Ma davvero l’altra è migliore?

Ho diverse volte spiegato che difficilmente potrei trovare punti di contatto con il M5S e i suoi rappresentanti, al di là di singole idee o posizioni incidentalmente condivisibili o che partano da dati così reali e indiscutibili da rendere necessario il conceder loro la ragione. E non è per i modi, ma per gli assunti da cui principiano e per le conclusioni alle quali spesso arrivano, non di rado difficilmente contenibili nell’alveo della democrazia rappresentativa e nelle distinzioni fra le parti in cui la società, ancora, si divide.

Detto questo, l’elemento che più caratterizza le analisi critiche su quel movimento è connesso con la qualità del personale politico. Per citare a esempio solo l’ultima dissertazione in ordine temporale letta su tale argomento, provo a sintetizzare quel tipo di giudizio con le parole di Ernesto Galli della Loggia. Lo storico ed editorialista del Corriere della Sera, sabato scorso, imputava ai parlamentari grillini «scarsa dimestichezza, in generale, con la dimensione del “discorso” […] con la capacità di esporre spiegazioni verosimili, di articolare nessi plausibili, di modellare argomentazioni almeno in parte fondate, di usare una retorica che non sia quella elementarissima del “bianco e nero”». Scarsa dimistichezza che Galli della Loggia legava, per un verso, alla loro inesperienza in quelle organizzazioni e realtà, partiti, sindacati, associazioni, capaci di “allenare” al dialogo, ma dall’altro, ed era la parte più dura della sua critica, all’essere essi «il frutto compiuto dello sfasciato sistema d’istruzione del loro (e ahimè nostro) Paese. Nel loro modo di parlare e di ragionare, nel loro lessico, è facile indovinare curriculum scolastici rabberciati, insegnanti troppo indulgenti, lauree triennali in scienze della comunicazione, studi svogliati, poche letture, promozioni strappate con i denti». Parole, queste ultime, se non del tutto giuste, quasi in niente sbagliate, parafrasando De André. E però, una domanda la suscitano e non posso non darle voce: davvero ritenete che la classe dirigente che le altre forze politiche esprimono e promuovono oggi sia sostanzialmente e significativamente migliore?

Infatti, pur non potendo negare la fondatezza dell’accusa che ai rappresentanti pentastellati viene rivolta circa le loro scarse qualità, non posso evitare di far correre la mente a cercare paralleli e paragoni fra quanti a questi contendono la scena e le piazze mediatiche e istituzionali, e concludere che se il M5S è così competitivo è pure perché, sul lato delle qualità dei protagonisti, non si notano differenze importanti con gli altri. Perché guardate che se siamo al punto in cui i cinquestelle sono ritenuti una valida alternativa da un terzo, se non di più, della popolazione italiana è proprio perché le classi dirigenti degli altri partiti hanno dimostrato di cosa siano capaci in questi anni. E poi, insomma, io li vedo e li ascolto quegli altri, e non mi sembrano affatto differenti.

Il gioco per cui si cerca il peggiore dei grillini e lo si agita come spauracchio per magnificare il migliore del Pd o di qualche altro partito tradizionale potrà andar bene per i tifosi, ma non convince per nulla quelli che intendono la politica come un continuo «camminare domandando». E dello sproloquio di certezze puntualmente dimostrantesi piene del niente da cui muovono ne sento di pari, se non maggiore, intensità anche da chi all’imperizia dei «populisti» si pone quale argine di capacità.

Ed è per quello che son sempre più sedotto dal richiamo di Bartleby nella scelta elettorale.

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Una storia comune al di là della geografia

«Sono stato una volta in Europa, a Rotterdam». Fu quanto mi disse un ex marinaio, guida volontaria sull’Intrepid, la portaerei della Seconda Guerra Mondiale ormeggiata nell’Hudson a New York e trasformata in museo, quando, mia moglie e io, gli rispondemmo che venivamo dall’Italia. Era un anziano signore bianco, anglo-sassone e probabilmente anche protestante; sapeva bene che c’erano delle differenze tra un olandese, un italiano o un inglese. Eppure disse così, «in Europa», unificando un continente che si percepisce diversificato e differenziato molto più di quanto facciano gli altri.

È ovvio che per me un texano e un newyorkese siano entrambi americani, mentre loro starebbero ore a spiegare l’irriducibilità delle proprie eccezioni. Però, tutti e due, sono statunitensi, e come tali sanno che gli altri li vedono. Similmente, snocciolo le mai colmabili diversità fra me e un berlinese o uno scozzese ma, al contrario, non so leggerci unificati negli occhi degli altri al modo in cui fanno gli yankee fra di loro. Il terrorista di Londra, quello di Berlino e quello di Nizza, invece, ci riescono, ci vedono in quella dimensione che noi non percepiamo: europei. Occidentali, certo, cristiani, ovvio, ma europei di qua e americani di là dell’Atlantico. E una comunità può esistere e scoprirsi tale persino per contrapposizione da parte di qualcun altro.

Vorrei poter dire che la mia Europa non è carolingia, al massimo greca e latina, ma sono nato in una terra forgiata sì dal colonialismo ionico ma che è anche la stessa che un imperatore del Sacro Romano Impero elesse a sua patria d’adozione. Periferia, forse, proiettata all’oriente e  al sud, di sicuro, eppur rimanendo quel che è, lembo di continente totalmente connesso alle sue vicende, completamente parte del suo farsi nel tempo.

Se l’ex malo bonum del grande civis romanus di Numidia può servire a questo caso, negli attacchi che ci portano in quanto europei e non solamente per le nostre dimensioni nazionali può esserci la spiegazione del motivo per cui non è solo geografia la storia che insieme per secoli si è vissuta, al di là di qualsiasi exit e ben oltre gli accordi e i patti che si potranno sottoscrivere o approvare.

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Proviamo a renderla normale

Le occasioni della vita mi hanno dato la possibilità di conoscere persone di diverse condizioni economiche, sociali e culturali, ed è probabilmente una delle maggiori fortune che occorsami. Sorte felice che cerco di coltivare, continuando a ricercare il confronto con loro. Il caso, poi, alle volte vuole che quello riesca ad avvenire congiuntamente fra situazioni diverse, come m’è capitato un paio di giorni fa.

Un’amica brava e di buona famiglia borghese (e non c’è alcuna ironia in questa definizione), uno un po’ meno avvezzo alle cose del mondo al di fuori dell’orizzonte della sua quotidiana esistenza e io ci siamo ritrovati a parlare di Unione europea. Il miglior traguardo raggiunto dalla politica internazionale nel continente, per lei, un affare tutto sommato non buono per lui, se non proprio dannoso. «Perché dici così?», chiede lei. «E i settant’anni di pace? La possibilità per le persone e per le imprese di avere uno spazio più ampio in cui muoversi? La stessa facoltà di girare, per lavoro, per studio o per piacere, in tanti Paesi differenti?», aggiunge, quasi stupita della freddezza dell’altro. «Mah, non saprei», spiega lui, «la pace l’hanno avuta pure altri che non sono entrati nell’Ue, il mercato aperto è servito per mettermi in concorrenza con più persone, e magari rimetterci qualcosa, e quanto alla possibilità di girare per l’Europa sarà un vantaggio per chi può e sa; io a stento parlo l’italiano e mi sento straniero appena esco dalla provincia».

Voi ora proteste dirmi che, insomma, il problema è suo, del mio amico, che non ha strumenti, competenze e conoscenze per competere in un mondo più aperto. E sarebbe tanto vera quest’analisi da risultar banale e superflua. Perché lo sa anche lui che difetta di tutto quello. Ma sa altresì di esistere, di avere bisogni e necessità e di dover faticare di più dell’amica per soddisfarli. In tutto questo, sa (o crede di sapere, ma le due circostanze non differiscono di molto) che se gli aumenti il numero dei concorrenti, per lui crescono le difficoltà, mentre per quelli bravi, che sanno le lingue e conoscono il mondo, magari, aumentano di pari passo le opportunità. Però lui non è fra quelli; come evitare che si senta minacciato?

Perché  questo rischia di essere un tema tralasciato nel racconto dei e per i migliori che dell’Ue ci siamo fatti e ci hanno fatto negli ultimi anni. E deve essere ormai un argomento ineludibile se persino un europeista di convinta fede come Enrico Letta arriva a dire, come ha fatto in un’intervista al Corriere della Sera dello scorso giovedì: «Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che hanno fatto l’Erasmus».

Volete pensare a un racconto europeo per quanti non l’hanno potuto, saputo o voluto fare quell’Erasmus? Volete provare a spiegare, se è così, perché un’Europa più unita serva anche a loro? Volete provare a dire pure a questi che se ne sentono esclusi che l’Ue è casa loro, se è vero, e che gli conviene che sia forte e coesa, oppure vi basta continuare, dall’alto dei vostri studi e di quello che avete imparato, o credete di aver appreso, a ritenerli bifolchi ignoranti, incapaci di capire le dinamiche complesse e gli scenari complessivi?

Così, per sapere, visto lo spirito auto-celebrativo che tutti ci anima in questa giornata.

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Le ali tarpate

Ricordate Berlusconi che annunciava «una cordata italiana» per risolvere i problemi di Alitalia «in pochi giorni» dal suo reinsediamento alla guida del Paese e grazie al suo impegno? Già, si era nel 2008. E Renzi, meno di due anni fa, mentre con il solito eloquio da trasmissione preserale annunciava ai dipendenti della compagnia di bandiera «allacciatevi le cinture, l’Italia decolla»? Bene, com’è andata a finire?

È andata a finire che oggi, marzo 2017, il ministro dello Sviluppo economico Calenda e quello delle Infrastrutture Delrio definiscono «molto critica» la situazione di Alitalia, i sindacati sono fortemente preoccupati e i dipendenti, fra scioperi e mobilitazioni, hanno davvero paura per un piano industriale che annuncia più di duemila esuberi e forti riduzioni di stipendio per quelli che rimarranno. E io, con loro, temo che le chiacchiere, perché solamente tali sono state, di questi anni intorno alla situazione che si andava definendo abbiano avuto il solo effetto di peggiorarla e portarla a un punto da cui sarà realmente difficile risalire.

Perché la politica dovrebbe ambire alla serietà, mentre i ciarlieri politici che si sono succeduti hanno puntato al consenso, agli applausi, ai lustrini e ai riflettori che nascondevano il vero (a proposito, ricordate lo slogan «la serietà al governo»? Era di un certo Prodi che, prima che tutto questo accadesse, consigliava vivamente di accettare la soluzione con i francesi di Air France. La storia non si fa con i “se”, certo, e non sapremmo cosa sarebbe successo in quell’ipotesi; però sappiamo cosa è accaduto non seguendola).

Dicevo, la politica dovrebbe puntare alla serietà, non cercare solamente il consenso facile. Altrimenti, gli esiti sono quelli che stiamo commentando in questi anni, con i problemi sempre lì sul tavolo delle discussioni e i fomentatori della lotta al sistema, che se non han soluzioni, almeno possono “farla pagare” a quanti avevano garantito di averne, pronti a incassare il dividendo della disillusione.

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Siete lo stesso coinvolti

Ha detto che «una forza che raccoglie al primo colpo il 25% dei consensi non è un fenomeno transitorio» e ha poi spiegato di non voler «fare certo da raccordo delle forze populiste contro quelle che si definiscono responsabili. Ma allo stesso modo non appoggerò un rassemblement dei responsabili contro i populisti». Nel colloquio raccontato da Francesco Verderami per il Corriere della Sera, l’ex segretario del Pd ha parlato delle cose che accadono da una prospettiva, dal mio punto di vista, sostanzialmente condivisibile e nient’affatto scandalosa o improponibile.

Dopotutto, se mi iscrissi al Pd proprio perché Bersani ne era diventato il segretario, un motivo doveva pur esserci. Per dirla meglio, io con il novanta per cento degli eletti del M5S non prenderei nemmeno un caffè e con la restante parte non più di quello. Ma io non sono un dirigente politico, quindi non ho l’obbligo di trovare una soluzione agli scenari che potrebbero verificarsi. Mettendomi in una disposizione esclusivamente speculativa (in senso dianoetico), però, capisco il ragionamento del compagno Pierluigi, che se da un lato non si pone al loro fianco, dall’altro non vuole far parte di un’incoerente “santa alleanza” tenuta insieme dall’unico collante della paura per le compagini antisistema, che ucciderebbe qualsiasi refolo di speranza nel poter ritornare a far politica e segnerebbe, nell’alleanza fra destra e sinistra eletta a strategia, la resa all’egemonia demagogica, che proprio dell’inesistenza del confine fra sinistra e destra nutre la propria retorica. Anche perché, ed è il non detto, se davvero i grillini dovessero risultare il primo partito come alcuni sondaggi indicano, tenerli fuori dal governo del Paese non sarebbe impresa agevole, né corretta sotto il profilo democratico e della rappresentanza politica nell’assetto istituzionale.

Fin qui il ragionamento in punta di pensiero. Perché nei fatti, sinceramente, il futuro scenario del Parlamento che verrà e del Governo che si dovrà formare partendo dai numeri che si avranno m’interessa relativamente poco. Gli uni o gli altri, presunti populisti e sedicenti responsabili, per quanto si possano credere assolti, sono ugualmente coinvolti, se è lecito usar parafrasi alte per dir di cose minime.

E siccome i professionisti sono loro, io mi limiterò a guardarne e commentarne le gesta.

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Un consenso d’altra natura

«Potrei stare in mezzo alla Quinta Strada e sparare a qualcuno, e non perderei nemmeno un voto». Così disse in campagna elettorale l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, durante un evento in Iowa. Per fortuna, nessuno gli chiese di provare la fondatezza della sua opinione, ma in ogni caso, nonostante le tante sortite sessiste e i troppi eccessi razzisti, presidente lo è diventato davvero, lasciando a molti il dubbio che con quella battuta non fosse poi tanto lontano dalla realtà. Ecco, con il Movimento 5 Stelle le cose non vanno in maniera molto diversa.

Le difficoltà capitoline della Raggi e le torsioni accentratrici di Grillo non paiono aver scalfito il consenso verso i pentastellati. Anzi, in un sondaggio Ipsos PA pubblicato ieri dal Corriere della Sera, risultano essere il primo partito con il 32,3%, staccando di molto un Pd che si ferma, in quella rilevazione, al 26,8. Dopo le vicissitudini di Genova, dopo le polizze di Roma, dopo le prove di incapacità amministrativa e poca propensione alla dialettica democratica interna, il M5S è ancora lì, forte come mai lo è stato prima. Perché? Beh, questo chiedetelo ai professionisti della politica negli altri partiti, visto che tutti loro dicono di saper come fare a limitare la crescita delle compagini che, assecondando la comodità di non cercare spiegazioni, chiamano «populiste».

Non ho spiegazioni definitive, però se pensate che la cacciata di un Pizzarotti o di una Cassimatis (chi è? Appunto) possano danneggiare l’appeal dei grillini sull’elettorato credo che siate fuori strada. Quel movimento vive di un consenso d’altra natura, e la sua classe dirigente (absit iniura verbis) ha meno voti di quelli che potrebbero singolarmente esprimere loro stessi. Per dirla diversamente, in un retroscena di quelli informati, sullo stesso giornale che dava la notizia del sondaggio di cui parlavo si leggeva che almeno una trentina di parlamentari sarebbero in dissenso rispetto alla linea tenuta dal capo in relazione alle vicende del capoluogo ligure.

Penso a quei trenta e capisco il senso della spiegazione di Grillo, quel suo «i dissidenti fondino un loro partito». Lungi da essere il ribaltamento della prima profezia di Fassino, in quella frase c’è la misura delle forze in campo. Quei trenta valgono più o meno i trenta voti che potrebbero esprimere, e questo si può dire un po’ per tutti gli esponenti dei Cinquestelle. Sì, in qualche luogo potrebbe esserci qualcuno in grado di fare una lista e magari vincere una competizione locale, non lo nego. Ma il quadro generale complessivo nemmeno se ne accorgerebbe.

I voti del M5S vengono da altri sentimenti e fenomeni diffusi, quali quelli del rancore verso una classe politica che si arroga il diritto di poter escludere e ignorare chi non è della loro cerchia o le professioni di alterità del ceto dei rappresentanti rispetto al resto del comune volgo, esempi ultimi solo in ordine di tempo l’affaire Minzolini e le tessere comprate da Buzzi (e proprio in chiave di antidoto a questi casi leggono gli ortodossi le decisioni dell’ex comico). Non intendo generalizzare e so che ci sono persone che davvero credono nella carica rinnovatrice di quel soggetto, ma il grosso del 32,3% di cui l’istituto diretto da Pagnoncelli li accredita non viene per quelle strade.

Sono invece voti di reazione, e non importa se e quanto ponderati. Voti che vengono dati perché solo là s’intuiscono i modi per far saltare il sistema nella speranza che cambi, perché gli altri, tutti gli altri, hanno deluso o perché, e badate che non è affatto una motivazione minore, dai partiti di riferimento e dal loro personale rappresentativo ci si sente o ci si è sentiti “traditi”, abbondonati nella solitudine delle difficoltà dopo aver promesso la comunione dei risultati.

Ed è un imbuto al centro del quale Grillo si posiziona.

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Non son per me le pubblicità

Credo che in nessun caso mi si possa rivolgere l’accusa di “pauperismo”. Ritengo, al contrario, che proprio nella materialità della condizione sociale, e nel suo miglioramento, risieda il principale riscatto delle masse popolari, operaie e contadine, e rivendicando una discendenza da secoli di miseria e difficoltà, sono tutt’altro che propenso a cedere alla rinnegazione dell’importanza dell’avere nella vita di tutti i giorni. Detto ciò, so cosa fa davvero il mio essere e non mi affascina la rincorsa a ottenere di più di quanto mi serva.

Perché credo nella decrescita? Chiamarla così è fuorviante, dato che, come dicevo, per me è mera rinuncia al superfluo, e non mi servivano i libri di Latouche per arrivare a capire quello che già un paio di frammenti di Epicuro o qualche verso di Lucrezio spiegavano da secoli, per tacere della millenaria cultura cafona di cui sono erede. No, il problema, nel mio caso, lo circoscrivo molto più in basso. È l’apparato di cattura dei desideri messo in piedi dal capitalismo, o semplicemente “pubblicità”, a non avermi mai coinvolto. E per la banalissima ragione che spot, manifesti e réclame non parlano a me, né l’hanno mai fatto fin da quando ero bambino.

In tv o sui giornali, da sempre ho visto bimbi bianchissimi, biondi e con gli occhi chiari a cui erano destinati ogni sorta di balocchi e leccornie, come ora vedo uomini eleganti, prestanti e bellissimi arrivare alla soddisfazione di qualunque aspettativa. Li guardo e mi considero, mi paragono, faccio le valutazioni e capisco che, in fondo, tutto quell’assembramento di immagini dice una cosa sola: qualunque merce che lì passa non è per me, non va bene a quelli come me, non è fatta perché io possa averla.

A quel punto, perché desiderarla?

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Se la Fifa ci riesce, perché non ci provano i governi?

Hanno giustamente destato scalpore le prese di posizione dell’Olanda, della Germania e della Danimarca rispetto alla possibilità che ministri turchi in viaggio per l’Europa potessero tenere comizi fra i cittadini di quella nazione sparsi per il continente a sostegno della riforma della Costituzione voluta da Erdoğan. Curiosamente, il novello sultano ha accusato di antidemocraticità il governo dell’Aia (veramente li ha definiti fascisti e nazisti marci dentro; quello è l’uomo), mentre la sua è un’azione che mira proprio a ridurre gli spazi di democrazia, ma tant’è.

Il dato fondamentale che è emerso da quelle posizioni, principalmente in quella olandese, è che, al di là del merito, non a tutti può essere dato diritto di espressione, se quello che devono dire mette a rischio o pone a repentaglio i valori in cui si crede e su cui, precipuamente, si fonda quella libertà di parola. E inoltre, e di più, quel gesto dei sudditi di sua maestà Guglielmo Alessandro dei Paesi Bassi spiega che non sempre la diplomazia e i rapporti fra gli Stati possono passare al di sopra dei princìpi che si professano. Perfetto. Quando si tratta di Erdoğan, certo. Al limite, con sanzioni e altri meccanismi, se è di Putin che si parla. Se invece in discussione è Trump e la politica dell’amministrazione Usa, la musica cambia. Perché, insomma, un conto è la potentissima Fifa di Gianni Infantino che dice al presidente americano «o togli quel bando verso gli stranieri di alcuni Paesi mussulmani, o niente Mondiale», un altro sono i deboli governi che si arrabattano (curioso come questo termine porti in sé la sua derivazione dai conflitti fra cristianità e islamismo nell’Europa medievale) fra bilance economiche e pesi militari.

Sì, sto giocando con le parole per provocare delle reazioni; cosa c’è di strano? È quello che fanno quanti scrivono dei commenti. Ma il punto vero è purtroppo un altro. Lo so bene che non si può dire a Trump, per fare solo un esempio, «ritira quei provvedimenti razzisti e islamofobi, oppure scordati qualsiasi collaborazione con noi su tutto», perché ci sono gli accordi presi, gli affari delle nostre aziende e le economie dei rispettivi Paesi, in una parola, la Realpolitik, e quindi, come avverrà al G7 prossimo venturo, tutti saranno ancora in fila e sorridenti per la photo opportunity col nuovo commander-in-chief della più potente nazione del mondo. Lo so, lo so.

E lo sa anche Trump. Infatti, vince.

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Fanno quasi (quasi) simpatia

Quanti editoriali e dotte analisi state leggendo e ascoltando in questi giorni sui limiti del renzismo? Tanti, vero. Oggi in molti scoprono le pochezze di una stagione e di un gruppo dirigente che fino a ieri, gli stessi, sostenevano quando non direttamente osannavano come il nuovo inveratosi nella pratica di governo. Le professioni di giubilo si mutano in eccezioni di merito, ma sono cose che abbiamo già visto e vissuto.

In fine dei conti, Renzi fa quasi (quasi) simpatia, nel guardare i tanti che ora lo abbandonano, saltando giù dal carro sul quale, a spintoni, erano saliti al tempo percorreva le vie del trionfo. Il bello è che, se mai dovesse rivincere o ritornare ai fasti di prima, le stesse trombe suoneranno gli osanna. E ritorneranno i toni compiacenti, e andrà bene la classe dirigente che negli editoriali di queste settimane si dice non all’altezza, saranno di nuovo accolti nei salotti della televisione e nelle redazioni dei giornali i medesimi Nardella, Boschi, Lotti, Moretti, Carbone, Serracchiani, eccetera, eccetera, eccetera, che adesso, per dirla con le parole di Ezio Mauro su la Repubblica, sono sprezzantemente relegati a «groviglio di fedelissimi».

Ma sì, ma sì, la storia è sempre quella. Che tu vada una o due volte nella polvere o sull’altar, gli stessi corifei detteranno melodie diametralmente opposte, e i medesimi coreuti ne seguiranno il tono con identica passione e precisa abnegazione, sia in un verso che nell’altro. Ecco perché, in definitiva, i campioncini del renzianesimo governante, a guardarli ora e da qui, fanno quasi (quasi) simpatia.

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Se quelli sono gli amici, dov’erano prima?

Giorni addietro m’è capitato di ricordare una vignetta di Altan di qualche tempo fa. In essa, un uomo seduto su una pietra circondata dall’acqua, triste e con lo sguardo significativamente spento, commentava: «Aspetto sulla riva del fiume. Vedo passare solo amici». In quel momento (e anche adesso, in verità), il disegno coglieva il mio sentimento legato alle vicende della politica che in questi giorni osservo accadere. E però, da solo, non sapeva e non può rispondere a una domanda.

Infatti, se quelli che passano ora lungo il fiume di sconfitte che osservo solamente da lontano sono i miei amici, e per loro mi dispiaccio, dov’erano quando, lungo le medesime acque e per ragioni non differenti, a scivolare ero io? Perché, vedete, non c’è alcuna voglia di rivalsa o perfido piacere nel guardare altri subire le sconfitte che già conosci. E ho premesso che il sentire che mi accompagna nell’assistere a un simile spettacolo è di profonda tristezza. Purtuttavia, non riesco a fare a meno di ricordare, e di vedere gli stessi volti sorridenti al desco del trionfatore di turno, mentre mi lasciavano lì, fra i vinti e i battuti.

Certo, dando la misura alle mie perdite so non esser quelle uguali alle loro: dopotutto, io ho al massimo perso la fiducia in quanti avevo votato, loro rischiano di veder sfumare i traguardi che, anche con quel voto, avevano conquistato. Eppure è così: sapete, al cuor non si comanda, nemmeno quando ispira motivi non nobili, persino se soffia su braci mai sopite nel tentativo di rintuzzarle e dar nuovo vigore alle fiamme e al fuoco.

Poi si resiste alla tentazione, per carità. Però.

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