migliori vanno avanti. Ma tutti gli altri?». Di tutti gli altri che ne facciamo?Perché questo è il punto: i migliori sono l’un per cento della popolazione, la maggior parte non ha avuto neanche le possibilità di essere migliore. Quando io andavo a scuola mi lamentavo spesso con mia madre perché, quando ci veniva assegnato un romanzo da leggere, tutti avevano il libro nuovo, io avevo invece il libro ingiallito, quello vecchio, sfigato, proprio brutto. Ero un bambino, e all’inizio ci ho messo anni a capire che quel libro ingiallito, preso da una libreria piena rappresentava il mio vantaggio, il mio vantaggio sugli altri. E nessuno se ne è occupato. Perché io avevo la possibilità di sciogliere un dubbio, di soddisfare una curiosità. Il 99 per cento delle persone non può competere, e noi abbiamo voluto raccontare l’un per cento. E a quel 99 per cento lo abbiamo umiliato, come un Burioni qualsiasi, che si diverte a bulleggiare chi invece,con le proprie parole, ha espresso semplicemente un dubbio».

Poi, per carità, scattate pure e solamente in difesa del dottore per partito preso. Che però sarebbe l’altro, non il vostro.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

I grillini hanno ragione: non subiscono affatto Salvini, fanno quel che vogliono fare

Un po’ su tutti i media, si legge che l’egemonia sull’attualeGoverno è esercitata, quasi solamente, da Salvini e dalla Lega. Le ragioni diquesta affermazione, a detta di quanti la fanno propria, sarebberoriscontrabili in provvedimenti quali il cosiddetto “decreto sicurezza” o inazioni come quella del sequestro in mare dei migranti, persino a bordo di navi della Guardia costiera italiana, a cui i grillini (che poi sarebbero la parte numericamente dominante nella maggioranza) si sono sempre allineati.

Sebbene non neghi che le motivazioni addotte possano apparire convincenti, e per quanto io stesso abbia spesso avuto l’impressione che fossero le idee leghiste a informare l’agire dell’Esecutivo, devo dire che su questo i pentastellati, quando accusano la stampa di essere prevenuta nei loro confronti, non hanno tutti i torti. I grillini, infatti, non sono per nulla succubi di Salvini e delle sue idee; al contrario, fanno quello che stanno facendo perché vogliono farlo. Quando dicevano di voler Gino Strada al governo, semplicemente, mentivano: volevano Salvini, il pugno duro contro i deboli, la guerra alle Ong, altro che identificarsi con uno dei maggiori esponenti di quel mondo. Al tempo in cui ritmavano in coro il nome di Rodotà, è ora chiaro, lo facevano solo perché, col suo essere parola tronca, stava bene negli slogan; nei fatti, anelavano di votare quale presidente della commissione diritti umani del Senato una leghista tifosa delle ruspe sui campi rom e a cui, via social, non dispiace nemmeno l’idea di preparare «un forno» per i migranti.

Come faccioa dirlo? Beh, se così non fosse, farebbero altro. Sono il doppio dei leghistiin parlamento, avrebbero gioco facile a dire a Salvini di ingoiarsi le sue idee,e convincerlo che, se proprio vuole usare le ruspe, le mandasse a sgomberare perprimi gli occupanti abusivi di Casa Pound, non gli ultimi del Baobab. Invece,non accade. Non una parola contrapposta alla valanga di crudeltà leghiste, nonun alito di resistenza al progressivo scivolamento verso la barbarie, se non daquei pochi già in procinto d’essere espulsi. Anzi, non di rado s’incontranovoci grilline più radicali, nell’odio xenofobo, di quanto da anni ci abbiano abituato gli sfogatoi della base del carroccio.

Eguardate che non sto parlando affatto dei condoni edilizi (che tanto piaccionoa quei politici che un tempo i grillini chiamavano «mafiosi») o delle ideeintermittenti su quelli fiscali (in questa stagione di parole ipocrite chiamati«pace»); costruire in spregio alle norme urbanistiche o sottrarre soldiall’erario è grave, ma non quanto speculare elettoralmente sulla pelle deidisperati che chiedono solo di non veder morire la speranza di poter un giorno sperare inuna vita migliore per i loro figli.

È su quello che vi ho già giudicato, militanti ed esponenti del M5S, sulla vicenda della nave Diciotti, sul caso Riace come sullo sgombero del Baobab, e sulsilenzio che ha sostituito le parole che avrei immaginato di sentire. Ed è sempre su questo che mi chiedo pure dove siano finiti quelli che «voto il movimento perché le altre forze politiche non sono abbastanza di sinistra» (anche se qualche idea in proposito non nego di averla).

Pubblicato in libertà di espressione, politica | Lascia un commento

Siete davvero così insicuri?

«Pennivendoli». «Puttane». «Infimi sciacalli». Con gran spreco di maiuscole e punti esclamativi, ovviamente. E prima c’erano state le ubriche sul «giornalista del giorno» da additare al grillino rancore, e i fischi e le urla contro gli inviati delle testate ritenute nemiche. Di certo,quella tra i cinquestelle e la stampa non è mai stata una storia d’amore, ma ora, se possibile, è pure peggio. Lo è per i toni, certo, e lo è soprattutto per la circostanza che ora, loro, sono al comando di questa stramba istituzione chiamata Stato italiano.

Perché è così, sebbene sembriate stupiti più voi di questa situazione che non i vostri rivali; cari amici del Governo (si fa per dire), siete il potere, vantate alleati e sostenitori in tutti i luoghi che contano (dalla Casa Bianca al Cremlino, per capirci), avete il sostegno del 99,2 per cento della popolazione («60 milioni di italiani», ha spiegato il vostro amato leader e sodale), riempite i giornali e le tv (anche nei programmi con i bambini) ogni giorno e a tutte le ore, i social e le piazze (tranne quelle animate dalla «borghesia», nelle medesime città in cui la stessa vi ha dato le rappresentanti con cui le governate) sono sempre in tripudio per voi. Eppure, la vostra forza è così malsicura che non riesce a tollerare di essere criticata nell’azione da quei giornali che, voi dite, nessuno legge più e da quei giornalisti che, voi sostenete, non hanno alcuna credibilità presso l’opinione pubblica. Siete davvero così deboli?

Non dovreste, in ossequio alle vostre stesse idee, bellamente infischiarvene delle critiche? Delle letture che già definite parziali ancor prima di conoscerle? Invece, come ogni potere traballante che tenti di sopperire con l’urlo forte dell’autorità le lacune di autorevolezza, vi spingete nella condanna «a prescindere» di tutti quelli che non vi diano immediatamente e del tutto ragione.

Pensandoci bene, ragione ne avete: è così che siete arrivati dove volevate. Perché cambiare?

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Ma noi, per quel desiderio di appartenenza, che cosa abbiamo fatto?

«Immagina il ragazzino appassionato di fumetti giapponesi che cresce in un piccolo centro italiano, che so, Ovada, Soverato o Lucignano. Al bar tutti parlano di calcio e lo considerano un eccentrico sfigato che sta per conto suo. Fino a qualche anno fa. Perché ora quel ragazzino ha una serie di collegamenti e amicizie con appassionati di manga in tutto il mondo, che gli altri al bar se li sognano. In Rete è perfino un’autorità conosciuta e apprezzata. Il suo scenario mentale è cambiato, anche se magari al bar gli appassionati di calcio continuano a considerarlo uno sfigato […]. Se c’è un desiderio che Internet fa esplodere, è il desiderio di relazione, di socializzazione, di appartenenza. Anche in forme apertamente minoritarie, di liberazione dalle egemonie culturali».

Marino Sinibaldi rispondeva così (in Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, Laterza, 2014, pp. 67-68) a Giorgio Zanchini, che gli chiedeva un parere sulle possibilità della Rete. Parole che mi colpirono molto quando le lessi cinque anni fa, e che oggi, rileggendole, trovo ancora più sensate, pure alla luce delle attuali modificazioni che la società e la politica che la rappresenta stanno definendo e rendendo palesi. Con la voce di Radio3, anch’io mi chiedo quanto sia desiderio di appartenenza quello che filtra attraverso le maglie dei social e dei blog. E come, in definitiva, è a questo che hanno risposto i nuovi attori e soggetti del discorso pubblico e del racconto politico, adesso persino istituzionale.

Ma se quello era bisogno, un desiderio di appartenenza, noi cosa abbiamo fatto? Lo dico assumendomi in quota parte e del tutto le mie colpe, o almeno responsabilità. Quando abbiamo ascoltato, in metafora, quell’appassionato di manga? In quale circostanza ci siamo tesi nel cercare di capire cosa volessero i tanti che al mondo dei partiti in cui confidavamo da tempo non credevano più? Mai, se non con atteggiamenti tra il paternalistico e lo spocchioso, stile gramellinata inacidita con una spruzzata di fabiofazismo in salsa micheleserraiana. Abbiamo ignorato e tradito quelle istanze e quelle richieste di essere parte di qualcosa di più grande e vitale della semplice platea pensierosamente plaudente alla cooptazione a livello istituzionale dei figli prediletti del partito.

E i portatori di queste, senza che ce ne avvedessimo, ci han reso la cortesia.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Non possiamo mai dirci immuni dall’orrore

Bella la giornata di ieri a Parigi, con l’intera Europa, azzardereiil Mondo, a ricordare la fine delle ostilità che insanguinarono il vecchio continentefra il ’14 e il ’18 del secolo scorso. Eppure, sappiamo anche che l’emozione,lo spirito di fratellanza dei popoli europei non basta a coprire le tensioni,alimentate ad arte da chi, in tutti i casi, in quei conflitti non ci muore e daessi ha sempre e solo da guadagnarci. Perché, dopo il ’18, ci fu il nostro ’19,la retorica della vittoria mutilata di penna dannunziana, i sentimenti dirivalsa tedeschi, e sappiamo come tutto andò a finire. Di nuovo.

Sempre alla ricerca d’un nemico facile e finto, i mestatori del torbido ripresero ad agire per propria ambizione o tornaconto, spacciandosi per difensori e tutori degli interessi nazionali e «del popolo». Pure le date sembrano sovrapporsi, nell’andirivieni della Storia. La notte fra il 9 e il 10 novembre del 1938, il crimine folle figlio della crudeltà umana prese forma nella Kristallnacht. E prima c’erano state, in Germania, le leggi di Norimberga e, in Italia, quelle sulla razza. Erano passati appena vent’anni dalla «inutile strage» della Prima guerra mondiale, e gli europei parevano non ricordare già più nulla di quel dramma. Oggi, ne sono passati ottanta dagli orrori della divisione fra gli uomini e poco meno dalla fine delle distruzioni del secondo conflitto globale; non vorrei che la memoria fosse definitivamente sepolta sotto le miserie della materialità.

Perché è così che finora ha agito il pendolo della tragedia. Promettendo grandezze inimmaginabili, i teorici della supremazia nazionale hanno spinto quelli che poi per questa sarebbero morti ad applaudire e osannare la guerra. Colpevolizzando inesistenti congiure e improbabili accordi, i medesimi fautori del conflitto hanno riattizzato il fuoco che facilmente ardeva là dove, per loro stessa colpa, viveva la privazione, o soltanto l’inappagamento. E così, di nuovo marziali si facevan le parole, e ancora le armi, nel sogno d’imperio, erano viste come la via del riscatto.

In tutto questo, a pagare non erano di certo quanti promettevano il meritato ristoro dei popoli.

Pubblicato in libertà di espressione, società, storia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

«Does any of this sound familiar?»

Devo dire che l’offerta di giornali della Lufthansa è sempre ricca e interessante. Ma siccome martedì era il giorno delle consultazioni di midterm americane, mi sono diretto sul New York Times (la Faz l’ho presa, confesso, ma messa in valigia per non far la figura dell’imborghesito e perché il tedesco lo leggo con maggiori difficoltà di quelle affrontabili in un viaggio aereo tra Berlino e Torino, con cambio a Monaco e bimbo stanco). Andando al dunque, nella sezione delle opinioni, David Leonhardt scriveva in articolo da Budapest per l’edizione internazionale del quotidiano newyorkese del 6 novembre scorso: «What Orban has done is to squash political competition. He has gerrymandered and changed election rules, so that he doesn’t need a majority of votes to control the governement. He has rushed bills through Parliament with little debate. He has relied on friendly media to echo his message and smear opponents. He has stocked the courts with allies. He has overseen rampant corruption. He has cozied up to Putin. To justify his rule, Orban has cited external threats – especially Muslim immigrants and George Soros, the Jewish Hungarian-born investor – and said that his party is the only one that represents the real people. Does any of this sound familiar?».

Più o meno alla lettera, l’opinionista del Nyt, parlando di una «minaccia di orbanismo in America» spiegava: «Ciò che Orban ha fatto è stato schiacciare la competizione politica. Ha applicato metodi di gerrymandering (nota mia: processo di manipolazione dei confini dei collegi elettorali per indirizzare i risultati in un senso o nell’altro) e ha cambiato le regole delle elezioni, in modo da non aver bisogno della maggioranza dei voti per controllare il governo. Ha affrettato i processi legislativi del Parlamento attraverso una riduzione del dibattito. Ha fatto affidamento sui media amichevoli per amplificare il suo messaggio e diffamare gli avversari. Ha riempito i tribunali di alleati. Ha supervisionato la corruzione dilagante. Si è unito a Putin. Per giustificare il suo dominio, Orban ha citato minacce esterne – in particolare gli immigrati musulmani e George Soros, l’investitore ebreo di origine ungherese – e definito il suo partito l’unico che rappresenti le persone reali. Qualcosa di questo vi suona familiare?». Beh, per rispondere a Leonhardt, direi proprio di sì, nell’oggi e per l’ieri, sinceramente, al di là e al di qua di quell’oceano su cui il moderno Occidente si è andato formando e definendo.

E tristemente, quelle parole me ne hanno riportate altre alla mente, quelle con cui Liliana Segre, qualche mese fa, parlava della fine possibile e progressiva del mondo che conosciamo: «La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui». Pian piano. Perché non si cade mai completamente e in un momento preciso, ma le fasi arrivano così, un po’ per volta, fino a che ci si trova immersi in qualcosa di orrendo da cui non riusciamo a uscire e dove non sapremmo dire come ci siamo arrivati.

Di questo, non so quanto volutamente, il Memoriale della Shoah di Berlino (costruito non lontano da dove passava il Muro, quasi a ricordare il doppio volto di una città al tempo stesso luogo dei carnefici di prima e delle vittime di dopo) è una dura simbologia. Avvicinandosi, quasi non ci si accorge di essere già sulle prime steli; ma andando avanti, esse diventano più alte, fino a catturarci in un reticolo che non fa vedere la luce, né l’uscita.  

I tempi sono differenti, i modi e le forme della storia anche. Però il fine di quelli che vogliono il potere per il dominio non è diverso, e la disattenzione rappresenta sempre il loro miglior alleato: ecco perché ogni dettaglio è importante. Ed ecco perché non possiamo stancarci di batterci per ogni diritto negato, soprattutto alle minoranze. D’altronde, non esiste una maggioranza tale e definita per sempre, ma è dall’unione di piccole parzialità che nasce, e di cui continuamente si costituisce, un popolo, una nazione, una comunità.

Il resto, sono solo slogan da demagoghi che posson sedurre, e che sempre tradiscono.

Pubblicato in filosofia - articoli, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Speriamo che nessuno v’insegua con i forconi

Ricordando che il suo collega di partito Alessandro Di Battista in campagna elettorale citò la strategia della gradualità con la parabola, resa celebre da Chomscky in Media e potere (opera che descrive, in verità, molte delle tecniche utilizzate dai nuovi governanti in tanti posti del globo), della rana bollita, Elena Fattori, nel suo blog sull’Huffington Post Italia, crea una piccola distopia per descrivere la situazione attuale del governo e della maggioranza di cui fa parte.

Scrive la senatrice del M5S, immaginando di raccontare la realtà dell’oggi in un convegno o durante un comizio di qualche mese prima delle elezioni: «Il Movimento 5 stelle non fa alleanze, ma noi cambieremo il termine, ci alleeremo con la Lega e chiameremo questa alleanza “Contratto”. Ricordate la bella presentazione dei ministri 5 stelle che vi avevamo chiesto di votare? Perché il Movimento presenta la sua squadra prima delle elezioni così il popolo può scegliere i suoi ministri. Ecco, non c’entra niente con la squadra di governo che verrà, ma voi non ci farete troppo caso. Avremo un presidente del Consiglio non eletto dal popolo a voi totalmente sconosciuto, come ministro dell’Interno Matteo Salvini, e un ministro della Famiglia “tradizionale” forse un po’ omofobo, ma pazienza. Poi diremo sì alla Tap, sì all’Ilva, valuteremo costi/benefici per decidere sulla Tav e anche sul Ceta ci ragioneremo. Faremo un condono fiscale e uno edilizio. Ed eleggeremo come presidente del Senato una berlusconiana doc. Per quanto riguarda il tema migranti scordatevi il saggio piano 5 stelle di accordi con i paesi di provenienza, lo smantellamento dei grandi e orribili centri di accoglienza che generano conflitti sociali e disagi per i cittadini. Scordatevi la gestione pubblica dell’accoglienza diffusa, i tempi rapidi per le domande di asilo che consentano di rimpatriare chi non ha diritto ed accogliere con dignità i rifugiati. Toglieremo la gestione di migranti ai Comuni e la affideremo ai privati senza gara di evidenza pubblica raddoppiando i tempi di permanenza da nove a diciotto mesi, favorendo così il business dell’immigrazione. Doneremo 150.000 nuovi clandestini alla criminalità organizzata per il lavoro nero e lo spaccio. Chi invocherà il rispetto del programma 5 stelle rischierà sanzioni e persino di essere espulso per non contrariare l’alleato Salvini».

Quasi sconsolata, Elena Fattori conclude il suo post del 29 ottobre con una tristezza che traspare fin dalla punteggiatura: «Mi avrebbero preso per folle o per lo meno mi avrebbero rincorso con torce e forconi. Ma si sa, le rane saltano solo se le butti nell’acqua bollente. Se accendi il fuoco nel pentolone e la temperatura sale piano piano…».

Io spero sinceramente che nessuno, in un domani più o meno lontano, insegua i governanti dell’oggi, soprattutto se le fortune che ora a questi arridono dovessero mai tramutarsi, come spesso accade alle cose degli uomini, in minori agi e possibili inciampi. Però, benedetti ragazzi, il fuoco sotto il pentolone nella cui acqua siete immersi l’avete acceso voi stessi, o almeno alcuni di quelli con cui vi accompagnavate. Quando, in fondo, l’unica cosa che volevate sentire non era cosa avrebbero fatto i vostri al posto degli altri, ma che quegli altri, appunto, sloggiassero dai loro posti.

Battendo le pentole e incuranti di chi, sotto di quelle, attizzava i fuochi.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

E i grillini dissidenti scoprirono la democrazia rappresentativa

«Noi non siamo “spingibottoni”». Dice proprio così la senatrice del M5S Paola Nugnes, «spingibottoni», per spiegare che l’unica sua fedeltà le deve agli ideali e alle idee con cui, e su cui, ha chiesto i voti ai cittadini, mentre il capo politico del suo partito evoca duri scenari di contrapposizione tra quelli «seduti dalla parte giusta della Storia», loro, ça va sans dire, e tutti gli altri, quelli al soldo di Soros, dei Rothschild , della Casta o che semplicemente si macchino del reato di mancato applauso festante a ogni uscita dell’amato leader sul balcone di Palazzo Chigi.

Ora, a parte l’insanabile contraddizione fra i termini nell’immagine marziale di un «movimento» teso al «cambiamento» e chiuso a «testuggine» sulle posizioni da difendere evocata da Di Maio, i dissidenti grillini, nella loro sostanziale rivendicazione di indipendenza da mandato imperativo, sbagliano. No, non perché non sia giusto che lo facciano; io ho sempre difeso quel principio, in ogni circostanza e contro chiunque, pure quando a metterlo in dubbio erano gli esponenti dei partiti per i quali avevo votato, e dico che, nel rivendicarlo, Nugnes e gli altri fanno bene. Sbagliano perché quel soggetto politico in cui sono stati eletti nasce proprio dall’idea di superare la democrazia rappresentativa, nell’ottica di una piena fusione tra popolo (di per sé e totalmente considerato) e movimento (inteso in ogni sua sfaccettatura, comprese quelle istituzionali). Se c’è identificazione assoluta fra volontà generale e azione particolare, però, non ci può essere eccezione, dissenso, opinione diversa che tenga: o si sta col Movimento, o gli ci si oppone. In una singola istanza come sul complesso delle scelte, da quel punto di vista, non fa nessuna differenza.

Per questo, la conseguenza logica della loro rivendicazione, porta i dissidenti alla contraddizione pratica nel soggetto politico a cui appartengono: se rivendicano la funzione assegnata loro dall’art. 67 della Costituzione, rappresentano l’intera Nazione e quindi non possono essere assoggettati ad alcun volere che non sia il proprio, fino all’estrema conseguenza del farsi oppositori a chi lo chiedesse. Se, al contrario, spiegano il loro agire quali “portavoce” del Movimento, e quindi a esso completamente collegati e rispondenti, non rimane loro alcun margine di autonomia, rinnegando quel principio costituzionale che dovrebbe guidarli nel ruolo che nelle istituzioni svolgono.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, storia | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

No, non siete «il popolo», ma una semplice maggioranza relativa e temporanea

I commissari dell’Ue «non stanno attaccando un governo, ma un popolo». Lo ha detto ilministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Truppe unioniste stanno forse ammassandosi al di là delle Alpi per invadere il nostro spazio nazionale? Ovviamente, ipotetici risvolti marziali in quell’accusa di attacco non ci sono: semplicemente, da Bruxelles hanno fatto sapere che, stando ai vincoli e agli impegni dalla stessa Italia già assunti e accettati, la manovra finanziaria presentata dal Governo va respinta. Tutto qui; con l’intera totalità degli italiani non ce l’ha nessuno, tantomeno la Commissione europea.

Poche cose trovo più noiose della ripetizione dell’ovvio. Ma non di rado, anche la noia è necessaria. Quindi, cari amici legastellati (si fa per dire e vale pure per quelli che c’erano prima e per chi verrà dopo), permettetemi di correre il rischio della pedanteria; essere all’opposizione di un Governo, bocciarne le decisioni o semplicemente esprimere un parere contrario rispetto ai suoi atti, non significa lavorare contro l’interesse di un intero Paese. Per una ragione semplice: «la maggioranza» è solo una parte di esso, non il tutto. Figuriamoci quanto possa esserlo una singola norma che questa, nel suo essere relativa e temporanea, approva.

Le urla sgraziate dai balconi a rivendicare l’identificazione totale e assoluta con «il popolo» possono funzionare sui profili social dei sempre entusiasti acclamatori di ogni sortita governativa. Però, sono una falsa affermazione. Non siete tutto il popolo, perché, di questo, solo un terzo effettivamente vi ha votati – depurando il dato dei voti dalla maggioranza presi della quota di quanti non ne hanno espressi avendone diritto e di chi, ovviamente, ha votato per altri – e perché, in quello, sono da conteggiare quanti vi osteggiano, vi si oppongono, fanno resistenza al vostro agire.

Anche quelli che non vi piacciono, pure io, s’intende.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

In ogni caso, è una questione di “scelta”

«Quello che colpisce», scrive sull’edizione torinese de La Repubblica di domenica 21 ottobre Francesca Bollino (in un articolo intitolato I volenterosi delatori sabaudi che schedarono gli ebrei torinesi, a riprendere il titolo della drammatica opera di Goldhagen) a proposito della mostra organizzata curata dall’archivio storico del Comune di Torino per ricordare gli orrori delle leggi razziali, «[…] è uno zelo tutto torinese nell’applicare la direttiva sulla razza. L’immagine – o il mito – della Torino antifascista, città tradizionalmente fredda nei confronti del duce, resta piuttosto scalfita».

«Già ad agosto», continua il bel pezzo della Bollino sui fatti di quel nero 1938, «e quindi ben prima dell’entrata in vigore delle leggi sulla razza, l’amministrazione aveva fatto richiesta a tutte le scuole di inviare gli elenchi degli alunni per i quali le famiglie avevano chiesto l’esenzione dell’insegnamento della religione cattolica, con la presunzione che si trattasse di ebrei. Lo stesso vale per gli insegnanti. E tutte le scuole rispondono, con tragica prontezza». E c’è un passaggio, nella ricostruzione della giornalista, che fa davvero riflettere su quanto possa essere realmente «banale» il male, quasi fosse un lavoro fra gli altri. Da Roma chiedevano con insistenza i dati a tutto il Regno, autorizzando anche i comuni ad assumere personale o a pagare gli straordinari. A Torino si erano portati avanti, con una delibera del Comune del 3 ottobre, oltre un mese prima dell’emanazione delle norme della vergogna, che finanziava i costi per il lavoro in più dei dipendenti impiegati nel censimento, i quali, si può leggere nel testo del provvedimento esposto nella rassegna dell’archivio storico cittadino, «hanno lavorato con enorme zelo, la sera, durante i giorni festivi, per arrivare a raccogliere quanti più dati possibili». Tutto questo per dire che, al di là di ciò che il tempo, i costumi e i governi stabiliscano essere la legalità, ciò che accade è sempre e solo una questione di scelte individuali.

No, nessuna caduta in una forma di esistenzialismo sartriano; sto parlando proprio di responsabilità morale, pratica, effettiva derivante dalle scelte di qualcuno sulla vita reale e concreta di qualcun altro. Non furono le leggi di per sé a segnalare, segregare e poi crudelmente sopprimere gli ebrei. Furono, al contrario, esseri umani, singoli che nella loro assoluta libertà, decisero così.

Per questo ha ragione Domenico Lucano, il sindaco di Riace sospeso dal suo incarico e indagato per non aver rispettato tutte le leggi che contrastavano con la sua idea di giustizia e umanità, nel dire che pure le leggi naziste, nel tempo in cui furono efficaci, costituivano «la legalità». Le leggi, i codici, gli ordini, ci sono e ci saranno sempre. E non sempre saranno giusti o corretti. Rispettarli, renderli efficaci, eseguirli è invece, tutte le vole e in ogni occasione, demandato al singolo, nella sua libertà, per quante e quali conseguenze l’esercizio di questa possa avere.

Sempre; nel bene e, appunto, nel male.

Pubblicato in libertà di espressione, politica, società, storia | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento